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Trump, pronto alla guerra

Ho sentito il discorso inaugurale di Trump, e ne ho paura.

E’ un discorso strutturalmente autoritario, vendicativo e nazionalista. Ha detto che lui di accordi commerciali, trattati, alleanze se ne strafrega, perché Dio è con lui e lui quindi può cancellare qualsiasi altra linea di politica estera purché faccia quello che lui sa che deve essere fatto.

Lui si rivolge al popolo americano, sapendo che il resto del mondo ascolta. E può solo ammirare lo splendore dell’America, perché lui, chiaramente di buon core, non li costringe nemmeno ad adeguarsi.

E’ il discorso di chi si prepara ad una guerra.

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Previsione per l’anno nuovo

Anno che arriva, previsioni per il nuovo anno. Questa volta ci prova pure il Financial Times, che in questo articolo riportato dal Corriere scrive un ipotetico riassunto del 2009, tutto centrato sulla situazione economica.

Quasi corretto, se non fosse per l’errore culturale, antropologico direi, che sottende l’intero articolo: quello di continuare a pensare che il capitalismo sia il punto di arrivo dell’evoluzione umana, e non un punto di passaggio: nessun sistema economico è mai durato per sempre, non c’è motivo per cui il capitalismo si ripeta e si perpetui, quando è un sistema che non ha la felicità dell’uomo al suo centro, ed è anzi profondamente anti-umano. E se uno ha dei dubbi sulla anti-umanità del capitalismo, può vedere la distribuzione della ricchezza nel mondo, dove qualche miliardo di persone continua a morire di fame o anche nei cosiddetti paesi ricchi, dove una minoranza ha tutto e c’è poi una enorme classe media che tira a campare, giusto terrorizzata di fare la fine di quelli che invece non hanno proprio niente.

Ma questo è un discorso più di lungo termine (a cui in genere i cosiddetti fautori del capitalismo oppongono la sciocca domanda di chiedere quale sia l’alternativa al capitalismo, come se il futuro fosse prevedibile), il discorso più a breve termine che manca in quell’articolo è semplicemente questo: Obama non avrà altra speranza, per risollevare l’economia americana, che consolidare il debito pubblico americano.

Questo vorrà dire che i titoli di stato americani in mano agli investitori esteri e alle banche saranno carta straccia, mentre quelli in mano alle famiglie americane saranno rimborsati, anche se probabilmente solo il capitale e non gli interessi. Questa manovra libererà una enorme quantità di risorse, che potranno essere utilmente impiegate nella trasformazione del sistema economico e sociale, non che Obama abbia una idea di cosa venga dopo il capitalismo, ma una redistribuzione della ricchezza è comunque necessaria.

Questa operazione, anzi il solo citarla, farà urlare i teorici del capitalismo, che dimenticano o non sanno che anche nella storia d’Italia il debito è stato già più volte consolidato, e ogni volta questo ha dato il via ad una grande crescita dell’economia. O che per ogni euro che entra nel debito pubblico, lo Stato poi ne ripaga dieci.

E’ vero che consolidare il debito pubblico porterà al fallimento delle grandi banche e dei conglomerati finanziari che detengono questi titoli, ma questi sono già andati falliti; come è vero che le forze che più vogliono conservare l’attuale sistema capitalistico sperano che questo non avvenga, anche se ormai la situazione del sistema è aldilà del loro controllo. Nè credo nessuno si spiaccia a pensare che gli oltre mille miliardi di titoli del Tesoro americano in mano alla Cina spariscano dalla sera alla mattina.

In effetti, io pensavo proprio l’anno scorso che, se le elezioni politiche italiane fossero finite in parità, allora ci sarebbe stato un governo cosiddetto tecnico che avrebbe proprio fatto questo atto per far uscire l’Italia dalla crisi., viste le dimensioni del nostro debito e il fatto che sia ormai non più pagabile, nonostante le storie che vengono raccontate.  Solo che le elezioni hanno avuto un vincitore netto il quale non è che non ci stia pensando (per Berlusconi sarebbe una cosa ottimissima, potrebbe riplasmare il sistema economico alle sue migliori convenienze, con tutti i banchieri che bussano a Palazzo Chigi per chiedere l’obolo di Stato) ma credo stia aspettando che questa cosa venga fatta da tutti i governi interessati.

E chi glielo dice a Hillary?

Secondo Newsweek, la cosa migliore che può fare adesso è ritirarsi, appoggiare Obama e nel caso in cui questi perda, presentarsi come candidata nel 2012, avendo così dimostrato che non è attaccata al potere come invece tutti pensano. Per il Washington Post, considerato che non ha alcuna speranza contro McCain, l’unico problema è trovare qualcuno autorevole che le dica di lasciar perdere e mandare avanti Obama, perchè in Texas i sondaggi li danno alla pari, e in Ohio, malgrado l’appoggio del governatore, i suoi margini si misurano in meno di dieci punti. Per la distribuzione di questi voti, per il sistema elettorale delle primarie democratiche (che è proporzionale) la conclusione è che non ci sarà alcun suo recupero nel numero di delegati, e in altri prossimi stati Obama è assai più avanti.

La Clinton è molto intelligente, tanto che ha già cominciato a fare discorsi in cui dice che chi sarà il candidato sarà un buon candidato, la questione potrebbe essere quale sia il modo migliore di vendere cara la pelle.

Obama vince tra le donne

Tra le donne democratiche che hanno votato in Wisconsin, il 51% vota Obama, il 49% Clinton. E’ un pareggio che azzera le distanze che ci sono sul voto totale (dove Obama stacca Clinton di 18 punti percentuali) ma è una vittoria netta per Obama, che ha conquistato anche la parte di elettorato democratico che doveva essergli meno favorevole. In più, ha ottenuto due terzi dei voti (contro un terzo) tra l’elettorato che si definisce indipendente.

La campagna elettorale della Clinton deve riuscire a portare a casa almeno dieci punti di vantaggio, meglio quindici, in Ohio e in Texas, ed è una battaglia quindi quasi disperata. Uno degli spot che ha fatto, in cui si dice che anche lei ha lavorato nel turno di notte, è uno spot appunto disperato se non ridicolo, un tentativo di identificazione con la classe lavoratrice che in Ohio è particolarmente forte. Quando il suo portavoce, incalzato dalle domande, dice che sì la signora ha lavorato di notte, ma alla sua scrivania, secondo me non guadagna voti con chi di notte è non a una scrivania, anzi si rende aristocratica e distante, proprio quello che non le serve.

Il risultato è quindi che con Obama c’è una identificazione forte ormai di tutti i segmenti di voto democratici, una estrema adesione di quelli che non sono democratici ma indipendenti, e la Clinton si trova adesso in un angolo, è lei che deve apparire come la figlia del popolo, compito che le è oggettivamente difficile.

(Aggiornamento: alle Hawaii, sui primi seggi scrutinati, Obama ha il 77% dei voti. E’ ovvio che è il suo stato natale, ma è una percentuale umiliante, sopratutto considerando che la Clinton ha giocato la carta della figlia, che pare sia una delle sue armi migliori. Se l’arma migliore la porta al 20% dei voti è messa male)

Le uniche cose che possono far recuperare la Clinton, che è comunque ancora oggi percepita come una persona più competente, sono un drastico abbruttimento dell’economia (quindi, dati i tempi da qui al 4 di Marzo, uno scivolone di Borsa) o un attentato. Altrimenti la sua corsa per la Presidenza è finita.

Obama l’ispanico?

Se Obama riesce a catturare i voti della comunità ispanica, per la Clinton è finita. Questo gruppo sociale è infatti l’unico che ancora la appoggia massicciamente, e questo perchè gli ispano-americani non hanno particolare simpatia per gli afro-americani e viceversa. Nella comunità nera Obama ha il 90% dei voti, sta catturando il voto delle donne, e comincia a prendere qualcosa appunto tra gli ispanici. Sono loro che hanno fondamentalmente decretato il successo della Clinton in California, per cui se cambiano orientamento ci sarà un plebiscito per Obama.

A questo punto, lo scenario per le elezioni di Novembre sarebbe di un candidato repubblicano di posizioni non becere, e un democratico orientato verso il centro che cattura però i voti della parte più disagiata d’America. Otti anni di dottrina Bush hanno prodotto degli anticorpi.

La Clinton deve ora dimostrare di saper reagire bene sotto pressione (e sa reagire bene sotto pressione, ha salvato la presidenza del marito più di una volta) e deve vincere in Ohio e Texas staccando Obama di almeno 10 punti, per tornare ad avere un numero di delegati in pareggio.

Per dire, noi discutiamo della linea politica di Sabino Pezzotta.

Spero in un Obama-McCain

Tra Clinton e Obama, il mio candidato preferito è Obama. Più che altro, la Clinton è la mia candidata non preferita, perchè la considero troppo invischiata nella politica, troppo cinica e calcolatrice (comprese le lacrime a comando) troppo tesa a dover dimostrare di essere la più brava di tutti. Ha sicuramente delle grandi capacità e dei meriti, ed è stata l’unica politica che si sia mai occupata del grande tabù delle assicurazioni sanitarie private, elaborando durante la prima presidenza del marito un piano sanitario nazionale che venne così duramente contestato da mettere in difficoltà lo stesso presidente. Ma ha anche una straordinaria capacità di coalizzare i repubblicani contro di lei, e se in Italia si può vincere proprio per la capacità di coalizzare a favore e contro (come fa Berlusconi, in questo Veltroni è intelligente nel volergli impedire il gioco che meglio gli riesce) in America c’è uno spirito civico per cui un candidato di rottura non tende a passare. Il partito repubblicano è oggi un partito in grande difficoltà, reduce da una presidenza disastrosa e scosso da scandali sessuali di ogni tipo, con una destra religiosa che è scettica e degli elettori che sono più liberi. La straordinaria e brillante manovra politica fatta nel 2004 da quel genio di Karl Rove, che portò i repubblicani indecisi a votare per la presidenza (e quindi a votare Bush) organizzando ovunque referendum sui matrimoni gay che si svolgevano lo stesso giorno delle elezioni presidenziali, oggi non avrebbe alcuna possibilità di verificarsi, Rove ha abbandonato Bush e da lì per il Busharello non c’è stato più niente da fare.

Allora e in questo scenario, tutto bisogna fare tranne che ricompattare i repubblicani, e Obama è un candidato che invece può proprio assorbire dei voti in uscita, perchè è più moderato della Clinton e assolutamente non inviso. Inoltre, per il gap generazionale che rappresenta, è più in grado di portare a votare dei giovani nuovi votanti, come è già accaduto nelle primarie. Ha sicuramente meno esperienza di governo della Clinton, ma sta dimostrando di sapersi muovere, e comunque un presidente americano è innanzitutto una ispirazione per la nazione, poi per il governo si saprà circondare di persone capaci.

 Certo, Obama non prenderà molti voti negli stati del Sud, ma non credo che nessun candidato democratico possa realmente sperare di espugnare il Texas. Ma può fare man bassa di voti per esempio in California, e in questo senso le primarie di oggi lì saranno il vero termine di confronto della capacità di mobilitazione.

Dall’altra parte, sono contento che McCain sarà il candidato. Anni fa l’ho sentito parlare e mi è sembrato un galantuomo, ed è l’autore dell’unica legge che prova a governare i finanziamenti alle campagne elettorali, annacquata poi dal Congresso. Uno scontro Obama-McCain sarebbe uno straordinario lavacro per la democrazia americana e un grande momento di rigenerazione, tutto il contrario del bolso Kerry contro il baciato dalla fortuna Bush.

Go west

Secondo questa mappa la distribuzione dei single in America non è uniforme, le donne single sono concentrate sulla costa est, mentre gli uomini sulla costa ovest.

La cosa si spiega sopratutto con questioni legate al lavoro: sulla costa est ci sono le aziende tecnologiche che sono perlopiù dominio maschile e numerosi immigrati messicani presenti in California, però è più bello pensare che i Village People avessero visto giusto quando cantavano “Go West”.