Voglio fare il professore

La situazione lavorativa a Napoli (parlo ora in termini generali, per fortuna la mia è leggermente migliorata) è disastrosa, in particolare per le nuove generazioni. Che, tuttavia, ci mettono anche del loro.

Se c’è una cosa che molti, troppi, veramente troppi giovani napoletani vogliono fare per trovare lavoro è: fare il professore. Tutti i vantaggi, a loro vedere, di un posto di lavoro stabile e sicuro, in cui hanno 18 ore di lezione a settimana (poi sì, aggiungiamo una manciata di ore per attività collaterali, comunque poco impegnative) e tanti, tanti, tanti mesi di ferie in cui potersi ritemprare dalla fatica.

Non ci sarebbe niente di male se questa voglia di fare il professore nascesse dal desiderio genuino di insegnare; sarebbe ottimo se fosse uno stimolo presente in persone che fossero portate per i rapporti interpersonali. Invece no, è sempre il contrario: più il tratto caratteriale è rigido, più ci si sente in credito con il mondo che non ha ancora compreso il genio e quindi non ha offerto il posto dovuto, più ci si innervosisce alla sola idea di dover cambiare non dico nazione o regione, ma anche solo città e più lo stimolo verso la cattedra è incontenibile.

Sono diventato, in questi anni di vita napoletana, un esperto di graduatorie della scuola, tirocini formativi, scuole di specializzazione, ricorsi e controricorsi. A me non potrebbe importare di meno, ma è difficile evitare del tutto il discorso, anzi ci sono amicizie e frequentazioni nate sul tema, che evidentemente si porta tantissimo.

Il risultato di questa corsa alla cattedra è che talenti ed energie che potrebbero essere dedicati a fare e a costruire qualcosa vengono invece impiegati nella lotta contro la PA, considerata una gran troia (come dicono a Versailles) finché non riconosce al giovane genio, addirittura laureato mica pizza e fichi, il posto dovuto, sempre troppo tardi, sempre non nella scuola migliore (che è quella sotto casa), sempre non negli orari migliori (che devono consentire di risolvere le lezioni in poche ore ben concentrate).

Posto che arriverà, se tutto va bene, dopo alcuni anni, spesso lustri se non decenni, di estenuanti tira e molla, di scontri e sotterfugi e tattiche dilatorie da ambo le parti, di gente che alle cinque di mattina si alza per andare da Napoli (dove non c’è particolare necessità di cattedre) a Roma (dove c’è richiesta) in modo tale che, se vengono chiamati alle nove di mattina per una supplenza, eccoli lì, già sul Frecciarossa pronti ad arrivare.

Ora, ognuno ha il diritto di perseguire il sogno, o l’assurdità, che vuole. Non voglio manco fare osservazioni di buon senso sul fatto che, se tutti fanno i professori, diventa difficile che ci siano lavoratori nel settore privato che, con le loro tasse, potranno pagare la scuola e gli stipendi dei citati professori. Queste sono osservazioni che non devono impattare più di tanto sulla singola persona che può fare come crede.

Forse, invece, si potrebbe fare una riflessione sulla pessima educazione che i giovani napoletani ricevono a casa, visto che è così frequente il desiderio di trovarsi un lavoretto che non gli richieda più di tanta fatica, piuttosto che invece di fare lo sforzo umano e personale di costruirsi una carriera; qualcuno deve avergli insegnato ad essere rinunciatari.

Solo che mi domando, ma che razza di professori saranno mai questi? Saranno stanchi, incazzati, esausti e senza nessun particolare contributo da poter dare. Ma l’idea di scegliere chi deve diventare professore anche facendo un’indagine psicologica sul candidato, anche formandolo perché sappia gestire una classe di ragazzini, con tutti i problemi e le difficoltà che comporta, non viene proprio a nessuno? Sul serio immaginiamo che le giovani generazioni siano formate da persone senza midollo e frustrate?

Pubblicato il 2 marzo 2015, in Fatti nostri con tag , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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