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E’ la crisi (ma morale, non economica)

(flusso di un discorso sentito in palestra)

“Perché alla fine l’ho trovato quello che mi ha rubato la bicicletta…un fetente… pensa che l’ha venduta per 40 euro, e ne vale 400… si doveva comprare una dose… che poi, voglio dire, se proprio vuoi rubare una bicicletta, ma non puoi andare a Piazza del Plebiscito? Devi rubarla proprio ai Quartieri (Spagnoli), tu che abiti ai Quartieri? Cioè non si dovrebbe rubare mai, ma almeno spostati… e come l’ho trovato, ho chiesto in giro… che poi mi sono fatto dire a chi l’aveva venduta, e sono andato a riprendermela… e sì gli ho dato pure i 40 euro… sì che con la crisi che c’è, vengono dentro i palazzi e si rubano pure i passeggini… ci fanno 15-20 euro l’uno”

Se la manovra è questa, il default è certo

Da quanto sembra, la manovra del sobrio governo Monti ha elementi di natura depressiva sul PIL (che quindi l’anno prossimo crollerà a quanto? Meno due? Meno tre?), concentrati su chi già pagava (la lotta all’evasione è brutta da fare, ed è giusto che l’idraulico continui a non fare la ricevuta), aumentando le divisioni sociali (manca la patrimoniale, che non è chic e non si porta bene in società).

Se è così, vuol dire che non si è capito assolutamente nulla dell’origine di questa crisi, e si sta curando il malato di polmonite con dei getti d’acqua fredda (del resto, quando c’hai la polmonite non vai a fuoco? L’acqua fredda quindi sicuramente aiuterà).

Se il governo non vara in fretta una patrimoniale violenta, una di quelle che spacchi i denti agli evasori, una patrimoniale che esprima il monopolio della violenza che è costitutivo di uno Stato, l’anno prossimo sarà molto possibile che ci siano rivolte più o meno locali sul territorio della nazione, seguite dallo stato d’assedio, e infine dal default.

Non so come la sinistra sia riuscita a sostenere un governo che sta prendendo una sbandata drammatica. Ma temo che di questo se ne occuperanno i libri di storia.

Una matrioska di merda

Scrivevo giusto qualche settimana fa che Bossi doveva fare la cacchina, far cadere il governo Berlusconi (come ha significativamente contribuito a fare) per potersi sfilare da un indispensabile governo di emergenza nazionale (come sta facendo) per poter così tornare a campare di rendita sulla Padania, il federalismo e le solite tiritere che non sono riusciti a concretare in anni di governo (come faranno).

Quindi non sono molto stupito di quanto sta succedendo nella Lega – stiamo bene nella linea dell’ampiamente previsto – ma un po’ lo sono per il PDL, che immaginavo potesse reggere un po’ di più.

Ad occhio e croce, credo che la fronda interna (di questi statisti come La Russa, Sacconi – uno che ha detto che lui non si consegna ai comunisti: darling, mi sa che non l’hai capito, siamo noi che non ti vogliamo che ci fai ben schifo) sia una fronda di riposizionamento.

Cioè, se il governo si fa (e non si può non fare) allora si cambierà anche la legge elettorale con una proporzionale, e quindi il potere di interdizione dei leader di partito – potere che hanno con questa legge elettorale – viene a mancare, e pure un Brunetta può dettare le sue condizioni (dico, Brunetta. No, c’avete presente?)

Certo che è da osservare pure che il quadro dipinto dai poteri forti, e cioè che se non si fa il governo Monti arriva l’apocalisse del voto, non è così realistico, ed anzi molto interessato. Perché il rischio, se si va a votare è – signora mia si regga forte – che le elezioni le vinca un fronte progressista (dove per “progressista” si intende il concetto italiano di progressismo sociale ed economico, cioè un’area sostanzialmente più a destra di un giornale liberista, mercatista e conservatore come l’ Economist ) e questo è un rischio comunque da evitare.

Ed è sconfortante che la sinistra chini il capo, perché avendo avuto circa tre anni per organizzare l’opposizione all’ultimo Berlusconi, quello della prostituzione personale e di Stato, non c’è ancora riuscita. Così meglio evitare di andare al voto, che c’è il rischio che si vinca – e sai che palle, si sta tanto bene all’opposizione. E poi D’Alema si eccita a fare un governo con Casini, che lui capisce di politica. (Signora mia. Mica che faremo queste leggi per i ghei, che si vogliono pure sposare. E le coppie che fanno i figli e sono sterili. E l’eutanasia, che poi ti uccidono quando sei vecchia. E tutte le brutte cose che dicono contro la Chiesa Cattolica. Signora mia, che brividi che mi vengono al solo pensarci.)

Sì, la questione della legge elettorale è un po’ un falso problema, perché si può sempre correggere nelle sue storture con delle primarie per definire le liste dei candidati.

E viceversa, i mercati non si accanirebbero particolarmente contro l’Italia, una volta votato il maxi-emendamento (cioè la Finanziaria dentro la Finanziaria, alla fine il declino berlusconiano è un po’ una matrioska di merda), come non si sono accaniti contro la Spagna.

Perché – qui sta il busillibus che i poteri forti non citano mai – i mercati stessi sanno che non può bastare un anno per fare le riforme necessarie e vederne i frutti, quindi c’è un problema di fase terminale della legislatura che è il vero ostacolo e il vero problema, e questo si risolve solo resettando tutto, andando alle elezioni anticipate.

Ciò detto, bisognerà pure dire che Mario Monti – lungi dall’essere un progressista – è stato comunque il commissario europeo che ha fatto il mazzo a Microsoft, forse la decisione nel settore dell’informatica più importante e più salubre mai presa in Europa: se oggi potete andare su Facebook con il browser che preferite, i meriti dell’Antitrust europeo di Mario Monti sono indiscutibili.

Un po’ ho l’impressione che sia difficile poter fare di meglio, un po’ (anzi un molto) che la sinistra sia in una condizione pietosa, un po’ che non è che fatto un governo ipso facto si risolvono i problemi, i provvedimenti da prendere vanno poi presi e poi votati. Chi vota il passaggio al sistema contributivo per tutti? La lotta all’evasione fiscale? La patrimoniale?

Tutto questo, poi, sempre se guardiamo alla situazione in termini di attualità politica, la storicità della crisi rimane esattamente dove è, e non si risolve con un cambio di governo. Magari, mi direte, è da aspettare che la crisi del debito colpisca prima gli USA.

(Se c’avete voglia, potete leggere quello che scrivevo il 30 Gennaio 2010, “La prossima crisi del debito pubblico italiano”: “Quello che credo sia significativo, non è tanto che il New York Times scriva questo, ma che nessuno e dico nessun giornale italiano faccia minimanente cenno al rischio di fallimento. Questo, credo, perchè i proprietari dei giornali sono poi i più grandi proprietari di obbligazioni dello Stato, e quindi non vogliono creare per primi il panico. Ma è una ulteriore prova provata della pesante cappa mediatica che ci avvolge il fatto che di tutto questo non se ne sappia praticamente niente. Poi, sia chiaro, il default del debito pubblico italiano non sarà affatto un male, a parte un periodo di turbolenza come non abbiamo mai visto nella storia d’Italia.”)

“Berlusconi è sempre stato bravo con le battute ad effetto: ma i suoi atteggiamenti buffoneschi stanno stancando il resto della zona euro”

E’ la conclusione di questo articolo sull’Economist.

Consiglio la lettura di tutto il resto (ed anche di questo) così giusto perché si sappia esattamente la dimensione della catastrofe che si sta abbattendo su questo paese.

Oggi il cellulare, domani il pane

Se non siete romani potreste non averlo saputo: oggi ha aperto un grande negozio di elettronica, e dalla ressa e dalla folla e dalle auto che si sono accalcate, un pezzo significativo di Roma è andato in tilt.

Premesso che questo negozio si è fatto pubblicità anche a 50 km di distanza dalla sede; che c’erano delle cose con sconti sul 30% ed anche oltre rispetto al prezzo di listino; che c’era ben scritto che c’erano pochi pezzi per ogni prodotto in offerta; il risultato comunque è stato che s’è bloccato un pezzo di Roma che va da Ponte Milvio fino al Raccordo, con gente che non è riuscita ad andare al lavoro, polizia e carabinieri a gestire la ressa, urli, risse, vetrine infrante e così via.

Sarebbe interessante, giusto come commento di passaggio, chiedere al Signor Sindaco se anche l’apertura di un negozio è un evento eccezionale; e chi sia stato quel genio che non ha imposto al negozio stesso di aprire di Sabato e non di Giovedì.

Vorrei invece sottolineare un punto, che mi sa che è un po’ sfuggito nei commenti che ho letto finora: non è che questo trambusto è avvenuto malgrado la crisi, e quindi la crisi non c’è. Questo assalto è avvenuto proprio perché la crisi c’è ed è forte, e sta ingenerando un senso di frustrazione estremo, di cui questa corsa a comprare il cellulare a 450 euro invece che 600 è un tentativo di compensazione.

Se siamo cresciuti in un sistema consumistico in cui ci raccontano che la nostra personalità, che è unica, è invece ben rappresentata da un certo prodotto di massa, che siano le scarpe, l’automobile o il cellulare, perché i prodotti in questione come tutti gli altri hanno una personalità, ecco che quando questi prodotti cominciano ad essere meno raggiungibili, a qualcuno può venire un senso di panico, perché si sente lui stesso meno raggiungibile.

Oggi la frustrazione si manifesta così, con la fila per il cellulare; tra un po’ diventerà disperazione – che la crisi non è ancora cominciata – e ci saranno le rivolte per il pane.

Ci siamo quasi

La crisi non è ancora cominciata, stiamo ancora agli antipasti: la crisi ci sarà quando le aziende decotte dovranno essere salvate dagli stati che non avranno i soldi per farlo, e a quel punto bisognerà scegliere se pagare il debito pubblico oppure dare da mangiare alle persone.

In caso di dubbi, ci saranno i cadaveri per strada, e a quel punto sarà crisi.

Pongo la premessa perché non è che sia contento di averci preso su tutto negli ultimi anni, ma perché sentivo e sento che i guai ancora non sono cominciati. Certo, ora le cose sono peggiori di tre anni fa perché la montagna di debiti che sono stati fatti per aiutare il settore finanziario non ha avuto alcun effetto di stabilizzazione di lungo termine, le storture sono rimaste tutte lì (il caso più celebre è quello di Goldman Sachs, che fa sia da consulente di alcuni governi europei nella gestione di questa crisi del debito sovrano, sia scrive un rapporto per i suoi clienti più danarosi in cui dice che per salvare le banche europee dalla suddetta crisi ci vorranno 1000 miliardi di euro, che nessuno ha: quello che dicevo appunto in inizio di post, e vorrei fare un appello ai governi europei: IO COSTO MENO DI GOLDMAN SACHS E PER DIRVI CHE LA MERDA PUZZA POSSO PURE FARLO GRATIS)

 

C’è un pezzo della crisi che non viene raccontato, ed è la distruzione di una intera fascia generazionale, di persone tra i venti e i quarant’anni, anche con un buon titolo di studio, che si adattano a fare i lavori più approssimativi e precari, pur di racimolare qualcosa. Quelli con cui ho parlato – e ormai sono una teoria infinita, quasi ogni persona che conosco fuori dal contesto lavorativo non ha un lavoro – sono tutti rassegnati, non vedo propositi bellicosi, ma la distanza dalla rassegnazione alla furia è breve. Mi sa che questo non è ancora ben chiaro nelle attuali classi dirigenti europee.

No, la crisi non c’è

In un grande multisala di Roma (quello di Parco de’ Medici, che non ha mai avuto problemi di scarsa affluenza) c’è ora una promozione per cui, comprati due volte due biglietti, la terza volta i due biglietti sono offerti gratis.

Piccole e grandi notizie di economia pratica

I. Mi sono reiscritto in palestra, dopo molti mesi di colpevolissima assenza. L’offerta che mi è arrivata insistentemente per SMS prevede che per i prossimi 4 mesi paghi solo 100 euro, ovvero uno sconto superiore al 50% della quota. Ho anche scoperto che, se avessi portato una persona ad iscriversi, io avrei avuto un intero anno gratis. Non è solo questa palestra che è mal messa, è una condizione generale e diffusa di persone che non ci vanno più perché cominciano a tagliare i consumi non indispensabili. Allo stesso tempo, vedo più persone del solito farsi una corsa anche per le vie cittadine.

II. Sette anni fa ho comprato un televisore, dove era previsto che avrei potuto pagare 100 in contanti, 90 a 6 mesi oppure 90 più interessi pagando a rate. Ovviamente i 100 in contanti erano finti, messi solo per farti accettare per l’intanto il 90 a 6 mesi, sperando poi che uno si scordasse di pagare e immediatamente diventava un finanziamento. Io ho pagato in tempo, e da allora ogni tanto mi arriva la pubblicità di Agos Ducato che mi suggerisce di prendere un bel prestito con loro. Negli ultimi tempi, questa pubblicità arriva con frequenza almeno mensile. Mi pare che loro abbiano un po’ di soldi da prestare e ci sia un sacco di gente a cui fanno comodo (per modo di dire, rimane sempre un prestito) per cui anche un invio massiccio di pubblicità è una iniziativa che si ripaga da sé.

III. Mi è arrivata anche la pubblicità del nuovo e ganzo ContoBancoPostaPiù (credo tutta una parola). Praticamente, è una linea di credito associata al normale conto BancoPosta, in cui fino ad una certa soglia di spesa mensile c’è l’accredito al 12 del mese successivo, e sopra scatta un finanziamento (detto: “seconda linea di prestito” o qualcosa del genere). Chi ha concepito questo strumento è un genio, credo che abbia almeno quattro lauree e parli sei lingue, perché le condizioni del finanziamento prevedono che sulla seconda linea di prestito si paghi una “commissione” di 50 centesimi di euro ogni 100 euro, che detta così pare pochissimo, ma poi diventa un TAEG massimo annuale dell’11,72 per cento (come da comunicazione della stessa Posta, peraltro e a loro onore scritto anche bello grande). Ma, giusto per consolarti, se superi una certa soglia di spesa annuale o fai l’addebito dello stipendio sul conto, non paghi i 31 euro annui che ci vogliono per avere il ContoBancoPostaPiù. Cioè, tu pagheresti per avere la possibilità di prendere dei soldi a prestito in modo continuo, pagando poi quindi anche gli interessi. Ma non solo, paghi anche per far parte del club dei privilegiati che, proprio perché pagano con questo conto Più, hanno lo sconto dal 2% addirittura fino al 40% sugli esercizi convenzionati. Chiaro no? Tu ti prendi il 2% di sconto subito sugli esercizi convenzionati, così magari superi la soglia della prima linea di finanziamento e passi alla seconda, dove hai un comodo 11,72% di TAEG.Poi l’addebito lo facciamo il 12, che è esattamente a metà strada dal 27, che è il giorno usuale di addebito dello stipendio, visto che se vuoi puoi rateizzare anche la prima linea di finanziamento.

IV. Mia sorella è stata licenziata dal lavoro a tempo indeterminato che aveva. Lavorava per una società che l’ha messa in un ospedale ad occuparsi di amministrazione, e l’ospedale ha ricevuto l’ordine dalla Regione Lazio (quella amministrata dalla Polverini, che gli altri l’hanno persa come acutissima ospite di Ballarò e noi invece ce l’abbiamo nel suo splendore di amministratrice accorta, operosa e sommamente ganza) di dimezzare il numero di collaborazioni esterne. Stiamo vedendo se e cosa si possa impugnare, ma pare poco. Di queste vicende, di interi rami d’azienda che vengono chiusi, ne sento sempre più spesso.

 

Ma, ovviamente, la crisi non c’è, se c’è l’abbiamo passata e l’Italia ha retto. In effetti sì, l’Italia ha retto, inteso come nome di cosa e non participio passato, un po’ come Ruby.

Un passo dopo l’altro, sempre più verso il baratro

La crisi che sta colpendo adesso l’Irlanda, che ha colpito la Grecia e sta meditando come muoversi sul Portogallo, lasciando sullo sfondo – ma solo per qualche settimana ancora – Spagna ed Italia, è la crisi dei bilanci statali, appesantiti dai costi sopportati per salvare la banche e vivere nell’economia dell’euro. Non è quindi una crisi finanziaria, o un evento ineluttabile, ma una conseguenza di quanto successo (o non successo) in questi paesi dall’entrata nell’euro, e dagli avvenimenti degli ultimi due anni.

La crisi, suddetta, non è affatto al suo massimo, l’esplosione vera ci sarà tra l’anno prossimo e buona parte del 2012, ora siamo ancora in una fase in cui si affilano le armi; per le amare ironie della storia, la crisi viene alimentata dalle stesse persone e dagli stessi meccanismi che l’hanno provocata.

E’ la grande finanza che gioca al rialzo, puntando ogni volta su un boccone più grosso, perché la quantità di soldi su derivati e altre sconcezze è addirittura più alta di quella del 2007, così come i super-bonus ai banchieri.

Seppure ha ragione la Merkel quando comincia – finalmente – a parlare di condivisione del rischio (perché se compri un titolo di stato in euro con un rendimento del 6,7,9%, devi accollarti un rischio) e di Tobin Tax, l’Europa è talmente sfilacciata che nessuno la starà a sentire.

Ma, c’è un ma, e di questo ma bisognerebbe parlare, ponendosi qualche domanda.

I paesi che sono più a rischio (Grecia, Spagna, Italia, Portogallo, Irlanda), cosa hanno in comune? Alcuni sono a Sud e alcuni a Nord, alcuni sono grandi ed altri piccoli, alcuni hanno un’industria essenzialmente manifutteria e locale, altri un sistema più integrato, altri campano di servizi avanzati. Eppure, sono tutti in crisi.

Se c’è una cosa che hanno in comune, è il disastro dello stato sociale. Sia per le loro inefficienze nella spesa, sia perché ne hanno avuto sempre poco, sono tutti paesi in cui il cosiddetto welfare è sempre stato un auspicio, più che un fatto.

Il Regno Unito ha una economia fortemente finanziarizzata, ma se non sta prendendo nessuna botta irreparabile dalla crisi non è perché le cose vanno bene, ma perché c’è uno stato efficiente, che ha la capacità di fare scelte anche difficili, con una grande capacità di spesa qualificata (quanto al funzionamento dello stato, uno può confrontare i servizi pubblici inglesi (poste, trasporti, …) con quelli italiani, o se cerca quantificazioni più concrete di un comune sentire può pensare che per ogni 10 dipendenti pubblici italiani che si occupano di bambini, in UK ce ne sono 50. Oppure possiamo parlare di università, eh.).

Sempre secondo questa linea di pensiero, la crisi non ha infatti colpito tutta una serie di paesi (dalla Germania a quelli scandinavi) dove lo stato sociale funziona benissimo, a conferma della tesi.

Questo perché, lo stesso stato redistributivo che rappresenta un blocco nelle fasi di crescita, si comporta da paracadute nei momenti di crisi economica: garantendo una pagnotta a tutti, evita il tracollo dei consumi e quella sfiducia nell’avvenire che blocca ogni possibilità di ripresa.

Uno può essere d’accordo o meno con il dato politico (del resto, veniamo da decenni in cui la gente si spippettava allegramente al solo sentire la parola liberismo) ma polemizzare contro i fatti non è mai cosa saggia.

(breve parentesi: la riforma sanitaria di Obama, essendo una misura da stato sociale, che entrerà in vigore proprio al culmine della crisi, e che più coprirà il suo elettorato di riferimento, sarà uno dei motivi per cui è più probabile che egli vinca nuovamente le elezioni presidenziali che non il contrario: ma questo i giornali italiani non lo capiscono, del resto non hanno mai capito Obama e quindi continuano così)

Sarebbe molto bello che il dibattito di metà Dicembre fosse centrato sul cosa fare per uscire dalla crisi, partendo da un governo di emergenza nazionale (non di unità, l’unità si poteva fare due anni fa quando è cominciato il disastro, ora stiamo ad un passo dal baratro) che intervenga con tutta la durezza dovuta.

Sembra invece che lo scopo intorno a cui ruoteranno le prossime settimane sia capire se questo governo avrà o meno il voto di quei due o tre senatori, con i giornali presi a discutere le pregne linee politiche dei vari partitelli, tutti in grande spolvero: sicuramente la via d’uscita dalla crisi è il voto del senatore Massidda (chi cazz’è? Boh, non lo so e non lo voglio sapere, quando vedo queste ampie interviste a questi maitre a penser sul giornale le leggo, nel caso, come satira di costume).

A Gennaio, questa è l’aria che tira, l’Unione Europea ci chiederà un intervento drastico sui conti. Si vede che il clima dei rapporti è già cambiato dalle vicende sanitarie che ci riguardano: dai rifiuti di Napoli all’acqua all’arsenico, la UE costantemente nega adesso ogni proroga all’Italia, perché il nucleo dei suoi propri interessi (Germania, Francia e paesi satelliti) non sente di doversi svenare per il principio astratto dell’unità europea.

Esattamente come il Nord Italia si è giustamente rotto i coglioni di pagare per la monnezza all’ombra del Vesuvio, la Germania non vuole scucire niente per salvare delle economie disastrate, e tutto quello che ha fatto finora l’ha fatto per salvare le sue banche, non la moneta unica, che sì fa tanto comodo (il marco sarebbe troppo più forte, compromettendo le esportazioni) ma insomma non così tanto da dover morire per l’euro. In Europa, ci sta chi ci deve e può stare, mica chi vuole.

Di fronte al rischio assoluto di essere sbattuti fuori dall’euro, la classe politica non capisce e non sa cosa fare, con un irresponsabile a Palazzo Chigi che crede che governare sia lo scontro in Parlamento (questo è bravissimo a farlo, e anche a vincerlo, è quello che viene dopo che lo lascia sbigottito e sgomento), e una opposizione che ha talmente strizza dell’imminente disastro che come linea politica ha: lasciamo a Silvio la patata bollente, che in fondo lui si diverte.

C’era una volta una società di informatica

Era una media società di informatica con sede a Roma, ed esisteva da qualche decennio. Aveva una bella sede fuori il Raccordo, e si portava appresso almeno qualche decina di dipendenti, ma credo fossero assai di più, quelli erano solo quelli che vedevo io  (spesso nelle società di informatica, i dipendenti sono dai clienti e non in sede). Perlopiù, erano facce giovani, probabilmente al loro primo lavoro, e cambiavano con una grande frequenza, io non mi ricordo di aver visto due volte lo stesso viso, tra questi qui di primo pelo; mentre invece c’era un gruppo di persone più grandi che era più stabile. Nessuno di questi stabili era di particolare livello tecnico, ma insomma di qualcosa dovevano pur campare, se avevano cotanta sede e reggevano da più o meno quando sono nato io.

E poi è arrivata la crisi, alcuni clienti hanno cominciato a non pagare per tempo, le banche non davano certo dei finanziamenti sulla fiducia, così la proprietà ha venduto tutto. Anzi no, ha venduto un pezzo ad un’altra società, un altro pezzo non ho ben capito dove sia finito, ed un pezzettino minuscolo ha mantenuto la stessa sigla, ma con un diverso significato, e si è concentrato su un business specifico, proprio il motivo per cui li ho incrociati di nuovo oggi.

Se prima avevano una bella sede, ora sono in una dependance della stessa, che prima quasi ignoravano; manco hanno più il distributore delle bevande, e il pranzo si prende dal porchettaro all’angolo.

Le società nascono e muoiono, per carità, però mi ha comunque fatto una certa impressione. Anche perché loro alcuni progetti di eccellenza li avevano, compreso uno molto grande in un molto turbolento paese del Medio Oriente, in cui anzi per un periodo s’era ventilato che io potessi andare a tenere un corso tra le montagne (avrebbe fatto freddo ma ci sarebbero state poche autobombe, e non sto facendo una battuta ma una valutazione fatta all’epoca); poi le nostre strade hanno preso direzioni diverse, e quell’azienda adesso non c’è più.

In informatica, for sure, ti devi innovare in continuazione, sia mettendo nuovi innesti che aggiornando le persone che lavorano con te, e questo in Italia è molto difficile perché qui c’è la cultura del posto di lavoro piuttosto che la cultura del lavoro; buon motivo per cui in Italia non abbiamo multinazionali dell’informatica e non le avremo finché rimane questo penoso sistema produttivo, oscenamente protetto dai sindacati che non fanno affatto gli interessi dei lavoratori (in caso di dubbi, chiedere a chi oggi si prende il pranzo dal suddetto porchettaro all’angolo).

Penso che nell’effetto scioccante che ha avuto, plasticamente, vedere un muro che divide quella che prima era un’unica proprietà, ci sia stato anche un rivivere per me, per paradosso, le difficoltà che ho avuto nell’accettare l’idea di un posto di lavoro fisso, che ho trovato quando ho accettato l’idea di essere legato ad un’azienda e condividerne anche il destino.

Comunque no, non c’è la crisi.