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Il dono della sensibilità

Qualche giorno fa, a cena con M., era un po’ che non ci vedevamo. Mi ha raccontato le sue ultime vicende, compresa la morte di suo nonno, una persona che per lui è stata molto importante.

M. è una persona che, ad un certo punto della sua vita, ha detto basta ad una spirale in cui precipitava sempre più ed è semplicemente e meravigliosamente rinato. Per quelle coincidenze della vita che mai coincidenze sono, venne così a Roma a frequentare un corso tenuto da me, un corso assai lungo e anche impegnativo in cui mise tutto se stesso. Come si dice, è bello quando l’allievo supera il maestro, e oggi lui conosce cose dell’informatica che, quando me ne parla, io fatico a seguire.

A cena, mi ha parlato di questo lutto. Con tutta la forza che lui ha. Dicendomi come assistere alla morte di suo nonno sia stato per lui un privilegio, quello di vedere il corpo che cessa la sua funzione di sostegno fisica e si spegne. Di come nella grande ruota della vita poche ore prima fosse nato un suo nipote.

Io pensavo che, quando questo sarebbe successo, perchè non è stato un evento imprevisto, lui ne avrebbe sofferto. Ma è riuscito a trovare un senso anche alla morte.

Allora ho pensato a me. A quando è morta mia nonna, e a come lei sia morta aspettando però che io potessi andarle a parlare prima di chiudere gli occhi per sempre. Di come io entrai nella stanza di ospedale dove ero mancato nei giorni precedenti per una influenza che non era il caso di passarle, e vedendo quanto le sue condizioni si erano aggravate cominciai a piangere. Lei non poteva più parlare, però parlò, oltre i confini della fisicità e dell’impedimento fisico, la sua anima mi disse molte cose. Io smisi di piangere, poi lei chiuse gli occhi, anche solo tenerli aperti le costava fatica. Io me ne andai sapendo che ormai, compiuto il suo ultimo compito su questa terra, sarebbe stata questione di ore o di giorni. L’avrei rivista due giorni dopo, morta, e che sia successo ormai quasi dieci anni fa non toglie nulla al dolore del ricordo di questa donna buona ma non mite, per cui ero sempre il nipote prediletto, quello che più era intelligente, quello che poi più la capiva. Oggi e proprio adesso la piango.

Ho sempre vissuto questi suoi ultimi momenti come un senso di responsabilità, ma sentendo parlare M. ho invece capito come fossero stati un dono. Noi possiamo regalare la vita a qualcuno, ma possiamo donare la nostra morte ad una sola persona. Mia nonna mi ha donato la sua morte. E la forza di questo suo dono è intatta dieci anni dopo, e mi dice ancora adesso quanto sia importante la mia vita.

M. ha saputo dirmi questo, davanti ad un piatto di pasta, con la serenità e la forza che lui ha, mostrandomi la sua sensibilità e presentandola così per come lui è, superando tutti i confini di forma, tutti i retro-pensieri, tutte le insicurezze, tutte quelle cose che spesso ci bloccano e non ci fanno vedere e dire per come siamo.

Se gli fossi grato per i prossimi dieci anni gli sarei grato per troppo poco tempo. Penso che questi siano i rapporti di amicizia profondi, quelli che nascono per caso ma poi mai per caso e che cambiano le nostre vite, in profondità, arrivando dove nemmeno noi pensavamo si potesse arrivare, mostrandoci le cose che abbiamo dentro di noi come dei tesori e non come dei limiti, i fatti della nostra vita anche quelli più dolorosi come delle risorse.

Grazie per ciò che hai fatto.

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Fa parte

Fa parte di un rapporto di amicizia che è quasi arrivato ai venti anni di durata, fa parte che il tuo amico rifiuti una opportunità di lavoro che è in realtà una opportunità di crescita umana e professionale, l’occasione che capita forse una volta nella vita. Fa parte che tu pensi che, se fosse andato a lavorare a diciassette ore di aereo da qui, sarebbe stato più vicino a te che se fosse rimasto a cinquecento metri a casa tua, fa parte che la vicinanza a volte richiede la lontananza, e che la lontananza a volte porta alla vicinanza, fa parte pensare che tu al suo posto avresti accettato, fa parte pensare e sapere perchè ha detto di no e non poterci far niente, fa parte la rabbia, fa parte che tutto questo ti faccia male perchè vedi che la vita spesso dispone e che non solo propone.

33

Ieri fu.

(il numero di blogger nati a fine Luglio è secondo solo al numero di gay che si chiamano Andrea.)

Dopo una giornata passata a giocare a Call of Duty 2 (divertente nella modalità semplice, anche per tutte le grida di incitamento: ammazziamo gli sporchi nazisti, fascisti a morte) ieri sera mi sono visto con E. e G. Molto contento di vederli e che si siano visti, si sono conosciuti più di un anno fa ma giusto per un rapido saluto, ieri invece hanno ampiamente parlato, con mio grande piacere. E’ molto bello quando due persone per te così importanti si ritrovano in sintonia riuscendo a parlarsi subito, anche perchè hanno dei modi di parlare, tra di loro, diversi da quelli che tu hai con ciascuno di loro, è un arricchimento per tutti.

Ho raccontato loro della precedente serata passata con P., e i loro commenti sono stati univoci.

L’augurio che mi hanno fatto fatto è stato che questo 33esimo anno, che peraltro cade nell’anno paolino, sia l’occasione di una palingenesi.

Io e l’indovino

Ieri ho conosciuto F. e ci siamo fatti una passeggiata ai Fori. La differenza d’età si sente, lui ha pagato il biglietto ridotto e io quello intero. Prima che io possa pagare nuovamente il biglietto ridotto devo arrivare a 65 anni di età, e dalla lettura della mano pare che io sia destinato a morire prima di lui. A parte che, essendo più grande, parrebbe grave il contraro, io sto ora scrivendo solo con la sinistra, la destra è impegnata in intensi riti apotropaici.

Sempre a proposito di riti, abbiamo pensato che potevamo scoprire chi avrebbe vinto alle elezioni con un sistema altamente scientifico, il “m’ama/non m’ama” applicato ai due maggiori contendenti. Nella splendida cornice dei Fori, ci è parsa una riedizione dell’aruspicina con la dovuta sensibilità animalista.

Lui si è assunto l’onere di fare l’indovino, e ha cominciato con la prima margherita. Solo che aveva troppi petali. Ne ha quindi presa un’altra, solo che mentre lui sfogliava i petali io parlavo di tutt’altro e ha perso il conto. Quindi c’è stata una terza margherita (preciso che nessuno dei due è rutelliano) e lì invece di PD/PdL ha cominciato a dire “Padova/Padova Libera”, solo che io sempre parlavo di tutt’altro e pure lì ci siamo persi. Prima che prendesse un’altra margherita, gli ho fatto presente che proprio in quell’area dove eravamo, millenni prima, l’indovino che si fosse sbagliato, e ripetutamente, avrebbe fatto una brutta fine. Così ci siamo concentrati (io mi sono azzittito, a volte mi succede) ma potremmo comunque esserci confusi, e mi assumo la mia quota di responsabilità. L’errore pertanto potrebbe essere pari ad uno su due.

Per la cronaca, l’ultimo petalo ha portato con sè questa previsione: Silvio.

Carbonato di calcio

“…per cui se la temperatura aumenta di più di qualche grado, l’effetto serra diventa irreversibile. Per esempio, se la temperatura aumenta, i ghiacciai si sciolgono e…”

“…e quindi gli organismi marini non riescono a costruire il carbonato di calcio partendo dall’anidride carbonica disciolta in mare”.

C. è un ragazzo di una non comune intelligenza. Ha esattamente 14 anni meno di me (quindi quattro anni fa aveva circa la metà dei miei anni), l’ho conosciuto in palestra e mi ha colpito fin da subito. Per come parla, si muove, per quello che dice, non sembra per niente il ragazzetto di liceo che si trova lì per caso e che ha gli interessi degli altri e le passioni degli altri, e con cui stante la differenza d’età ci sarebbe poco da dirsi. E’ invece già un uomo.

Mi colpisce la sua intelligenza, così viva ed affamata di confronto. Io non me lo ricordavo certo che la solubilità dell’anidride carbonica in acqua dipende dalla temperatura e che all’aumentare dell’acidità dell’acqua la reazione che porta a sintetizzare il carbonato è più difficile, ho dovuto sentirmelo ripetere da un documentario. Mentre lui c’è arrivato da solo, lasciandomi stupito una volta di più. Il dialogo c’è stato oggi in palestra, che è il luogo dove ci incontriamo.

Ci sono alcuni elementi per cui sento questa persona a me vicina. Vedendolo e sentendolo parlare, capisco perchè io, quando avevo la sua età, ero considerato così più intelligente degli altri. Capisco da cosa si vedesse. C. non è certamente me alla sua età. Ha un carattere esuberante, giocoso, molto allegro, è infinitamente più estroverso di me, ha una famiglia che sembra meno sfasciata della mia. Ma ci capiamo perchè io capisco cose di lui che non tutti capiscono. Capisco la sua frustrazione, la rabbia che ha verso un ambiente e un contesto, che sia la scuola o la città di provincia, che ormai gli vanno stretti. Allora, reagisce a questa cosa facendo l’anticonformista per partito preso, tanto può fare anche lo stronzo ma rimane il più bravo della scuola. Con me no, non fa lo stronzo, anzi riusciamo a parlare di tutto, anche del carbonato di calcio tra una serie e l’altra. Perchè in questi suoi aspetti vedo me a vent’anni. E penso a quanto ho cercato persone che fossero mie amiche e con cui potessi essere me stesso.

C’è una forte identificazione, sicuro. Per cui un po’ gli dico che a volte dovrebbe abbozzare, e lasciar cuocere anche la mediocrità dei professori con cui ha a che fare nel loro proprio brodo e che se gli altri vanno a scuola per studiare, lui deve andarci per lavorare un po’ sulla sua capacità di sopportazione, nella vita gli servirà. Quando gli dico queste cose, quando il messaggio arriva vedo come cambia l’espressione e come un sorriso appaia, mi viene da pensare che sia il sorriso di chi viene capito. Sta pensando di andare alla Normale, sarà sempre ingegneria ma non informatica, un po’ il mio cuore se ne spiace, un po’ so che sarà comunque un brillante studente, e che quel posto sarà una palestra per la sua mente, un luogo dove incanalare e disciplinare le sue energie psichiche ed intellettuali. Non devo nemmeno insistere in questo, lo capisce perfettamente e lo sta facendo, e i suoi genitori sono più contenti di lui alla sola idea.

Ricordo come andò, invece, tra me e la Normale. Quando venne chiesto di scegliere uno studente per classe da mandare ad una qualche presentazione della Scuola, io non venni scelto, perlopiù per la fredda vendetta di un qualche professore con cui, appunto, ero anticonformista. L’altro che doveva andarci alla fine nemmeno ci andò, e quando me lo disse io costernato gli feci presente che poteva dirmelo prima, magari ci andavo io. Poi, a quel punto, finita la scuola superiore, con una famiglia che si andava sfasciando e mia madre che alla sola idea che io andassi a studiare fuori dava di matto, letteralmente, io nemmeno ci pensai più.

Non rimpiango di non aver fatto la Normale, ho fatto un’altra strada e sono contento di averla fatta, perchè ha fatto di me l’uomo che sono, ma vedere questa nuova vita che si affaccia nel mondo degli adulti, pensare a quali scelte importanti farà e quali persone conoscerà, le affinità elettive che creerà e il fatto che un giorno parleremo anche di questo perchè il testimone di chi sta per iniziare l’università passerà ad un altro, è un momento che mi tocca il cuore.

Visita dal cardiologo

La sveglia all’alba di stamane (alba per i miei standard) era dovuta al fatto che dovevo fare una visita dal cardiologo. Dico “dovevo”, perchè è stato G. ad insistere molto che la facessi, dopo un episodio di tachicardia avvenuto poco prima di Natale ed abbastanza fastidioso. In particolare, la visita l’ho fatta dal padre di G., che è appunto cardiologo. La diagnosi è che non ho niente, si tratta di cose legate probabilmente a sollecitazioni del nervo vago, e la terapia migliore è quella per cui, dovesse capitare di nuovo, dovrei provare ad aumentare la pressione interna, ad esempio ponzando (nel caso fosse socialmente inaccettabile, potrei provare a riempire d’aria una bottiglia vuota).
Quello che mi ha tanto colpito di questa visita, è che per la prima volta sono potuto stare un po’ con il padre di G., e ne sono rimasto certamente emozionato. Ha intanto gli stessi occhi del figlio, quegli occhi così belli che io associo a G. e che sono quindi bellissimi e di più ancora, perchè sono la porta dell’anima. E in tante altre cose il padre mi ha ricordato il figlio: nella serietà estrema di come lavora, nella sua passione per la scienza, nel modo in cui è ordinato mentre lavora, di come sia una persona che sembra all’antica ma lo è nel senso più progressivo del termine, non vivendo la modernità come una nevrosi ma avendo invece gli strumenti per capirla. G. in questo mi ricorda un po’ don Fabrizio Salina del Gattopardo. Mi ha fatto un effetto molto strano, come se questa persona io la conoscessi da ben più tempo. Mi sono sentito, una volta di più, circondato dall’affetto di un mio amico.
Aggiunta: il carico emotivo di questa cosa è tanto che non avevo messo un titolo.

Amicizie e diti al culo

Oggi mi sono sentito con E., l’ultima volta era stata l’ultimo dell’anno. La cosa che è successa è che ha rotto con F., la sua ultima “fidanzata”, e la metto tra virgolette perchè era un rapporto con elementi molto sghembi. Era da ieri che pensavo a come stesse e a cosa stesse facendo, in questo senso il suo sms di stamane in cui mi annunciava la rottura non è stato un fulmine a ciel sereno. E’ uno degli esempi dei nostri sincronismi, lo conosco (ci conosciamo) bene e i nostri inconsci si capiscono molto prima dei pensieri coscienti.
Comunque, abbiamo parlato un po’ di questa situazione, nel senso che questa rottura nasce in un rapporto che si è portato fin dalla sua definizione degli elementi che non andavano, e che poi sono appunto esplosi. Perchè E. ha questo lato caratteriale, mentre io sono un ricucitista, cerco sempre la pezza, lui ad un certo punto sfancula tutto e tutti. Non mi preoccupa questa sua rottura, mi preoccupa che gli elementi che si è portato in questa relazione, e che sono gli stessi di quella precedente, di quella prima e di quella prima ancora, siano ormai disfunzionali ad un rapporto di coppia sano.
C’è una frase sua che ha detto e che voglio riportare qui, perchè so che un giorno mi servirà ricordarmela. Quando mi stava raccontando della rottura che s’è consumata stanotte (con lei presa da un eccesso di rabbia al limite della follia) lui ha detto che si è ricordato alcune cose che gli avevo detto su questa ragazza, e su perchè lui avesse cercato questa relazione, tutte cose che all’epoca non aveva voluto sentire più di tanto. Mi ha detto che quando gli parlavo ero come un dito al culo, ma avevo ragione, perchè sono un suo amico. In effetti gli amici spesso fanno questo effetto. Non sempre, non cerchiamo persone che ci stiano vicine essendo solo in contraddizione con noi, ma proprio perchè vicini sanno vedere e percepire le profondità di noi stessi capendo prima di noi i nostri dubbi e le nostre incertezze, le contraddizioni e le pulsioni negative, dicendoci così quello che non vorremmo altrimenti sentirci dire e che non diciamo a noi stessi. Senza giudicarci, e senza manifestare delle aspettative su di noi, perchè sono i nostri amici e non i nostri genitori.
Mi ricordo, un paio d’anni fa, ero ad una cena di lavoro e mi arrivò una sua chiamata, in cui mi diceva di aver rotto con la tipa dell’epoca (per gli stessi motivi, poi, per cui ha rotto oggi con quella di oggi). Io che sapevo dentro di me che questo sarebbe accaduto, gli dissi solo “meno male”, e quando riprese la conversazione a tavola, gli altri commensali dissero che no, un amico non doveva dire una cosa così, che se loro lo avessero fatto con i loro amici sarebbero stati tuoni e fulmini, anzi una persona disse che dopo una risposta simile una sua amica non le parlò per sei mesi.
Io non replicai, mi limitai solo a pensare alla solitudine di queste persone che usano il termine “amico” come sinonimo di “conoscente”. Sono quindi contento che, a volte, sono un dito al culo, proprio perchè a volte E. lo è stato con me, e ne avevo proprio bisogno.

Solitudini e vicinanze

Quest’anno in palestra c’è un nuovo istruttore. Ha un fisico più che eccezionale, una di quelle (assai poche) persone geneticamente dotate per cui il suo problema è quello di allenarsi poco, perchè se si allenasse come tutti gli altri diventerebbe enorme, ora è invece solo grande, anzi spettacolare. Mi ha fatto vedere le sue foto in spiaggia quest’anno, a bocca aperta.
Questo fatto delle foto è avvenuto nell’ambito di un suo avvicinamento, nel senso che a fronte di un corpo così esuberante, lui mi è apparso sempre più come una persona invece molto riservata, introversa, riflessiva, uno di quelli che se gli fai una battuta ci rimane male o comunque ci pensa e ripensa, non un guascone che scrolla le spalle.
Ieri è successa una cosa che mi ha molto colpito, ci sto ancora pensando. C’è stata una prima conversazione, più pubblica, su questioni di palestra, e io gli dicevo che se un paio di anni fa ho scelto di iniziare a farla è stato anche per scoprire una dimensione mia che non era esattamente nelle mie corde. Sono contentissimo di aver scelto di fare questo tipo di attività fisica, quando non vado in palestra quelle quattro volte a settimana mi intristisco, la mia salute ne ha guadagnato e anche il mio aspetto fisico, però gli dicevo che certo non posso pensare nè penso di gareggiare con chi è geneticamente dotato o con chi ha la metà dei miei anni e ha quindi un fisico che risponde in modo diverso alle sollecitazioni. Quello che conta, gli ho detto, è l’impegno, i risultati variano anche per fattori fuori dal nostro controllo.
Questa cosa deve averlo molto colpito, anche se penso che sia stato un percorso complessivo di avvicinamento, io spesso in palestra appaio un po’ pesce fuor d’acqua, quantomeno rispetto a quegli individui che parlano un odioso dialetto gutturale tipico di queste parti.
Così, quando me ne stavo per andare ed eravamo rimasti in due, ci siamo messi nuovamente a parlare. Il là, figurarsi, è stato dato da una mia battuta sul fatto che mi sono depilato per i noti problemi parassitari, e lui si è messo a parlare della sua vita, cercando, credo sia la parola giusta, sostegno e conforto.
Di quante donne ha conosciuto, del tipo di donna che cerca ma poi ne trova tutt’altro tipo, e mano a mano che continuava questa conversazione, protrattasi per oltre un’ora, lui ha portato a galla e fatto emergere fatti della sua personalità estremamente personali e delicati, come il suo rapporto molto conflittuale con i genitori, il suo avere un fisico molto più estroverso del suo carattere, il cercare nell’amicizia di persone più grandi di lui un certo tipo di maturità.
Io sono rimasto colpito lì e ancora di più lo sono adesso. Per essere chiaro innanzitutto a me, non penso per niente a lui in termini sessuali. Non so nemmeno se lui abbia una percezione del mio orientamento sessuale, io non gli ho mai detto che vado per donne, ho sempre detto che lui cerca delle donne, non sono stato disonesto, ma non mi sento di parlare della mia sessualità in quel luogo.
Però, quello che mi ha colpito, sono stati i suoi occhi. In certi momenti, appena usavo certe parole, li vedevo non voglio dire inumiditi, ma certo spie di un grande conflitto interiore. E spesso ho usato parole per fargli capire una vicinanza e una comprensione non rituali, che andassero sotto la superficie delle cose. Finora, questo tipo di contatto l’ho provato con gli amici più stretti, certamente con i compagni o gli amanti, non con un uomo con cui condivido il sudore della panca. Non pensavo, e questo mi ha un po’ stupito, che la mia sensibilità si fosse così acuita che una persona a me quasi sconosciuta decidesse così tanto di aprirsi, fidandosi di me.
La sua mi è sembrata non voglio dire una richiesta di aiuto, ma certo uno di quegli atti istintivi che facciamo e da cui spesso non c’è ritorno, non posso pensare di vederlo oggi e di considerarlo come l’avrei considerato ieri. Non so come mi comporterò, sicuramente con molta delicatezza perchè penso che lui si sia aperto con me proprio perchè non l’ho mai percepito come il colosso stupido ed insensibile. Credo pure che questa manifestazione di vicinanza ci sia stata perchè io sto sperimentando una serenità nuova, che anche gli altri vedono. E sono contento di non essere il gay che va in palestra per vedere gli altri maschi sotto la doccia, perchè altrimenti avrei probabilmente rinunciato a un tipo di contatto come questo.

Salutandosi

Tu sei stato il mio primo amico gay. Qualche anno fa. Ricordo quando siamo andati insieme alla spiaggia gay, quando siamo andati dietro le dune per vedere cosa succedeva ed eravamo tutti e due un po’ imbarazzati ma anche tentati dal panorama (ricordi quel moro con gli occhi azzurri che quasi ci supplicava). Ricordo andare sul TMax con te. I tuoi consigli su come gestire certi personaggi in cui mi ero imbattuto. Quando sono venuto a trovarti, tu che stai oltre l’altro capo di Roma, a vedere casa tua e il tuo hobby così particolare e interessante. I miei incoraggiamenti quando hai passato un brutto periodo, eri senza lavoro e senza fidanzato. Poi cosa è successo? Semplicisticamente, forse, potrei dire che ti sei fidanzato. Andiamo a Berlino insieme? No Berlino non mi piace. Dove sei stato in vacanza? A Berlino con il mio ragazzo. Certo, con il tuo ragazzo tutto può essere bellissimo e non era gelosia la mia – un senso di spaesamento sì – ma poi avresti dovuto dimostrarmi un po’ di interesse. Invece sei quasi sparito. Sapevo quanto per te fosse importante questa relazione, come tu la considerassi un punto di arrivo importante. Proprio per questo, mi sarebbe piaciuto vedere il tuo ragazzo almeno una volta.

Apparisti qualche mese dopo, era Ottobre del 2005, promettendo una cena in cui me lo avresti presentato. Mi ricordo che avevo già pensato a dove potevamo andare. Ho pensato che poteva essere una cena quasi riparatrice, certamente un modo per dirmi che volevi che continuassi a far parte della tua vita. Niente cena. In due anni, una mail di auguri, mandata a me e ad altre cento persone. Un casuale e veloce incontro su un sito, a Gennaio del 2006.

Allora oggi ti ho mandato un messaggio per cellulare. Salutandoti. Perchè non ha senso tenere il tuo nome in rubrica, preferisco ricordare di te tutte le cose belle che ci sono state, cristallizzare il ricordo bello che è stato e non le piccole stille di amarezza ogni volta che leggo il tuo nome e ogni tanto mi chiedo: cosa starà facendo? E’ ancora fidanzato? S’e’ dichiarato in casa? Vivono insieme? Dove lavora? La causa di lavoro come è andata a finire? In questi due anni, qualche volta avrei avuto bisogno anche di te, certo ho avuto altri e non sto facendo il piagnone, ma anche tu potevi esserci. Ma per me eri e sei rimasto a Berlino, dimentico di me. Succede, in particolare nel mondo gay, il fidanzato a quel punto ha altre priorità e gli amici sono amici amici, ma amici al cazzo.

Così mi hai richiamato oggi, per dirmi di no e che non doveva finire così. Per me sì, deve finire così. La telefonata si è poi interrotta, sarà finito il credito, ma mi pare una conclusione in tono.

Finirebbe così, le amicizie non sono intime disposizioni dello spirito ma condivisione di esperienze e di spazi comuni. Non sono nomi in rubrica pronti per essere chiamati un giorno che ci fosse un cataclisma, ma sono il chiamare per chiedere come va. Non puoi dirmi che sono una persona splendida, e in tutto questo tempo esserti scordato una telefonata per chiedermi come stavo. Due anni sono tanti. Le persone cambiano. Se non si cambia insieme, ci si separa. Vale in ogni rapporto umano, con intensità e profondità diverse. Ma certo non esiste un rapporto umano in cui ci si ignora per dimostrare quanto si è amici.

Ora, mi hai mandato un altro messaggio. Dici che Paolo di Frascati per te è sempre stato importante. Io non sono di Frascati. Ecco quanto ti ricordi di me.

Sognando di vincere con il Toro

Ieri E. festeggiava il suo compleanno, l’ho incontrato prima per caso a Roma, poi ci siamo visti la sera con pochi altri per l’occasione. Nel primo incontro era con la sua ragazza, e durante la conversazione lui ha detto che lei aveva una idea di me che voleva comunicarmi. Lei invece si è tirata indietro, e la situazione si è resa molto imbarazzante, nel senso che c’era questa cosa in sospeso nell’aria. Allora, lui ha preso coraggio e, facendo notare a lei che non dovrebbe aver paura di esprimere le sue idee, ha detto che per lei, bontà sua, io sarei un ottimo compagno per una donna.

La mia faccia credo abbia detto tutto.

Poi, la sera, quando ho potuto parlare a quattr’occhi con E., gli ho detto che quella frase mi è parsa tutto tranne che un pensiero carino, e lì è cominciata la difesa d’ufficio, per cui no, anzi è un pensiero carino, è un modo gentile di dirmi che certo io fatico molto a trovare un partner maschile, ma se cercassi una donna le mie qualità personali non me la farebbero mancare, cosa che per una donna dovrebbe essere il massimo del complimento.

Io credo che sia difficile essere più etero-centrici di così. Mi fa lo stesso effetto che farebbe ad un tifoso del Toro se uno gli dicesse “certo, se tu tifassi Juventus ne avresti di soddisfazioni…sei una persona così positiva, perchè non cambi squadra?”.

Ecco, io non voglio proprio cambiare squadra, e trovo offensivo che qualcuno voglia ridurre la mia sessualità alla sua, sopratutto quando considera questo pensiero come un pensiero nobile e carino, mentre invece il sottotesto è di chi aveva dei pregiudizi sui gay, perchè viene da un ambiente molto chiuso, ora che se ne è allontanata ha scoperto un mondo di normalità, e invece di dire questo, cerca di ricondursi ad una categoria che può essere la sua non la mia.

I giudizi migliori e più accettabili sono quelli di chi, esprimendoli, dice anche qualcosa su di sè e sul suo cammino interiore, non quelli di chi cerca di ricondurti al suo mondo.

Per me l’idea di felicità è svegliarmi la mattina con accanto l’uomo che amo, ed è questo lo scudetto che voglio vincere. Sarebbe bello che gli eterosessuali, anche quelli più comprensivi, non discriminatori e sostenitori dei nostri diritti civili, capissero questo nel senso di accettarlo senza volerlo ricondurre alla loro idea di felicità.

Perchè, quella frase così infelice sarebbe stata tutta diversa se fosse stato detto “Tu Paolo, con tutte le tue positività, saresti un ottimo compagno per una persona“.