Sul referendum sulle trivelle io mi asterrò

Ho deciso di astenermi sul referendum sulle trivelle, per una lunga serie di ragioni.

Intanto, per il merito del quesito. Questo referendum non riguarda la possibilità di estrarre o meno petrolio e gas metano dal mare o da terra. Ma solo il fatto che le concessioni marine nell’ambito delle acque territoriali italiane non siano rinnovate in automatico.

Prima dell’entrata in vigore della legge sul rinnovo automatico, la norma prevedeva una prima concessione di trent’anni, quindi un rinnovo per dieci anni, quindi per cinque e poi per ulteriori cinque anni, quindi nei fatti una durata cinquantennale. Nessuno si è mai lamentato della lunghezza di questa durata, anche perché per trovare petrolio e gas metano ci vogliono degli investimenti che si ripagano solo su lungo termine. Se al referendum vincessero i sì, si dovrebbe comunque stabilire una durata di prima concessione che difficilmente potrebbe essere inferiore ai trent’anni. Questo fa sì che sarebbero possibili sempre nuove prospezioni e nuovi pozzi di estrazione, solo che dopo la prima durata ci sarebbe il rinnovo. Mi viene da pensare, a pensare male, che i proponenti del referendum rimpiangevano i tempi in cui c’erano tante concessioni da fare e da rinnovare, perché ogni procedimento amministrativo in Italia, si sa, può essere utilmente oliato per agevolarlo.

Mi asterrò anche perché questo referendum non ha quindi un effettivo impatto sulla nostra vita quotidiana, visto che concessioni date nei primi anni duemila dureranno quindi, presumibilmente, fino al 2030 circa e non credo esista al mondo un referendum che disciplini cosa possa succedere tra quindici anni. Lasciamo perdere che un referendum è un indirizzo politico, si tratta di una scemenza detta da ignoranti della politica a cui non dedicare altro tempo.

I proponenti di questo referendum, per la prima volta, sono delle Regioni. Regioni che hanno spesso speso malissimo i proventi dall’estrazione del petrolio, alimentando clientele e favoritismi, che sono considerate il peggio della classe politica nazionale, ma che diventano improvvisamente degli alfieri dell’ambientalismo alla vaccinara di casa nostra.

Mi dà un fastidio fisico sentire gente come Travaglio che loda la battaglia democratica delle Regioni. Quelle stesse Regioni che, nella nuova Costituzione, eleggono i loro rappresentanti al Senato delle Autonomie e che, quindi e necessariamente, eleggeranno – sempre secondo Travaglio – i peggiori malfattori. Del resto si sa, tutto è buono per sparare su Renzi: se oggi si usa il referendum sulle trivelle e questo richiede di lodare le Regioni e domani si userà il referendum costituzionale e questo richiederà di lordare le Regioni, nessun problema: la coerenza non è una dote di Travaglio, che è sempre bravo invece a fare il professorino a ricordare i cambi di opinione dei politici. Le sue invece, sono granitiche, si sa anche questo.

Mi asterrò anche perché questo poco petrolio che viene estratto ci serve per ridurre la nostra dipendenza energetica dall’estero e perché estraiamo molto più metano che petrolio dal mare. So che è facile, per gli ambientalisti pecorecci che abbiamo, dire che il petrolio è brutto e sporco e puzzolente, forse è meno semplice dire lo stesso sul metano e quindi ecco la manipolazione fatta, far passare il messaggio che si tratti di un referendum sul petrolio che inquina i nostri mari (mari che sono molto più inquinati dalla mancanza di depuratori che le Regioni dovrebbero costruire; ma, si sa, le Regioni sono prese dal referendum per potersi occupare della pulizia del mare).

Mi asterrò perché questo referendum è un referendum usato non nel merito della questione ma per regolare dei conti politici: hanno iniziato le Regioni perché con la riforma della Costituzione hanno perso molti poteri (ed era ora) e quindi cercano una vendetta; si sono aggiunti i nemici di Renzi che cercano la spallata e allora ecco la compagnia di giro, da Forza Italia (quella del nucleare) ai Verdi, da Travaglio (che dice che le Regioni sono piene di politici che rubano) alle Regioni, dalla sinistra – che si definisce quella vera e quella seria – che si lamenta del fatto che la Chiesa sia così ingerente nelle vicende politiche italiane alla Chiesa che ha dato indicazioni di voto molto forti. Una cosa che dovrebbe far ridere e invece no, tutto è giusto e tutto è perdonato pure di fare l’ammucchiata.

Il dramma del dibattito pubblico italiano è questo: non si entra mai nel merito del quesito, ma diventa sempre un modo per regolare altri tipi di rapporti. A questo gioco io non ci sto e preferisco entrare nel merito del quesito. Il merito è un merito deficiente ed io, allora, mi astengo.

 

 

 

 

Pubblicato il 15 aprile 2016, in Fatti nostri con tag , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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