I parrucchieri napoletani

Il primo parrucchiere è durato una volta sola, sono andato in questo negozio a Mezzocannone e non ha pensato di lavarmi i capelli prima di tagliarmeli, si è limitato ad uno spruzzino; considerato quanto ho grande la testa e quanto è piena di capelli, mi trovavo ogni tanto in una nube di acqua nebulizzata, e non c’è quindi voluto più di un paio di annebbiamenti per decidermi di non andare.

Dopo il parrucchiere rustico, è arrivato quello trendy. Questo è verso piazza Dante, ed è organizzato con una rigida gerarchia: il proprietario, il primo assistente, lo shampista senza speranze, e quello che viene occasionalmente promosso a tagliare capelli. Quando arrivi, ti offrono il caffè. Se non vuoi il caffè, c’è una bibita. Se non la vuoi, c’è l’acqua, e questa viene offerta anche due volte. Se non fai niente, ti chiedono se vuoi usare un loro iPad per far passare il tempo. Se usi invece il tuo cellulare, ti dicono che c’è la rete wi-fi. Tutto questo per ingannare l’attesa, visto che non conoscono il concetto di “appuntamento”, per cui si sono create varie incomprensioni, del tipo vengo domani alle 18 sì certo e poi rimanevo fino alle 19 ad aspettare il mio turno. In tutto questo, il proprietario risulta essere padre di famiglia, a dispetto di un gaydar che ha lampeggiato furiosamente, mentre il primo assistente è un mistero. Veniva con me alla palestra cosiddetta gay-friendly (che poi di gay non saprei dire cosa avesse, ma il proprietario – lui gay sì – è ben astuto a far circolare il mito) e anche in palestra aveva quell’aria un po’ triste e un po’ di chi si contiene, come se volesse tenere bene sotto controllo i propri desideri. Pure lui sposato, comunque non è così bravo a tagliare i capelli, e quell’aria triste che ha addosso mi dava un senso di disagio. Sai, ha sempre in mano un paio di forbici.

Dopo il parrucchiere trendy-spaziale-approssimativo, è arrivato quello artigianale. Ha un negozio molto piccolo, in cui le prime due volte che ci sono andato l’ho trovato da solo, e ho avuto la sensazione che studiasse il terreno, poi le due o tre volte successive c’era la madre (chiaramente figura castrante) e quindi s’è stato buono e tranquillo. Taglia bene i capelli e non è il mio tipo, quindi il mio compagno non è particolarmente geloso del personaggio. Il negozio però credo che sia il vero spettacolo, per quanto piccolo è incasinato, e la cosa migliore che riesce a fare quando deve cercare qualcosa è quella di aprire lo scaffaletto che ha (quelli in plastica da cinque ripiani e venti euro) e dare delle energiche sgrullate finché non spunta fuori, per magia, quello che cerca (il parrucchiere trendy ha invece dotato tutti quelli operanti sulla crapa dei clienti di una apposita cintura porta attrezzi). Il parrucchiere artigianale inoltre ha il vantaggio, oltre alla qualità del taglio, di non avermi mai fatto aspettare più di dieci minuti, non è un posto molto affollato. A differenza dell’altro non mi ha mai fatto la ricevuta, e per quanto so che dovrei chiedergliela, devo confessare che non lo faccio perché nel complesso le condizioni del negozio e appunto la mancanza di clienti suggeriscono che non deve fare affari d’oro (lo so, le tasse le paga pure chi prende uno stipendio da fame). Tende a non lavarmi i capelli dopo averli tagliati (pare che è una cosa che fanno in diversi qui a Napoli, con mio stupore) ma visto che è vicino a casa poi posso organizzarmi da solo.

(è un po’ che non parlo di questa bella città e delle persone che ci sono, dovrei recuperare)

 

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Pubblicato il 31 ottobre 2013 su Fatti miei. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 1 Commento.

  1. Recupera recupera che ci mancano i tuoi racconti.

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