Scozia/ Il referendum

Siamo stati in Scozia nei giorni in cui il dibattito sul referendum per la secessione dal Regno Unito cominciava a prendere quota e abbiamo anche assistito al dibattito televisivo tra Alex Salmond (primo ministro Scozzese, per la secessione) e Alistair Darling (per il no). La simpatia personale va a Salmond, che almeno di primo acchito ci ha dato l’idea di una persona perbene e genuinamente appassionata e che crede in quello che dice, mentre Darling sembra un clone di Voldemort.

Nei giorni in cui siamo stati in Scozia abbiamo visto molta più propaganda a favore del Sì che del No, diciamo dieci ad uno. Il fronte del Sì aveva degli uffici elettorali in ogni dove, moltissimi avevano messo i cartelli con l’invito a votare Sì nelle proprie abitazioni, mentre del No c’erano poche tracce, spesso di pubblicità pagata e non di spontanea adesione da parte di un privato.

Detto questo, l’impressione che io ho è che vincerà il No, anche se non per una percentuale altissima. Questo perché gli indecisi alla fine tenderanno a votare No, perché secondo me è difficile che un indeciso scelga l’opzione, il Sì, che comporta un così drastico cambiamento nella propria vita. Il Sì avrebbe speranze se avesse almeno cinque-dieci punti di vantaggio nei sondaggi e questo non sembra essere.

Certo, io capisco benissimo il motivo per cui la Scozia è attraversata da questo fremito indipendentista: non ne possono più di quel cazzone di Cameron. Gli scozzesi sarebbero pure disposti a rimanere nel Regno Unito se a Downing Street ci fosse un leader laburista, ma questo squalificatissimo capo dello squalificatissimo partito dei conservatori è veramente un boccone troppo indigesto. Gli scozzesi, storicamente, hanno sempre sofferto molto da parte di quegli antenati e predecessori dei conservatori, penso per esempio ai vari signorotti locali che, tanto per fare un esempio, dalla sera alla mattina misero decine di migliaia di persone sulle navi per l’America per liberare spazio nelle terre da destinare all’allevamento degli ovini (le cosiddette Highlands Clearances, una delle cause per cui ancora oggi, a distanza di secoli, la Scozia è poco densamente abitata). Gli scozzesi sono piuttosto europeisti (in giro si vedono molte opere realizzate con il contributo dell’Unione Europea) mentre i tories sono troppo preoccupati di togliere qualcosa ai milioni che i loro amici della finanza guadagnano per poter pensare all’Unione Europea. Gli scozzesi sono furibondi per l’ultima trovata del governo dei tories, per cui se hai una casa un po’ più grande di quello che ti serve allora ti riduciamo i sussidi sociali (la cosiddetta bedroom tax). Gli scozzesi non sanno che farsene dei sommergibili nucleari (il programma Trident) ormeggiati nei loro porti, preferirebbero di gran lunga avere un proprio esercito tradizionale.

Allora, se i motivi sono tutti questi e anzi molti altri, perché non vince il Sì? Perché il problema che i separatisti non hanno saputo risolvere in modo convincente è quello della valuta della nuova Scozia indipendente. Nel Regno Unito sono tutti molto affezionati alla sterlina, per cui Salmond e i suoi non hanno osato dire nella campagna elettorale che la nuova Scozia dovrebbe avere una sua propria moneta, anzi hanno detto che negozieranno, nel caso, un accordo con il Regno Unito per conservare la moneta.

Il problema è che questa cosa, dal punto di vista economico, è una cazzata. Due nazioni adottano la stessa moneta solo se hanno o economie del tutto uguali oppure se hanno meccanismi sovranazionali di compensazione delle disparità. Non è un problema, per esempio, se la California e la Louisiana adottano entrambe il dollaro, perché il governo federale ha meccanismi ridistributivi (emette dei buoni del tesoro con cui finanzia anche programmi sociali che vanno certamente a maggior beneficio delle economie degli stati più poveri), mentre è un problema se Portogallo e Germania adottano la stessa moneta, perché non esiste un governo europeo che possa varare i cosiddetti eurobond.

Quindi, se la Scozia si separasse, l’utopia è mantenere la sterlina senza poter contare sugli attuali aiuti che, magari non troppo generosamente, il governo inglese manda. Alla Scozia non fa comodo avere una sterlina forte (loro vivono di esportazioni e di turismo, quindi una moneta debole sarebbe preferibile) ma mantenere la sterlina e rinunciare ai sussidi sarebbe scegliere il peggio di entrambi i mondi. Anche le entrate derivanti dal petrolio non è detto che sarebbero sufficienti a riequlibrare il sistema, quantomeno un periodo di shock iniziale molto forte sarebbe ragionevolemente prevedibile.

Anche una adesione all’Europa e all’Euro, lo sbocco naturale in caso di secessione, richiederebbe comunque alcuni anni e sarebbe difficile andare avanti nel limbo per così tanto tempo.

La moneta è quindi la motivazione razionale più forte per votare No. Va detto che, comunque, il Regno Unito sarà costretto ad una profonda revisione del proprio assetto statale, perché la scelta di rimanere nell’Unione sarebbe comunque presa di stretta misura: è possibile che nei prossimi anni il Regno Unito si dia una struttura federale, con ogni nazione che ha un proprio Parlamento (oggi ci sono già degli inglesi – intendo inglesi di Londra, del Sud e dei dintorni – che si domandano perché loro non hanno un proprio Parlamento e invece gli Scozzesi sì).

Ho finora parlato di motivazioni razionali: non è escluso che un passo falso di una delle due cordate non cambi radicalmente la prospettiva, anche perché su un referendum del genere pesano e contano nell’urna motivazioni che di razionale non hanno molto, però la mia idea è che vincerà il No. Se poi mi sono sbagliato, ci sarà di che divertirsi.

Pubblicato il 16 settembre 2014, in Fatti nostri con tag , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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