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Bersani, l’unico (o quasi) sveglio

Qualche giorno fa Bersani ha dichiarato che, se la riforma costituzionale proposta da Renzi dovesse essere bocciata, il Premier non dovrebbe dimettersi, come invece ha promesso che farà.

I giornalisti (sempre molto incapaci di capire le dinamiche politiche) hanno pensato che fosse un ramoscello d’ulivo: invece è una dichiarazione di guerra.

Checché se ne dica, la posizione di Renzi per cui in caso di sconfitta ne trarrebbe la conclusione della sua esperienza politica, è una posizione di forza.

E’ di forza perché propone agli italiani lo spauracchio dell’ingovernabilità (cosa che gli italiani detestano più di ogni altra cosa), ma anche perché gli consente, in questa battaglia, di avere tutta la libertà di manovra e la spregiudicatezza necessarie. I suoi avversari che, comunque vada, rimarranno dove stanno, non hanno una posizione così forte. E’ facile dire che in caso di vittoria del Sì ci sarà la dittatura, un po’ meno trarne le conseguenze ed annunciare che si dimetteranno dal Parlamento e si ritireranno a vita privata pur di non essere la foglia di fico di una pericolosa dittatura sudamericana del secolo scorso.

Bersani, che della minoranza PD è uno dei pochi che ragiona, ha ben capito di cosa si tratta e quindi vuole disinnescare fin da subito la bomba, smontando la linea politica di Renzi. Non a caso, oggi la Boschi ha confermato la linea del suo capo, ovvero che in caso di sconfitta si farà da parte.

Peccato, veramente peccato, che Renzi non trovi il modo di portare nel governo persone intelligenti come Bersani, ne avrebbe un gran bisogno.

 

 

Un cadaverino politico

Le dimissioni del ministro Guidi non sono una grande e particolare vittoria del buon senso e dell’opportunità politica, come i giornali renziani si stanno affrettando a scrivere, ma una conseguenza politica di un processo politico che ha cominciato a scavare il terreno sotto i piedi del titolare del Ministero per lo Sviluppo Economico quasi due anni fa.

La Guidi, infatti, venne messa lì per l’unico particolare merito di essere ben
vista da Berlusconi e l’allora nascente governo Renzi, in pieno patto del Nazareno, doveva ingraziarsi l’opposizione non opposizione di Forza Italia.

Il patto si ruppe pochi mesi dopo e l’insofferenza di Renzi verso il ministro è cominciata lentamente a crescere, anche perché la Guidi, come ministro, non ha fatto nulla di particolarmente eclatante, una onesta impiegata priva di quei guizzi anche mediatici che invece al governo servono come l’aria.

Così, ad ogni voce di rimpasto il nome della Guidi era tra i possibili pronti a saltare. La vicenda dei favori che il ministro avrebbe fatto al suo compagno è stata solo il pretesto.

Dimissioni che poi si sono rese necessarie perché in quelle intercettazioni figura anche il nome del ministro Boschi e Renzi, adesso, non può permettersi di mettere in crisi il ministro delle Riforme: almeno fino ad Ottobre, deve cercare di tenere la Boschi lì dove sta, sperando che l’inchiesta su Banca Etruria non proceda troppo spedita.

Di fronte a questo grosso guaio, alla scarsa astuzia politica della Guidi che
non si limita a fare e a non dire ma piuttosto non fa e dice (non era merito suo questo emendamento, ma non ha resistito all’idea di attribuirselo per farsi bella), le dimissioni devono essere vendute come il trionfo dell’etica pubblica. Per questo, i renziani sono già a seminare il terreno dell’illusione di massa.

Piuttosto, se fossi Renzi, andrei da Pierluigi Bersani e gli proporrei il posto della Guidi. Sarebbe la prova che Pittibimbo ha una visione politica strategica e non solo tattica.

Forma o sostanza

Chi ieri ha visto Otto e Mezzo ha avuto la fortuna di vedere un pezzo di storia. Era ospite Bersani che, con molta educazione, intelligenza e senso della misura contestava alcune idee e, sopratutto, l’approccio di Renzi ai problemi. Non è stato quello a fare la storia. E’ stato il servizio che ripercorreva la quantità di liberalizzazioni che Bersani, ministro del governo Prodi, fece con le sue famose lenzuolate.

La storia era tutta lì: un leader capace, bravissimo a governare, che ha perso le elezioni perché invece di parlare di quello che ha fatto ha sbagliato tutta la campagna elettorale. Addirittura, pare che doveva essere il giornalista a fare l’elenco delle cose da lui fatte, quasi che se ne schermisse o le considerasse poco importanti.

Invece, dall’altra parte, il premier cazzaro e i suoi gaglioffi che ripetono ossessivamente “80 euro”, “abolizione Senato” e “articolo 18”, manco fossero riforme effettivamente fatte (sugli 80 euro, c’è stato un periodo in cui non potevi sentirne parlare uno che non ce lo mettesse ogni 30-40 secondi: noi scommettevamo su quando il deficiente di turno l’avrebbe detto e raramente perdevamo).

Si è fatta la storia perché si è sancito, in modo storico, il primato della comunicazione sui fatti. Uno non sapeva se spiacersi che un personaggio capace come Bersani se ne sta a fare il deputato e non il ministro, o il premier, o se preoccuparsi per come il dibattito politico si sia ormai esaurito del tutto, divenuto solo una questione di marketing.

Nel paese dei ciechi, Renzi ci vede benissimo

Nel paese dei ciechi, chi ha un occhio solo ci vede bene. E’ una massima indovinata nel descrivere la direzione del PD di ieri e la stravittoria di Pittibimbo: lui non è un genio, ma di fronte a D’Alema e Bersani appare come un gigante. D’Alema, quello che si è costantemente fatto fregare da Berlusconi, Bersani quello che dopo aver messo Filippo Penati a capo della segreteria e non essersi mai accorto di nulla è riuscito a perdere le elezioni del 2013.

Perché quella di ieri è stata una vittoria netta, per Pittibimbo, favorita dal rancore dei suoi avversari che sono stati strapazzati più volte e ora, non v’è dubbio, schiumano rabbia. Ma è anche una buona notizia per il mondo del lavoro italiano perché la riforma proposta dal PD sull’articolo 18 è una buona riforma.

Parto proprio da questo punto, visto che orientarsi nei cascami ideologici che vengono rilanciati dagli sconfitti di ieri è piuttosto difficile.

Il primo punto della riforma è quello che prevede che i contratti precari vengano aboliti. Questi contratti, varati a metà degli anni ’90, dovevano servire a favorire l’ingresso dei giovani lavoratori in azienda ma invece sono diventati un girone infernale dal quale moltissimi, dico milioni di persone, non riescono più ad uscire. Farli diventare dei lavoratori a tempo determinato significa dare a queste persone diritti come le ferie, la malattia, la liquidazione, la rappresentanza sindacale; significa farli uscire da quella che è una condizione intollerabile contro cui i sindacati, che ora tanto strepitano, non hanno mai fatto niente.

Allora, se questo è il primo elemento della riforma, perché è necessario varare una revisione dell’articolo 18? La risposta è molto semplice: sono i soldi, bellezza. Trasformare tutti questi contratti in contratti a tempo determinato e sottoposti all’articolo 18 significherebbe  pretendere, per legge, che l’economia italiana sia molto, molto diversa da quello che è oggi. Moltissime aziende non potrebbero reggere l’impatto di queste assunzioni che, proprio per l’articolo 18, sarebbero poi impossibili da gestire o da smaltire.

A questi lavoratori, quindi, viene proposto un miglioramento immediato e netto, sia chiaro, delle loro condizioni di lavoro, purché accettino per un periodo di tempo (la cui durata è oggetto di discussione, si va dai 3 ai 7 anni) di non essere tutelati dall’articolo 18. Articolo che, ricordo, non li tutela nemmeno oggi.

Nell’arco di questi anni in cui avverranno questi passaggi di contratto e gli anni di moratoria proseguiranno, sarà possibile – e dovuto – intervenire su altri aspetti del mercato del lavoro, primo dei quali è la durata eccessiva dei processi che riguardano questioni lavorative: oggi durano troppo e non danno certezza a nessuna delle due parti.

Ma, in una situazione economica in cui la gente non ha più il lavoro, è del tutto inutile pensare di fare una bellissima riforma che per dispiegare i suoi effetti richiede anni. E’ molto più sensato stabilire che, intanto, chi oggi non ha tutele comincia ad averle e che, poi, si troverà un modo per riorganizzare il contenzioso.

Nel contempo, l’articolo 18 non viene abolito per chi già ce l’ha, ma viene anzi confermato, salvo le questioni economiche. Ovvero, il licenziamento non può avvenire per motivi disciplinari o per discriminazione, ma può avvenire per questioni economiche. Considerato che anche oggi i licenziamenti per motivi economici avvengono eccome (anzi, ci sono proprio i licenziamenti collettivi), questa riformulazione non è lesiva dei diritti di nessuno ma prende solo atto della situazione che è.

Inoltre, l’altro aspetto della riforma è quello che riguarda il demansionamento: se oggi hai un incarico superiore alle tue capacità puoi essere retrocesso, ma mantieni lo stesso stipendio. Si tratta, per me, di una assurdità: se non sai fare quello per cui ti pago, ti pago di meno per fare di meno, certo non ti pago lo stesso per simpatia.

I sindacati dicono che questo sarà il modo in cui capaci lavoratori verranno puniti, riducendo loro funzioni e stipendio. Questo, al di là dei singoli casi, non è vero nella massa perché le aziende non hanno interesse o necessità a fare una cosa del genere. Generalmente, preferiscono pagare perché il lavoro per il quale pagano sia fatto. Inoltre, oggi in Italia è difficilissimo fare carriera perché se ti fanno diventare il responsabile dell’acquisto delle matite e tu non distingui una matita da un bue, poi non possono farti retrocedere. Se invece stabiliamo il principio che puoi diventare il guru delle matite e che ti devi poi guadagnare, ogni giorno, lo stipendio da esperto di grafite, allora diventa più semplice che l’azienda ti metta alla prova e, particolare non da poco conto, tu farai di tutto per meritarti il posto. Mentre oggi, appena hai un nuovo ufficio, invece di usarlo per lavorare lo usi per costruire la cordata che ti deve sorreggere di fronte alle inadeguatezze tue o dell’azienda. Che, magari, è inadeguata perché ha troppi responsabili dell’acquisto di matite, gomme e calamai che non sanno fare il loro lavoro e sono tutti preoccupati di reggersi l’un l’altro.

Certamente, qualcuno in questa riforma ci rimette. Intanto ci rimettono i sindacati, che sono diventati troppo grassi e troppo corrotti per difendere i diritti di tutti i lavoratori. Oggi i precari non sono rappresentati dai sindacati che non hanno alcun interesse a farlo, preferendo di gran lunga tutelare quelli che poi possono foraggiarli e votarli, garantendo a questi tutele eccessive che vengono pagate da chi non ha nulla. Inoltre, ci rimettono tutti quelli che oggi hanno già un contratto a tempo indeterminato, ben tutelati anche dall’articolo 18, e che un domani dovessero cercarsi un altro lavoro, perché non sarebbero sicuri di avere lo stesso tipo di tutela.

Beh, francamente, cazzi loro. Di fronte a milioni di persone che non hanno nulla, possono sicuramente fare un sacrificio, peraltro piccolo. Non possono pretendere di passare da un tempo indeterminato ad un altro, liberi pure di fancazzare tutto il giorno, mentre intorno la gente si dispera non avendo niente.

Detto della riforma, devo fare i complimenti a Pittibimbo per come ha cucinato l’opposizione interna: ha agitato il drappo rosso dell’articolo 18, li ha lasciati scatenarsi (non perché a questi qui freghi niente dell’articolo 18, anzi D’Alema lo voleva riformare quando era Presidente del Consiglio) poi ha scompaginato un po’ le carte e li ha lasciati in braghe di tela. Costretti a contare sui voti della minoranza che fa capo a Civati, altro personaggio ampiamente sopravvalutato.

Tutto questo, poi, è avvenuto perché Pittibimbo aveva fiutato l’aria e sapeva che la minoranza del PD era pronta a tutto pur di far cadere il governo e toglierselo di torno. Allora, con una grande astuzia, ha rilanciato e attaccato sulla carne viva; adesso anche se cade il governo lui potrà presentarsi agli elettori come il rinnovatore che hanno bloccato, mentre se va avanti potrà poi occuparsi con molta agilità di tutte le altre riforme, quelle sì indispensabili al Paese.

Alcune considerazioni sulla lieta giornata odierna

I. Dei quattro principali partiti italiani, nessuno di questi può essere per davvero considerato un partito. Uno è un partito padronale, uno è un agglomerato di tre o quattro grosse correnti (a loro volta divise in sotto-correnti), uno per definizione è un non-partito, l’ultimo è una lista civica che non riesce a sintetizzare niente.

II. Questa situazione è destinata a perdurare per i prossimi anni.

III. Le proteste dei cittadini, sia nelle piazze virtuali che in quelle reali, contro la porcata dell’elezione di Marini, sono state dovute anche dal fatto che tutti noi sentiamo come il Presidente della Repubblica sia una figura che interviene già molto nella vita politica, e per i punti I e II interverrà sempre di più, con un ruolo di supplenza e di garanzia, in particolare verso l’Europa.

IV. Quindi, noi siamo già in una repubblica semi-presidenziale: così la vivono i cittadini, così la subiscono i partiti, così si comporta l’Europa e in generale tutti gli alleati.

V. Quindi, la prossima riforma istituzionale dovrà essere una riforma semi-presidenziale, per prendere atto di una realtà di fatto e per evitare che una pericolosa Costituzione materiale si sovrapponga e si sostituisca a quella formale senza garanzie e meccanismi di controllo.

Piccola aggiunta: la strategia suicida di Bersani è del tutto inspiegabile per quello che si sa. Dopo un mese e mezzo di corteggiamento al M5S, decide di buttare tutto per aria, di sfasciare il partito e di distruggere la propria segreteria per nessun motivo noto. Ci saranno dei motivi non noti, allora. Io sarei proprio curioso di sapere se non ci sia stata una qualche reciproca assicurazione sulle vicende giudiziarie che colpiscono i due partiti, perché ormai sospetto che da Siena, per la vicenda MPS, comincino a tintinnare le manette.

Durerà

Magari non sto esattamente sul pezzo, ma la mia prima reazione a leggere la composizione del nuovo governo Monti è riassumibile proprio così: durerà.

Perché dentro ci sono tutti i poteri, c’è il Vaticano, gli Stati Uniti, i prodiani, i lettiani, le regioni, la grande burocrazia, i militari, la finanza, i boiardi di Stato, veramente non manca nessuno, personaggi in odore di premio Nobel per la pace, illustri accademici, grandi professionisti.

E’ un capolavoro, anzi il capolavoro politico di Giorgio Napolitano, c’è di che rimanere a bocca aperta per tanta astuzia e tanto distillato di acume politico. E’ la migliore costruzione del suo settennato politico, e la cosa che gli assicurerà un po’ più di un cenno nei libri di storia.

Durerà quindi perché questi che sono entrati come ministro non l’hanno fatto per stare tre mesi a scaldare le poltrone; e veramente sarebbe da rileggere i commenti pensosi dei notisti di cronaca politica quando dicevano che uomini come Letta ed Amato avrebbero rinforzato il governo: direi proprio di no.

Durera anche perché è una Caporetto della classe politica italiana, dalla ex maggioranza su cui vorrei ora tacere per spirito di concisione all’ex opposizione, che dopo quattro anni di opposizione ancora non ha trovato un programma ed un candidato, per cui non ha avuto il coraggio di chiedere le elezioni subito, facendo anzi passare che se non si sono fatte è stata per la generosità di Berlusconi. Come se, tenendo le elezioni, costui non sarebbe stato spazzato via, e anzi alla sola idea di sciogliere le Camere la metà dei parlamentari del PDL non avrebbe votato la fiducia a chicchessia.

Certo, la politica è l’arte del possibile, e almeno in questo Bersani è stato politicamente sveglio, parlando di salvare l’Italia, e lavorando nel frattempo per un governo che è uscito molto, molto meglio di quanto immaginabile.

La manifestazione a favore delle regole

L’ultima volta che ho partecipato ad un corteo politico è stato nel, addirittura, 1994, quando andai in piazza con i sindacati a protestare contro la finanziaria di Berlusconi. Già, nel 1994 c’era già Berlusconi, e già c’era l’adunanza contro il governo fascista ecc… ecc… Non sono sicuro, con il senno di poi, che quella manifestazione sia stata una cosa indovinata, visto che la cosa più criticata dai sindacati dell’epoca era il taglio del 3% della pensione per ogni anno in cui si andava in pensione prima dei 65 anni per gli uomini e 60 per le donne (se andavi in pensione a 60 anni perdevi il 3×5=15 per cento). Non ne sono sicuro perchè poi la riforma che comunque venne fatta, la riforma Dini, ha assestato un robusto calcio il culo a tutti i giovani lavoratori (me compreso, quindi) ed andremo in pensione con una cosa micragnosa.

Comunque, non è questo il tema, era solo per dire che questa volta dovevo sentire una ingiustizia forte compiuta dal governo, ovvero il decreto salva liste, per convincermi a scendere in piazza. Ma quanto è stato detto nella manifestazione non mi ha molto soddisfatto.

Siamo arrivati alle 15, quando aveva già parlato Emma Bonino, ed è stato quindi il turno di Nichi Vendola. Vendola è in effetti l’anti-Berlusconi, perchè la sua capacità di mobilitare la folla con delle suggestioni emotive, con immagini più che con fatti, non ha eguali. Anche nel suo rivendicare con orgoglio di aver ricevuto un avviso di garanzia per aver suggerito la nomina di un (valente) primario al posto del raccomandato di turno, rivela un’indole nei fatti berlusconiana, quando contrappone la legalità alla legittimità; ma di questo non s’è parlato in questa manifestazione, volevo chiarire che comunque il tema della legalità a sinistra viene digerito a spizzichi e bocconi (e se ci sono dei dubbi al riguardo, si pensi alla candidatura di Errani come governatore dell’Emilia Romagna, in contrasto con la legge).

Dopo Vendola ha parlato una giovane supplente precaria del Sud, certo il tema del suo intervento era tutto sulla scuola, ma non è certo da chiedere ad una lavoratrice disoccupata di parlar d’altro: ed anzi ha parlato molto meglio lei che non Di Pietro, che è stato uno spettacolo imbarazzante.

Tutto il tono dell’intervento è stato: noi dell’Italia dei Valori siamo buoni e bravi, e gli altri partiti non ci vogliono bene, e se la prendono con noi, un tono tra il lagnoso e il pietoso che manco ad una riunione di condominio per le infiltrazioni d’acqua della signora Luisa. Ci ha comunque rassicurato che lui non farà polemiche con Napolitano (senza mai citarlo per nome) perchè altrimenti i media in mano al nemico lo strumentalizzano.

Fenomeno interessante, una non piccola parte della piazza l’ha trovato insopportabile, ridendo dei suoi strafalcioni grammaticali e dell’insussistenza delle sue argomentazioni. Dopo è stato il turno di Bersani, che ha fatto un discorso molto liscio e lineare, e quindi molto sbagliato. La gente che era in piazza era per sancire il primato delle regole in democrazia, non per fare l’adunata tutti insieme contro Berlusconi, che poi intanto vinciamo (anche in Emilia Romagna) poi si vedrà. Non me ne importa niente che il decreto salva-liste abbia fallito nel suo scopo, quello che conta è che c’è stato, che è l’ennesima legge porcata, e che Bersani doveva prendere un impegno fortissimo a buttarlo giù con tutti i mezzi, non parlare genericamente di quanto è importante la scuola e il lavoro e la sanità e la ricerca, lo sappiamo ma non siamo venuti in piazza per quello: l’opposizione non ha avuto il coraggio di pensare che potesse parlare a tutto il Paese del tema delle regole, tanto che Ferrero (ha parlato pure lui ma me ne ero scordato) ha detto che bisogna fare la grande alleanza contro Berlusconi.

NO. La grande alleanza NO. Abbiamo già dato, con il povero Prodi che passava la giornata a mediare tra Bertinotti e Mastella. Dobbiamo fare una alleanza tra gente che ci crede, disposta a mettere molto da parte il proprio orgoglio personale ed interesse di partito, per offrire una piattaforma politica credibile e seria, che non solo ripari i guasti ma progetti una società nuova. Il programma politico non può essere l’abolizione delle leggi ad personam, perchè questo è un dettaglio che si fa il primo giorno di governo, poi ne rimangono 1800 in cui bisogna decidere cosa fare. Ci vuole un’idea diversa di Italia, che possa essere un messaggio anche per quella parte del paese che vota PDL ma si fa vieppiù sconcertata, non può essere che 16 anni dopo il 1994 stiamo a pensare a fare e rifare l’alleanza dei Progressisti.

Nota positiva: c’erano un po’, ma non tante, facce giovani in piazza del Popolo, che era gremita. Ad occhio direi che c’erano sulle 50-70 mila persone, certo non un gran successo, e che sarebbe invece stato tale se si fosse battuto su un tema forte e semplice come quello della legalità, invece di metterci dentro di tutto, ma come ho già detto: mai sottovalutare il PD.

(La giornata era soleggiata, le foto fatte con il cellulare sono venute un po’ scure).

Polverini, banalità

Intervista di Renata Polverini al Sole 24 Ore:

Di cosa parlerà ai cittadini nel Lazio?

La priorità, qui come dappertutto, è l’economia. Farò in modo che la regione esca dalla crisi nelle stesse condizioni in cui ne è entrata.

[Pessima idea. Forse il Lazio dovrebbe uscire molto meglio di come c’è entrato, anzi come dicono in America: Never Waste a Good Crisis]

Su cosa scommette il suo programma economico?

[…] Sopratutto a quel tessuto di aziende piccole e medie che ruota intorno ad un polo strategico per la regione e il paese, quello dell’auto di Cassino.

[E’ brutto da dire, ma la Fiat non ha più intenzione di produrre in Italia. E anche ammesso che non chiuda Cassino, sicuramente pensa a ridimensionarlo. Allora, bisogna sfruttare gli anni a disposizione per una riconversione industriale massiccia di un’area, altrimenti si fa la fine di Termini Imerese. E sarebbe bello che il Lazio si occupasse di settori nuovi, non di cose che ormai si fanno meglio e a costi minori in Polonia]

Il turismo è l’altra risorsa sottovalutata: c’è ancora tanto da fare

[Signora mia, io a mi’ marito je faccio du’ carciofi alla giudia che levete]

Il resto dell’intervista è anche più trascurabile, sia come domande che come risposte. Io avrei chiesto: Chi ti paga la campagna elettorale, che è già partita in grande spolvero? E’ vero che sei finanziata da Mario Baccini? Non ti senti in imbarazzo ad avere come consulente di immagine Claudio Velardi, lo stratega di D’Alema? E’ vero che D’Alema, da perfetto comunistone quale è, ti vota pur di non avere niente a che fare con i radicali?

Taccio per amor di patria su Bersani, che ha esordito la conferenza stampa dicendo pressapoco così: è vero che sono mancato in questi giorni, ma vi dovete abituare, io mi occupo di strategia mica di questioni spicciole. Siamo passati dal partito liquido di Veltroni al partito liquefatto.

Lo scudo fiscale e il Partito delle Deiezioni

Lo scudo fiscale sta per essere varato da Sonnellino, dopo il voto del Parlamento.

La norma è stata venduta dai corifei ai telegiornali allineati come una cosa sensata: piuttosto che rinunciare a prendere qualsiasi somma su dei soldi che sono all’estero, prendiamo il 5%, tutto di guadagnato.

Se fino a qualche anno fa il segreto bancario era tale che non c’erano speranze o quasi di poter scovare e tassare con la multa prevista del 50% i capitali finiti all’estero, oggi il segreto bancario sta cadendo in tutto il mondo. La Svizzera e San Marino, per dire due dei principali paradisi fiscali usati dagli italiani, stanno cedendo, anche in modo clamoroso. L’UBS ha consegnato al governo americano un lungo elenco di conti correnti di cittadini statunitensi, e questi pagheranno ben più del 5% di multa (secondo una voce insistentemente riportata da Dagospia, non è un caso che Sergio Marchionne, attuale illuminatissimo amministratore delegato di Fiat, sia stato vicepresidente dell’UBS durante questo accordo e abbia ottenuto la Chrysler dal governo americano).

Così, con lo scudo fiscale, si è ridotta di dieci volte la multa che gli esportatori illegali di valuta all’estero si troveranno ad affrontare: non “si troverebbero”, perchè una volta che cade il segreto bancario l’accertamento è un atto di routine, e chi ha il conto corrente oltralpe viene pizzicato senza problemi. Tanto che questo scudo fiscale consente, a chi ha soldi in paesi che hanno accettato le nuove regole OCSE sulla trasparenza delle operazioni finanziarie, di lasciarli anche lì, perchè dare fatica al commendator Brambilla di spostare i soldi in Italia?

Alcuni soldi, comunque, torneranno in Italia. Anzi, un mucchio di soldi. Questi soldi che torneranno saranno a quel punto necessariamente investiti, e l’unico modo sarà nel mattone. Nel precedente scudo fiscale, i prezzi delle case sono esplosi di più nelle zone dove maggiori sono stati i rientri dei fondi dall’estero. Sarebbe stato molto più sensato che il supersconto sulla multa fosse valso solo in cambio di investimenti produttivi: allora si poteva dire che piuttosto che lasciare i soldi all’estero dove non producevano posti di lavoro italiani, era meglio farli rientrare. Invece in questo modo si sta solo consentendo di lavare i soldi.

“Lavare” perchè lo scudo fiscale fornisce anche l’immunità penale. Aldilà degli aspetti costituzionali, è il punto politico che è schifoso. L’immunità è tale che non c’è l’obbligo per le banche italiane in cui tornano i soldi di adottare la normativa antiriciclaggio. Così, anche i soldi della mafia, anzi delle mafie italiane e straniere, potranno tornare in Italia, ed essere fruttuosamente investiti non solo nell’edilizia (poi se piove e a Messina ci scappano 50 morti ci spiace tanto) ma anche nel traffico di droga, nella prostituzione, nel racket dei commercianti, nel traffico di rifiuti tossici.

Tutte belle iniziative che creano, queste sì, tanti posti di lavoro. Poi gli utili di tali attività commerciali potranno essere giustamente investiti nel mattone, per continuare a garantire che la ‘ndrangheta sia il principale proprietario immobiliare d’Italia. Se poi i prezzi delle case esploderanno, e molte persone non potranno comprarsene una, ma a chi vuoi che gliene freghi, gliene faremo fare una abusiva, sanata tramite apposito condono, e via alla prossima inondazione, così questi rompicoglioni muoiono pure, tanto li abbiamo spremuti finchè abbiamo potuto. Come dice Trilussa, “il popolo cojone risparmiato dar cannone“.

Dinnanzi a questo sfascio, cosa fa il PD? Invece di essere compattamente presente in aula lascia i suoi liberi, e tu guarda i casi della vita, manca proprio quel sufficiente numero di deputati che ha consentito il passaggio della norma: se le opposizioni fossero state al completo, la Camera avrebbe dato voto contrario, il decreto sarebbe decaduto, e la mafia non si sarebbe arricchita.

Giammai! Devono avere detto al Partito delle Deiezioni. Un conto è strillare contro il grande pericolo democratico Berlusconi, contro il bavaglio all’informazione (ah, qualcuno ha notato la coincidenza che il giorno della manifestazione per la libertà di stampa, voluta da Repubblica, un tribunale civile ha dato ragione alla Cir che di Repubblica è proprietaria, nella vicenda del lodo Mondadori, con una penale a Fininvest di 750milioni di euro?), contro lo scudo fiscale che aiuta i mafiosi, contro le lottizzazioni alla RAI.

Però, Silvio, nun te preoccupa’, che qua semo tutti amici, quando te serve una mano, a te e agli amici tuoi, non hai che da chiedere: “sò cugini e fra parenti nun se fanno i complimenti“.

Io, dopo questo episodio, non voglio sapere più niente del Partito delle Deiezioni. Sarò disposto ad andare a votare un candidato segretario alle primarie solo se questo candidato, come primo atto della sua segreteria, provvederà ad espellere dal gruppo del PD gli assenti a questa votazione parlamentare che ha rafforzato significativamente il potere della mafia in Italia.

Fino ed in assenza di tale iniziativa, per me i tre candidati segretari sono conniventi con questa iniziativa di supporto all’illegalità, e quindi non meritano il mio voto. A cominciare dal senatore Marino, che ha indicato come segretaria nel Lazio l’onorevole Ileana Argentin, anch’essa assente nella votazione.

Io amo Bersani

Perchè è una persona seria, perchè le poche (ma in realtà tante) liberalizzazioni fatte in Italia le ha fatte lui, perchè quando parla ha quella concretezza da romagnolo che ne fa la regione più industrializzata d’Italia, perchè è l’unico che ha capito a cosa doveva servire il Partito Democratico, perchè se Veltroni è pingue Bersani ha le palle d’acciaio, e per questa sua intervista.

Dopo questa intervista a Repubblica, in cui mette in chiaro come dovrebbero essere spesi i fondi strutturali UE, ci sarà una reazione furiosa di tutti quelli che su quei fondi hanno ignobilmente mangiato, che non sono solo politici e gruppi di potere generici, ma anche e sopratutto la criminalità organizzata. Prodi ha fatto una cosa ottima a metterlo ministro, D’Alema mostra di avere ancora il senso della politica quando lo immagina segretario del PD al posto del mollaccione romano.

Se Bersani avesse concorso alla carica di segretario del PD, io sarei andato a votare, e conosco molti altri che l’avrebbero fatto.