Dolce malinconia

E’ il mio stato di fondo di questi giorni, che mi sorprende anche, perché avrei diritto a tutti altri sentimenti. Alla rabbia, alla gioia, al disgusto, ma non alla malinconia.

Tutto comincia qualche giorno fa, quando scopro che un mio articolo scientifico è stato citato in una richiesta di brevetto da parte di una grande, grande, grande società di informatica. Oh, wow! Questo dovrebbe essere l’unico commento possibile. E’ non troppo frequente, anzi, che un articolo scientifico possa saltare il gap che c’è tra il mondo della ricerca e l’industria e, sopratutto, che questo avvenga con un nome così prestigioso dietro. Leggendo la richiesta di brevetto (da cui a me non verrà niente dal punto di vista economico) ho così visto che il linguaggio usato è quello del mio articolo (se non leggi quello che ho scritto io, non capisci cosa c’è scritto lì sopra), la bibliografia riportata è quella che avevo riportato io nel mio articolo, che è quindi stata una ottima base. Avrei tutto il diritto di vantarmene, di costruirci sopra tutte le leggende e le montagne che voglio, quantomeno potrei sentirmi un gran figo. E invece, la reazione più forte è stata quella di questa dolce malinconia.

M’è venuta a pensare a tutto quello che poteva essere e che non è stato. Alla fatica fatta, non tanto per scrivere quell’articolo, ma per contrastare il mondo universitario che s’era messo contro di me non per il lavoro fatto, ma per questioni politiche in cui io non c’entravo niente. Al senso di solitudine che ho vissuto in quel lavoro e in quel periodo, in cui anche chi doveva credere in me faceva la faccia perplessa. Poverini, mi sono solo occupato di un settore che nell’arco di due anni è diventato il centro di tutte le discussioni in informatica, ma del resto non si può pretendere – e non sono sarcastico – che un professore di ingegneria informatica capisca l’informatica. Quelli sono presi da concorsi, lotte di potere, scontri personali, misurazioni del proprio ego e del proprio prestigio, non hanno tempo di fare altro.

Rimaneva così la malinconia, a pensare che un giorno questa grande, grande, grande società potrà sfruttare una parte di una mia idea per produrre qualcosa, da vendere anche agli italiani ad un ottimo prezzo, giustamente dovuto. A pensare alla quantità di personaggi mediocri del mondo del lavoro che si sentiranno protetti e coccolati nel fare certi acquisti (sia chiaro, sono sempre prodotti ottimi quelli che questi producono: solo che non in molti sanno il perché). E mi verrebbe da immaginarmi mentre mi spiego. Ma mi spiego a chi? Chi dovrebbe capirmi? Non mi ha capito manco chi doveva capirmi per mestiere. Convinto a darmi la tesi per salvare il suo prestigio. Quando invece i fatti dicono che qualche motivo di merito ce lo avevo pure io, di mio, senza spinte. Il tempo non sarà, il tempo è già stato galantuomo.

Ma questa malinconia non si spiegava solo in questo modo. Credo che fosse, ora posso dirlo, una forma di difesa per quanto stava per succedere. In sintesi, le difficoltà di questa azienda sono tali che non ci sono praticamente possibilità che io ci rimanga se non per una manciata di mesi. Tutto questo sarebbe già dispiacevole di suo, ma ad esso si aggiunge la volgarità, la rozzezza, la brutalità ignorante e tronfia di dirigenti che riescono solo ad essere spaventosi, mai capaci o utili. Pronti a mostrare il ghigno ferino di chi risponde al Pittibimbo che sta a Palazzo Chigi, e che trova in ciò tutta la sua cifra stilistica e ragion d’essere. Cani e cagne, manco buoni a fare la fine del Misticò  Bendicò del Gattopardo, questi animali rabbiosi senza dignità di nome.

Eppure, anche qui, dovrei essere arrabbiato, invece sono quasi disinteressato. Sollevato, forse. Perché è meglio una fine rapida che una inutile agonia in mano a gente che nel suo essere rappresenta la croce di questo Paese, la mancanza di una classe dirigente degna del nome, adatta a qualche paese ad ordinamento tribale dove non si sia nemmeno affermata la parola scritta, che in quelle dove le tribù comunicano per messaggi scritti avrebbero già dei problemi.

Ho pensato molto nei giorni passati a quanto stava per succedere, e ho solo chiesto al destino, anzi no a mio padre, che mi succedesse la cosa migliore. Non volevo rimanere in questa società per rimanerci, volevo rimanere in questa città ma per tanti altri motivi, anzi per uno solo. Che poi è forse il motivo che riporta a questa strana, dolce, malinconia. Perché se tutto poteva essere, in chissà che modi e in che tempi, in realtà tutto è e tutto è stato. Di questa mia verità voglio fare dono intanto a me stesso, e poi a chi mi sta intorno, perché da questa verità verranno fuori tutte le altre cose.

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Pubblicato il 8 maggio 2014 su Fatti miei. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 3 commenti.

  1. Un abbraccio. Ti devo una mail, scusa se non ti ho ancora risposto.

    P.S.: il cane del Principe di Salina si chiama Bendicò.

  2. Ma perché non ti fai assumere da quella grande, grande, grande società di informatica?
    Ci puoi dire l’argomento del tuo articolo?

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