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O Maria o Maddalena

La mia sarà solo un’impressione, però sento proprio che molto del pessimo risultato elettorale americano sia spiegabile con il fatto che uno dei due candidati era una donna.

Come dice bene sul suo blog Nate Silver, sarebbe bastato lo spostamento di un singolo elettore su cento da Trump a Clinton per farla vincere. Ora si può discutere se questo singolo elettore sia stato portato a votare Trump per questo o quel motivo, ma proprio a naso ho la sensazione che sia un elettore che non sopportava, sotto sotto ma nemmeno troppo sotto, Clinton in quanto donna.

(E’ evidente che ci sono tanti di questi singoli elettori su cento, ma mi voglio concentrare sul voto anti-femminista).

Il messaggio di Trump che dice che Clinton era corrotta è stato un messaggio sicuramente efficace. Va pure detto che Clinton va in giro da venti e quattro anni, cioè da quando nel 1992 il marito divenne Presidente. Nel 1992, tanto per ricordarcelo, non c’erano o quasi i telefoni cellulari, Internet era una rete di centri di ricerca con pochi milioni di utenti, le compagnie low cost non esistevano e in Italia c’era Giuliano Amato presidente del Consiglio e si pensava a Giulio Andreotti Presidente della Repubblica.

Chiaro che quando uno sta così tanti anni sulla scena politica, non può che qualificarsi come un uomo o, nel caso in specie, donna di potere. Solo che gli americani (ma anche gli italiani, non temiamo) pensano molto peggio di una donna di potere che non di un uomo di potere.

Si sa che un uomo di potere è un po’ imbroglione, un po’ arraffone, un po’ sgomita per arrivare dove sta, ma sono tutti peccati venali, niente di grave, in fondo è anche giusto che sia così.

Invece la donna di potere non può esistere, è un controsenso in termine. O è una Maria, una vergine santa che non si è mai sporcata con niente, oppure è una Maddalena, una prostituta che ha fatto di tutto e di più per avere la sua posizione.

Clinton ha una oscura vicenda di mail spedite da un server privato? Trump ha un imprecisato numero di cause civili per contratti non onorati, è andato fallito tre volte, è uno che non sa tenere sotto controllo i propri istinti sessuali ed è un bugiardo seriale.

Però è un uomo e, si sa, gli uomini mentono. Le donne no, non devono mai mentire, mai avere una incertezza, devono solo essere sante e pure.

Perché, questa è la verità, se rimangono sante e pure allora non si sporcano con il potere e quindi, possono lasciarlo graziosamente in mano agli uomini a cui, quindi, fa tanto comodo essere imbroglioni.

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Direi l’ultra-destra

Il principio di Occam (tra tutte le spiegazioni di un fenomeno, scegli la più semplice) è sempre utile per muoversi
nell’immediato dopo di un evento complesso e non del tutto decifrabile, come è il caso degli attentati di oggi a New York e degli accoltellamenti al centro commerciale in Minnesota.

Il punto che colpisce è che mentre l’ISIS ha rivendicato gli accoltellamenti, tace sulle bombe di New York City. Bombe
fatte con delle pentole a pressione, una soluzione rozza e che, sopratutto, non richiede agli autori di immolarsi nell’atto dell’esplosione.

Assieme a questo, colpisce la reazione molto prudente della Clinton, che sembra proprio senta puzza di bruciato lontano un chilometro e non voglia quindi buttarsi in avanti.

Allora, senza avere elementi ulteriori ma mettendo insieme solo quello che sappiamo che è successo e quello che sappiamo che non è successo:

1) Quest’anno si vota per le presidenziali in USA;
2) La settimana prossima c’è la riunione annuale dell’ONU a NYC;
3) Le bombe erano piuttosto artigianali ed una, anzi, non è nemmeno esplosa;
4) L’ISIS ha rivendicato gli accoltellamenti in Minnesota;
5) L’ISIS non ha rivendicato le bombe di NYC;
6) Per far esplodere queste bombe non occorre fare il kamikaze.

a me viene da pensare a delle bombe messe in piedi dall’ultra-destra americana, la stessa che è dietro la strage di Oklahoma City. Avrebbero tutti i motivi per farlo, lo farebbero proprio in questo modo, proprio in questi tempi e, sopratutto, non avrebbero necessità di rivendicarlo (così come, in tempi più recenti, non vennero mai rivendicate le lettere all’antrace).

La domanda che rimane allora è se ci sia una relazione tra queste bombe e gli accoltellamenti. O si tratta di un caso,
una incredibile coincidenza, oppure qualcuno ha sobillato l’accoltellatore perché agisse proprio nello stesso giorno. Considerato che è poco probabile che l’ultra-destra americana (quella suprematista, per capirci) possa avere simpatie per l’ISIS ed avere un contatto con loro, rimane la possibilità di un elemento di collegamento, come delle parti variamente deviate dei servizi segreti.

Ammetto che questo è l’elemento più debole della mia teoria, però l’idea che l’ISIS si metta a fare bombe che, lasciatemi dire, a Napoli a Capodanno facciamo meglio e fanno più rumore, poco mi convince.

Vedo ora, mentre scrivo queste note, che i giornali americani titolano “Non è terrorismo internazionale”, quindi a qualcuno, che ha sicuramente più elementi di me per giudicare, sta venendo lo stesso sospetto.

“Preferisco la Clinton”

Riguardo alle sconclusionate e sguaiate reazioni alla (comunque) inopportuna dichiarazione a sostegno del referendum dell’ambasciatore USA in Italia, ricordo che ad Agosto Renzi dichiarò che avrebbe preferito, come Presidente USA, Clinton a Trump e nessuno, in USA, gridò all’ingerenza, al complotto, ai poteri forti, a Pinochet e non so a che altra corbelleria, tra le tante delle ultime ventiquattro ore, in cui l’odio, quello sì assoluto, verso Renzi e la mania di persecuzione dei suoi avversari, che da una parte assaporano l’idea che se ne vada e dall’altra temono che rimanga, li ha portati ad eccedere, e di molto.

Spiace che a questo sciocchezzaio si sia aggiunta anche una testa fine come Pierluigi Bersani.

(Fonte: http://www.ansa.it/usa_2016/notizie/italia/2016/08/02/renzi-preferirei-clinton-come-commander-in-chief_302bce5c-0f7e-41a0-9528-9393512c26e1.html)

Fortuna che c’è Obama

Scrivevo il 30 Novembre 2010, parlando di Wikileaks (titolo: Tu chiamale se vuoi rivoluzioni):

Non è la prima volta che i segreti della diplomazia diventano di dominio pubblico. Non con queste proporzioni, ma è già successo, ed è successo quando dei grandi equilibri sociali stavano per cambiare

Scrivevo il 21 Gennaio 2010, parlando del discorso del segretario di Stato Clinton su Internet:

Le cose che ho notato del discorso sono: per gli Stati Uniti c’è una urgente necessità che tutti abbiano i diritti di espressione su Internet; che oggi i nuovi muri di Berlino sono quelli che bloccano e limitano la libertà di comunicazione; che chi invia dall’Iran un video in cui mostra quello che succede nella repressione è un eroe, come quelli che distribuivano i samizdat nei paesi della cortina di ferro; che non dobbiamo consentire che Internet sia per fomentare l’odio, e proprio per questo dobbiamo renderlo più libero, perchè se tutti i cittadini del mondo hanno accesso a tutti i punti di vista si riducono le tensioni […]

La storia dirà cosa ha fatto Obama per aiutare le rivoluzioni avvenute nei paesi nordafricani; è interessante notare – e non in modo umile – che quelli che non hanno capito un cazzo di cosa sia stata Wikileaks e che scopo abbia avuto, e dell’importanza del discorso della Clinton sulla libertà in Internet, sono gli stessi che oggi pensano che Internet non abbia avuto un reale peso nei cambi di regime che sono avvenuti finora (e quelli che avverranno in seguito, stay tuned) e che Obama stia lì a vedere quello succede con distacco e nessuna capacità di indirizzare gli avvenimenti.

 

(Detto questo, visto quindi che qualcosa ho pure intuito e per tempo e almeno un’idea di quello che succede ce l’ho, a differenza di tanti illuminati commentatori, cosa potrei chiedere per me, a parte la stima dei miei lettori? Il titolo di blog profetico dell’anno con cerimonia di premiazione? La direzione del TG1? Diventare editorialista del Corriere della Sera? No ma sul serio eh, che tanti altri che avessero inquadrato pur solo la centesima parte del tutto avrebbero cominciato almeno almeno a chiedere un’ospitata a Porta a Porta in quanto blogggher).

(Il seguito della vicenda comunque è facile: questi sommovimenti toccheranno la Cina e l’Europa, a meno di interventi drastici sulle monete e sul debito pubblico)

(In particolare, non è il caso di credere al fatto che la Cina cresce e questo la pone al riparo di qualsiasi contestazione, perché questa crescita: a) avviene per uno squilibrio che è alla base della crisi economica mondiale, tra una Cina risparmiosa e gli USA spendaccioni; b) ha una disomogeneità estrema tra l’interno rurale e i distretti sviluppati, con i conseguenti grandi flussi di urbanizzazione che non sono più sostenibili).

I nuovi samizdat, contro i nuovi muri

Il segretario di Stato americano Hillary Clinton ha fatto un discorso sul tema della libertà di Internet (dovrebbe essere accessibile a partire da questo link del Dipartimento di Stato oppure a questo di Repubblica TV). A me ha fatto pensare a quando Lincoln disse che un paese non poteva essere metà libero e metà schiavo; oggi, nella visione del Dipartimento di Stato statunitense, non è possibile pensare ad un’Internet divisa tra chi ha il diritto alla libertà di espressione e chi è limitato: one planet, one Internet.

Le cose che ho notato del discorso sono: per gli Stati Uniti c’è una urgente necessità che tutti abbiano i diritti di espressione su Internet; che oggi i nuovi muri di Berlino sono quelli che bloccano e limitano la libertà di comunicazione; che chi invia dall’Iran un video in cui mostra quello che succede nella repressione è un eroe, come quelli che distribuivano i samizdat nei paesi della cortina di ferro; che non dobbiamo consentire che Internet sia per fomentare l’odio, e proprio per questo dobbiamo renderlo più libero, perchè se tutti i cittadini del mondo hanno accesso a tutti i punti di vista si riducono le tensioni; che dobbiamo garantire il diritto alla privacy per tutti quelli che fanno un uso pacifico di Internet; che ci sono paesi come Cina, Iran, Indonesia, Vietnam, Corea del Nord e Arabia Saudita che praticano una forte censura; che anche se il talento è distribuito universalmente, così non sono le opportunità ed Internet può colmare il divario; che nell’africa sub-sahariana le donne possono accedere al microcredito tramite delle applicazioni di telefonia mobile; che l’uso di questi mezzi può comportare una rivoluzione della società analoga a quella causata dalla rivoluzione verde nell’agricoltura; che è evidente che ci sono persone malvage che usano Internet per finalità di terrorismo, e che vanno combattute; che oggi la libertà di connettersi è come la libertà di assemblea; che chiunque può avere un enorme impatto nella vita delle persone tramite Internet, come il ragazzo di 13 anni che ha coordinato gli aiuti dopo gli attentati di Mumbay che le persone devono avere un accesso non limitato e senza censure ai risultati dei motori di ricerca; che gli Stati Uniti si impegnano in ogni senso ad ottenere questi risultati, anche discutendo in modo chiaro e forte; che il Dipartimento di Stato supporterà, anche in termini finanziari, lo sviluppo di applicazioni per scavalcare tutti i sistemi di censura politica, traducendole nelle lingue locali e fornendo dei corsi di utilizzo; che svilupperanno una applicazione per telefoni mobili per dare un voto ad ogni azione del loro governo ad ogni livello, e riportare episodi di corruzione; che loro si aspettano che il governo cinese faccia piena luce su quanto successo nella vicenda dell’attacco a Google; che questo è il mondo che vogliamo; che le grandi aziende devono prendere una posizione chiara e forte contro la censura, e che non possiamo stare silenziosi su queste cose; che preferiamo sbagliare comunque nel senso dell’apertura e della tutela dell’anonimato; che tutto questo non solo è la cosa giusta, ma anche la cosa intelligente da fare.

Ci sono giorni in cui non posso non sentirmi americano. Ci sono giorni in cui penso alla penosità del dibattito su Internet italiano, in cui piccoli uomini con grandi responsabilità parlano di censure preventive su interi siti, senza contradditorio e senza intervento della magistratura, solo perchè temono il dissenso.

E proprio in questi momenti quando il governo americano dice, senza mezzi termini, che anche un governo alleato come l’Arabia Saudita sbaglia quando censura le informazioni sulle altre religioni, non posso che pensare che la Statua della Libertà guarda ancora verso l’Europa.

(Si accettano scommesse su come questo discorso verrà reso dalla stampa di regime)

E chi glielo dice a Hillary?

Secondo Newsweek, la cosa migliore che può fare adesso è ritirarsi, appoggiare Obama e nel caso in cui questi perda, presentarsi come candidata nel 2012, avendo così dimostrato che non è attaccata al potere come invece tutti pensano. Per il Washington Post, considerato che non ha alcuna speranza contro McCain, l’unico problema è trovare qualcuno autorevole che le dica di lasciar perdere e mandare avanti Obama, perchè in Texas i sondaggi li danno alla pari, e in Ohio, malgrado l’appoggio del governatore, i suoi margini si misurano in meno di dieci punti. Per la distribuzione di questi voti, per il sistema elettorale delle primarie democratiche (che è proporzionale) la conclusione è che non ci sarà alcun suo recupero nel numero di delegati, e in altri prossimi stati Obama è assai più avanti.

La Clinton è molto intelligente, tanto che ha già cominciato a fare discorsi in cui dice che chi sarà il candidato sarà un buon candidato, la questione potrebbe essere quale sia il modo migliore di vendere cara la pelle.

Obama vince tra le donne

Tra le donne democratiche che hanno votato in Wisconsin, il 51% vota Obama, il 49% Clinton. E’ un pareggio che azzera le distanze che ci sono sul voto totale (dove Obama stacca Clinton di 18 punti percentuali) ma è una vittoria netta per Obama, che ha conquistato anche la parte di elettorato democratico che doveva essergli meno favorevole. In più, ha ottenuto due terzi dei voti (contro un terzo) tra l’elettorato che si definisce indipendente.

La campagna elettorale della Clinton deve riuscire a portare a casa almeno dieci punti di vantaggio, meglio quindici, in Ohio e in Texas, ed è una battaglia quindi quasi disperata. Uno degli spot che ha fatto, in cui si dice che anche lei ha lavorato nel turno di notte, è uno spot appunto disperato se non ridicolo, un tentativo di identificazione con la classe lavoratrice che in Ohio è particolarmente forte. Quando il suo portavoce, incalzato dalle domande, dice che sì la signora ha lavorato di notte, ma alla sua scrivania, secondo me non guadagna voti con chi di notte è non a una scrivania, anzi si rende aristocratica e distante, proprio quello che non le serve.

Il risultato è quindi che con Obama c’è una identificazione forte ormai di tutti i segmenti di voto democratici, una estrema adesione di quelli che non sono democratici ma indipendenti, e la Clinton si trova adesso in un angolo, è lei che deve apparire come la figlia del popolo, compito che le è oggettivamente difficile.

(Aggiornamento: alle Hawaii, sui primi seggi scrutinati, Obama ha il 77% dei voti. E’ ovvio che è il suo stato natale, ma è una percentuale umiliante, sopratutto considerando che la Clinton ha giocato la carta della figlia, che pare sia una delle sue armi migliori. Se l’arma migliore la porta al 20% dei voti è messa male)

Le uniche cose che possono far recuperare la Clinton, che è comunque ancora oggi percepita come una persona più competente, sono un drastico abbruttimento dell’economia (quindi, dati i tempi da qui al 4 di Marzo, uno scivolone di Borsa) o un attentato. Altrimenti la sua corsa per la Presidenza è finita.

Obama l’ispanico?

Se Obama riesce a catturare i voti della comunità ispanica, per la Clinton è finita. Questo gruppo sociale è infatti l’unico che ancora la appoggia massicciamente, e questo perchè gli ispano-americani non hanno particolare simpatia per gli afro-americani e viceversa. Nella comunità nera Obama ha il 90% dei voti, sta catturando il voto delle donne, e comincia a prendere qualcosa appunto tra gli ispanici. Sono loro che hanno fondamentalmente decretato il successo della Clinton in California, per cui se cambiano orientamento ci sarà un plebiscito per Obama.

A questo punto, lo scenario per le elezioni di Novembre sarebbe di un candidato repubblicano di posizioni non becere, e un democratico orientato verso il centro che cattura però i voti della parte più disagiata d’America. Otti anni di dottrina Bush hanno prodotto degli anticorpi.

La Clinton deve ora dimostrare di saper reagire bene sotto pressione (e sa reagire bene sotto pressione, ha salvato la presidenza del marito più di una volta) e deve vincere in Ohio e Texas staccando Obama di almeno 10 punti, per tornare ad avere un numero di delegati in pareggio.

Per dire, noi discutiamo della linea politica di Sabino Pezzotta.

Obama Obama

Obama aveva due problemi da superare quando si è presentato alle primarie. Il primo, doveva far capire che non era un outsider, e che quindi la nomination della Clinton non era un atto scontato. Il secondo, convincere gli elettori neri che poteva rappresentarli. Questa cosa infatti non era per niente ovvia. Il primo presidente nero degli Stati Uniti è stato spesso indicato in Bill Clinton, e non certo per il colore della pelle, ma perchè la sua vita familiare e personale (un patrigno alcoolizzato, un fratello in galera per droga durante la sua presidenza) erano elementi con cui la popolazione di colore si identificava. Mentre Obama viene da una famiglia medio borghese ed è nato in un paese africano (mi pare il Kenya) dove la popolazione nera è maggioranza. Questo tema della rappresentazione è stato molto forte nei primi momenti della campagna elettorale, dove si è rivelata molto astuta la biografia di Obama in cui viene invece raccontato come uno studente nero squattrinato.

Ora comunque questo processo di identificazione è avvenuto, perchè progressivamente gli elettori neri tendono ad appoggiarlo sempre più, e la Clinton non può più liquidarlo come un outsider di cui si apprezza l’impegno ma non i risultati. Anche il sistema di nomina dei delegati democratici favorisce molto Obama, perchè mentre i repubblicani hanno un collegio uninominale per ogni stato, i democratici hanno un sistema proporzionale, così anche avendo perso in California ha comunque ottenuto delegati. Nelle ultime primarie ha poi preso circa 3 delegati per ogni delegato della Clinton, e anche se alcune di queste erano in stati molto piccoli, è evidente che ha rotto l’incantesimo del “bravo ma passa la prossima volta”, con il conseguente nervosismo della Clinton che ha cambiato il manager della campagna.

Io spero che vinca la nomination, perchè c’è dietro di lui un senso di rinnovamento e di rinascita molto forte, e la politica si fonda innanzitutto sulle emozioni. Se poi arrivasse allo scontro con McCain, sarebbe sicuramente un candidato più forte della Clinton. Questo perchè mentre la Clinton ha la capacità di mobilitare gli elettori repubblicani contro, con il risultato che andrebbero a votare anche i candidati della destra evangelica che non si entusiasmano per McCain ma aborriscono la Clinton, Obama sta mostrando una capacità di portare a votare persone che di solito non votano. Poichè negli Stati Uniti per votare occorre registrarsi, questo significa che anche negli stati del Sud dove un candidato democratico ha difficoltà, uno nero ha difficoltà e quindi un candidato democratico e nero sarebbe senza speranze, ci potrebbe invece essere un cambio della demografia dei votanti. Non penso a fenomeni epici, perchè comunque poi la campagna di McCain non potrà che essere centrata sul “è nero ma è come gli altri”, ma anche un cinque per cento di differenza (tra la mobilitazione anti Clinton e quella pro Obama) può fare la differenza in moltissimi stati, compresi alcuni chiave come la Florida.

Spero in un Obama-McCain

Tra Clinton e Obama, il mio candidato preferito è Obama. Più che altro, la Clinton è la mia candidata non preferita, perchè la considero troppo invischiata nella politica, troppo cinica e calcolatrice (comprese le lacrime a comando) troppo tesa a dover dimostrare di essere la più brava di tutti. Ha sicuramente delle grandi capacità e dei meriti, ed è stata l’unica politica che si sia mai occupata del grande tabù delle assicurazioni sanitarie private, elaborando durante la prima presidenza del marito un piano sanitario nazionale che venne così duramente contestato da mettere in difficoltà lo stesso presidente. Ma ha anche una straordinaria capacità di coalizzare i repubblicani contro di lei, e se in Italia si può vincere proprio per la capacità di coalizzare a favore e contro (come fa Berlusconi, in questo Veltroni è intelligente nel volergli impedire il gioco che meglio gli riesce) in America c’è uno spirito civico per cui un candidato di rottura non tende a passare. Il partito repubblicano è oggi un partito in grande difficoltà, reduce da una presidenza disastrosa e scosso da scandali sessuali di ogni tipo, con una destra religiosa che è scettica e degli elettori che sono più liberi. La straordinaria e brillante manovra politica fatta nel 2004 da quel genio di Karl Rove, che portò i repubblicani indecisi a votare per la presidenza (e quindi a votare Bush) organizzando ovunque referendum sui matrimoni gay che si svolgevano lo stesso giorno delle elezioni presidenziali, oggi non avrebbe alcuna possibilità di verificarsi, Rove ha abbandonato Bush e da lì per il Busharello non c’è stato più niente da fare.

Allora e in questo scenario, tutto bisogna fare tranne che ricompattare i repubblicani, e Obama è un candidato che invece può proprio assorbire dei voti in uscita, perchè è più moderato della Clinton e assolutamente non inviso. Inoltre, per il gap generazionale che rappresenta, è più in grado di portare a votare dei giovani nuovi votanti, come è già accaduto nelle primarie. Ha sicuramente meno esperienza di governo della Clinton, ma sta dimostrando di sapersi muovere, e comunque un presidente americano è innanzitutto una ispirazione per la nazione, poi per il governo si saprà circondare di persone capaci.

 Certo, Obama non prenderà molti voti negli stati del Sud, ma non credo che nessun candidato democratico possa realmente sperare di espugnare il Texas. Ma può fare man bassa di voti per esempio in California, e in questo senso le primarie di oggi lì saranno il vero termine di confronto della capacità di mobilitazione.

Dall’altra parte, sono contento che McCain sarà il candidato. Anni fa l’ho sentito parlare e mi è sembrato un galantuomo, ed è l’autore dell’unica legge che prova a governare i finanziamenti alle campagne elettorali, annacquata poi dal Congresso. Uno scontro Obama-McCain sarebbe uno straordinario lavacro per la democrazia americana e un grande momento di rigenerazione, tutto il contrario del bolso Kerry contro il baciato dalla fortuna Bush.