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“Kobane Calling”: l’Islam moderato raccontato con la sensibilità di un grande artista

Spesso nel dibattito pubblico, anche solo nello scambio di opinioni tra amici, viene fuori il tema dell’Islam moderato: esiste? La domanda non è da storico delle religioni, perché ha un impatto politico enorme sul nostro vissuto quotidiano e sulle nostre paure più profonde: se esiste un Islam moderato possiamo sperare di sconfiggere il terrorismo fondamentalista, altrimenti?

E’ una domanda che ci facciamo tutti, chi con più retorica chi con più speranza.

Allora, è proprio utile questo meraviglioso, toccante e commovente nuovo libro di ZeroCalcare, Kobane Calling in cui racconta la sua visita, direi il suo viaggio di istruzione, in Rojava, ovvero nella regione siriana del Kurdistan.

E’ un libro bellissimo, e se non scrivo “fumetto” è perché la capacità che ha avuto di dirmi delle cose, di toccare corde diverse dell’animo, di emozionarni, farmi ridere e addolorare è quello che trovi in un grande testo di letteratura (peraltro, un precedente libro a fumetti di ZeroCalcare era stato finalista al premio Strega).

E’ un libro bellissimo perché racconta di come questi curdi combattano disperatamente, con le loro città piene di morti, per affermare una idea di pacifica convivenza. Con nemici non solo l’ISIS ma anche lo stato turco, che lo finanzia e lo agevola perché faccia il lavoro sporco di far fuori i curdi.

E’ un libro bellissimo perché racconta di come in Rojava le donne siano libere, abbiano grandi tutele e combattano anch’esse per la loro libertà.

E’ un libro bellissimo perché, come dice ZeroCalcare, “Kobane è Kobane. Per tutti”. E tutti quelli che hanno letto e leggeranno questo libro non potranno trattenere un moto di commozione pensando a cosa significhi questa frase, a cosa voglia dire per il martoriato popolo curdo che combatte da quarant’anni per la propria indipendenza, ignorato da tutti perché non riempie le città occidentali di autobombe, mentre ogni tanto, misteriosamente, qualche loro palazzo esplode ammazzando decine di persone nell’indifferenza generale.

Riporterò in fondo a questo articolo qualche articolo della Carta del Contratto sociale del Rojava, nel frattempo posso solo dire che se vedo ZeroCalcare gli dò un bacio e me lo abbraccio forte, perché quello che ha fatto è opera di un Giusto.

 

 

Noi popoli che viviamo nelle Regioni Autonome Democratiche di Afrin, Cizre e Kobane, una confederazione di curdi, arabi, assiri, caldei, turcomanni, armeni e ceceni, liberamente e solennemente proclamiamo e adottiamo questa Carta.
Con l’intento di perseguire libertà, giustizia, dignità e democrazia, nel rispetto del principio di uguaglianza e nella ricerca di un equilibrio ecologico, la Carta proclama un nuovo contratto sociale, basato sulla reciproca comprensione e la pacifica convivenza fra tutti gli strati della società, nel rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali, riaffermando il principio di autodeterminazione dei popoli.
Noi, popoli delle Regioni Autonome, ci uniamo attraverso la Carta in uno spirito di riconciliazione, pluralismo e partecipazione democratica, per garantire a tutti di esercitare la propria libertà di espressione. Costruendo una società libera dall’autoritarismo, dal militarismo, dal centralismo e dall’intervento delle autorità religiose nella vita pubblica, la Carta riconosce l’integrità territoriale della Siria con l’auspicio di mantenere la pace al suo interno e a livello internazionale.
Con questa Carta, si proclama un sistema politico e un’amministrazione civile fondata su un contratto sociale che possa riconciliare il ricco mosaico di popoli della Siria attraverso una fase di transizione che consenta di uscire da dittatura, guerra civile e distruzione, verso una nuova società democratica in cui siano protette la convivenza e la giustizia sociale.

[…]

Articolo 21:
La Carta adotta la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici, il Patto Internazionale sui Diritti Economici, Sociali e Culturali, così come tutte le altre convenzioni internazionali sui diritti umani.

Articolo 22:
Ognuno ha il diritto a manifestare liberamente la propria identità etnica, religiosa, di genere, linguistica e culturale.

Articolo 23:
Ognuno ha il diritto di vivere in un ambiente salubre, basato sull’equilibrio ecologico.

Articolo 24:
Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione, inclusa la libertà di formarsi le proprie opinioni senza interferenza alcuna, e di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso qualsiasi mezzo di comunicazione e oltre i confini.
La libertà di espressione e la libertà di informazione possono essere soggette a limitazioni in relazione alla sicurezza e all’ordine pubblico delle Regioni Autonome, all’integrità dell’individuo, all’inviolabilità della vita privata o in relazione alla prevenzione e al contrasto al crimine.

Articolo 25:
A. Ognuno gode del diritto alla libertà e alla sicurezza personale.
B. Tutte le persone private della libertà devono essere trattate con umanità e rispetto per la dignità umana. Nessuno potrà essere sottoposto a tortura o a trattamenti e punizioni inumani e degradanti.
C. I prigionieri hanno diritto a condizioni di detenzione umane, che salvaguardino la loro dignità. Le prigioni devono conformarsi all’implicito obiettivo della correzione, educazione e riabilitazione sociale dei prigionieri.

Articolo 26:
Il diritto alla vita è fondamentale e inviolabile. In accordo a questa Carta la pena di morte è abolita.

Articolo 27:
Le donne hanno il diritto inviolabile di partecipare alla vita politica, sociale, economica e culturale.

Articolo 28:
Uomini e donne sono uguali di fronte alla legge. La Carta garantisce l’effettiva realizzazione dell’uguaglianza delle donne e incarica le istituzioni pubbliche di lavorare per eliminare la discriminazione di genere.

Articolo 29:
La Carta garantisce i diritti dei bambini. In particolare i bambini non potranno essere sottoposti a lavoro minorile, sfruttamento economico, tortura o trattamenti e punizioni inumani e degradanti, né potranno essere costretti a contrarre matrimonio prima della maggiore età.

Articolo 30:
Ogni cittadino gode dei seguenti diritti:
1. alla sicurezza personale in una società pacifica e stabile;
2. all’istruzione gratuita e obbligatoria primaria e secondaria;
3. al lavoro, alla sicurezza sociale, alla salute e a un alloggio adeguato;
4. alla tutela della maternità e dell’infanzia;
5. all’assistenza sanitaria e sociale per i disabili, gli anziani e le persone con bisogni speciali.

Articolo 31:
Tutti i cittadini hanno la libertà di religione e di culto, a livello individuale e come collettivo. Sono proibite le persecuzioni per motivi religiosi.

Articolo 32:
A. La Carta garantisce la libertà di associazione, incluso il diritto di formare e di iscriversi a partiti, associazioni, sindacati, e/o organizzazioni della società civile.
B. Nel garantire la libertà di associazione, la Carta protegge l’espressione politica, economica e culturale delle comunità, a garanzia della diversità sociale e culturale della popolazione delle Regioni Autonome.
C. La religione yezida è una religione riconosciuta, e i diritti dei suoi fedeli alla libertà di associazione e espressione sono esplicitamente protetti. La religione e la vita culturale e sociale degli yezidi potranno essere regolamentati dalla legge.

Articolo 33:
La Carta garantisce a ognuno la libertà di cercare, ricevere e diffondere informazioni e di comunicare idee, opinioni ed emozioni sia oralmente, sia per iscritto, sia per mezzo di rappresentazioni iconografiche.

Articolo 34:
I cittadini hanno libertà di assemblea, di manifestazione pacifica e di sciopero.

[…]

Articolo 44:
La lista dei diritti e delle libertà previste nella Sezione III può essere integrata e non è da ritenersi esaustiva.

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Recensione: “The Martian”

Questo libro mi è stato suggerito su Facebook da Albino e l’ho letto con una certa, sopratutto iniziale, curiosità.

E’ la storia di Mark Watney, astronauta su Marte che per una sfortunata circostanza si trova solo sul Pianeta Rosso e deve trovare il sistema, per intanto, di sopravvivere e a seguire di comunicare con la Terra per avere una speranza di essere salvato.

Detta così potrebbe sembrare una storia alla Robinson Crusoe, ma lo stile letterario è molto più modesto.

Il racconto è tutto teso a spiegare come si fa a fare cosa, quindi ad esempio come si possono piantare delle patate nella colonia su Marte per avere una certa quantità di carboidrati di cui fare provvista. Nello specifico, così, sappiamo quante calorie occorrono per vivere, quante ne producono le patate, quanto terreno ci vuole per coltivarle, come concimarlo, i tempi di produzione, gli incidenti di lavorazione. La cosa poi non finisce qui, perché ci sono problemi di navigazione marziana, chimica, fisica, meccanica che appaiono ad ogni pagina del libro.

Anche di informatica, per cui il lettore potrebbe (o non potrebbe) appassionarsi a sapere che per la comunicazione con la Terra si è reso necessario usare hexedit per patchare una libreria in modo tale che non facesse un sanity check ed accettasse i dati provenienti dal rover allo scopo di riprogrammarsi (non fa niente se non avete capito, non vi siete persi molto, vi dico io sulla fiducia che è plausibile).

L’idea del romanzo non era brutta, ma ad un certo punto la cosa comincia a farsi anche abbastanza noiosa, tanto si sa come va a finire; ed è anche abbastanza evidente che un editor è intervenuto in alcune parti, per dare un minimo di spessore ai personaggi ed evitare che fosse il libro fosse il manuale del piccolo marziano.

E’ un tipo di fantascienza "near", cioè che rappresenta una cosa che potrebbe effettivamente succedere tra venti o trent’anni, un po’ come visto in Gravity.
Ecco, direi che se Gravity non vi è piaciuto, potete assolutamente evitare The Martian, altrimenti potete dargli un tentativo; vi ricorderà un po’ i romanzi di Jules Verne, che comunque erano un po’ più strutturati. Qui la molta inventiva e la (probabile) competenza di Andy Weir, l’autore, sono l’unico motivo per continuare a leggere.

Uscirà nei prossimi mesi un film tratto dal libro (forse è meglio dire basato, perchè a trarre c’è poco da trarre) con Matt Damon.

Voto: 6

[tag fantascienza, the martian, Andy Weir, Mark Watney, Matt Damon]

Il racconto dei racconti

Film insignificante, esercizio stilistico dai confini angusti e adatto allo stesso tipo di pubblico che va in un ristorante da cucina internazionale e mangia il parmigiano sulla pizza che, si sa, sono ingredienti italiani e quindi buoni, sopratutto quando cucinati all’estero e fuori dal loro contesto.

“Lo cunto de li cunti” è una raccolta di fiabe di metà del ‘600, edito a Napoli. Un’opera importante e fondamentale per la letteratura di genere europea, visto che ad esso si sono poi ispirati favolieri che hanno avuto assai maggior fortuna di Gianbattista Basile.

Da questa ricchezza, nulla rimane nel mediocre film di Garrone. Tutto finisce appattito, edulcorato, autoreferenziale, con dei racconti che si snodano a casaccio, senza che allo spettatore rimanga nulla. A vedere il film non si ricava alcunchè: c’è un motivo per cui nelle fiabe del ‘600 c’era l’orco? Ha un senso? Cosa vuol dirci? Boh, dal film non si evince nulla. C’è un orco ma potrebbe andare bene anche un verme della sabbia di Dune, il capitano Kirk o Rossella O’Hara, tanto sempre pixel sullo schermo sono. Il film compie qualche operazione filologica? Di contesto? Pedagogica? No, è appunto come il ristorante che mette insieme parmigiano e pizza e dice “prodotto 100% italiano”.

Pensate a quale operazione immensa fa la Disney quando prende La Bella Addormentata Nel Bosco o Cenerentola. Da una semplice storia crea un intero universo di emozioni, di significati e di letture, per cui riesce a dare tanto, a fare un’operazione innanzitutto artistica. Vogliamo oppure parlare delle letture personalissime tipo appunto il Dune di David Lynch? O la sfida estrema e vinta del Signore degli Anelli di Jackson? Ecco, di adattamenti e di rielaborazioni riuscite ce ne sono tante, ma questa non lo è.

Si tratta invece del personale divertimento di Garrone che vuole farci vedere quanto è bravo con la steady cam (che poi, ormai sa di vecchio, non certo di nuovo) e della bellezza di alcuni esterni, comunque nemmeno tanto valorizzati.

Voto: 3

Matisse arabesque alle Scuderie del Quirinale

Vista Sabato, il Henri-Matisse-Pervinche-Giardino-marocchinogiudizio sintetico è: modesta, non brutta ma certo non all’altezza delle mostre a cui ci avevano abituato alle Scuderie del Quirinale.

E’ un tema e un problema che va avanti ormai da diversi anni, ma certo dopo anni in cui abbiamo avuto cose incredibili (Antonello da Messina, Lorenzo Lotto, Caravaggio) ora siamo in una fase calante, in cui è evidente che di soldi ce ne sono pochi pochi. Questa è una mostra che sarebbe stata una buona mostra per il Vittoriano.

La mostra si intitola “Matisse Arabesque” e racconta Matisse mettendolo in relazione con gli influssi arabi e orientali. Un’operazione già abbastanza rischiosa, perché certo non si raccontano le opere principali e più importanti dell’autore, resa ancora più difficile dal fatto che nella maggior parte delle sale la parte legata a Matisse e quella relativa agli influssi non sono in equilibrio tra loro; in genere non si parlano, poi spesso viene sovrastato l’uno o l’altro. Inoltre, la curiosità maggiore è comunque suscitata da opere e manufatti che difficilmente si possono vedere a Roma (viene subito da pensare alle straordinarie collezioni orientali ed arabe del British Museum e a quanto una bella mostra di arte giapponese a Roma sarebbe proprio necessaria, ci siamo innamorati di alcune vedute della scuola di Kano). Svettano anche alcune composizioni geometriche del piano che, ad onta di essere fatte nel dodicesimo secolo al Cairo potrebbero ben figurare all’interno di una architettura romana moderna come quella di molti palazzi dell’EUR.

Invece, abbiamo trovato abbastanza noiosa la parte sul Chant du Rossignol, un’opera teatrale di cui Matisse dipinse i costumi che sarà sicuramente un esempio di opera totale, ma dedicarci tre sale tre è forse un’esagerazione spiegabile come la necessità di dover riempire la mostra (necessità che si avverte anche nell’audioguida, che in molti casi si dilunga inutilmente, tanto inutilmente e che poco fa il suo mestiere di spiegare l’opera e l’influenza).

Alle Scuderie del Quirinale fino al 21 Giugno.

(A fianco, H. Matisse, Pervince (o Giardino Marocchino), 1912)

Masterchef (italia)

Un po’ come il dolcetto dopo il pasto, la golosità che dà tanta gioia ma ci fa tanto peccare e che non dovremmo proprio fare, così è Masterchef, il vizio di chi gironzola tra i fornelli.

Masterchef è un vizio perché, come il dolcetto che non porta calorie nobili, così non porta niente di nobile alla cucina italiana. Vedendolo non c’è possibilità di imparare niente su come si cucina, non c’è una ricetta che fosse una discussa e analizzata, solo una sfilata di piatti giudicati da chef sicuramente competenti ma che alla fine riducono il programma ad una sfilata di bellezza per piatti che, poi, sono sempre quantomeno molto poco congruenti e vicini rispetto alla cucina italiana tradizionale.

Si tratta di piatti spesso sofisticati, ricchi di sfumature di ingredienti e, sopratutto e direi che è pacifico, piatti che non possono venire in mente così, all’estro, di un aspirante cuoco che non è un professionista ma un dilettante, per quanto capace esso sia.

Ho visto, credo nella passata stagione (ora è in onda la quarta), una prova in cui si dovevano cucinare cinque piatti diversi con dei fiori di zucca. Ora sfido qualsiasi cuoco che ama i fornelli a farsi venire in mente cinque ricette diverse, a riorganizzarsi gli ingredienti nei pochi minuti in cui i concorrenti possono accedere alla dispensa e prendere quello che serve e a cucinare tutto insieme. Forse, il capo cuoco del Tempio dei Fiori di Zucca, ristorante di fantasia che cucina solo fiori di zucca, ne sarebbe capace ma un cuoco amatoriale non ne può venire a capo.

Così come mi pare molto, molto difficile riuscire ad inventare una ricetta al volo per la trippa di baccalà, o il modo migliore di usare le foglie di tabacco per affumicare la carne o come usare il wasabi, sono tutti ingredienti pochissimo comuni.

Invece, in questo programma vedi due decine (poi vanno a calare, essendo eliminati mano mano) di concorrenti che sì, a favore di telecamera e di suspence comunicano le loro preoccupazioni quando gli viene chiesto di usare il nero di seppia purchè non insieme a pasta o riso, però alla fine tirano fuori tutti dei piatti, tutti diversi l’uno dall’altro, spesso buoni, in genere radicalmente diversi.

La spiegazione più ovvia è che i concorrenti siano in parte istruiti su quello che devono fare, ricevano una qualche, magari molto lunga, lista di ingredienti possibili e possano esercitarsi nella cucina di Masterchef.

La cucina, altro elemento interessante. E’ sorprendente come tutti questi si trovino in una cucina in cui non sono mai stati, peraltro bellissima, piena di ogni possibile strumento e aiuto culinario e sappiano tutti destreggiarsi con efficacia. Anche, qui, è ovvio, c’è stata una fase di accomodamento e di esercitazione.

Tutte fasi e tutti momenti che sono fuori programma, che riesce ad essere quindi avvincente perché i tempi morti e le pause sono tolti da un montaggio che è il vero conduttore: non sono i tre chef quelli che guidano le danze, ma il regista e il montatore che riescono a costruire una storia su quella che, comunque, è una visione parziale e molto personale di qualcosa di più complesso.

Bravi, bravissimi, si tratta di televisione nel senso più forte del termine (cioè nel senso di manipolazione della realtà) ma mentre una persona che si destreggia in cucina può anche arrivare a decostruire il tutto e capire quello che c’è dietro e tutto quello che manca, chi di cucina non è pratico continuerà a pensare che cucinare sia una specie di rito magico, in cui in qualche modo preter-naturale vengono fuori dei piatti, quasi da soli: poi a volte riescono e a volte no. La cucina al tempo degli aruspici.

Qualche tempo fa leggevo l’intervista di uno chef che parlava del fenomeno in ascesa del bullismo nelle cucine dei ristoranti, c’è sempre stato ma ora è peggiorato per colpa di Masterchef (parole sue), cosa che indica come le colpe di Masterchef siano ben distribuite tra tante figure professionali diverse.

C’ho detto, rimane un peccaminoso cioccolatino, da consumare con moderazione e vergognandosene un po’. Per esempio, io scommetto che il vincitore di quest’anno avrà meno di 25 anni, perché in questa fascia d’età ci sono concorrenti molto forti, che hanno il vantaggio di una certa resistenza fisica e che quasi mai hanno le crisi di panico e di ansia di alcuni concorrenti più grandi, cosa che sicuramente li fregherà prima o poi.

(Piccola aggiunta: le puntate sono registrate d’estate, e direi al ritmo di una ogni 1-2 giorni. Poi la finale viene registrata poco prima della messa in onda, che sarà in Primavera. Quindi ci sono alcune decine di persone, tra concorrenti e membri della troupe, che sanno già chi arriva in finale, eppure nessuno parla: o i servizi segreti vigilano sul fatto che il silenzio sia mantenuto, oppure si è trovato il modo di far felici tutti).

Tre brevi recensioni

L’Hobbit, la battaglia delle Cinque Armate. Ok, grazie per tutto il pesce. Hai fatto una bellissima esalogia, c’hai messo quindici anni per venirne a capo, non sei riuscito a chiuderla nel modo in cui potevi chiuderla. Mo’ però basta, Tolkien è stato saccheggiato abbastanza e quest’ultimo film è anche molto poco tolkeniano. Probabilmente la versione estesa recupererà i tagli che sono anche evidenti, però anche la dinamica del “dobbiamo vedere la versione estesa” ha fatto il suo tempo. Penso anzi, in generale, che i film al cinema abbiamo fatto il loro tempo, oggi la nostra narrazione preferita è la serie televisiva, in cui c’è molto più spazio per poter raccontare i personaggi e le loro vicissitudini. Forse una serie sugli anni che vanno dalla conclusione dell’Hobbit all’inizio del Signore degli Anelli sarebbe una bella serie, ma credo che costerebbe anche più di quanto possa permettersi anche, non so, HBO.

Pride. Forse il film più bello dell’anno, sicuramente un film eccezionale che gioca con tutto l’arco dei sentimenti. Dall’entusiamo dei giovani gay inglesi che decidono di sostenere i minatori nel loro lungo sciopero contro le politiche economiche della Thatcher, al dramma dell’arrivo dell’AIDS.

The Imitation Game. Avendo letto molto su Turing e su Bletchey Park (qui), anzi ci sono anche andato in visita in pellegrinaggio, non sono mai potuto passare sopra i numerosi errori, in alcuni casi leggeri ma in altri proprio fine a sè stessi e ad una idea di voler rendere Turing molto popolare, ma nel senso sbagliato. Comunque, molti che non sanno niente di questa vicenda potranno cominciare ad apprenderne le coordinate essenziali, in un film ben confezionato.

Recensione: Cloudburst

Il destino dei film di genere GLBT in Italia è quasi sempre quello per cui quello che viene acclamato dalla critica e ha un certo riscontro di pubblico risulta invece abbastanza insignificante per il pubblico gay. Se una eccezione a questo è stata rappresentata da Brokeback Mountain, la regola viene invece spesso confermata, ultimo caso dall’insopportabile La Vita di Adele, che è piaciuto tanto al pubblico non GLBT e alla critica perché se mettiamo due lesbiche sullo schermo allora sì che siamo progressisti, sopratutto se poi se la leccano e si vede qualcosa.

Regola che allora viene confermata per questo bellissimo Cloudburst, la storia di due anziane lesbiche, benissimo rese da Olympia Dukakis e Brenda Fricker.

Cloudburst_(2011_film)_posater

Quando Dotty cade da letto mentre scherzava con Stella, la nipote decide che deve essere messa in una struttura che possa seguirla, visto che è sovrappeso e ipovedente. La nipote proprio non arriva a capire che la nonna sia lesbica, con tutto che il marito prova a dirglielo anche esplicitamente.

Allora Stella decide di recuperare Dotty (con uno dei passaggi più divertenti del film) e di andare in Canada, dove le due potranno sposarsi e quindi non essere soggette alla tirannia della nipote. Lungo il viaggio, anche a scopo di destare meno sospetti, rimorchiano per un passaggio fino in Canada un ballerino, interpretato dal belloccio Ryan Doucette.

Il film è quindi un road-movie, tra automobilisti che si scandalizzano per i toni espliciti di Stella (“a me la fica piace bella larga, siete voi uomini che la volete stretta perché ce l’avete piccolo”), gli equivoci tra la famiglia del ballerino e Dotty e tutti i sentimenti e le interazioni tra questa coppia che riesce benissimo sullo schermo.

Un film indovinato e riuscito, forse limitato in una regia e in una fotografia un po’ troppo da serial americano, ma che comunque stacca tante lagne più mainstream.

Voto: 8

Recensione: Due giorni, una notte

I due giorni e la notte è il tempo in cui Sandra (sandrà, è ambientato in Belgio) deve convincere i suoi colleghi a votare perché lei rimanga al suo posto di lavoro, rinunciando al bonus di 1000 euro (annuali, quindi 80 euro al mese, vedi le coincidenze) che il datore di lavoro ha altrimenti promesso loro; in realtà, questi colleghi hanno già votato e lei riesce ad ottenere che votino di nuovo. Il voto è avvenuto quando lei era assente dal lavoro, per una depressione da cui non si è ancora ripresa del tutto e che avrà alcune brutte ricadute anche durante questo fine settimana.

Un film proprio brutto. Brutti gli esterni in cui è girato (finanziato dal governo belga? Si vede proprio che sono anni che lì sono senza governo), nell’umanità rappresentata che è tutta senza speranza, che si attacca a tutto pur di andare avanti, con la protagonista così debole e fragile, spesso inquadrata mentre sta a letto rannicchiata in profonda spossatezza.

Alla fine, quale sarà il riscatto di Sandra? Non dico come va a finire sulla questione del reintegro, dico che lei si dirà “sono felice”. Tutto qui, per un film che vorrebbe essere di denuncia sociale (vorrebbe?) ma rimane solo noioso.

Sinceramente, un buon reportage fatto da Ballarò, diMartedì e simili rappresenta uno spaccato più interessante e, lasciatemi dire, con un qualità di ripresa e fotografia assai migliore.

Voto: 5

I toni dell’amore

Commedia che vede protagonisti due gay newyorchesi di terza età, interpretati da Alfred Molina e John Lightow che arrivati a quarant’anni di convivenza decidono di sposarsi e da lì cominciano i guai, perché la scuola cattolica di uno dei due decide di licenziarlo. Sono così costretti a chiedere ospitalità a parenti ed amici, cosa che li porta a conoscere fin troppo bene famiglie, costumi ed usanze che avrebbero preferito vedere solo dal di fuori.

Non è un film troppo riuscito, questo di Ira Sachs. Sicuramente il migliore tra quelli visti negli ultimi tempi sul tema “vita di persone gay” (penso a La Vita di Adele, insopportabile e irrilevante), ma che non riesce mai ad avere un momento di leggerezza e di allegria. Anzi, in tutto il film incombe l’idea che qualcosa di drammatico e di tragico possa accadere, una cappa anche abbastanza pesante il cui contraltare sono delle scene abbastanza vuote ed inutili, messe sembra più per sfruttare la notevole alchimia tra i due protagonisti maschili del film, unico vero momento piacevole che non per veicolare qualche messaggio o qualche idea registica. Direi che la regia è la vera assente del film, il dolce aveva tutti gli ingredienti giusti ma è mancato il lievito.

Voto: 6

Interstellar

Le persone a noi care a volte partono e vanno via, anche se noi non lo vogliamo e anche se vorremmo che restassero con noi. Ma, in modi non sempre di immediata comprensione, continuano a parlarci e ad aiutarci a costruire il nostro destino.

Questo è Interstellar, un monumento dei film di fantascienza che per la immensa qualità supera i confini di genere, un capolavoro assoluto di cui non capisco i dubbi e le indecisioni di alcune recensioni. Mi spiace, se non vie è piaciuto è un problema vostro e anche forse del doppiaggio in italiano (io l’ho visto in inglese sottotitolato, si apprezza molto la qualità delle voci)

Sono tornato a casa scosso e toccato, commosso e con gli occhi lucidi. Non so se la fantascienza sia un genere, anzi non lo penso, credo sia più un insieme di stilemi utili per giungere ad un certo messaggio, ma Christopher Nolan è un dio in terra.

Voto: 10/10 (non so se l’ho mai dato, non so se lo darò mai più)