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Un eterno ripetersi

Credo che uno dei motivi per cui scrivo meno sul blog dipende dal fatto che molte vicende pubbliche sono la riproposizione ennesima ed ulteriore di cose di cui ho già parlato e detto. Faccio giusto due esempi.

Alitalia-Etihad. Ma che bravi, coraggiosi et audaci gli emiri che si comprano l’Alitalia. Pensa, hanno chiesto solo che: i debiti che Alitalia ha con le banche vengano cancellati (questo causerà che le banche dovranno rifarsi con tutti gli altri clienti, concedendo meno prestiti ovvero aumentando i tassi di quelli concessi o da concedere); lo Stato si faccia carico dei lavoratori licenziati (questo causerà che le tasse di tutti finanzieranno la cassa integrazione dei licenziati, che dovrà durare molti, molti anni, sufficienti a spegnere ogni tentativo di contestazione dei lavoratori); la concorrenza sui voli interni venga ridotta (questo causerà che i costi dei biglietti saliranno). Quindi, cari cittadini italiani, sappiate che voi pagherete tre volte: come contribuenti fiscali, come controparte delle banche, come clienti di un volo di linea. Non siete contenti? Non vi sembra a quel punto che quel “sul lusso, gli emiri non badano a spese” che c’era scritto ieri su Repubblica sia una solenne presa per il culo? Che siamo tutti buoni a fare i ricchi con i soldi degli altri?

Debito pubblico. Ma basta, eh. Dopo anni che ho scritto che il debito pubblico italiano non si può pagare e che non verrà pagato, ora si comincia a scrivere anche sui giornali dei poteri forti. Giusto per far circolare l’idea e vedere come attecchisce.

Solo che, ecco, non ho voglia di esplorare più questi temi, tanto ho già detto tutto anni fa.

Manipolatori di professione

I. Quanto è caro e premuroso il nostro Re della Repubblica, che ieri intervistato da Fazio (ottima legittimazione per una mediocrità di presentatore che andrebbe viceversa consegnato agli annali della televisione, ammesso che ne abbia mai fatto parte) ci ha tenuto a dire che il debito pubblico va pagato, per i nostri giovani.

E no, signor Presidente, il debito pubblico va pagato da chi l’ha fatto. Se tu lo paghi togliendo a me le tutele, i diritti e le opportunità che tu invece hai avuto, allora non lo stai pagando per me, ma lo stai pagando da me. Comincia a ridurti lo stipendio, comincia a far sì che il Quirinale non costi cinque volte Buckingham Palace (o trenta volte la presidenza tedesca), poi ne riparliamo.

II. In un ospedale pubblico di Roma, un deplorevole incidente ha fatto sì che una donna stia aspettando i figli di un’altra coppia, per un errore di procedura nel laboratorio di fecondazione assistita. A parte i commenti, che sono facezie fuori contesto, per cui allora la fecondazione eterologa in Italia si faceva già (sai quante altre volte avranno sbagliato senza che nessuno se ne accorgesse, e quante volte non hanno sbagliato ma l’hanno fatto apposta con il consenso della coppia) la cosa che colpisce è la reazione della Regione Lazio, che ha deciso di chiudere il reparto. Bravi, bravissimi, così si fa! Questo è il pensiero che viene suggerito dai manipolatori del potere, perché è giusto che chi sbaglia paghi. Però, chiudendo uno dei pochi reparti pubblici che si occupano della fecondazione assistita significa lasciar spazio ai privati. Però, il compito della politica non è chiudere i reparti che non funzionano, ma fare in modo che funzionino: siamo sicuri che in quel reparto ci fossero macchinari avanzati? Che non ci fossero dirigenti raccomandati? Che il personale fosse di ruolo, non costretto a campare con contratti di qualche mese in qualche mese, con turni di lavoro massacranti? Però, il compito della politica non è ingraziarsi i cattolici, che alla chiusura di un reparto di fecondazione assistita saranno, nelle loro frange più oltranziste, ben contenti. Il compito della politica è organizzare le attività pubbliche, cosa che non pare sia successo e di cui non è il caso di occuparsi. Se serve, si può fare una bella intervista da Fazio per farsi vedere con il pugno duro. Che fa tanto Renzi, e non impegna.

Il Giubileo del debito

Foreign Policy propone alcune idee estreme per uscire dalla situazione attuale. Una di queste è la cancellazione del debito pubblico:

We need a debt jubilee: an organized and massive deleveraging in the developed world. Call it First World debt relief, if you will.

(qui)

Un alleggerimento quantitativo camuffato da prestito

Con astuzia machiavellica, insomma, Mario Draghi si avvierebbe al quantitative easing dei titoli pubblici per interposte banche private.

C’è un buon motivo per cui Massimo Mucchetti è il miglior giornalista economico italiano in circolazione, e sono articoli come questo.

Verso il disastro europeo

(Copioincollo un articolo scritto da Carlo de Benedetti per il Sole24Ore sulla attuale situazione economica; lo faccio perché così mi risparmio di scrivere cose che potrei dire anche io, e che peraltro ho detto, giusto però evidenziando in grassetto qualche passaggio che reputo significativo, e che lo è ancora di più se si considera che tutto questo viene scritto sul giornale della Confindustria)

(L’idea di De Benedetti è quella di un piano di consolidamento del debito pubblico tramite l’emissione di moneta da parte della BCE, ed è abbastanza difficile dargli torto)

(Comunque, io sono ben più pessimista di De Benedetti, penso che l’unico modo possibile per mantenere gli impegni assunti all’ultimo vertice europeo sia una virata sostanzialmente autoritaria in mezza Europa, che comunque non ce la farà a seguire quel piano delirante escogitato dalla splendiderrima coppia Sarkozy-Merkel, che se uno li mette vicino per confronto a Mitterrand-Kohl gli viene da piangere)

(PS: Ingegnè, se je serve qualcuno pe’ scrive gli articoli sul Sole 24 Ore, guardi che io costo poco, scrivo le stesse cose aggratisse sul blog).

Anche l’ennesimo cannone ha sparato a salve. Il D-day è passato e ormai possiamo dire che l’operazione di liquidità a tre anni effettuata dalla Bce è passata senza alcun effetto sui mercati. Le Borse sono sempre lì, gli spread sono sempre più in tensione, il cambio euro/dollaro è fermo, l’oro è fermo: in sostanza un non event.

L’offerta dell’istituto di Francoforte, 489 miliardi, è stata del resto ripartita in ben 523 istituti, quindi nella media 1 miliardo a banca. Questo era il cannone. Inevitabile che il suo effetto fosse deludente. Tanto più che l’afflusso massiccio delle banche che si sono messe in coda ha contribuito ad evidenziare una volta di più ai mercati la gravità dei problemi del settore bancario.

Non è così che si uscirà da questa crisi di fiducia. Serve ben altro. Serve invertire totalmente l’approccio. Sono sempre più convinto che le misure di austerità che, su impulso tedesco, vengono adottate in Europa per fronteggiare la crisi dei debiti sovrani siano sbagliate.

C’è una autolesionistica tendenza all’avvitamento in una spirale di bassa crescita che rischia di portare guai seri all’euro e all’Europa. Il fantasma di Rudolph Havenstein, il governatore che aveva guidato la Reichsbank fino al 1923 negli anni dell’iperinflazione, aleggia ancora in Europa.

E i tedeschi proprio non riescono a liberarsene. Già all’inizio degli anni 30 il ricordo di quegli anni li indusse a non svalutare, come fecero altri paesi europei, aprendo la strada al nazismo. Lo scorso 18 Novembre Dylan Grice, analista di Société Générale, ha sostenuto questa tesi nel paper dal titolo ‘’Exorcising von Havenstein’s ghost”. Una tesi interessante. Che fa capire molto della intransigenza della Germania verso una politica monetaria più accomodante.

Sono similitudini inquietanti. Non c’è un nuovo Hitler alle porte d’Europa. Ma l’avvitamento nella recessione è un’ipotesi più che probabile. Per l’Italia è possibile che l’anno che si apre possa portare a una decrescita fino al 3%. La manovra di Monti è credibile, ma non potrà che aggravare una tendenza che è già in atto da mesi. E non c’è da farsi grandi illusioni dalla spinta che potrà venire dai provvedimenti della cosiddetta “Fase due”.

La grande differenza tra Europa e Usa è che gli Usa con il Tarp da 700 miliardi di euro hanno salvato le banche americane in presenza di tassi di rendimento dei treasury quasi nullo; da noi, prima o dopo, ci si potrebbe rendere conto che l’unica cosa da fare è un drastico e ordinato “taglio” di alcuni debiti nazionali tra cui anche quello italiano. Se non si vorrà arrivare a questo punto servirebbe un deciso cambio di strategia.

In Europa, quindi in Germania, e in Italia. In Europa con una politica volta a un quantitative easing massiccio, in grado di svalutare i debiti. Ben venga l’inflazione, se ci aiuterà a uscire da questo avvitamento nella spirale recessiva. Ma temo che il fantasma di Havenstein non permetterà una presa di coscienza da parte dei tedeschi su questo punto.

Ecco allora che toccherà all’Italia provare altre strade. Di certo non nuove manovre. Perché di manovra in manovra il Paese finirà in guai sempre peggiori, bruciando le sue ultime ricchezze. Le misure per la crescita dovranno essere adottate, ma anche su questo fronte non c’è da aspettarsi molto.

Ecco allora che l’unico strumento che potrebbe valer la pena tentare è quello di dare un colpo una tantum massiccio allo stock del debito. Ho letto che sul Sole se ne è cominciato a parlare. Si parla di dismissioni, di fondi immobiliari, di patrimoniali secche. Sono ipotesi che vanno approfondite.

Di certo anche oggi i mercati ci hanno dato il segno che un cambio di rotta, a livello continentale, è necessario. Prima di arrivare a un “consolidamento” del debito di mussoliniana memoria sarebbe il caso di cominciare a rifletterci molto seriamente.

Tutto come previsto

Da Previsione per l’anno nuovo (pubblicato il 2 Gennaio 2009):

[…]

Ma questo è un discorso più di lungo termine (a cui in genere i cosiddetti fautori del capitalismo oppongono la sciocca domanda di chiedere quale sia l’alternativa al capitalismo, come se il futuro fosse prevedibile), il discorso più a breve termine che manca in quell’articolo è semplicemente questo: Obama non avrà altra speranza, per risollevare l’economia americana, che consolidare il debito pubblico americano.

Questo vorrà dire che i titoli di stato americani in mano agli investitori esteri e alle banche saranno carta straccia, mentre quelli in mano alle famiglie americane saranno rimborsati, anche se probabilmente solo il capitale e non gli interessi. Questa manovra libererà una enorme quantità di risorse, che potranno essere utilmente impiegate nella trasformazione del sistema economico e sociale, non che Obama abbia una idea di cosa venga dopo il capitalismo, ma una redistribuzione della ricchezza è comunque necessaria.

[…]

Da Un nuovo mondo è dovuto (pubblicato il 24 Maggio 2010):

[…]

Oggi leggevo un’intervista a Nassim Taleb, di cui riporto un breve passaggio:

“Ci sarà uno choc, un Cigno Nero: una cattiva asta di titoli pubblici del Tesoro americano […] Forse ci si può rifugiare in qualche bene reale: non gli immobili, ma la terra agricola e un paniere di metalli”

[…]

Oggi che è successo? Che S&P ha detto che non è sicura che gli Stati Uniti pagheranno il loro debito (da Repubblica.it)

L’agenzia di rating Standard & Poor’s ha confermato il rating AAA sul debito degli Stati Uniti ma l’outlook è stato tagliato da “stabile” a “negativo”. Il profilo fiscale degli Stati Uniti potrebbe diventare secondo l’agenzia “significativamente più debole” rispetto alle altre grandi economie se la crescita del deficit non sarà messa sotto controllo. Invariato, invece, come detto, il rating AAA sul debito pubblico.

“Riteniamo che ci sia un rischio che i governanti Usa non trovino un accordo su come affrontare le sfide di bilancio di medio e lungo termine”, afferma Standard & Poor’s ricordando che la recente crisi è iniziata già da due anni senza che la politica Usa sia stata in grado di stabilire come contrastare le recenti difficoltà fiscali e mettere in cantiere la pressione fiscale di lungo periodo.


Ora, l’idea che gli Stati Uniti non abbiano un debito garantito al 100% è una notizia che, boh, non riesco a quantificare nella sua enormità. Ovviamente S&P si muove con molta prudenza, ma l’aria che tira è quella, come ho ampiamente scritto tempo fa. Il bello è che c’è chi se ne stupisce.

Rimane valido l’invito: se potete, fatevi un orto.

Manovre sul debito pubblico

Il lavoro di capo della Federal Reserve americana è un lavoro di sicuro difficile, sopratutto quando lo erediti dopo Greenspan, che ha combinato un fottìo di cazzate ma è stato costantemente osannato; Bernanke si muove lungo un terreno molto difficile e dove è pieno di leoni pronti a sbranarlo.

Il 25 Agosto è uscito un rapporto di Morgan Stanley, sulla situazione del debito pubblico, in cui c’è scritto:

“Governments will impose a loss on some of their stakeholders […] The question is not whether they will renege on their promises, but rather upon which of their promises they will renege, and what form this default will take. […] The sovereign-debt crisis is global and it is not over”.

(I governi imporranno una perdita ad alcune delle loro controparti […] La questione non è se si rimangeranno alcune delle loro promesse, piuttosto quali promesse si rimangeranno, e che forma prenderà questo fallimento. La crisi del debito sovrano è globale e non è ancora finita)

Come fa un governo a non pagare il debito? La strada forte è quella di dire “cucù” e non pagarlo, però così pare brutto e poi diventa difficile farsi prestare dei nuovi soldi (difficile ma non impossibile, tutt’altro). L’alternativa a questo è ad esempio generare inflazione, così il valore nominale da restituire rimane sempre quello, ma il valore reale si riduce.

Per generare inflazione, un modo efficace (e abbastanza discreto) è quello dell’alleggerimento quantitativo, quando cioè la Banca Centrale comincia a comprare malloppi di titoli di Stato, dando a quest’ultimo (e ai suoi creditori) un sacco di liquidità, e quindi generando inflazione.

Ci sono anche strade più spericolate, per esempio costringere gli istituti di previdenza sociale a comprare essi stessi titoli del debito pubblico, come se ho capito bene stanno facendo in Spagna.

Invece, l’alleggerimento quantitativo lo sta facendo appunto la Fed.

Di tutto questo, sui giornali italiani, c’è traccia? No, però in compenso c’è (udite udite) la lettera di Veltroni ad, addirittura, l’Italia.

Che questi (del PD) sono talmente fessi che appena il rischio di fallimento del debito pubblico italiano si farà concreto ed evidente, potrebbero mettersi al governo al posto di Berlusconi, pure e sopratutto con una manovra di Palazzo, giusto per permettergli di dire che finché c’era lui le cose andavano bene.

Un nuovo mondo é dovuto

Scrivevo, il 30 Gennaio di quest’anno, parlando della prossima crisi del debito pubblico italiano: “Fortunato chi c’avrà l’orto”.

Da quel 30 Gennaio, la crisi del debito pubblico italiano si sta avvicinando, tanto che ormai è prevista una manovra finanziaria di pesanti tagli e sacrifici (nelle parole dello stesso governo, persone che il 30 Gennaio erano sicuramente ottimiste e mi avrebbero bollato come un menagramo).

Oggi leggevo un’intervista a Nassim Taleb, di cui riporto un breve passaggio:

“Ci sarà uno choc, un Cigno Nero: una cattiva asta di titoli pubblici del Tesoro americano […] Forse ci si può rifugiare in qualche bene reale: non gli immobili, ma la terra agricola e un paniere di metalli”

Facciamo a capirci: Cassandra fece una brutta fine, quindi non ambisco al ruolo, però riscontro che tutto il mio apparente pessimismo finora ha avuto conferme nei fatti ed autorevoli conferme.

Dico che è un pessimismo apparente, perchè giusto un paio di giorni fa stavo ripensando alla questione della crisi nel suo complesso.

Sono partito da una domanda molto semplice: per quale motivo un signor nessuno come me ha più che un’impressione sul come le cose andranno, e l’establishment economico e politico vive come in una bolla di sapone, raccontandosi storielline divertenti sugli eccessi della finanza? E’ possibile che non ci sia un economista, magari un po’ eretico, che sia non dico il più importante consigliere ma uno di rincalzo di un governo e che avanzi almeno una tesi da pensiero un po’ non unico su cosa sta succedendo? Ma veramente lo devo scrivere io sul blog?

Poi mi sono dato una risposta semplice quanto efficace: Ancien Régime. O anche, se volete, il Congresso di Vienna. Non sono così negativo da pensare di essere un profeta (e di cosa poi) per cui ho pensato che in realtà queste posizioni e queste analisi non sono certo solo le mie (basterebbe dire quanto devo a G. per la sua guida sicura in questo terreno), e che ci sono atteggiamenti e discorsi, detti e non detti del tutto, di leader politici ben consapevoli di quanto la navigazione sia a vista, ma quando sei nell’Anciem Régime c’è poco da fare: nel Gattopardo, il marchese di Salina preferisce lasciare la politica del nuovo Regno d’Italia all’ambizioso nipote, e preferisce mettersi a studiare il moto delle stelle.

Quando muore un elefante, credo di averlo già scritto, non è che il cadavere sparisca in poco tempo, anzi c’è tutta una fase di smontaggio progressivo; e il capitalismo è un elefante morto, che sta lì in mezzo alla savana e comincia ad essere scarnificato; magari anche morto per essersi cannibalizzato, ma oggi la storia di quello che è stato non credo sia interessante: purtroppo siamo tutti in un ciclo storico che è ben rappresentato dalla maledizione cinese che augura ai propri nemici di vivere in tempi interessanti.

Mi sono detto che questo declino non durerà pochi anni, non potrà essere così perchè gli interessi costituiti sono troppo forti (e basterebbe vedere, tanto per fare il più immediato degli esempi, come la finanza internazionale abbia ripreso a fare esattamente le stesse operazioni speculative che faceva nel 2008: anzi, ora il volume delle stesse è maggiore, con la differenza che i governi sono esausti e non hanno più soldi per tamponare le falle).

Io penso che ci vorranno probabilmente dei decenni prima che un nuovo sistema economico si configuri. Forse esiste già, forse in qualche parte del mondo c’è qualche comunità che già si trova a viverlo e a metterlo in pratica, senza nemmeno sapere di averlo trovato, ma ci vorrà del tempo prima che diventi la norma, e che tutti noi possiamo dire quanto era strano il mondo in cui vivevamo.

Non possiamo, oggi più che mai, pensare che il capitalismo sia il punto di arrivo dello sviluppo del genere umano. Ci si era messo Fukuyama a dire che con la caduta del comunismo sarebbe arrivata la fine della Storia, mentre quello che è accaduto è stata l’accelerazione di tutti i processi geopolitici.

Non sarebbe prova di onestà intellettuale pensare che un qualsiasi sistema economico possa durare per sempre, visto che nessun sistema è mai durato per sempre; lo dicono i capitalisti illuminati quando pensano al capitalismo come ad un giardino ben curato (per citare Rockfeller) e come tale da aggiustare in continuazione, ma qui ce lo suggeriscono anche i fatti e il tracollo che è avvenuto.

Che sì ha radici lontane, perchè il capitalismo ha esaurito la sua spinta propulsiva nel creare una classe media, dando luogo ad un aumento della concentrazione delle ricchezze (all’inizio del secolo scorso un amministratore delegato guadagnava 20 volte di più dell’ultimo degli impiegati: oggi la forbice è arrivata a quanto? 400? 1000?) a cui si associa una povertà diffusa (secondo gli studi di Bankitalia, un italiano su tre che perdesse il posto di lavoro diventerebbe povero dopo pochi mesi).

Potrei andare avanti per molto tempo parlando dei danni all’ambiente, dei miliardi di esseri umani che muoiono di fame, dell’errore antropologico di pensare l’uomo come un essere ad una sola dimensione, felice perchè consuma, ma sarebbe un elenco che ognuno può farsi meglio da sè, e ripeto, non stiamo facendo l’autopsia dell’elefante.

Io penso questo: il senso della nostra generazione sarà quello di trovare e costruire un mondo migliore da lasciare a chi verrà dopo di noi. Non per il desiderio astratto di un mondo migliore, non per le inquietudini da ’68, ma perché semplicemente saremo, anzi siamo già, costretti a fare così.

1.02

Alcuni anni fa, quando il Tesoro faceva l’asta dei titoli di Stato, i giornali (sopratutto i telegiornali) si premuravano di far sapere che la richiesta degli stessi era stata di varie volte (3,4,10) superiore all’offerta. In effetti, il rapporto bid-to-cover (quanti te ne hanno chiesti diviso quanti ne avevi) è un parametro importante per capire se gli investitori credono nella solidità dell’emittente.

Nell’asta dei titoli che è avvenuta il 29 Aprile, per una offerta di 9.5 miliardi (BOT), la richiesta è stata di 9.78, ovvero un rapporto di 1.02.  L’asta successiva dei titoli pluriennali è andata un po’ meglio, con un bid-to-cover di 1.4 – 1.8. Ovvero, “Consider Italy contained — for now” scrive sul suo sito il Financial Times, mentre il Wall Street Journal esordisce dicendo “Italy appeared to flirt with calamity”.

Questo per dire che, anche se ci sono motivi sostanziali per dire che l’Italia non è la Grecia, gli investitori non sono pronti a sentire solo razionalità.

Naturalmente, di cosa si parlava il 29 Aprile in Italia? Di Bocchino.

La prossima crisi del debito pubblico italiano?

Come già scritto, l’effetto della crisi finanziaria iniziato l’anno scorso è stato anche quello di rendere insostenibile il debito pubblico di alcuni stati (è molto bello avere un amico come G. che si occupa di storia dell’economia: eviti sempre di sorprenderti per quello che accade).

Prima è stato il turno dell’Islanda. Gli islandesi, che prima della crisi vivevano in una economia florida, hanno recentemente deciso che ci sarà un referendum, per rispondere alla seguente domanda: i soldi che gli altri paesi esteri (in particolare Inghilterra ed Olanda) ci hanno dato per fronteggiare il fallimento del nostro sistema bancario, vanno rimborsati oppure no? Perchè quando fallisce uno stato sovrano non vale il principio per cui i debiti si pagano, è anzi proprio il caso in cui non si pagano; e peraltro è vero che quel prestito d’emergenza venne fatto, a condizioni esose, non tanto per stabilizzare l’economia dell’isola quando per tutelare gli investitori europei che credevano di aver trovato l’eldorado (piccola nota a margine: l’Islanda non fa parte dell’UE, e il loro destino sarebbe stato il nostro se non ci fossimo entrati).

Poi è stato il turno di Dubai, che ha tanto ringraziato per i soldi prestati per costruire una intera nazione (a Dubai c’era circa un quarto di tutte le gru da costruzione del mondo) ma poi ha detto che non ha molte possibilità di pagarlo. Il vicino emirato di Abu Dhabi ha detto che sì, potrebbe contribuire, ma insomma senza fretta; anche perchè non è che tutta questa democrazia di Dubai, democrazia per gli standard della regione, sia così ben vista.

Quindi è ora il turno della Grecia; il governo precedente è andato in tv e ha detto: scusassero, il nostro deficit annuale non è al 3.7% del PIL, ma circa il 12%. Nuove elezioni, vincono i socialisti, non si sa come fronteggiare la situazione, anche perchè la Grecia è scossa da un serie di proteste sociali molto forti, per cui non è facile intervenire sulla spesa pubblica.

Così, il differenziale tra i BOT greci e quelli tedeschi ha superato i 4 punti percentuali, ovvero gli investitori cominciano a pensare che la Grecia stia per dichiarare fallimento. L’unica alternativa possibile è quella di un massiccio salvataggio fatto dagli altri paesi europei, anche se non si sa nè chi ci metterà i soldi (l’esperienza islandese insegna) nè come (non è possibile fare delle obbligazioni europee, i trattati non lo consentono). Inoltre, se il debito greco non si riduce, l’affidabilità dei buoni del tesoro ellenici si riduce e legalmente, sempre per i trattati istitutivi, la Banca Centrale Europea non può più garantire alcunchè.

Secondo un rapporto di Moody’s, la stessa condizione della Grecia la sta vivendo il Portogallo, che ha un deficit intorno al 10% del PIL: questi due paesi si trovano in una condizione di decrescita da cui faticheranno ad uscire, perchè se è vero che tutti i paesi occidentali sono ora preda di una stretta fiscale, necessaria per ripagare i soldi prestati per salvare il sistema finanziario, è anche vero che c’è chi sta peggio.

Poi, sempre all’orizzonte, c’è la questione spagnola. Se questa economia continuerà a peggiorare, la situazione si farà difficile per l’euro, che già ora è ai suoi minimi sul dollaro da mesi a questa parte.

E l’Italia? Che Tremonti dice che stiamo tanto bene…

Ecco, per l’Italia c’è questo articolo del New York Times, di cui riporto due estratti:

Investors worry that the crisis in Greece could touch off a domino effect across Southern Europe. Many are fleeing bond markets in Portugal, Spain and Italy out of concern the troubles might spread. […] For Greece’s neighbors, there is the possibility of a domino effect, with investors subsequently moving on to test the resilience of another heavily indebted member of the euro area — possibly Italy, whose debt is also 113 percent of its gross domestic product.

(Gli investitori temono che la crisi in Grecia possa innescare un effetto domino nell’Europa meridionale. Molti scappano dai mercati obbligazionari in Portogallo, Spagna ed Italia, per i timori che i problemi possano allargarsi […] Per i vicini della Grecia, c’è la possibilità di un effetto domino, con gli investitori pronti a muoversi e verificare la resistenza di un altro paese fortemente indebitato dell’area euro – magari l’Italia, il cui debito è già il 133% del PIL)

Quello che credo sia significativo, non è tanto che il New York Times scriva questo, ma che nessuno e dico nessun giornale italiano faccia minimanente cenno al rischio di fallimento. Questo, credo, perchè i proprietari dei giornali sono poi i più grandi proprietari di obbligazioni dello Stato, e quindi non vogliono creare per primi il panico. Ma è una ulteriore prova provata della pesante cappa mediatica che ci avvolge il fatto che di tutto questo non se ne sappia praticamente niente. Poi, sia chiaro, il default del debito pubblico italiano non sarà affatto un male, a parte un periodo di turbolenza come non abbiamo mai visto nella storia d’Italia. Fortunato chi c’avrà l’orto.