Nella città di M.

Ogni tanto torno al paese natale. Oggi ci sono tornato per il funerale di mio zio. Uno zio che non vedevo da forse più di venti anni, da quando la moglie, personaggio terribile e sadico, ha deciso di separarlo dal ramo della famiglia in cui c’erano i suoi fratelli. Mio zio me lo ricordo come un uomo semplice, per certi versi abbozzato e non compiutamente adulto, ma sopratutto me lo ricordo come un lavoratore instancabile, veramente uno stakanovista d’altri tempi, tratto (e forse dote) che condivideva con il fratello.

Me lo ricordo come un uomo che avrebbe voluto tanto un figlio maschio che non potè avere, per tanti motivi legati anche al suo essere in un matrimonio poco felice in cui era soggiogato dalla moglie, una persona che ha tanto la mia disistima che ho preferito venire oggi al funerale, facendomi qualche ora di macchina, piuttosto che chiamarla al telefono per esprimerle delle condoglianze che sento più mie che sue.

Ma non scrivo solo per ricordarne la figura (dovrei raccontare come nella mia casa a Napoli ci sia una cosa che mi dette lui, tanti anni fa, un santino della Madonna del Pozzo, che ho conservato con affetto e amore), vorrei invece, oggi più che mai, celebrare la vita.

Ogni volta, ogni volta di più che torno nella città di M., vedo un pezzo della mia infanzia sparire. Cambia la città, chiudono tanti negozi che conoscevo, le famiglie storiche e il senso di comunità spariscono, cambiano i sensi unici delle strade e, non ultimo, le persone intorno a me vengono a mancare.

Della città di M., oggi rimangono solo ricordi, che proiettano le loro ombre sulla città di oggi, un posto che ormai a me è sconosciuto. Ne capisco il dialetto, ma non so null’altro della attualità e i legami che ho sono quelli che nascono dalla mia famiglia di origine. Non sono uno che, d’estate, sente il bisogno di venire a passarci qualche giorno, né mi immagino anziano a tornare qui, la mia vita e i miei affetti oggi sono da tutt’altra parte.

E non scrivo per parlare di queste ombre, ma per celebrare la vita. La vita! Quel processo meraviglioso e bello che sostituisce a dei ricordi destinati a sbiadire il nostro essere, il nostro agire, il nostro fare.

Non è verso il passato che dobbiamo volgere lo sguardo, perché il passato è fatto solo di morte e di fantasmi che possono solo stordirci e tenerci avvinghiati. E’ al futuro, non inteso come un tempo indefinito e di là da venire, ma come quello che facciamo ogni giorno per costruircelo, per vivere negli affetti e nei cuori delle persone di cui ci vogliamo circondare, nelle scelte di vita, nel lavoro che facciamo, in quello che impariamo e in quello che possiamo insegnare, è a questo che dobbiamo destinare le nostre energie.

Guardiamo al passato perché ci ha reso quello che siamo, e dobbiamo esserne grati; ma la nostra gratitudine deve essere orientata a costruire un nuovo futuro che, un giorno, sarà il passato a cui altri vedranno per costruire la loro vita.

Pubblicato il 23 luglio 2016 su Fatti miei. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 1 Commento.

  1. Come scriveva Seneca, “bisogna eliminare due cose: il timore di un male futuro e il ricordo di un male passato; questo non ci riguarda più, quello non ci riguarda ancora”. Buona vita :)

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