Archivio dell'autore: Paolo

Il favoloso mondo di Alitalie

E’ un mondo bellissimo, quello di Alitalia-Alitalie. Un mondo dove i lavoratori sanno che il loro stipendio è dovuto, i soldi cadono dal cielo e, proprio quando la cassa finisce, si può ricorrere alla politica (anzi, per dirlo come Giorgia Meloni, un leader politico che tra breve comincerà a difendere questi poveri lavoratori, ” ‘a ppolitiga’).

Tanto, finora ad Alitalia abbiamo versato oltre 7 miliardi di euro, pari a circa 200 milioni l’anno negli ultimi trent’anni. Questo come collettività. Poi, come possessori di un biglietto aereo, anche emesso da un’altra compagnia aerea che volava in Italia, abbiamo aggiunto un paio d’euro su ogni biglietto.

Abbiamo così dato a questa società un sacco di benefit, per esempio chi è uscito nel 2008, all’epoca dei capitani coraggiosi di Berlusconi, si è preso 7 (sette) anni di cassa integrazione, giusto per vedere cosa fare nella vita. Tanto pagavo io.

Ora continuano, pretendendo altri soldi (“ne hanno trovati venti per le banche, non ne possono trovare cinque per noi?”, “nazionalizzazione”) e così via.

Purtroppo l’anno prossimo si vota, quindi dubito che il governo ce la faccia ad imporsi. Ma dovrebbe. Si proceda ora con le procedure per l’amministrazione straordinaria, ovvero o si trova un compratore oppure si vende l’azienda a pezzi e si salva chi può.

Proprio basta con questa gente che esige solo di salvare se stessa, prescindendo da tutto e convinta di avere solo delle ragioni. E’ vero che il management degli ultimi tre anni è stato penoso come pochi altri, ma è anche vero che alcune scelte (come privilegiare il corto raggio) sono state fatte per far sì che piloti ed hostess potessero, la sera, tornare a casa e non rimanere fuori Europa. Ecco, allora, visto che giustamente volete stare a casa con le vostre famiglie, trattenetevi pure più a lungo, Alitalia non serve a niente, è una compagnia intrinsecamente inutile come sa chi ha avuto la ventura di volarci negli ultimi tempi.

Un golpe contro Matteo Renzi

In sostanza, in Italia negli ultimi mesi è stato tentato un colpo di Stato, orientato allo scopo di far fuori
Matteo Renzi, già indebolito dalla sconfitta del referendum (http://www.repubblica.it/cronaca/2017/04/10/news/consip_capitano_carabinieri_tiziano_renzi-162660535/?ref=search)

Questo è avvenuto inventando, di sana pianta, un coinvolgimento del padre di Renzi nella vicenda Consip.

Intanto, è stata attribuita all’indagato (e in carcere) Alfredo Romeo una frase “ho conosciuto Renzi”, che
invece ha pronunciato Italo Bocchino. Una frase che, come veniva riportato nella informativa (falsa) ad opera del NOE dei Carabinieri, avrebbe invece incastrato Renzi (padre).

Poi, sempre gli stessi, hanno scritto che quando hanno indagato tra i rifiuti dell’ufficio di Romeo, per
cercare documenti compromettenti, si sono sentiti pedinati da parte dei Servizi Segreti. Invece, non solo non
erano i Servizi Segreti, che rispondono al Presidente del Consiglio (quindi, dire che i Servizi pedinassero i
Carabinieri era un modo per dire che Matteo Renzi li minacciava) ma si trattava di un privato, privatissimo
cittadino che abita lì in zona e che quando ha visto due smanazzare nella monnezza si è incuriosito.

Quindi, abbiamo dei Carabinieri che sono il mezzo di un complotto antidemocratico, teso ad accusare Renzi di alcuni gravi fatti, allo scopo di bloccarne la carriera politica.

E chi c’era dietro questo complotto? Su quali appoggi hanno goduto? Chi gli ha dato l’ordine di attentare, giova ripeterlo, alla vita democratica dello Stato?

Possibile che la procura di Napoli, guidata da magistrati di capacità immensa, infinita, degli autentici geni
del diritto (tipo Woodcock) non si sia accorta di nulla e solo quando le carte sono passate a Roma un giudice
evidentemente un po’ più capace ha fatto le verifiche dovute? Il CSM non ha delle curiosità da togliersi? Il
Parlamento cosa aspetta a riunirsi per chiedere una commissione d’indagine? Il Presidente della Repubblica
trova normale che i Carabinieri producano dei dossier falsi contro un esponente politico?

E gente come Marco Travaglio, che strillava sul perché le indagini fossero state tolte ai NOE, ora ha qualche scusa da fare?

Luigi de Magistris, una disgrazia perenne

Quando prendevo la metro ogni giorno, qui a Napoli, tendenzialmente la trovavo rotta ogni 1-2 settimane. Ora che la prendo una volta ogni tanto, la trovo rotta (o in grave ritardo) sempre ogni 15-20 volte.

Di tutto questo, a Giggino de Magistris, poco importa. Poco importa anche che la pagina Facebook dell’azienda dei trasporti pubblici, invece di fornire informazioni, sia in mano ad un analfabeta, come dimostra questo screenshot del loro profilo Facebook.

Giggino è bravo a dire che Napoli è una città che vive di turismo, che il turismo è importante e tante altre amenità. Adatte a soddisfare lo sbagliato senso di orgoglio di una città ferita e martoriata che non trova con questo sindaco la capacità di rialzarsi.

Perchè De Magistris è il problema, non la soluzione. Come sindaco, dopo sei anni di presenza, continua a non avere una idea di città, una idea di cultura (il teatro Mercadante è stato sequestrato per mancato adeguamento alle norme antincendio, il Maggio dei Monumenti è l’ombra di quello che era, il Napoli Teatro Festival annaspa), una idea di trasporti (la metro appunto si rompe spesso, i lavori per le nuove stazioni – progettate ben prima che l’Augusto arrivasse al potere – procedono lentissimamente, la stazione di Montecalvario è stata aperta una settimana, l’ANM è sull’orlo del fallimento).

Giggino rivendica i risultati nel settore del turismo. Farebbe bene, se fosse merito suo. Ma l’unica cosa che ha saputo fare è stata quella di rendere il centro storico una piccola boutique, abbastanza pulita, cosa che rende contenti i turisti che accorrono anche perché altre mete di richiamo (Londra, Parigi) hanno subìto pesanti attentati.

Ma fuori dal centro storico, abbiamo la criminalità che imperversa. Abbiamo le strade sporche (l’ASIA, la municipalizzata dei rifiuti, essendo a rischio fallimento fa solo l’indispensabile). Abbiamo una emergenza rifiuti che non è stata per niente risolta (se non ci sono cumuli per strada è solo perché i rifiuti vengono raccolti e conferiti in altre regioni italiane, con costi altissimi e multe dell’Unione Europea: il sistema di compostaggio cittadino è ancora una chimera, la differenziata è al 22%, quando arrivò il Sommo era al 17%: siamo cresciuti di un punto percentuale l’anno, praticamente un errore statistico).

Poi, a dirla tutta, la Domenica mattina in piazza Garibaldi ci sono gli zingari che mettono in vendita quello che, nella settimana, hanno recuperato dai cassonetti. Lo chiamano “il mercatino della monnezza”. E’ un bel biglietto da visita per i turisti.

Su tutto questo, Giggino regna felice. Si butta sull’estremismo ideologico, perché la capacità della buona amministrazione non è cosa sua. Solletica gli istinti revanscisti di larga fetta della società, perché il suo scopo è quello di trovarsi uno scranno all’Europarlamento, quindi fare il Masaniello è la strategia migliore che può avere.

Invece di parlare con le forze vive e vere della società napoletana, che pure ci sono, solletica gli antagonisti, i comitati spontanei, i centri sociali. In sintesi, la plebe. Giggino non parla con la borghesia, la vera forza che andrebbe fatta crescere a Napoli e cede alle lusinghe del popolino, a cui il suo tono di comiziante si presta benissimo.

Dietro di lui, i suoi inconsapevoli aedi. Che, quando gli mostri con dati alla mano la situazione della città, ti dicono “Abbiamo avuto sindaci peggiori”, “Rivuoi la Jervolino?” e così via. Non capendo che, pensare che Giggino sia la cosa migliore per Napoli significa condannare questa città ad essere sempre una città mediocre.

Napoli avrebbe bisogno di un grande sindaco. Come quello di Barcellona che nei primi anni ’90 prese l’occasione dell’Expo per cambiare la città. Come ha fatto Pisapia a Milano sempre con l’Expo (Giggino invece, in quanto a manifestazioni, annaspa con le Universiadi e ha pure lo stadio d’atletica chiuso, giusto per evitare di farne una giusta).

Solo avendo un grande sindaco, coraggioso e intellettualmente onesto e capace, Napoli potrebbe liberarsi di questo senso di inferiorità. Invece, abbiamo un sindaco che su quel senso di inferiorità ha costruito la sua base elettorale.

Sindaco mediocre, mediocre magistrato in passato, jattura per il presente. Speriamo che, come dice Roberto Saviano, siano i suoi stessi accoliti a farlo fuori e a sostituirlo con un meno imbarazzante.

La legge del più forte per i tassisti

Da alcuni giorni, i tassisti sono in uno sciopero selvaggio, perché reclamano che il governo vari subito delle norme che limitino la possibilità per Uber (e servizi similari) di operare.

Uber è forse l’esempio meno buono della cosiddetta sharing economy, perché l’idea che ognuno possa mettersi a fare l’autista è una idea malsana: è necessario che gli autisti siano scelti passando un apposito esame, siano sottoposti a controlli medici e diano garanzie di affidabilità. Nessuno può apprezzare l’idea di stare in macchina con un pazzo alla guida, magari un po’ alticcio o con la tendenza ad infilare le mani dentro le gonne delle clienti o rubare soldi.

Ma, va pure detto, dubito esista una categoria meno difendibile dei tassisti. Ho riso, ma proprio riso, quando ho sentito un loro rappresentante dire che se uno ha un problema con un tassista può sempre rivolgersi all’apposito ufficio del Comune. Tutti sappiamo che i Comuni non fanno niente, mai niente, ma niente niente, contro i tassisti: se il problema è serio, rivolgiti ai Carabinieri, non certo al Comune, perché i sindaci hanno bisogno anche dei voti dei tassisti per vincere le elezioni.

Anni fa, i tassisti romani misero in giro la voce che la moglie dell’allora sindaco Rutelli, Barbara Palombelli, aveva degli interessi privati nella cooperativa che gestiva le soste nelle aree blu. Non era vero, ma è stato molto utile a delegittimare Rutelli e la bufala prosegue ancora oggi.

Tornando ai tassisti, non mi fanno invece ridere quando li incrocio in macchina, perché (sopratutto a Roma) hanno uno stile di guida spericolato e pericolosissimo: quando li vedo, preferisco spostarmi, perché so che loro ti puntano dritto, tanto alla fine ti sposti te.

Non mi fanno nemmeno ridere quando prendo il taxi per l’aeroporto: a Napoli è sostanzialmente obbligatorio accettare di pagare una tariffa fissa, decisa dal Comune, per andare e tornare a Capodichino. La tariffa è estremamente conveniente per i tassisti e se invece chiedi il tassametro, sappi che poi ti chiederanno di pagare il pedaggio per la tangenziale, i bagagli e qualcos’altro, senza considerare che proveranno ad allungare per aumentare il margine. Paga e stai zitto.

Infine, mi fa proprio incazzare che i tassisti non paghino tasse, siano del tutto esenti. Le ricevute che ti rilasciano sono dei pezzetti di carta senza valore legale, tanto che in media dichiarano 1000 euro al mese di redditi, una cifra che sappiamo tutti potranno fare in due o tre giorni di lavoro.

C’è poco che i tassisti oggi si lamentino di quanto lo Stato sia debole: hanno contribuito pure loro, evitando accuratamente di pagare tasse per anni ed anni, ingannando noi clienti in ogni occasione possibile, facendo i prepotenti con gli automobilisti sempre contando su una protezione politica.

A brigante, brigante e mezzo. Uber non è una corporation che ha a cura la responsabilità sociale, però ci potevate pensare prima.

Ora vedete che effetto fa la legge del più forte, stronzi.

Possibili soluzioni

Comunque, le possibilità sono (dalla meno drammatica alla più drammatica):

1) Cambia linea politica;
2) Perde le elezioni di metà mandato;
3) Impeachment;
4) Omicidio.

Quale si verifichi e in che tempi, bisogna chiedere a CIA e Partito Repubblicano.

Trump, pronto alla guerra

Ho sentito il discorso inaugurale di Trump, e ne ho paura.

E’ un discorso strutturalmente autoritario, vendicativo e nazionalista. Ha detto che lui di accordi commerciali, trattati, alleanze se ne strafrega, perché Dio è con lui e lui quindi può cancellare qualsiasi altra linea di politica estera purché faccia quello che lui sa che deve essere fatto.

Lui si rivolge al popolo americano, sapendo che il resto del mondo ascolta. E può solo ammirare lo splendore dell’America, perché lui, chiaramente di buon core, non li costringe nemmeno ad adeguarsi.

E’ il discorso di chi si prepara ad una guerra.

La bella notizia della condanna di Formigoni

Per antica consuetudine, questo blog festeggia sempre quando un omofobo viene condannato, qualunque sia il motivo.

Per questo, la notizia che Roberto Formigoni si è preso sei anni e mezzo per quello che s’è rubato nella sanità lombarda non può che riempirci di piacere. Certo, è ancora una condanna in primo grado, però è comunque una bella notizia.

E’ una bella notizia perché gli omofobi sono tali non per qualche non risolto problema con una loro eventuale passione irrisolta per la pannocchia (che, alla fine, sarebbero fatti loro e casomai del loro psicoanalista) ma perché sono tali allo scopo di distogliere. Pur di poter continuare a rubare, sono bravi a causare polveroni su vicende di cui non avrebbero titolo ad occuparsi (perché i diritti degli omosessuali non sono merce di scambio politico, bensì diritti imprescrittibili), giusto per sobillare gli animi e, mentre la discussione si fa accesa, poter arraffare.

Grazie ai giudici di Milano per questo bellissimo regalo di Natale, grazie ai PM che si sono abbracciati fuori dall’aula, consapevoli di aver colpito il simbolo fisico del potere lombardo di Comunione e Liberazione.

(che poi, tra Previti, Dell’Utri, Formigoni, Papa, Cosentino, non è che dello stato maggiore di Forza Italia ci sia rimasto molto)

Perché voterò Sì

Forse, più che dire perché voterò Sì, farei prima a dire tutti i motivi per cui non voterei Sì e per cui non voterò No.

Gli atteggiamenti e le posizioni dei due fronti sono stati, a dir poco, spiacevoli. Volgarità ed approssimazioni hanno infettato l’intera campagna referendaria che, poi, è diventata sopratutto un regolamento di conti nella sinistra. C’è tutta una parte di PD (D’Alema, Bersani) che è pronta a tutto pur di far cadere Renzi, tanto più a votare contro una riforma che, nella sua totalità, non porta a compimento niente altro che quello che la sinistra ha sempre detto di fare da alcuni decenni. Anzi, quando D’Alema era presidente della Bicamerale, la riforma da questi elaborata era assai più impattante.

Provo ora a riportare alcuni degli elementi per cui voterò sì. Quanto dico si basa sul testo riportato dal Servizio Studi della Camera dei Deputati che, anche in un modo graficamente gradevole, mostra le differenze tra Costituzione corrente e proposta di riforma (link: http://documenti.camera.it/leg17/dossier/pdf/ac0500n.pdf)

Questa riforma, primo punto, non è una riforma che comporta pericoli autoritari. Il fronte del No ha sostenuto un po’ questa posizione, fino a circa l’estate, poi l’ha smessa perché risibile. Ci sono molti meccanismi nella nuova Costituzione che tutelano la democrazia.

Intanto il più importante: il Senato delle Autonomie. Poiché eletto da una pluralità di Consigli Regionali (con modalità, va detto, ancora da chiarire) sarà un efficace contrappeso alla Camera, che è invece espressione di una maggioranza politica. La nuova Costituzione prevede che molte leggi importanti e di garanzia (la legge elettorale, i trattati europei, le riforme costituzionali) siano comunque votate da entrambe le Camere.

Oltre a questo, la nuova Costituzione prevede: a) il concetto di “Statuto delle opposizioni”, una importante novità per l’Italia che appunto tutela le opposizioni; b) L’obbligo (mentre oggi era solo una possibilità) per la Camera di discutere leggi di iniziativa popolare (istituto che, proprio per come è previsto nell’attuale Costituzione, ha perso di valore); c) La riduzione del quorum per i referendum, se questi sono presentati da 800mila cittadini. Su questo punto basta dire che, se la nuova Costituzione fosse stata in vigore, molti referendum che sono falliti per mancanza di quorum avrebbero avuto successo, quindi si toglie alla maggioranza politica di quel momento la possibilità di invitare all’astensione per far fallire il referendum; d) il fatto che la pubblica amministrazione sia tenuta alla “trasparenza” (concetto oggi assente).

Detto quindi che la Costituzione non ci porterà a nessuna dittatura, ci saranno dei miglioramenti in numerosi aspetti del processo legislativo. Questo è forse il punto più importante, poco evidenziato nel dibattito. Oggi (dati super partes di Openpolis) per arrivare ad una legge partendo da una proposta di un parlamentare ci vogliono 505 giorni. Questo significa che, adesso, nessun parlamentare presenta proposte di legge per farle diventare leggi, perché i tempi sono tali che, anche se si andasse a votare nel 2018, non si farebbe in tempo a votarle. La maggior parte delle leggi di iniziativa parlamentare viene votata da una sola assemblea e giace, a vita, nell’altra.

Sopratutto, oggi il Parlamento è ridotto ad un emettitore di voti di fiducia sulle proposte del Governo. Lo schema è questo: il Governo avanza una proposta di legge (o una conversione di un decreto legge), gli emendamenti e i tempi della discussione sono tali che, un po’ per convenienza e un po’ per necessità, è poi costretto a mettere la fiducia, a quel punto il Parlamento vota sì o vota no, senza dibattito e senza possibilità di fare delle modifiche.

Questo è un punto critico: se continuiamo con un sistema legislativo in cui il Parlamento vota solo sì o no sulle proposte del governo, un brutto giorno arriverà qualcuno che proporrà non l’abolizione del Senato, ma l’abolizione del Senato e della Camera. Già qualche anno fa Berlusconi disse che, visto l’andazzo, il Parlamento poteva essere fatto di sole cinque persone, tanto tutti i parlamentari votano secondo le indicazioni del gruppo. Berlusconi è, non casualmente, contrario alla riforma.

La forma di Stato migliora notevolmente perché alle Regioni vengono, finalmente, tolti dei poteri che hanno male esercitato. A cominciare dalla Sanità. Oltre a questo, i consiglieri regionali subiscono un forte taglio delle loro indennità e la perdita dei rimborsi.

Una delle obiezioni mosse dai contrari è che è pessimo che i consiglieri Regionali possano diventare dei Senatori, visto che sono la classe politica più corrotta. Ma, va osservato, sono corrotti perché prendono degli stipendi altissimi e hanno dei rimborsi praticamente arbitrari. Forse, dico forse, riducendo le indennità e abolendo i rimborsi si eviterà la corsa dei ladri a diventare consiglieri regionali. Inoltre, piccola grande contraddizione dei sostenitori del No, se le Regioni sono piene di ladri allora è meglio togliere alle Regioni un bel po’ di poteri, piuttosto che rimanere con una Costituzione in cui sono fin troppo autonome. Così magari eviteremo di avere venti diversi sistemi sanitari ma un solo sistema sanitario nazionale (una grande battaglia di sinistra, che a D’Alema ovviamente non interessa), oppure venti sistemi di istruzione professionale (in cui ci sono mangiatoie immense) e sopratutto venti diverse politiche del turismo e della sua promozione.

La Regione Campania, così come molte altre, ha un bell’ufficetto per la promozione del turismo a New York (e da tante altre parti). Ora, quanti abitanti di New York vengono in Campania o in Italia grazie al lavoro di questo ufficio che, siamo sicuri, è pieno di persone capaci? Oppure andranno in Francia, che ha un bell’ufficione gestito a livello nazionale? Con concorsi nazionali per scegliere chi ci va?

Sempre sul tema degli enti locali: la nuova Costituzione stabilisce, finalmente, il concetto di costo standard, per cui una matita (o, sempre per la sanità, un macchinario molto costoso o un ricambio) non può avere un costo diverso tra regione e regione.

Allora, è una riforma perfetta? No, ne apprezzo l’idea di fondo (il Presidente del Consiglio ottiene un po’ di maggiori poteri non per il ruolo che ha come istituzione, ma come capo politico della maggioranza parlamentare: questa nuova Costituzione va verso un sistema fortemente parlamentare, non semi-presidenziale ed è sgradevole vedere tanta gente di sinistra parlarne a vanvera) ma alcuni passaggi andavano migliorati. Per esempio, proprio il Presidente del Consiglio dovrebbe avere il potere di nomina (e sopratutto di revoca) dei ministri, mentre oggi (e anche domani) questi potranno operare con una eccessiva autonomia. Oppure, il meccanismo di scelta dei Senatori tra gli eletti al Consiglio Regionale è fumoso e si presta a forzature.

Ciò detto, se passa il Sì passa il principio che la Costituzione si può cambiare e, giocoforza, le parti politiche saranno costrette a migliorarla, semplificando e riducendo qualche asperità del testo attuale. Magari ci vorrà tempo, magari ci sarà un po’ di instabilità, però si potrà arrivare ad un testo migliorato. Esattamente come, in Francia, dopo la Quarta Repubblica, instabile e provvisoria, venne la Quinta, quella in cui, per capirci e lo dico tecnicamente, c’è un regime di colpo di Stato permanente, perché il Presidente della Repubblica scioglie le Camere quando gli pare e piace (la definizione di colpo di Stato permanente la usò il giovane Mitterand; quello che, alcuni decenni dopo, sarebbe diventato un apprezzato Presidente). Però la Quinta Repubblica francese ha funzionato, eccome se ha funzionato.

Se invece passa il No, continueremo con questo sistema farraginoso, figlio del fatto che la Costituzione del ’48 è stata voluta da due blocchi che non si fidavano l’uno dell’altro. Rimarremo con i consiglieri regionali che, per soli 15mila euro al mese, sfasciano la sanità pubblica, mandano in vacca il turismo e se ne fregano di qualsiasi attività utile per il Paese. Avremo il Parlamento che opera solo dando la fiducia al Governo e sulle leggi del Governo. Ci terremo il preziosissimo CNEL che, ad oggi, non ha mai fatto nulla ma continua a costare i suoi milioncini l’anno. I referendum andranno sempre più deserti. Le leggi di iniziativa popolare saranno un fenomeno di costume.

E questo non è pessimismo, è esattamente quello che succede oggi, con questa Costituzione. Che ora, dopo 70 anni dalla dittatura, va cambiata.

Perché oggi i dittatori non sono quelli che siedono nelle aule parlamentari, ma quelli che spostano miliardi in Borsa con un clic del mouse, ricattando governi e nazioni. Come disse, venti anni fa circa, un certo Massimo D’Alema.

Fortuna che c’è Michael Moore

E’ virale sui social network la lettera di Michael Moore, quello sì un intellettuale impegnato, signora mia quanto è intelligente, su cosa fare ora che ha vinto Trump. Eh meno male che c’è questa gente qui, così fine, così elegante, anche, va detto, proprio nell’aspetto fisico.

Peccato i social network abbiano scarsa memoria, altrimenti si ricorderebbero di una analoga lettera (sempre impegnata, sempre intelligente) in cui Moore diceva, da fonti certissime, sicurissime e vicinissime a Trump, che Trump non voleva assolutamente vincere.

Se questi sono gli intellettuali, io sto con il saldatore del Michigan che ha perso il lavoro e vota Trump. Almeno, il saldatore è intellettualmente onesto.

Contro tutti i fascisti, nuovi e vecchi, compresi quelli dell’ANPI

Nella serie TV Marvel’s Agents of S.h.i.e.l.d. i buoni, lo S.h.i.e.l.d., vengono infiltrati dai cattivi, l’Hydra, cosa che quasi li distrugge e ne mette in dubbio la affidabilità. E’ quello che succede con l’ANPI.

Le vicende degli ultimi giorni richiedono a noi, sinceri democratici antifascisti, di farci delle domande sull’ANPI. Primo episodio, l’ANPI di Latina marcia insieme a Forza Nuova in un corteo contro la riforma costituzionale di Renzi. A giustificazione di questo, secondo episodio, il locale presidente dell’ANPI si sente di dover dire che “Renzi è il nuovo duce”. Terzo, alla senatrice Laura Puppato del PD, che tutti ricordiamo alle primarie di alcuni anni fa come una persona con delle idee di sinistra nemmeno troppo moderate, viene negata la tessera dell’ANPI con la motivazione che “è per il sì al referendum”.

Purtroppo, va detto, l’ANPI non è più quello che poteva essere e che, peraltro, ben poco è stata. Oggi è una associazione i cui dirigenti storici, per evidenti motivi, sono ultranovantenni e quindi, sia detto con tutto il rispetto, non in grado di capire il mondo moderno.

E’ grave che questi dirigenti decidano di marciare insieme a Forza Nuova, partito strutturalmente fascista, dandogli quella legittimazione che disperatamente cercano. Posso immaginare, nei tempi a venire, come Forza Nuova proverà ad accreditarsi come un movimento legittimo, alla fine pure l’ANPI marcia con loro. E’ ancora più grave che un dirigente dell’ANPI parli di Renzi come di un nuovo Duce, perché questo significa diluire e immunizzare gli italiani a questi paragoni, mentre il ruolo dell’ANPI dovrebbe essere quello di preservare una memoria che, se viene messa a disposizione del gioco politico, diventerà una merce politica. Poi, il giorno che arriverà un nuovo Duce, gli italiani faranno spallucce, tanto abbiamo già avuto Berlusconi e Renzi, erano considerati dei duci dall’ANPI e nulla è successo, che vuoi che sia con la terza incarnazione.

E’ ancora più grave che l’ANPI rifiuti l’iscrizione ad una persona di sinistra, un esponente perbene di un partito in cui ci sono tanti onesti, che combatte con onestà una battaglia di rinnovamento. E’ gravissimo, anzi, perché l’ANPI dovrebbe ricordarsi quegli articoli della Costituzione che parlano del diritto dei cittadini di avere le proprie idee, di informarsi, di partecipare alla vita pubblica.

Sì, i diritti della Costituzione. Per cui l’ANPI non ha fatto, negli anni e decenni passati, quelle battaglie che avrebbe potuto fare. Io non me li ricordo, gli arzilli vecchietti di oggi, venti trenta o quarant’anni fa a marciare contro la partitocrazia, contro la corruzione, contro il debito pubblico, cioè contro quelle cose che la Costituzione se la sono mangiata da dentro, portandoci alla situazione attuale da cui, comunque sia, è difficilissimo uscire.

L’ANPI era, per i partiti, un simpatico orpello da esibire tra i soprammobili, a cui dare una spolverata il 25 di Aprile. L’ANPI era contenta di farsi strumentalizzare così, facevano una bella tavola rotonda sulla Resistenza, e mai che l’ANPI avesse detto ai seguaci di Craxi o di Andreotti “NO, voi non vi potete iscrivere perché rubate”.

Invece, l’ANPI trova l’energia di dire “NO” alla senatrice Puppato. Per le sue idee.

Questo, questo sì, è il fascismo, inteso come l’idea totalizzante ed irriducibile che gli altri, comunque, devono pensarla come me. A questa gente, con serenità e con tutto il rispetto data la loro età, dico basta, ora statevene a casa con i vostri nipotini, tornate a fare la sfilata il 25 Aprile come sempre avete fatto e lasciateci trovare il modo di uscire dal guaio in cui anche voi, nei decenni passati, ci avete cacciato.