Seconda stella a destra

Ho cominciato a vedere Star Trek all’età di cinque anni, all’epoca in Italia era “Star Trek – Destinazione Cosmo”. Ne ho ormai quaranta e non mi sono ancora stufato, né della serie classica (che vedo conoscendone e riconoscendone tutti i limiti) né le nuove incarnazioni. Questo per dire che Star Trek ha costituito una parte integrale della mia formazione; è stato anzi, per tanti di noi, il nostro romanzo di formazione.

Non sono stato l’unico, forse in Italia siamo una minoranza poco compresa ma nelle nazioni normalmente civilizzate Star Trek è una pietra angolare della cultura pop. Tanto che il Presidente degli Stati Uniti d’America ha ricordato ieri la morte di Leonard Nimoy, il signor Spock di Star Trek e nessuno ha pensato che fosse un gesto di un ragazzino impubere: anzi, tanti di quelli che erano adolescenti all’epoca di Star Trek e che sono cresciuti con l’idea che l’umanità può avere un futuro migliore se non rinuncia all’arma dell’intelligenza, oggi occupano posizioni importanti in tante aziende e realtà in cui si fa il futuro, dalla NASA alle realtà della Silicon Valley a centri di ricerca, accademie e università nel mondo.

Spock, questa fu la grandezza di Nimoy, non era semplicemente un alieno razionale. Per via del suo essere per metà alieno e per metà vulcaniano, aveva le sue emozioni e le sue complessità che erano brillantemente rese da una recitazione misurata ma sofisticata, in cui il tutto dell’attore, la voce e il corpo, contribuiva a trasmettere un messaggio. Era l’alieno ma lo era per mettere meglio a nudo la nostra umanità e arrivarne all’essenza.

Prima di Nimoy e della sua interpretazione, gli alieni erano sempre macchiette prive di spessore, dopo sono diventati dei personaggi complessi e strutturati. Fuor di metafora, era l’idea del creatore di Star Trek, Gene Roddenberry, che la diversità e l’altro fossero una ricchezza da esplorare, coraggiosamente. Star Trek è stato il primo e, ancora oggi, uno dei pochi programmi a mostrare un bacio inter-razziale nella televisione americana e parliamo dell’anno 1966.

Oggi, alcuni degli attori che hanno dato vita a quell’equipaggio sono morti e nessuno dei superstiti è esattamente un giovincello. Ma quello che hanno saputo fare rimane nei nostri cuori e nelle nostre speranze più segrete, nelle nostre aspirazioni più grandi di un’umanità affrancata dalla paura e pronta a mettersi in viaggio verso l’ignoto, sapendo che il nostro destino non è esplorare le stelle ma esplorare innanzitutto noi stessi.

Se i filosofi medievali dicevano che l’esistenza dell’uomo è compresa tra l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo e nessuna delle due dimensioni ha limiti, Star Trek ci mostra come siano entrambe così afferenti alla nostra dimensione umana.

Addio, Leonard Nimoy. Ieri sera, all’arrivo della notizia, tanti di noi non hanno trattenuto le lacrime, perché eri una persona eccezionale.

 

 

 

 

Pubblicato il 28 febbraio 2015, in Fatti nostri, Ricordi con tag , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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