Voterei Raggi

Il condizionale nel titolo non è solo perché a Roma non voto, ma anche perché, se votassi, il mio voto a Virginia Raggi sarebbe sofferto e poco convinto.

Penso che Roberto Giachetti sia, in termini personali, una persona ben più capace di Virgina Raggi nella gestione del potere politico e nell’amministrazione, essendo un politico di lungo corso ed avendo mosso i primi passi nell’ottima scuola dei Radicali. Anche la sua esperienza come capo di gabinetto della prima sindacatura di Rutelli è una esperienza positiva.

Però, non posso dimenticare o togliere dall’equazione il PD, quando penso a Giachetti. Il PD ha Roma non ha fatto niente di significativo per rinnovarsi, a cominciare dalla scelta di mettere una nullità politica come Matteo Orfini commissario del partito, una operazione gattopardesca.

Il PD è sempre il partito che ha organizzato, su mandato del suo segretario, il killeraggio politico della giunta Marino: se il sindaco non era quel genio che pensava di essere – e non lo era -, il PD avrebbe dovuto pretendere ed ottenere degli assessori di peso e di capacità, invece ha fatto la riunione dal notaio per liberarsene. E quasi tutti i consiglieri che sono andati a firmare le dimissioni dal notaio sono oggi ricandidati (presumo che i pochi assenti verranno premiati in seguito con qualche bella municipalizzata).

Non c’è un elemento che renda uno dei due candidati migliore dell’altro in modo netto: ognuno dei due ha cose buone nel programma e nelle idee e cose molto meno buone; ognuno dei due si è organizzato con una squadra di assessori stellari che, ovviamente, dureranno tra lo spazio di una campagna elettorale e il primo scontro politico in cui verranno rimossi, come prevedono del resto i poteri del sindaco; entrambi saranno eterodiretti, in un caso da una società privata e nell’altro da un segretario di partito.

Quello che mi farebbe votare la Raggi è il fatto che deve essere detto, in modo chiaro e forte, che non è nella disponibilità di un partito fare fuori il proprio sindaco, solo perché non piace e non va bene. Il voto dei cittadini si rispetta, sempre, e se un sindaco ha raggiunto una condizione di crisi politica questa si sancisce in consiglio comunale e non dal notaio.

Infine, cosa a cui invece tengo molto, in questo mio ipotetico voto non darei alcuno spazio, ma proprio nessuno, alle conseguenze politiche nazionali. L’Italia è in una campagna elettorale permanente e il fatto che, ogni volta che si voti, si voti sempre per qualcos’altro è il male della politica italiana, da cui dobbiamo guarire il prima possibile.

Pubblicato il 13 giugno 2016, in Fatti nostri con tag , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 2 commenti.

  1. Premesso che ho digitato l’url della tuo blog fiducioso di trovare questo tuo commento (in un mondo monopolizzato da Facebook sembra quasi strano andare a leggere qualcosa che non sia già ripubblicato o condiviso sui social), leggendoti mi sono fatto una domanda. In quanto un partito, oggi, è diverso da una società privata? Nella sostanza, ovviamente, non nella forma.

    • E’ diverso nel senso, ovviamente, che non ha vincoli economici, che non ha una struttura produttiva, che non c’è una gerarchia particolarmente organizzata; se poi intendi chiedermi se sia un bene o un male, penso che sia un terribile male, perché del privato non ha preso una certa selezione della classe dirigente. Una volta, per diventare un esponente nazionale di un grande partito, passavi una selezione terribile, durissima e che durava decenni, per cui alla fine venivano fuori persone che erano dei giganti. Oggi non è così e questo comporta una politica ostaggio dei poteri forti, della burocrazia, dei media. La soluzione a questo non può passare per una privatizzazione statuariamente sancita come fanno i M5S, che anzi sono sostanzialmente un partito proprietà personale, essendo passati dal padre al figlio senza nessun clamore. Però, manco la pseudo-moralizzazione fatta da Orfini è accettabile… non invidio proprio gli elettori romani.

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