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Nel paese dei ciechi, Renzi ci vede benissimo

Nel paese dei ciechi, chi ha un occhio solo ci vede bene. E’ una massima indovinata nel descrivere la direzione del PD di ieri e la stravittoria di Pittibimbo: lui non è un genio, ma di fronte a D’Alema e Bersani appare come un gigante. D’Alema, quello che si è costantemente fatto fregare da Berlusconi, Bersani quello che dopo aver messo Filippo Penati a capo della segreteria e non essersi mai accorto di nulla è riuscito a perdere le elezioni del 2013.

Perché quella di ieri è stata una vittoria netta, per Pittibimbo, favorita dal rancore dei suoi avversari che sono stati strapazzati più volte e ora, non v’è dubbio, schiumano rabbia. Ma è anche una buona notizia per il mondo del lavoro italiano perché la riforma proposta dal PD sull’articolo 18 è una buona riforma.

Parto proprio da questo punto, visto che orientarsi nei cascami ideologici che vengono rilanciati dagli sconfitti di ieri è piuttosto difficile.

Il primo punto della riforma è quello che prevede che i contratti precari vengano aboliti. Questi contratti, varati a metà degli anni ’90, dovevano servire a favorire l’ingresso dei giovani lavoratori in azienda ma invece sono diventati un girone infernale dal quale moltissimi, dico milioni di persone, non riescono più ad uscire. Farli diventare dei lavoratori a tempo determinato significa dare a queste persone diritti come le ferie, la malattia, la liquidazione, la rappresentanza sindacale; significa farli uscire da quella che è una condizione intollerabile contro cui i sindacati, che ora tanto strepitano, non hanno mai fatto niente.

Allora, se questo è il primo elemento della riforma, perché è necessario varare una revisione dell’articolo 18? La risposta è molto semplice: sono i soldi, bellezza. Trasformare tutti questi contratti in contratti a tempo determinato e sottoposti all’articolo 18 significherebbe  pretendere, per legge, che l’economia italiana sia molto, molto diversa da quello che è oggi. Moltissime aziende non potrebbero reggere l’impatto di queste assunzioni che, proprio per l’articolo 18, sarebbero poi impossibili da gestire o da smaltire.

A questi lavoratori, quindi, viene proposto un miglioramento immediato e netto, sia chiaro, delle loro condizioni di lavoro, purché accettino per un periodo di tempo (la cui durata è oggetto di discussione, si va dai 3 ai 7 anni) di non essere tutelati dall’articolo 18. Articolo che, ricordo, non li tutela nemmeno oggi.

Nell’arco di questi anni in cui avverranno questi passaggi di contratto e gli anni di moratoria proseguiranno, sarà possibile – e dovuto – intervenire su altri aspetti del mercato del lavoro, primo dei quali è la durata eccessiva dei processi che riguardano questioni lavorative: oggi durano troppo e non danno certezza a nessuna delle due parti.

Ma, in una situazione economica in cui la gente non ha più il lavoro, è del tutto inutile pensare di fare una bellissima riforma che per dispiegare i suoi effetti richiede anni. E’ molto più sensato stabilire che, intanto, chi oggi non ha tutele comincia ad averle e che, poi, si troverà un modo per riorganizzare il contenzioso.

Nel contempo, l’articolo 18 non viene abolito per chi già ce l’ha, ma viene anzi confermato, salvo le questioni economiche. Ovvero, il licenziamento non può avvenire per motivi disciplinari o per discriminazione, ma può avvenire per questioni economiche. Considerato che anche oggi i licenziamenti per motivi economici avvengono eccome (anzi, ci sono proprio i licenziamenti collettivi), questa riformulazione non è lesiva dei diritti di nessuno ma prende solo atto della situazione che è.

Inoltre, l’altro aspetto della riforma è quello che riguarda il demansionamento: se oggi hai un incarico superiore alle tue capacità puoi essere retrocesso, ma mantieni lo stesso stipendio. Si tratta, per me, di una assurdità: se non sai fare quello per cui ti pago, ti pago di meno per fare di meno, certo non ti pago lo stesso per simpatia.

I sindacati dicono che questo sarà il modo in cui capaci lavoratori verranno puniti, riducendo loro funzioni e stipendio. Questo, al di là dei singoli casi, non è vero nella massa perché le aziende non hanno interesse o necessità a fare una cosa del genere. Generalmente, preferiscono pagare perché il lavoro per il quale pagano sia fatto. Inoltre, oggi in Italia è difficilissimo fare carriera perché se ti fanno diventare il responsabile dell’acquisto delle matite e tu non distingui una matita da un bue, poi non possono farti retrocedere. Se invece stabiliamo il principio che puoi diventare il guru delle matite e che ti devi poi guadagnare, ogni giorno, lo stipendio da esperto di grafite, allora diventa più semplice che l’azienda ti metta alla prova e, particolare non da poco conto, tu farai di tutto per meritarti il posto. Mentre oggi, appena hai un nuovo ufficio, invece di usarlo per lavorare lo usi per costruire la cordata che ti deve sorreggere di fronte alle inadeguatezze tue o dell’azienda. Che, magari, è inadeguata perché ha troppi responsabili dell’acquisto di matite, gomme e calamai che non sanno fare il loro lavoro e sono tutti preoccupati di reggersi l’un l’altro.

Certamente, qualcuno in questa riforma ci rimette. Intanto ci rimettono i sindacati, che sono diventati troppo grassi e troppo corrotti per difendere i diritti di tutti i lavoratori. Oggi i precari non sono rappresentati dai sindacati che non hanno alcun interesse a farlo, preferendo di gran lunga tutelare quelli che poi possono foraggiarli e votarli, garantendo a questi tutele eccessive che vengono pagate da chi non ha nulla. Inoltre, ci rimettono tutti quelli che oggi hanno già un contratto a tempo indeterminato, ben tutelati anche dall’articolo 18, e che un domani dovessero cercarsi un altro lavoro, perché non sarebbero sicuri di avere lo stesso tipo di tutela.

Beh, francamente, cazzi loro. Di fronte a milioni di persone che non hanno nulla, possono sicuramente fare un sacrificio, peraltro piccolo. Non possono pretendere di passare da un tempo indeterminato ad un altro, liberi pure di fancazzare tutto il giorno, mentre intorno la gente si dispera non avendo niente.

Detto della riforma, devo fare i complimenti a Pittibimbo per come ha cucinato l’opposizione interna: ha agitato il drappo rosso dell’articolo 18, li ha lasciati scatenarsi (non perché a questi qui freghi niente dell’articolo 18, anzi D’Alema lo voleva riformare quando era Presidente del Consiglio) poi ha scompaginato un po’ le carte e li ha lasciati in braghe di tela. Costretti a contare sui voti della minoranza che fa capo a Civati, altro personaggio ampiamente sopravvalutato.

Tutto questo, poi, è avvenuto perché Pittibimbo aveva fiutato l’aria e sapeva che la minoranza del PD era pronta a tutto pur di far cadere il governo e toglierselo di torno. Allora, con una grande astuzia, ha rilanciato e attaccato sulla carne viva; adesso anche se cade il governo lui potrà presentarsi agli elettori come il rinnovatore che hanno bloccato, mentre se va avanti potrà poi occuparsi con molta agilità di tutte le altre riforme, quelle sì indispensabili al Paese.

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Europa, non si fa così

Cara Europa, mi hai deluso.

Non perchè hai scelto, come ministro degli esteri europeo, una persona che non si è mai occupata di politica estera.

Non perchè hai scelto, nel ruolo di Alto Rappresentante per la Politica E Sicurezza Comune un inglese di basso profilo, rinunciando a David Miliband che, il giorno dopo che era diventato ministro degli Esteri volava in Darfur.

Non perchè hai applicato un criterio di quote rosa nel modo più approssimativo possibile.

Non perchè hai scelto come Presidente dell’UE uno che parla francese (e che sta parlando francese alla conferenza stampa di presentazione) e come Ministro degli Esteri una che parla inglese, tante chiacchiere sul multi-linguismo poi sciolte alla prima occasione.

Quello che non accetto, cara Europa, è che c’hai lasciato Massimo D’Alema in casa!

Ma lo sai che vuol dire? No, dico, lo sai? Che ora dovremo continuare a sorbirci la sua espressione infastidita, e a tratti schifata, nei telegiornali, quando si sforzerà di mantenere la calma anche quando parla con qualcuno che, per il semplice fatto di non essere lui, non è che inferiore a lui.

Ora dovremo continuare a seguire sui giornali le sue convulsioni, mentre tratta con Casini la riforma elettorale. Di un po’ Europa, ma che t’ha fatto di male Pierluigi Bersani? Eh? Lo sai che sta piangendo? Che sperava tanto, dopo decenni di gavetta, di avere un partito, anche un partitino, anche un 15%, tutto per sè, e invece già lo deve dividere?

A proposito, e i giornali? Pensi che De Benedetti sia contento? Sperava di avere un po’ di campo libero nel settore del centro-un-po’-a-sinistra-ma-solo-perchè-fa-chic e invece, chi ti arriva, anzi chi ti rimane? Massimino! Sarà una dura lotta a chi riesce meglio a fingere di credere in quello che dice, quando poteva non esserci più gara.

Tu, sì dico a te Europa, te le sciroppi di tuo i convegni di ItalianiEuropei, oppure pensi che siano punizioni destinate solo a noi italiani? Ci mandi qualcuno dei tuoi funzionari che stanno lì a scaldare la poltrona?

Senti un po’, io pago l’IVA, e tutti i soldi dell’IVA vanno al bilancio europeo. Non ti sembra che avrei avuto diritto ad avere qualcosa in cambio? Sì certo, D’Alema è come Gozer il Gozeriano, è il distruggitore della politica italiana, ha distrutto prima il governo Prodi, poi l’Ulivo, poi il Partito Democratico, ma che c’entra?E’ uno che si fa prendere la mano, ma noi avevamo bisogno di te.

Cara Europa, non si fa così.

Eutanasia di un partito

Scrive Ezio Mauro nell’editoriale di oggi:

La sintesi paralizzante di tutto questo è la guerra tra Veltroni e D’Alema, che nel disinteresse totale degli elettori litigano da quattro partiti (pci, pds, ds e pd), mentre nel frattempo il mondo ha fatto un giro, è nato Google, ci sono stati cinque presidenti americani e l’Inter è tornata a vincere lo scudetto.

Direi, meglio tardi che mai. Perchè qui non è che, caduto Veltroni, ora arriva D’Alema o il suo alfiere Bersani. Devono comunque farsi tutti da parte, non ne possiamo più. Perchè “con questi leader non vinceremo mai”.

Aggiunge poi:

Perché come dimostra il caso Englaro le idee oggi predeterminano le scelte politiche, soprattutto in partiti che sono nati appena ieri

E quindi con questo io annuncio la mia pubblica candidatura a scrivere gli editoriali di Repubblica.

Perchè all’atto della nascita del PD ho detto e ripetuto che non ci si mette insieme perchè si è d’accordo sulla curva IRPEF, ma ci perchè si mette insieme per i valori, che oggi sono la bussola della società occidentale. Formare un partito unito sulla post-ideologia in campo economico (eravamo comunisti, ora non crediamo più nella lotta di classe, ma in una solidarietà riformista) non basta nemmeno un po’ a mettersi d’accordo sulle cose più importanti, i temi della vita e l’idea più o meno inclusiva di società, tutte quelle cose su cui la destra martella ferocemente ogni giorno, lasciando che la crisi economica esploda perchè tanto non sanno cosa fare.

La Chiesa ha capito benissimo che oggi l’identità è valoriale, per cui ha scelto un papa modesto ma che è dogmatico in ogni cosa che dice e che fa. Con l’arrivo poi della crisi economica, non c’è proprio niente di cui discutere di economia, il debito pubblico sarà consolidato, la Cina presa a calci nel culo così si impara, lo Stato occuperà la maggior quota della produzione del PIL e diventeremo tutti più keynesiani di Keynes.

Per cui, conta cazzi che siamo d’accordo con la Binetti o altri tanfi di sacrestia che l’IRPEF sui redditi alti è al 49%, conta se siamo d’accordo sull’aborto, le unioni civili, l’eutanasi, il divorzio. Mi pare che non siamo per niente d’accordo.

E’ vero che, come scrive Mauro, questa difficoltà del PD sconta anche la crisi del cattolicesimo democratico. Ma è anche colpa del PD che invece di prendere Ignazio Marino e metterlo vice-segretario, l’ha lasciato in splendido isolamento. Nè credo che il progetto del PD possa passare attraverso la speranza che prima o poi la Chiesa apra gli occhi sulla gravità di quanto sta facendo, sull’aver costruito a destra un partito ateo e clericale, e sull’inviluppo della società italiana.

E’ una teoria di fatti

Non so se la cosa peggiore per il PD sia la batosta abruzzese, l’alto astensionismo, Di Pietro che prende sei volte più voti delle passate elezioni, l’arresto del sindaco di Pescara (segretario regionale del PD e candidato alla successione di Del Turco se anche questi non fosse stato a sua volta e prima arrestato) i sondaggi nazionali che danno il PD al 27 per cento, i commenti di Fioroni che con l’UDC si sarebbe vinto, o il fatto che nella prossima direzione del PD ci sarà lo scontro tra D’Alema e Veltroni, per dire un argomento nuovo e sicuramente appassionante, destinato a mobilitare le folle progressiste e democratiche.

Quella sinistra che pur di non essere veltroniana spara nel mucchio: Roberto Defez e Vandana Shiva

Nelle condizioni in cui versa il PD, prendersela con Veltroni è tanto giusto quanto inutile. Sopratutto, è del tutto poco saggio sognare l’avvento del grande Leader Massimo D’Alema: di questo vecchio schematismo tra i due dinosauri ci saremmo un po’ rotti le palle, è un dibattito usurato e noioso; a casa tutti e due e i loro sodali, dopo due decenni che state a discutere non avete risolto altro che consegnare a Berlusconi una maggioranza immensa e una credibilità assoluta, le persone italiane di sinistra sono meglio di voi, anzi ci meritiamo di meglio di voi.

Sopratutto, il cielo ci salvi dai dalemiani d’accatto, così tanto convinti di essere intelliggggenti che pensano di poter sparare a zero su Veltroni, tanto ‘ndo cojo cojo (=dove colpisco colpisco), che di sicuro colpisco qualche punto debole.

Il dalemiano di oggi è Roberto Defez, che ha scritto un pregno articolo su Leftwing, il sitarello dei dalemiani: che no, non sono una corrente politica, ma una fondazione culturale.

Vandana Shiva (che è un po’ più famosa di Roberto Defez, e non credo sia perchè il mondo è ingiusto: più probabile perchè dice cose giuste e forti, e non fa i due errori per frase di cui il signor Defez parla senza rendersi conto di coprirsi di ridicolo) accusa i produttori di cotone geneticamente modificato di essere responsabili del peggioramento delle condizioni di vita dei contadini indiani,  cosa che ha portato ad un aumento del numero di suicidi.

Poi c’è appunto la dotta analisi di Roberto Defez che ci spiega che no, non è così, la Shiva è una specie di icona dell’oscurantismo scientifico, mentre c’è lui che sa quello di cui si parla. E’ uno scienziato, ohibò.

Tutto l’articolo nasce dal fatto che la Shiva è stata invitata ad un seminario del PD; appunto per il colpire dove capita, i dalemiani d’accatto hanno rosicato, perchè tutto pensano tranne che Veltroni possa averne indovinata una. Cosa che invece, seppur raramente, capita.

Per dimostrare che Vandana Shiva ha ragione e Roberto Defez no, mi limiterò a riportare gli stessi dati che Defez ha riportato nel suo articolo, tanto l’articolo è miope che nemmeno ci si deve sforzare a trovare altre statistiche:

  1. Se la produzione di cotone geneticamente modificato è aumentata di circa cento volte, mentre il numero di suicidi è rimasto stabile (tralasciando che i dati non sono completi e che nessuna analisi dovrebbe essere fatta con dati parziali; però Robbè, hai voluto la bicicletta e mo’ pedali) allora è evidente che la produzione di cotone geneticamente modificato non ha migliorato le condizioni di vita dei contadini indiani, a meno che non vogliamo pensare che questi si ammazzino per il gusto di farlo (verò Robbè che non sei razzista?);
  2. La sostituzione di una varietà di coltivazioni con una monocoltura rende sempre più povero il contadino, che se prima almeno aveva di che mangiare ora si trova invece ad avere una sola produzione di cui non si può nutrire (Robbè, non è che tu pensi che in India se magneno er cotone, vero?) e ha ora un solo acquirente per i suoi prodotti, una condizione di monopsolio che comprime fortemente i propri margini di guadagno. Spesso gli acquirenti del prodotto finito sono poi le stesse multinazionali che hanno venduto i semi geneticamente modificati, con il risultato che il contadino passa da essere un produttore ad uno che lavora, per così dire, in outsourcing, avendo un unico cliente ed un unico fornitore: è evidente quale possa essere la sua forza contrattuale;
  3. Tanto che, appunto, il numero di suicidi per povertà non è diminuito, mentre i profitti sono invece aumentati per chi produce cotone geneticamente modificato;
  4. Ultimo, i prodotti geneticamente modificati sono sterili. Per chi li produce non avrebbe senso fornire un seme che una volta cresciuto generasse altri semi anch’essi geneticamente modificati, si troverebbe a vendere i suoi semi una sola volta ad ogni contadino (se non anzi ad un solo consorzio di contadini).

Questi sono fatti molto semplici proprio ottenuti rileggendo l’articolo. E di questa dotta analisi ci hanno campato tanti, riportandola e dicendo: cattivo Walter, cattiva Vandana.

Quello che più mi sconforta è che l’alternativa a Veltroni sia questa gente qui, questa cosiddetta sinistra che ha innanzitutto un po’ di disgusto razziale verso i contadini indiani, non conosce il mercato e quindi le sue storture e anzi crede a queste idee del mercato perfetto, cazzatine già vecchie dieci anni fa e che oggi anche i più liberisti hanno superato, mostrando sempre un complesso di inferiorità perchè gli esami per loro non sono mai finiti, rimanendo slegata dalla società e dalle sue trasformazioni.

Cascano le braccia a  pensare che questi articoli siano quelli a cui si ispira D’Alema quando pensa la sua linea politica, e che pur di attaccare una linea politica disastrosa si butti tutto nel frullatore e si pensi alla Shiva come ad una specie di burinotta che parla a vanvera.

Se domani viene invitato Yunus che si fa? Diciamo che non capisce niente di economia?

Attentato, si tratta di un attentato

Un canotto veltroniano (riconoscibile dal fatto di essere paffuto, grassoccio e tondarello) è l’autore di questo vile attentato, subito condannato dallo stesso Veltroni che ha detto: io preferisco il materassino, che è molto più democratico e regge pure Bettini.

Il grande duello del PD

Il solito duello, in realtà, tra D’Alema e Veltroni, di cui avremmo proprio le palle piene.

(sul Corriere di oggi, un articolo di Paolo Franchi).

Quel silenzioso killer di nome D’Alema

Oggi la velina rossa ha pensato di cannoneggiare su Giuliano Amato, perchè accusato di applicare la legge in vigore sulla disposizione dei simboli sulle schede elettorali. Infatti, Amato non sta facendo altro che applicare la legge. Tale legge, anzi questo decreto del Presidente del Consiglio, stabilisce che i simboli di partiti della stessa coalizione siano affiancati, mentre tra coalizioni diverse ci sia un po’ di spazio.

Nel 2006, c’erano due coalizioni, ciascuna con otto o più partiti, quindi ogni coalizione occupava una singola ed intera riga. Gli altri partiti che si presentavano da soli erano appunto spaziati gli uni dagli altri.

Ora la preoccupazione che i due schieramenti più grandi hanno è che, quando l’elettore vede i simboli della coalizione affiancati, possa mettere una croce sull’assembramento e non su un singolo e specifico simbolo. Una simulazione fatta dalla Stampa di Torino porta le schede nulle al 3,6%, il doppio della precedente tornata dove invece furono, a dirla tutta, incredibilmente basse.

Amato è, per me, uno dei personaggi più autenticamente sgradevoli della politica italiana. Assolutamente ed infinitamente pieno di sè, convinto di essere un brillante intellettuale, è perfettamente descritto come l’uomo che al posto del cuore ha un buco. E’ stato anche un assai modesto ministro dell’Interno, imparagonabile a Pisanu.

Comunque, su questa cosa dei simboli ha ragione. Però, D’Alema non si ferma mai davanti alle ragioni quando ha un obiettivo in testa.

Io penso che lo scopo che Massimino abbia sia quello di far assumere al PD una connotazione socialista, liberandosi di alcuni personaggi che non saranno comunque e mai riformisti, manco del riformismo kennedyano-obamiamo che Veltroni crede di conoscere (e che non conosce, Obama è una persona seria e convinta delle sue ragioni, e non uno che va avanti a “ma anche”).

Invece, far diventare il PD un partito socialista significa poi aggregare quelle forze riformiste, e pensare a costruire una alternanza con un conservatorismo europeo.

Ora, come mi ha fatto osservare Titollo, D’Alema è uno che si perde sempre nella tattica, e sicuramente questo piano è quantomeno ambizioso, per cui è ben facile perdercisi dentro. Però io interpreto certi comportamenti suoi esattamente in questa direzione. Primo, il rifiuto di prendere i socialisti di Boselli nel PD. Poi appunto questo ingiustificato attacco ad Amato, che è l’unico o quasi socialista che ci sia nel PD, e sicuramente quello di maggior peso. Lo scopo mi pare quello di essere l’unico della classe e quindi il primo dei socialisti e quello che può incassare un dividendo politico se questa trasformazione del PD si compie.

E in tutta sincerità, spero che ci riesca. Di Veltroni non ne posso più, è tutto un elenco di cose da fare. Che cazzo, oggi Berlusconi ha detto che lo Stato, quando una minoranza blocca una ferrovia o un aeroporto, deve intervenire manu militari, perchè altrimenti non è uno Stato. Uno può essere d’accordo o no, ma certo che questo è un messaggio valoriale. Invece il PD non ha affatto un messaggio valoriale, ed il motivo per cui sono sempre più convinto che perderà le elezioni. Allora va pure bene perdere, ma non posso accettare che il riformismo italiano si fermi a Veltroni, tantomeno di perdere per i brillanti pensieri della Marianna di turno.

Pensierini sparsi sulla situazione politica

  • Se c’era Rosy Bindi a capo del PD, prendeva a morsi Mastella alla prima virgola che diceva, non questo cazzaro di Veltroni;
  • Lo spettacolo offerto da Pecoraro Scanio e Casini in televisione è molto più che sconfortante: io non mi sento di votare nessuno dei due, e credo che nessun italiano assennato se lo senta;
  • Il 75% degli italiani non ha fiducia nel Parlamento: l’ho già scritto, ma lo ripeto perchè mi pare chiaro cosa significhi;
  • Veltroni ha contribuito alla caduta del governo Prodi convinto che poi, con Berlusconi, si sarebbe messo d’accordo per un governo tecnico, che poteva durare anche solo qualche mese, il tempo sufficiente a fare il referendum del cui scontato esito positivo si avvantaggiano appunto i due più grandi partiti;
  • Berlusconi ha fregato Veltroni esattamente come ha fregato D’Alema anni fa: quando questi cosiddetti grandi leader del centrosinistra capiranno con chi hanno a che fare, cioè con uno assai più furbo, scaltro ed ingordo di loro, sarà tardi;
  • Mieli non si espone troppo a favore del governo Draghi, ma ovviamente fa parte dell’establishment finanziario-industriale che questo vuole;
  • Anzi, che questo otterrà. Berlusconi ha ragione quando dice che lui non è alleato di certi poteri forti, perchè quei poteri vogliono mettere le manone sul governo dei cosiddetti tecnici, mentre Berlusconi vuole la torta tutta per sè;
  • Quando Fini saprà mostrare di essere un leader lo considererò tale: è talmente succube di Berlusconi che a confronto Casini sembra un gigante della politica;
  • Pecorario Scanio: no, no dico, basta;
  • Prodi ha fatto uno splendido discorso alla Camera. Perchè sappia parlare bene solo quando è tardi, è un mistero che temo non sarà mai risolto;
  • Stando così le cose, l’unica cosa sensata che il centrosinistra deve fare è prendere atto della situazione, accettare la fine del governo Prodi, e provare a vedere cosa succede con questa offerta di dialogo: almeno a farci la bella figura;
  • In effetti, se Berlusconi è ingordo e se tiene Fini per le palle, mi sa che per il governo tecnico è anche d’accordo: ci guadagna che si fa il referendum;
  • Se qualcuno sa dirmi una buona cosa fatta da Veltroni da quando è segretario del PD gliene sono grato;
  • Anzi, qualcuno sa che fine ha fatto Veltroni? Ma è possibile che il grande Uolter non si veda e non si senta? ‘Ndo sta’, alla cerimonia di inaugurazione della nuova mensa dell’Atac?
  • L’errore più grande che il centrodestra potrebbe fare è quello di pensare che questa crisi sia una crisi di una parte politica e non una crisi di sistema. L’errore più grande che il centrosinistra potrebbe fare è quello di pensare che questa sia solo una crisi di sistema e non anche una crisi della maggioranza;
  • No, dico, adesso l’arbitro diventa un signore di più di 80 anni che era a favore dell’invasione sovietica dell’Ungheria: no, dico, basta. Questi personaggi vanno consegnati alla gioia del vedere i nipoti e pronipoti crescere, non a decidere delle sorti dell’Italia.

Pensavo: visti i tag di questo articolo, se staggo tutto e ci metto: compagnia di pagliacci, non viene meglio?

Io amo Bersani

Perchè è una persona seria, perchè le poche (ma in realtà tante) liberalizzazioni fatte in Italia le ha fatte lui, perchè quando parla ha quella concretezza da romagnolo che ne fa la regione più industrializzata d’Italia, perchè è l’unico che ha capito a cosa doveva servire il Partito Democratico, perchè se Veltroni è pingue Bersani ha le palle d’acciaio, e per questa sua intervista.

Dopo questa intervista a Repubblica, in cui mette in chiaro come dovrebbero essere spesi i fondi strutturali UE, ci sarà una reazione furiosa di tutti quelli che su quei fondi hanno ignobilmente mangiato, che non sono solo politici e gruppi di potere generici, ma anche e sopratutto la criminalità organizzata. Prodi ha fatto una cosa ottima a metterlo ministro, D’Alema mostra di avere ancora il senso della politica quando lo immagina segretario del PD al posto del mollaccione romano.

Se Bersani avesse concorso alla carica di segretario del PD, io sarei andato a votare, e conosco molti altri che l’avrebbero fatto.