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Nella città di M.

Ogni tanto torno al paese natale. Oggi ci sono tornato per il funerale di mio zio. Uno zio che non vedevo da forse più di venti anni, da quando la moglie, personaggio terribile e sadico, ha deciso di separarlo dal ramo della famiglia in cui c’erano i suoi fratelli. Mio zio me lo ricordo come un uomo semplice, per certi versi abbozzato e non compiutamente adulto, ma sopratutto me lo ricordo come un lavoratore instancabile, veramente uno stakanovista d’altri tempi, tratto (e forse dote) che condivideva con il fratello.

Me lo ricordo come un uomo che avrebbe voluto tanto un figlio maschio che non potè avere, per tanti motivi legati anche al suo essere in un matrimonio poco felice in cui era soggiogato dalla moglie, una persona che ha tanto la mia disistima che ho preferito venire oggi al funerale, facendomi qualche ora di macchina, piuttosto che chiamarla al telefono per esprimerle delle condoglianze che sento più mie che sue.

Ma non scrivo solo per ricordarne la figura (dovrei raccontare come nella mia casa a Napoli ci sia una cosa che mi dette lui, tanti anni fa, un santino della Madonna del Pozzo, che ho conservato con affetto e amore), vorrei invece, oggi più che mai, celebrare la vita.

Ogni volta, ogni volta di più che torno nella città di M., vedo un pezzo della mia infanzia sparire. Cambia la città, chiudono tanti negozi che conoscevo, le famiglie storiche e il senso di comunità spariscono, cambiano i sensi unici delle strade e, non ultimo, le persone intorno a me vengono a mancare.

Della città di M., oggi rimangono solo ricordi, che proiettano le loro ombre sulla città di oggi, un posto che ormai a me è sconosciuto. Ne capisco il dialetto, ma non so null’altro della attualità e i legami che ho sono quelli che nascono dalla mia famiglia di origine. Non sono uno che, d’estate, sente il bisogno di venire a passarci qualche giorno, né mi immagino anziano a tornare qui, la mia vita e i miei affetti oggi sono da tutt’altra parte.

E non scrivo per parlare di queste ombre, ma per celebrare la vita. La vita! Quel processo meraviglioso e bello che sostituisce a dei ricordi destinati a sbiadire il nostro essere, il nostro agire, il nostro fare.

Non è verso il passato che dobbiamo volgere lo sguardo, perché il passato è fatto solo di morte e di fantasmi che possono solo stordirci e tenerci avvinghiati. E’ al futuro, non inteso come un tempo indefinito e di là da venire, ma come quello che facciamo ogni giorno per costruircelo, per vivere negli affetti e nei cuori delle persone di cui ci vogliamo circondare, nelle scelte di vita, nel lavoro che facciamo, in quello che impariamo e in quello che possiamo insegnare, è a questo che dobbiamo destinare le nostre energie.

Guardiamo al passato perché ci ha reso quello che siamo, e dobbiamo esserne grati; ma la nostra gratitudine deve essere orientata a costruire un nuovo futuro che, un giorno, sarà il passato a cui altri vedranno per costruire la loro vita.

Usabilità in libreria

Dopo il cinema che si infastidisce se la gente prova a comprare i biglietti, mi è capitata la libreria che non vuole vendere libri.

In particolare, si tratta della libreria presso il Trony di via Giordano, ovvero l’ex FNAC. Oggi la libreria è una parte residuale di quello che era una volta (e se già all’epoca la parte di vendita di non libri era preponderante, ormai la libreria si riduce a poche corsie).

Comunque, visto che passavamo di lì, sono andato a cercare un libro.

Primo errore: siete un negozio di elettronica? Allora fate dei bellissimi monitor touch screen in cui vado e cerco quello che voglio. Sarebbe un’ottima pubblicità per quello che vendete e mostrerebbe un uso interessante dell’elettronica di consumo.

Vado da quello che sembrava il commesso addetto – stava usando un computer – gli chiedo se può dirmi se c’è un libro e lui mi dice che non è di turno, devo chiedere ad un altro che sta nella corsia a fianco.

Secondo errore: non si dice “non sono di turno”, perché dai l’idea di uno che non vuole lavorare. Si dice “la ricerca può essere effettuata solo dalla postazione in cui trova il collega, proprio qui dietro”.

Andiamo dal collega, il quale decide intanto di chiedere ad un altro che ha “rimesso a posto i libri della sezione cucina” (quella che mi interessava).

Terzo errore: Non si qualificano le persone come quelle che rimettono a posto i libri, ma come l’addetto ed esperto di un settore. Poi, lo sappiamo tutti che i commessi di una libreria oggi in genere vendono libri come fossero magliette, con lo stesso livello di partecipazione emotiva, però almeno salvate le apparenze.

Quarto errore: Stiamo a tre persone e ancora non so nulla del mio libro. Come cliente, mi viene da pensare che pago degli stipendi inutili e sto perdendo tempo.

Il riordinatore di libri (c.d. commesso) non sa molto e allora passiamo a fare la ricerca sul computer. Utilizziamo il sito della Feltrinelli per ottenere l’ISBN del libro.

Quinto errore: Sul serio, il vostro gestionale è così malfatto che per cercare l’ISBN di un libro devo andare da un’altra parte?

Sesto errore: E vado a cercare il riferimento da un concorrente? Ma siamo pazzi?

Ottenuto l’ISBN, facciamo la ricerca e no, il libro non è disponibile. Fine interazione.

Settimo errore: NO!, non si dice che il libro non è disponibile, si dice che il libro è momentaneamente non disponibile ma può essere ordinato.

Ottavo errore: Se il libro non c’è, il tuo gestionale dovrebbe proporre delle alternative. Per esempio, avrebbe potuto dirmi che c’era un nuovo libro dello stesso autore, magari non l’avrei comprato ma potevo pensarci.

Caro direttore della libreria Trony, è a te che mi rivolgo e a te che sto scrivendo. Così non va. Non potete vendere libri con questo tono infastidito, considerando la tecnologia come un nemico e un fastidio, con un atteggiamento complessivo di sufficienza o quantomeno disinteresse. Il tuo concorrente, se non l’hai ancora chiaro, è Amazon.

Amazon mi offre un catalogo sterminato, dei prezzi concorrenziali, un servizio cliente stellare e un sito web che non è un sostituto dei librai di una volta, ma rimane molto meglio del tono svaccato e privo di qualsiasi valore aggiunto dei commessi della tua libreria.

Ci vuole veramente tanto a creare dei monitor touchscreen in cui i clienti possono cercare i libri che gli interessano, sapere dove trovarli se ci sono, ordinarli se non ci sono, avere dei consigli di lettura personalizzati? Magari pure, per il solo fatto di usare queste postazioni, ricevere qualche piccolo buono sconto? Sarebbe un passo avanti enorme e creerebbe interesse, così invece mi hai gettato contro solo del fastidio.

Io sono venuto a comprare un libro da te, la prossima volta, in tutta franchezza, ci penserò due volte.

Per mare aperto

I mesi in cui sono stato senza lavoro sono stati pesanti. Molto. Sia per me sia per chi mi è stato vicino, che ha dovuto sopportarmi in momenti in cui ero meno sopportabile. Un periodo di pensieri oziosi e di pensieri negativi, con riflessi anche sulla mia salute, quando ho passato un periodo ad inizio autunno di forti fastidi digestivi, chiaramente dovuti allo stress che si accumulava.

Mesi in cui ho visto molte porte chiuse in faccia o, anzi, manco aperte, perché quando rispondevo a qualche annuncio di lavoro spesso mi veniva di pensare che fossi io quello che non andava bene, troppo professionalizzato, troppo capace e con tante legittime aspettative che non potevano trovare riscontro in quello che mi offrivano.

Così sono stati mesi in cui ho dovuto cominciare ad essere flessibile, cercando attività almeno compatibili, ma anche qui senza particolare successo. Mesi in cui mi chiedevo se avrei potuto lavorare in questa città o chissà dove, con le evidenti conseguenze che la cosa poteva avere sul mio rapporto di coppia che è stato l’unico caposaldo che non mi ha fatto sbandare. Il mio problema non era tanto quello di trovare un lavoro, ma quello di trovarlo qui nel Sud, dove la disoccupazione è la norma.

Tutto questo è stato faticoso e difficile. Ed è stato anche un punto di passaggio, nel senso che certe amicizie si sono rivelate più all’acqua di rose di quanto pensavo. Da parte di qualcuno mi sarei aspettato una telefonata di più, giusto per arrivare a farne una di numero e non zero. O anche un messaggio su Facebook, invece molte rapide scrollate di spalle e molto disinteresse. Coperto dal peloso atteggiamento auto-assolutorio, non detto ma pensato, ma tu sei tanto intelligente figurati se non trovi lavoro.

Alla fine poi, il lavoro che volevo è arrivato. Non quello che faccio ancora per pochi giorni, ma quello che comincerò a fare tra un po’. Una bellissima azienda, molto tecnologica e molto aperta all’estero, una buona posizione e un buon contratto, stabile e di lunga prospettiva.

Adesso passo gli ultimi giorni in questo lavoretto temporaneo, in cui comunque continuo a fare la differenza anche se intorno a me stanno facendo il deserto. Non perché stiano organizzando la mia uscita, ma perché si sentono offesi nell’orgoglio visto che ho deciso di fare di meglio e di più bello.

Esattamente come gli amici si vedono nel momento del bisogno, così i colleghi di lavoro e i superiori e le aziende in cui lavori si capiscono come sono quando te ne vai via. Da come si stanno comportando qui, ringrazio il cielo e tutti i santi di essermene andato.

Ora, con questo nuovo lavoro comincia una nuova vita e non esagero nel dirlo. Perché è nato come una cosa che ho trovato solo con le mie forze e che ha interrotto quella lunga sequenza che era iniziata con la laurea, dieci e più anni fa, in cui sostanzialmente ogni nuovo lavoro nasceva un po’ legato al precedente.

Qui e adesso, ora ho proprio liberato gli ormeggi e mi avventuro in mare aperto.

Non vedo l’ora.

 

Sono una casalinga inquieta

Ora sarò io che sto crescendo come cuoco e comincio a diventare esigente, però certe volte mi pare di avere a che fare con dei ciucci (asini) che non sanno nulla di quello che vendono.

Primo esempio, la ricerca dello spinacino, ovvero di un taglio di carne non comune di manzo e bue, che ha un peso che va da alcuni etti a due chilogrammi e che si presta ad essere usato per fare l’arrosto perché ha una forma triangolare in cui è facile ricavare una bella tasca da farcire.

Così, dei tre macellai provati infruttuosamente, uno ha detto che no non lo vende (e lo capisco pure), uno ha detto che non sapeva cosa fosse e un altro mi voleva vendere le Spinacine, cioè la cotoletta di pollo precotta.

Secondo esempio, oggi volevo prendere un paio di tomini, il commesso del supermercato prima mi ha chiesto se volevo dei “topini”, poi quando gli ho spiegato – paziente, che non mi manca la verve per la didattica – che si tratta di un formaggio rotondo a pasta semi-morbida – mi ha detto che no, non ce l’aveva, però aveva del carpaccio di pesce spada.

Quello è un supermercato che fa buoni prezzi, ma dovrebbero investire qualcosa di più nella formazione del personale.

Poi capite il mio dramma quando cerco una farina di forza… un dramma che, peraltro, si consuma silenzioso, perché se mi mettessi a spiegare cosa mi serve allo scaffalista, quello potrebbe avere veramente le convulsioni.

(Infine, comunque, niente ago da cucina, poi dici che uno va a comprare tutto da Amazon: ma io non vedo l’ora che venda anche l’alimentare, magari non le cose fresche e deperibili ma cose a lunga conservazione, almeno evito questi pellegrinaggi).

Meno sessantacinque per cento

Come si reagisce al fatto che l’azienda in cui hai lavorato negli ultimi anni viene affidata ad un incapace che la manda a ramengo, e con essa finisci anche tu a perdere quel lavoro a cui avevi dedicato tante energie?

Sopratutto, come reagisci a questa slavina quando ti capita in un momento in cui l’economia italiana è stremata e il mercato del lavoro è in condizioni penose, per cui le poche posizioni disponibili sono sempre per lavori di manutenzione e di gestione ordinaria e non c’è nessuno che sta facendo innovazione, sviluppa prodotti o crea qualcosa di nuovo?

In questi mesi di disoccupazione mi sono capitate due opportunità. Entrambe a tempo determinato, per lavori abbastanza di bassa manovalanza, sopratutto fuori dalla città in cui ho deciso di stare. Non valeva la pena farli, in sintesi, e corrispondevano di loro a circa il 50% in meno rispetto al mio ultimo stipendio. Tale differenza si giustifica non certo perché prima venivo pagato troppo, ma perché prima facevo un lavoro che era molto più complesso, difficile e di responsabilità rispetto a quello che oggi offre il mercato.

Alla fine, con molta fatica e molta pazienza, un’opportunità di fare un lavoro di qualità è capitata. Purtroppo chi può pagare per ora può pagare molto poco, per cui parliamo di un taglio di almeno il 65% rispetto a quello che prendevo prima e un contratto di tipo precario. Se ho accettato, è perché si tratta comunque di un lavoro di alta potenzialità, molto interessante; ho fatto quindi una scommessa sul fatto di poter far fruttare questa posizione non in termini di retribuzione mensile, ma in termini di occasioni future.

Detto questo, c’è di che pensare. Intanto, che non ci possiamo stupire della fuga dei cervelli, perché rimanere in queste condizioni in Italia è possibile solo se hai qualcuno che ti sostiene e se hai qualcuno che ha un buon posto qui; con questa decurtazione, non avrei possibilità di pagarmi un alloggio indipendente, tanto per dire, mentre credo che in qualsiasi economia sviluppata il 65% lo prenderei ma in più, non in meno.

Poi, possiamo dire che nessuna azienda pensa che ci sia una imminente ripresa e anzi molte si trovano costrette ad un altro anno di stretta finanziaria molto forte, sopratutto perché vanno a competere in un settore come quello della consulenza informatica che è ormai esanime e destinato a non tornare mai più ai fasti di un tempo: si salveranno solo quelli che faranno attività strategiche o avranno prodotti in grado di competere sul mercato internazionale.

Certo, se si prova a pensare in generale, lasciando perdere le motivazioni personali che certo non fanno massa critica, è difficile pensare che non siamo spacciati; di sicuro, ci vorranno molti anni di duro lavoro per avere una economia minimamente competitiva e sana, forse in tempo per quando il nuovo presidente della Repubblica, quello ancora da eleggere, avrà esaurito il suo mandato, che ricordo dura sette anni.

Io, intanto, comincio a pedalare. Sarà molto dura.

A quando il processo a Beppe Grillo?

Diciamo che se il Movimento Cinque Stelle fosse un partito democratico, dopo i risultati in Emilia-Romagna si sarebbero riuniti gli organismi dirigenti che avrebbero ringraziato, innanzitutto, l’impegno profuso dal segretario in una situazione così complessa. Prima, ovviamente, di accompagnarlo alla porta.

Il disastro dei Cinque Stelle è la notizia di queste elezioni regionali che meno riceve attenzione. Loro si baloccano felici del loro tredici per cento, che è secondo loro il doppio delle precedenti regionali. Vero, ma da quelle sono passati tanti anni e un intero quadro politico è cambiato. Quei voti sono viceversa la metà di quanto preso alle ultime politiche; quindi nella regione del PD, nella regione del Presidente del PD che si dimette per una storia poco chiara di affari fatti con il fratello, nella regione del Consiglio Regionale che viene inquisito per le spese allegre che cosa succede al partito che doveva fare la rivoluzione? Che doveva cambiare la politica? Che non si allea con nessuno perché governerà solo quando avrà più del 50% dei voti?

Semplicemente, non succede niente, il partito-movimento si eclissa e non riesce a portare a votare una quantità di astenuti enorme che si astiene, sicuramente, contro il PD, proprio per tutti i motivi appena detti ma che non decide, per nessun motivo, di andare a votare M5S.

C’è una cosa da dire di Renzi: ha sempre pensato ai cinque stelle come al suo nemico principale e, dopo alcuni mesi di governo, ha dato loro una serie di mazzate fenomenali. Talmente è bravo, Pittibimbo, a fare questo e talmente è poco capace a fare qualsiasi altra cosa, o quasi, che viene proprio da pensare che sia stato messo lì sopratutto per questo motivo, per evitare che il sistema istituzionale finisse nelle mani dei grillini.

Poi, però, e qui pecca di incapacità, non è riuscito a fare altro che neutralizzarli, perché non ha costruito un partito o una proposta politica che portasse i delusi a votare.

Rimane comunque che, dopo queste elezioni, le carte del mazzo continua a darle lui, mentre nei Cinque Stelle non comincia quel processo a Grillo e Casaleggio che sarebbe invece necessario. L’alternativa è che il movimento sparisca e si riduca ad una forza contestataria che fa folclore, una versione riveduta ma non corretta del Partito Radicale (almeno in quanto a incidenza nella vita politica; poi in quanto a capacità del personale e dei dirigenti, i due partiti sono agli antipodi).

Quello che il bruco chiama morte, per il resto del mondo è la nascita di una farfalla (Lao Tze)

E’ un po’ che non racconto qualche vicenda personale, a beneficio dei miei venticinque lettori spendo qualche parola.

Da qualche mese, complice uno scossone organizzativo molto forte, sono disoccupato. Il contratto a termine che avevo non è stato rinnovato perché, con il cambio di tutta la prima linea dei dirigenti, non ho avuto più né un santo in paradiso né un progetto importante da seguire. La crisi dell’azienda ha poi portato alla fine dei giochi.

Un po’, anzi più di un po’, me lo aspettavo, non potevo nemmeno pensare di rimanere in piedi in una azienda che è, per definizione, un braccio operativo di una lobby politica e che come tale preferisce tenersi dentro gli amici e i parenti. Ma vabbè e pazienza, del resto non credo che tale azienda abbia alcun serio futuro e penso anzi che tra qualche mese avrà una seria crisi di liquidità. Mi dispiacerà, un po’, per i pochi (circa uno ogni sei) dipendenti capaci, gli altri (circa cinque su sei) mi lasciano indifferenti. Spero, però, che siano sopratutto i sindacalisti, che si sono spartiti la torta con la nuova dirigenza, salvando i loro tesserati e i loro amici piuttosto che quelli capaci, a doversi trovare un lavoro. Altro che riforma dell’articolo 18, farei…

Dopo questo evento, passata l’Estate, ho cominciato a cercare nuove opportunità. Ovviamente io ho le mie priorità, per cui ho cercato una possibilità che mi permettesse di rimanere con il mio compagno e questo ha reso la ricerca più complicata. Si parla molto di quanto manchi il lavoro in Italia, ma dovreste vedere cosa è il Sud per capire cosa è un deserto.

Finora, ho avuto un colloquio, di numero, con una società che, l’ho capito dopo ripensando a quanto detto, chiaramente ricicla soldi per conto della criminalità organizzata nel settore delle scommesse: a parte la posizione, nemmeno troppo interessante, quando ho realizzato di cosa stessimo parlando ho pensato bene di evitare qualsiasi altro contatto o sollecitazione.

Dopo questo, ci sono stati circa due contatti telefonici, che sono finiti nelle chiacchiere che non vanno oltre.

Il problema principale, per quello che vedo e capisco del mercato del lavoro, è che sono troppo qualificato. Io faccio quello che posso, per esempio evito di inviare CV troppo pesanti per posizioni di livello più basso, ma in quel caso è l’età che volge a mio sfavore. Viceversa, se dicessi tutto quello che ho fatto, questi datori di lavoro eviterebbero ogni contatto, perché saprebbero che a fare un lavoro più operativo e semplice io non avrei né stimoli di tipo professionale né tantomeno economici, spesso ho visto proposte di retribuzioni pari a circa la metà di quello che prendevo io. Io stesso, al posto loro, non assumerei uno come me per le posizioni che hanno.

E’ molto difficile trovare una posizione di livello non dico alto ma almeno intermedia. Questo perché sono poche posizioni, intanto, secondo sono posizioni che nascono sopratutto da una rete di relazioni e di contatti che io, trapiantato in una città in cui non sono nato, cresciuto e in cui non ho studiato, certamente non ho.

In tutto questo deserto, ci sono solo due luci. Una piccola, una un po’ meno fioca.

Quella piccola è di una società, piccola ma già con molte sedi all’estero, che cerca un profilo professionale molto elevato, in un contesto tecnologico piuttosto avanzato. E’ una posizione che però è aperta da più di un mese e che presumo rimarrà tale almeno fino all’anno prossimo, perché tra riforma del mercato del lavoro e agevolazioni per chi assume non c’è nessuna fretta di prendere una persona nel 2014, meglio aspettare il 2015. Non so cosa accadrà, mi piace baloccarmi con il fatto che possa portare a qualcosa.

L’altra luce, meno fioca, prevede un mio ruolo (in un gruppo di persone che, per comodità, diciamo essere un project management office, anche se la cosa è un po’ meno definita di così) in un progetto molto grande e pluriennale che parte, però ,tra qualche mese. Nel frattempo, do’ un contributo a titolo gratuito, certo non a tempo pieno, nell’impostazione delle attività. Mi piacerebbe pure farlo, se questo progetto decolla potrei togliermi tante soddisfazioni (almeno professionali), costruirmi una rete di contatti e avere una prospettiva interessante. Solo che siamo nell’ambito di quei progetti finanziati che, finché non sono finanziati, non sai cosa succede.

Ho pensato molto in questi tempi al perché ora mi sia difficile trovare una posizione, in genere ho sempre avuto la condizione opposta di avere più opportunità in cui scegliere. Non credo che sia tanto legata a questa città o alla condizione dell’economia italiana, che comunque danno il loro porco contributo, ma è sopratutto un problema di crescita professionale. Se avessi continuato a fare il tecnico, per quanto capace, competente e specializzato, avrei avuto forse più facilità a riposizionarmi. Invece ho provato a prendere l’ascensore professionale (non dico nemmeno sociale) e questo si è bruscamente interrotto per colpe non mie, così mentre il bruco stava diventando farfalla l’albero su cui poggiava è schiantato al suolo.

Il punto è che questo processo, in molte economie sviluppate, avrebbe potuto riprendere con una certa ragionevolezza, magari sì pagando pegno ma senza avere, per paradosso, una specie di bollino nero che dice: meglio non assumerlo, con tutto quello che ha dimostrato di fare poi si monta la testa. In Italia invece no, volevi crescere tramite e grazie il tuo lavoro e devi invece essere punito in quanto perturbatore dell’ordine costituito.

Alla fine penso che, passato questo periodo, tutto il valore positivo di queste esperienze di crescita professionale rimarrà con me, pronto ad essere usato in un’altra occasione, però non posso non capire perfettamente quanti se ne scappano da questo paese, ci vuole veramente una grande forza ad andare avanti.

Chiamatemi Marrabbio

Premessa: il riso è una delle cose che meno amo a tavola. E’ un eufemismo, diciamo che il riso in bianco è in grado di provocarmi un disgusto così forte che arrivo al conato di vomito. Purtroppo, so e gli riconosco il fatto che è anche un ottimo alimento, adatto sia agli sportivi che a quanti hanno problemi di stomaco. E in quest’ultima categoria, purtroppo, io ci rientro anche abbastanza spesso. In questa situazione così sfortunata (io invidio tantissimi quelli che amano il riso in bianco e se lo mangiano per scelta, non per necessità) con il tempo ho visto che c’era qualche via d’uscita rappresentata dal riso e dalle ricette a base di riso delle cucine orientali. Sia chiaro, anche i supplì alla romana o i pomodori con il riso sono per me un ottimo modo di mangiare il riso, però certo non sono troppo consigliati se uno è indisposto. Mentre, un po’ di riso da sushi è sempre un’opzione accettabile (o proprio il sushi, visto che contiene poi o verdure lesse o pesce crudo, entrambi compatibili con i miei specifici disturbi digestivi). 

Il problema del riso da sushi è che non è un prodotto che si può mangiare in ogni ristorante (a Napoli ci sono un paio di ristoranti giapponesi, di cui almeno uno ottimo per mia esperienza personale) così ho cominciato a pensare a farlo in casa, nè uno può certo andare a ristorante quando non si sente bene e mangiarsi il riso in bianco.

Come è andata? Ecco, diciamo che le prime volte che uno cucina una cosa non sempre gli viene bene. Anzi, spesso gli viene malissimo e più è venuta male all’inizio più impegnandosi riuscirà a migliorare. 

Quindi, un giorno, il mio sushi sarà eccezionale.

Ieri ho fatto la prima prova, dopo essermi dotato di riso da sushi, alghe per riso da sushi e aceto di riso (risultando quindi gravemente carente sul lato degli strumenti di cucina, però prima di spendere quaranta euro per la ciotola di legno in cui va fatto mescolare con l’aceto di riso vorrei aspettare un po’). 

La prova di ieri è stata catastrofica, si è tutto bruciato perché ho sbagliato i tempi di cottura. Oggi è andata meglio, il riso da sushi è fatto ed è anche abbastanza discreto.

La cosa notevole è stata invece il momento madeleine. Se vi ricordate, tanti anni fa c’era il cartone animato Kiss Me Licia (poi fecero anche un telefilm). Il padre di questa Licia si chiamava Marrabbio e ha quella che noi chiameremmo una tavola calda. 

Spesso, si vede Marrabbio cucinare e usare un ventaglio sui piatti (almeno è così nel mio ricordo e tanto basta). Finora non avevo capito perché lo facesse, sembrava una cosa semplicemente ironica per rappresentare un carattere apprensivo. Invece no: quando si aggiunge l’aceto di riso al riso cotto, il ventaglio serve a farlo evaporare più in fretta. 

Me lo sono ricordato oggi, mentre sventagliavo il riso. 

(se l’immagine di me che sventaglio il riso come Marrabbio vi fa ridere, non posso darvi torto)

Io e Nick

Nei giorni immediatamente precedenti la partenza io, da bravo ossessivo compulsivo, avevo appunto compulsato le notizie relative alle proteste dei dipendenti di quella patetica scusa di compagnia aerea che è Alitalia per capire se i problemi con i bagagli al cosiddetto aeroporto di Fiumicino fossero solo per i voli Alitalia o anche per altri (Alitalia è un grande successo su questo blog, ci sono post di sette anni fa che ancora ricevono commenti). Dopo essermi sincerato che il problema non riguardava il nosto volo, ho capito che non mi ero per niente sincerato e ho anzi cominciato a temere il peggio. Tanto che ho avuto quasi una discussione con il mio compagno perché io insistevo che dovevamo essere previdenti e portare il più possibile nel bagaglio a mano.

Così ho fatto, mettendoci dentro quelle cose indispensabili e un minimo di ricambio. Purtroppo, ho fatto l’errore di non dividere i nostri vestiti mettendone metà in ciascun bagaglio da stiva. Così, all’arrivo all’aeroporto della più grande città della Scozia (non Edinburgo, l’latra, quella che porta sfiga e il cui nome quindi non verrà scritto) ci mettiamo in attesa dei bagagli.

Aspetta, aspetta. Aspetta. Aspetta. Alla fine arrivano tutti i bagagli tranne il mio. Trauma. Chiediamo all’addetto alla sicurezza che ci manda dall’handler che ci manda dalla linea aerea, che gestisce questi casi direttamente. Così facciamo la conoscenza di Nick, di cui ci rimarranno impressi i modi cortesi ma la scarsa capacità di venire a capo delle cose (tipico dei paesi anglosassoni, gli fanno fare un corso per tutto – anche come gestire i clienti incazzati – ma poi non hanno fatto quei buoni studi che gli permetterebbero di fare il salto di qualità), le orecchie a sventola e il terribile accento. Quando dico terribile, dico che una cosa tipo “Do you have a mobile phone?” viene pronunciata circa come in italiano si leggerebbe “du u ha a mobile fu?”  per cui più volte, in due, ci dobbiamo far ripetere le cose.

Insomma Nick ci manda dalla sua collega che ci fa compilare il modulo. Compilazione che poi scopriremo fatta abbastanza alla cazzo, perché siccome il modulo non ha lo spazio per indicare una email, questa non ci chiede una email ma solo i nostri numeri di telefono. Non sarebbe un problema, se non fosse che poi scopriremo (“poi” significa il giorno dopo”, con altra visita all’aeroporto) come da quel banco informazioni i nostri numeri di telefono non siano raggiungibili. Comunque Nick ci spiega che il mio bagaglio sicuro che è a Fiumicino, hanno controllato che non fosse caduto durante lo sbarco all’aeroporto di destinazione e che ci farà sapere. Intanto, diamogli i nostri recapiti per i prossimi giorni.

Qui, già problema, perché noi cambiamo albergo ogni 1-2 giorni, quindi pensiamo che intanto basteranno i primi 3-4 giorni per venire a capo della questione (poveri illusi).

Andiamo in albergo, io incazzato come una biscia e andiamo a cenare. Io indosso l’unica maglietta che mi è rimasta, ordiniamo fish and chips, io prendo il limone, spremo il limone, il limone ESPLODE e finisce tutto addosso a me e alla mia maglietta. Non mi sono mai macchiato così tanto in vita mia. A quel punto mi viene una crisi di nervi di quelle forti.

Il mio compagno fa quello che solo lui poteva fare in quel caso, cioè calmarmi. Mi dice che se sono così nervoso possiamo pure tornarcene indietro, pazienza per il viaggio e per quello che abbiamo prenotato, ma non posso certo andare venti giorni così. Non solo ha ragione, ma ha mostrato l’affetto più grande e la preoccupazione maggiore per me, pronto a rinunciare ad un viaggio a cui lui teneva anche più di me pur di non vedermi così. Allora io mi calmo. Ci poteva riuscire solo lui.

Andiamo allora a comprare il detersivo in un supermercato, così potremo lavare la maglietta e farla asciugare entro la mattina di domani sull’asciugapanni.

Arriviamo all’indomani, io provo a chiamare il numero dell’assistenza per chi ha perso il bagaglio e questo numero non si chiama da Skype, dai cellulari faccio cinque minuti di musichetta senza venire a capo di niente, uso allora la linea dell’albergo e, per una sterlina al minuto di telefonata, ho il piacere di sentire circa sette minuti di musichetta.

A questo punto non sappiamo che fare, io sono impegnato a prendere a pugni la stanza per sfogarmi, il mio compagno dice che forse è il caso che prima compriamo qualcosa, poi andiamo in aeroporto con la macchina a noleggio e parliamo con Nick (o lo pestiamo, secondo come gira il vento).

Così andiamo per negozi, fortunatamente siamo vicino alla zona commerciale e in particolare ad un centro commerciale, cominciamo con Marks&Spencer al cui commesso spieghiamo la situazione (solo perché non volevamo che pensasse che fossi un turista deficiente che non sa come passare il tempo ma vuole comprarsi un paio di jeans, è che proprio non avevo molto da indossare), così lui molto gentile ci aiuta con le misure (voi lo sapevate che se portate il 52 in Italia portate il 38 in UK, perché la differenza è 14? Noi lo sospettavamo, ora l’abbiamo scolpito nella carne).

Fatti gli acquisti, presa la macchina, andiamo all’aeroporto. Siamo tutti e due sufficientemente incazzati che cominciamo a parlare con Nick in parallelo, lui poverino annaspa, quindi ricomincio io da capo. Allora Nick ci dice che lui ha provato a chiamarci, ma i nostri cellulari non sono raggiunbili. Poi ci dice che se ho una e-mail è meglio, quindi mi chiede di descrivere il contenuto del mio bagaglio (faccio una lista in italiano e in inglese), quindi gli dò tutti i riferimenti dei nostri DODICI alberghi che avremo durante la vacanza, così ci mandano il bagaglio in albergo.

Allora tanti saluti, noi partiamo per il nostro viaggio, io almeno ho un po’ di mutande da mettere grazie a Marks&Spencer (anche John Lewis ha aiutato, per un maglioncino misto cashmere). Dopo tre giorni, all’albergo  in cui stiamo ci dicono che ci hanno cercato perché forse hanno trovato il nostro bagaglio, ci chiedono di richiamarli e qui telefonata con Nick. Immaginate come è comodo fare una telefonata con uno che anche dal vivo non ci si capisce una mazza. Insomma dopo molte discussioni scopriamo che quel bagaglio che hanno non è il mio, perché il mio non ha un lucchetto (padlock, alla faccia del cazzo, scusate, che vi vorrei vedere io a parlare con uno scozzese per telefono e ricordarvi se voi avete un lucchetto o no sul bagaglio), quindi ciccia continuereanno le ricerche.

Ormai mi sono messo l’anima in pace, il bagaglio chissà dove è finito e se mai arriverà (magari l’hanno spedito per sbaglio a qualcun altro che il padlock ce l’ha o anche non sa che cavolo sia e ha annuito subito sperando di essere fortunato, non è che tutti amano parlare con Nick).

Poi, dopo nove giorni, arriva una mail da Roma, dove Nicola (tutti Nick si chiamano in questa compagnia aerea?) ci dice che il bagaglio è stato trovato e ci raggiungerà in uno dei prossimi alberghi. Increduli, in effetti lo troviamo in stanza (nel frattempo, rispetto ai nostri piani originari, avevamo cambiato un albergo perché c’era stato un errore con la prenotazione e, terrorizzati dall’idea che il bagaglio arrivasse proprio lì, avevamo scritto a Nick – con cui ormai c’era un rapporto di confidenza, diciamo – per dargli gli aggiornamenti sulla nostra posizione).

Dentro c’era tutto, salvo che l’esterno era piuttosto sporco (penso che butterò quella valigia, aveva comunque già fatto il suo tempo) e le cose dentro erano umide.

Poi, micaa è finita qui, perché ora bisognerà scrivere alla compagnia aerea per avere il rimborso delle spese sostenute nel frattempo e, sono sicuro, mi faranno incazzare di nuovo.

La prossima volta comunque viaggio con meno cose, preferisco pagare la lavanderia che portarmi dietro un armadio che, tanto si è visto, serve comunque a poco, si può andare in vacanza con l’indispensabile.

Scozia/In Sintesi

In sintesi:

  • 21 giorni
  • circa 15 castelli
  • 14 tra alberghi e bed and breakfast
  • 3 abbazie, di cui una su un’is0la
  • un gita in nave, sotto la pioggia ed una sulla seggiovia, sempre sotto la pioggia
  • qualche migliaio di chilometri in macchina
  • innumerevoli cascate, loch e glen
  • l’avvistamento di: 1 cervo, diversi pettirossi, alcune decine di foche, centinaia di mucche, migliaia di pecore e capre
  • numerose quantità di salmone (fresco, semi-affumicato, affumicato della casa, affumicato e basta) e anglefino variamente conciati e preparati
  • 1 conferenza sulla simbologia delle pietre dei Pitti
  • indubbie quantità di patatine fritte, stufate, fritte e piccanti, con e senza buccia
  • infinite sedie della Regina, sofà della Regina, quadri della Regina e della Regina Madre
  • 1 film in lingua inglese e 1 film sempre in inglese ma in formato IMAX
  • diversi luoghi infestati da fantasmi, dame sgozzate, paggetti uccisi, servi che giocano a carte fino al giorno del Giudizio
  • la nave della prima missione di Scott nell’Antartico
  • 1 quadro di Leonardo
  • 1 puntata di Doctor Who vista sulla BBC
  • alcune decine di cittadine visitate o quantomeno attraversate
  • diversi artisti di strada
  • 20 GB di foto e filmati

 

Tutto questo, molto altro, è stato il nostro viaggio in Scozia. Epico.