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Tutto come previsto

Da Previsione per l’anno nuovo (pubblicato il 2 Gennaio 2009):

[…]

Ma questo è un discorso più di lungo termine (a cui in genere i cosiddetti fautori del capitalismo oppongono la sciocca domanda di chiedere quale sia l’alternativa al capitalismo, come se il futuro fosse prevedibile), il discorso più a breve termine che manca in quell’articolo è semplicemente questo: Obama non avrà altra speranza, per risollevare l’economia americana, che consolidare il debito pubblico americano.

Questo vorrà dire che i titoli di stato americani in mano agli investitori esteri e alle banche saranno carta straccia, mentre quelli in mano alle famiglie americane saranno rimborsati, anche se probabilmente solo il capitale e non gli interessi. Questa manovra libererà una enorme quantità di risorse, che potranno essere utilmente impiegate nella trasformazione del sistema economico e sociale, non che Obama abbia una idea di cosa venga dopo il capitalismo, ma una redistribuzione della ricchezza è comunque necessaria.

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Da Un nuovo mondo è dovuto (pubblicato il 24 Maggio 2010):

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Oggi leggevo un’intervista a Nassim Taleb, di cui riporto un breve passaggio:

“Ci sarà uno choc, un Cigno Nero: una cattiva asta di titoli pubblici del Tesoro americano […] Forse ci si può rifugiare in qualche bene reale: non gli immobili, ma la terra agricola e un paniere di metalli”

[…]

Oggi che è successo? Che S&P ha detto che non è sicura che gli Stati Uniti pagheranno il loro debito (da Repubblica.it)

L’agenzia di rating Standard & Poor’s ha confermato il rating AAA sul debito degli Stati Uniti ma l’outlook è stato tagliato da “stabile” a “negativo”. Il profilo fiscale degli Stati Uniti potrebbe diventare secondo l’agenzia “significativamente più debole” rispetto alle altre grandi economie se la crescita del deficit non sarà messa sotto controllo. Invariato, invece, come detto, il rating AAA sul debito pubblico.

“Riteniamo che ci sia un rischio che i governanti Usa non trovino un accordo su come affrontare le sfide di bilancio di medio e lungo termine”, afferma Standard & Poor’s ricordando che la recente crisi è iniziata già da due anni senza che la politica Usa sia stata in grado di stabilire come contrastare le recenti difficoltà fiscali e mettere in cantiere la pressione fiscale di lungo periodo.


Ora, l’idea che gli Stati Uniti non abbiano un debito garantito al 100% è una notizia che, boh, non riesco a quantificare nella sua enormità. Ovviamente S&P si muove con molta prudenza, ma l’aria che tira è quella, come ho ampiamente scritto tempo fa. Il bello è che c’è chi se ne stupisce.

Rimane valido l’invito: se potete, fatevi un orto.

Piccole e grandi notizie di economia pratica

I. Mi sono reiscritto in palestra, dopo molti mesi di colpevolissima assenza. L’offerta che mi è arrivata insistentemente per SMS prevede che per i prossimi 4 mesi paghi solo 100 euro, ovvero uno sconto superiore al 50% della quota. Ho anche scoperto che, se avessi portato una persona ad iscriversi, io avrei avuto un intero anno gratis. Non è solo questa palestra che è mal messa, è una condizione generale e diffusa di persone che non ci vanno più perché cominciano a tagliare i consumi non indispensabili. Allo stesso tempo, vedo più persone del solito farsi una corsa anche per le vie cittadine.

II. Sette anni fa ho comprato un televisore, dove era previsto che avrei potuto pagare 100 in contanti, 90 a 6 mesi oppure 90 più interessi pagando a rate. Ovviamente i 100 in contanti erano finti, messi solo per farti accettare per l’intanto il 90 a 6 mesi, sperando poi che uno si scordasse di pagare e immediatamente diventava un finanziamento. Io ho pagato in tempo, e da allora ogni tanto mi arriva la pubblicità di Agos Ducato che mi suggerisce di prendere un bel prestito con loro. Negli ultimi tempi, questa pubblicità arriva con frequenza almeno mensile. Mi pare che loro abbiano un po’ di soldi da prestare e ci sia un sacco di gente a cui fanno comodo (per modo di dire, rimane sempre un prestito) per cui anche un invio massiccio di pubblicità è una iniziativa che si ripaga da sé.

III. Mi è arrivata anche la pubblicità del nuovo e ganzo ContoBancoPostaPiù (credo tutta una parola). Praticamente, è una linea di credito associata al normale conto BancoPosta, in cui fino ad una certa soglia di spesa mensile c’è l’accredito al 12 del mese successivo, e sopra scatta un finanziamento (detto: “seconda linea di prestito” o qualcosa del genere). Chi ha concepito questo strumento è un genio, credo che abbia almeno quattro lauree e parli sei lingue, perché le condizioni del finanziamento prevedono che sulla seconda linea di prestito si paghi una “commissione” di 50 centesimi di euro ogni 100 euro, che detta così pare pochissimo, ma poi diventa un TAEG massimo annuale dell’11,72 per cento (come da comunicazione della stessa Posta, peraltro e a loro onore scritto anche bello grande). Ma, giusto per consolarti, se superi una certa soglia di spesa annuale o fai l’addebito dello stipendio sul conto, non paghi i 31 euro annui che ci vogliono per avere il ContoBancoPostaPiù. Cioè, tu pagheresti per avere la possibilità di prendere dei soldi a prestito in modo continuo, pagando poi quindi anche gli interessi. Ma non solo, paghi anche per far parte del club dei privilegiati che, proprio perché pagano con questo conto Più, hanno lo sconto dal 2% addirittura fino al 40% sugli esercizi convenzionati. Chiaro no? Tu ti prendi il 2% di sconto subito sugli esercizi convenzionati, così magari superi la soglia della prima linea di finanziamento e passi alla seconda, dove hai un comodo 11,72% di TAEG.Poi l’addebito lo facciamo il 12, che è esattamente a metà strada dal 27, che è il giorno usuale di addebito dello stipendio, visto che se vuoi puoi rateizzare anche la prima linea di finanziamento.

IV. Mia sorella è stata licenziata dal lavoro a tempo indeterminato che aveva. Lavorava per una società che l’ha messa in un ospedale ad occuparsi di amministrazione, e l’ospedale ha ricevuto l’ordine dalla Regione Lazio (quella amministrata dalla Polverini, che gli altri l’hanno persa come acutissima ospite di Ballarò e noi invece ce l’abbiamo nel suo splendore di amministratrice accorta, operosa e sommamente ganza) di dimezzare il numero di collaborazioni esterne. Stiamo vedendo se e cosa si possa impugnare, ma pare poco. Di queste vicende, di interi rami d’azienda che vengono chiusi, ne sento sempre più spesso.

 

Ma, ovviamente, la crisi non c’è, se c’è l’abbiamo passata e l’Italia ha retto. In effetti sì, l’Italia ha retto, inteso come nome di cosa e non participio passato, un po’ come Ruby.

Un passo dopo l’altro, sempre più verso il baratro

La crisi che sta colpendo adesso l’Irlanda, che ha colpito la Grecia e sta meditando come muoversi sul Portogallo, lasciando sullo sfondo – ma solo per qualche settimana ancora – Spagna ed Italia, è la crisi dei bilanci statali, appesantiti dai costi sopportati per salvare la banche e vivere nell’economia dell’euro. Non è quindi una crisi finanziaria, o un evento ineluttabile, ma una conseguenza di quanto successo (o non successo) in questi paesi dall’entrata nell’euro, e dagli avvenimenti degli ultimi due anni.

La crisi, suddetta, non è affatto al suo massimo, l’esplosione vera ci sarà tra l’anno prossimo e buona parte del 2012, ora siamo ancora in una fase in cui si affilano le armi; per le amare ironie della storia, la crisi viene alimentata dalle stesse persone e dagli stessi meccanismi che l’hanno provocata.

E’ la grande finanza che gioca al rialzo, puntando ogni volta su un boccone più grosso, perché la quantità di soldi su derivati e altre sconcezze è addirittura più alta di quella del 2007, così come i super-bonus ai banchieri.

Seppure ha ragione la Merkel quando comincia – finalmente – a parlare di condivisione del rischio (perché se compri un titolo di stato in euro con un rendimento del 6,7,9%, devi accollarti un rischio) e di Tobin Tax, l’Europa è talmente sfilacciata che nessuno la starà a sentire.

Ma, c’è un ma, e di questo ma bisognerebbe parlare, ponendosi qualche domanda.

I paesi che sono più a rischio (Grecia, Spagna, Italia, Portogallo, Irlanda), cosa hanno in comune? Alcuni sono a Sud e alcuni a Nord, alcuni sono grandi ed altri piccoli, alcuni hanno un’industria essenzialmente manifutteria e locale, altri un sistema più integrato, altri campano di servizi avanzati. Eppure, sono tutti in crisi.

Se c’è una cosa che hanno in comune, è il disastro dello stato sociale. Sia per le loro inefficienze nella spesa, sia perché ne hanno avuto sempre poco, sono tutti paesi in cui il cosiddetto welfare è sempre stato un auspicio, più che un fatto.

Il Regno Unito ha una economia fortemente finanziarizzata, ma se non sta prendendo nessuna botta irreparabile dalla crisi non è perché le cose vanno bene, ma perché c’è uno stato efficiente, che ha la capacità di fare scelte anche difficili, con una grande capacità di spesa qualificata (quanto al funzionamento dello stato, uno può confrontare i servizi pubblici inglesi (poste, trasporti, …) con quelli italiani, o se cerca quantificazioni più concrete di un comune sentire può pensare che per ogni 10 dipendenti pubblici italiani che si occupano di bambini, in UK ce ne sono 50. Oppure possiamo parlare di università, eh.).

Sempre secondo questa linea di pensiero, la crisi non ha infatti colpito tutta una serie di paesi (dalla Germania a quelli scandinavi) dove lo stato sociale funziona benissimo, a conferma della tesi.

Questo perché, lo stesso stato redistributivo che rappresenta un blocco nelle fasi di crescita, si comporta da paracadute nei momenti di crisi economica: garantendo una pagnotta a tutti, evita il tracollo dei consumi e quella sfiducia nell’avvenire che blocca ogni possibilità di ripresa.

Uno può essere d’accordo o meno con il dato politico (del resto, veniamo da decenni in cui la gente si spippettava allegramente al solo sentire la parola liberismo) ma polemizzare contro i fatti non è mai cosa saggia.

(breve parentesi: la riforma sanitaria di Obama, essendo una misura da stato sociale, che entrerà in vigore proprio al culmine della crisi, e che più coprirà il suo elettorato di riferimento, sarà uno dei motivi per cui è più probabile che egli vinca nuovamente le elezioni presidenziali che non il contrario: ma questo i giornali italiani non lo capiscono, del resto non hanno mai capito Obama e quindi continuano così)

Sarebbe molto bello che il dibattito di metà Dicembre fosse centrato sul cosa fare per uscire dalla crisi, partendo da un governo di emergenza nazionale (non di unità, l’unità si poteva fare due anni fa quando è cominciato il disastro, ora stiamo ad un passo dal baratro) che intervenga con tutta la durezza dovuta.

Sembra invece che lo scopo intorno a cui ruoteranno le prossime settimane sia capire se questo governo avrà o meno il voto di quei due o tre senatori, con i giornali presi a discutere le pregne linee politiche dei vari partitelli, tutti in grande spolvero: sicuramente la via d’uscita dalla crisi è il voto del senatore Massidda (chi cazz’è? Boh, non lo so e non lo voglio sapere, quando vedo queste ampie interviste a questi maitre a penser sul giornale le leggo, nel caso, come satira di costume).

A Gennaio, questa è l’aria che tira, l’Unione Europea ci chiederà un intervento drastico sui conti. Si vede che il clima dei rapporti è già cambiato dalle vicende sanitarie che ci riguardano: dai rifiuti di Napoli all’acqua all’arsenico, la UE costantemente nega adesso ogni proroga all’Italia, perché il nucleo dei suoi propri interessi (Germania, Francia e paesi satelliti) non sente di doversi svenare per il principio astratto dell’unità europea.

Esattamente come il Nord Italia si è giustamente rotto i coglioni di pagare per la monnezza all’ombra del Vesuvio, la Germania non vuole scucire niente per salvare delle economie disastrate, e tutto quello che ha fatto finora l’ha fatto per salvare le sue banche, non la moneta unica, che sì fa tanto comodo (il marco sarebbe troppo più forte, compromettendo le esportazioni) ma insomma non così tanto da dover morire per l’euro. In Europa, ci sta chi ci deve e può stare, mica chi vuole.

Di fronte al rischio assoluto di essere sbattuti fuori dall’euro, la classe politica non capisce e non sa cosa fare, con un irresponsabile a Palazzo Chigi che crede che governare sia lo scontro in Parlamento (questo è bravissimo a farlo, e anche a vincerlo, è quello che viene dopo che lo lascia sbigottito e sgomento), e una opposizione che ha talmente strizza dell’imminente disastro che come linea politica ha: lasciamo a Silvio la patata bollente, che in fondo lui si diverte.

C’era una volta una società di informatica

Era una media società di informatica con sede a Roma, ed esisteva da qualche decennio. Aveva una bella sede fuori il Raccordo, e si portava appresso almeno qualche decina di dipendenti, ma credo fossero assai di più, quelli erano solo quelli che vedevo io  (spesso nelle società di informatica, i dipendenti sono dai clienti e non in sede). Perlopiù, erano facce giovani, probabilmente al loro primo lavoro, e cambiavano con una grande frequenza, io non mi ricordo di aver visto due volte lo stesso viso, tra questi qui di primo pelo; mentre invece c’era un gruppo di persone più grandi che era più stabile. Nessuno di questi stabili era di particolare livello tecnico, ma insomma di qualcosa dovevano pur campare, se avevano cotanta sede e reggevano da più o meno quando sono nato io.

E poi è arrivata la crisi, alcuni clienti hanno cominciato a non pagare per tempo, le banche non davano certo dei finanziamenti sulla fiducia, così la proprietà ha venduto tutto. Anzi no, ha venduto un pezzo ad un’altra società, un altro pezzo non ho ben capito dove sia finito, ed un pezzettino minuscolo ha mantenuto la stessa sigla, ma con un diverso significato, e si è concentrato su un business specifico, proprio il motivo per cui li ho incrociati di nuovo oggi.

Se prima avevano una bella sede, ora sono in una dependance della stessa, che prima quasi ignoravano; manco hanno più il distributore delle bevande, e il pranzo si prende dal porchettaro all’angolo.

Le società nascono e muoiono, per carità, però mi ha comunque fatto una certa impressione. Anche perché loro alcuni progetti di eccellenza li avevano, compreso uno molto grande in un molto turbolento paese del Medio Oriente, in cui anzi per un periodo s’era ventilato che io potessi andare a tenere un corso tra le montagne (avrebbe fatto freddo ma ci sarebbero state poche autobombe, e non sto facendo una battuta ma una valutazione fatta all’epoca); poi le nostre strade hanno preso direzioni diverse, e quell’azienda adesso non c’è più.

In informatica, for sure, ti devi innovare in continuazione, sia mettendo nuovi innesti che aggiornando le persone che lavorano con te, e questo in Italia è molto difficile perché qui c’è la cultura del posto di lavoro piuttosto che la cultura del lavoro; buon motivo per cui in Italia non abbiamo multinazionali dell’informatica e non le avremo finché rimane questo penoso sistema produttivo, oscenamente protetto dai sindacati che non fanno affatto gli interessi dei lavoratori (in caso di dubbi, chiedere a chi oggi si prende il pranzo dal suddetto porchettaro all’angolo).

Penso che nell’effetto scioccante che ha avuto, plasticamente, vedere un muro che divide quella che prima era un’unica proprietà, ci sia stato anche un rivivere per me, per paradosso, le difficoltà che ho avuto nell’accettare l’idea di un posto di lavoro fisso, che ho trovato quando ho accettato l’idea di essere legato ad un’azienda e condividerne anche il destino.

Comunque no, non c’è la crisi.

Sulla Fiat, Napolitano mette in mora il governo

Le letture della vicenda Fiat sono parziali, come è sempre stato nella storia d’Italia.

Del diritto o non diritto dei tre lavoratori, reintegrati da una sentenza del giudice, a tornare sul posto di lavoro non mi pronuncio, perché a quanto ho letto anche di fronte ad una sentenza di reintegro l’azienda non è costretta ad avere il lavoratore sul posto di lavoro; può (potrebbe?) limitarsi a pagare lo stipendio: magari questo è lesivo della dignità del lavoratore, ma non essendo un giuslavorista non ci costruisco voli pindarici; di sicuro, la Fiat farebbe bene a riflettere sulla convenienza politica di quello che sta facendo, e a dare una robusta strigliata a chi ha gestito la vicenda, anche dal punto di vista delle relazioni pubbliche. Non arrivo a dire che la Fiat farebbe bene a riflettere sul fatto che il suo migliore alleato in Italia rimane la legge sopratutto se vorrà, nello stabilimento di Pomigliano d’Arco, non avere fenomeni di assenteismo ingiustificati ma anzi drasticamente puniti.

Quello di cui vorrei invece dire è stato il ruolo del Presidente della Repubblica. I tre operai gli hanno scritto, e il Presidente ha risposto loro pubblicamente. Ogni giorno moltissimi cittadini scrivono al Presidente (e credo che non occorra nemmeno il francobollo sulla lettera) ma assai raramente questi risponde tramite un comunicato ufficiale.

In questo caso, ha intanto risposto, poi c’è stata la replica di Marchionne (che ha capito di essersi messo in un angolo) e, ancora più insolito se non proprio incredibile, la replica del Presidente, che ha detto di apprezzare molto il tutto: una paterna carezza, fatta con mano ferma, sul faccione dell’A.D. di Fiat, in cui gli si è chiesto di non rompere ulteriormente i coglioni, perché quando il Presidente della Repubblica dice di apprezzare quello che farai, è perché tu devi farlo, grazie e arrivederci.

Tutte queste esternazioni del Presidente sono molto irrituali, a dir poco. Se Napolitano le ha fatte, non è perché vuole imitare Cossiga; ma perché il governo italiano, ancora e sconvolgentemente, è privo di un ministro dello Sviluppo Economico, cioè proprio della persona che si sarebbe dovuta occupare di questa vicenda della Fiat.

L’irritazione di Napolitano forse non emergerà, ma è certamente fortissima, proprio per l’idea di un Presidente che entra in una questione così immediata e quotidiana a fare da bravo sottosegretario.

Questa vacatio della posizione ministeriale, con un premier che parla di governo fortissimo mentre proprio i protagonisti dell’economia e del mondo del lavoro lo ignorano (qualcuno ha chiesto la mediazione di Berlusconi nella vicenda Fiat?) è uno di quei segni che sono sostanza di un governo che semplicemente è evaporato.

Un nuovo mondo é dovuto

Scrivevo, il 30 Gennaio di quest’anno, parlando della prossima crisi del debito pubblico italiano: “Fortunato chi c’avrà l’orto”.

Da quel 30 Gennaio, la crisi del debito pubblico italiano si sta avvicinando, tanto che ormai è prevista una manovra finanziaria di pesanti tagli e sacrifici (nelle parole dello stesso governo, persone che il 30 Gennaio erano sicuramente ottimiste e mi avrebbero bollato come un menagramo).

Oggi leggevo un’intervista a Nassim Taleb, di cui riporto un breve passaggio:

“Ci sarà uno choc, un Cigno Nero: una cattiva asta di titoli pubblici del Tesoro americano […] Forse ci si può rifugiare in qualche bene reale: non gli immobili, ma la terra agricola e un paniere di metalli”

Facciamo a capirci: Cassandra fece una brutta fine, quindi non ambisco al ruolo, però riscontro che tutto il mio apparente pessimismo finora ha avuto conferme nei fatti ed autorevoli conferme.

Dico che è un pessimismo apparente, perchè giusto un paio di giorni fa stavo ripensando alla questione della crisi nel suo complesso.

Sono partito da una domanda molto semplice: per quale motivo un signor nessuno come me ha più che un’impressione sul come le cose andranno, e l’establishment economico e politico vive come in una bolla di sapone, raccontandosi storielline divertenti sugli eccessi della finanza? E’ possibile che non ci sia un economista, magari un po’ eretico, che sia non dico il più importante consigliere ma uno di rincalzo di un governo e che avanzi almeno una tesi da pensiero un po’ non unico su cosa sta succedendo? Ma veramente lo devo scrivere io sul blog?

Poi mi sono dato una risposta semplice quanto efficace: Ancien Régime. O anche, se volete, il Congresso di Vienna. Non sono così negativo da pensare di essere un profeta (e di cosa poi) per cui ho pensato che in realtà queste posizioni e queste analisi non sono certo solo le mie (basterebbe dire quanto devo a G. per la sua guida sicura in questo terreno), e che ci sono atteggiamenti e discorsi, detti e non detti del tutto, di leader politici ben consapevoli di quanto la navigazione sia a vista, ma quando sei nell’Anciem Régime c’è poco da fare: nel Gattopardo, il marchese di Salina preferisce lasciare la politica del nuovo Regno d’Italia all’ambizioso nipote, e preferisce mettersi a studiare il moto delle stelle.

Quando muore un elefante, credo di averlo già scritto, non è che il cadavere sparisca in poco tempo, anzi c’è tutta una fase di smontaggio progressivo; e il capitalismo è un elefante morto, che sta lì in mezzo alla savana e comincia ad essere scarnificato; magari anche morto per essersi cannibalizzato, ma oggi la storia di quello che è stato non credo sia interessante: purtroppo siamo tutti in un ciclo storico che è ben rappresentato dalla maledizione cinese che augura ai propri nemici di vivere in tempi interessanti.

Mi sono detto che questo declino non durerà pochi anni, non potrà essere così perchè gli interessi costituiti sono troppo forti (e basterebbe vedere, tanto per fare il più immediato degli esempi, come la finanza internazionale abbia ripreso a fare esattamente le stesse operazioni speculative che faceva nel 2008: anzi, ora il volume delle stesse è maggiore, con la differenza che i governi sono esausti e non hanno più soldi per tamponare le falle).

Io penso che ci vorranno probabilmente dei decenni prima che un nuovo sistema economico si configuri. Forse esiste già, forse in qualche parte del mondo c’è qualche comunità che già si trova a viverlo e a metterlo in pratica, senza nemmeno sapere di averlo trovato, ma ci vorrà del tempo prima che diventi la norma, e che tutti noi possiamo dire quanto era strano il mondo in cui vivevamo.

Non possiamo, oggi più che mai, pensare che il capitalismo sia il punto di arrivo dello sviluppo del genere umano. Ci si era messo Fukuyama a dire che con la caduta del comunismo sarebbe arrivata la fine della Storia, mentre quello che è accaduto è stata l’accelerazione di tutti i processi geopolitici.

Non sarebbe prova di onestà intellettuale pensare che un qualsiasi sistema economico possa durare per sempre, visto che nessun sistema è mai durato per sempre; lo dicono i capitalisti illuminati quando pensano al capitalismo come ad un giardino ben curato (per citare Rockfeller) e come tale da aggiustare in continuazione, ma qui ce lo suggeriscono anche i fatti e il tracollo che è avvenuto.

Che sì ha radici lontane, perchè il capitalismo ha esaurito la sua spinta propulsiva nel creare una classe media, dando luogo ad un aumento della concentrazione delle ricchezze (all’inizio del secolo scorso un amministratore delegato guadagnava 20 volte di più dell’ultimo degli impiegati: oggi la forbice è arrivata a quanto? 400? 1000?) a cui si associa una povertà diffusa (secondo gli studi di Bankitalia, un italiano su tre che perdesse il posto di lavoro diventerebbe povero dopo pochi mesi).

Potrei andare avanti per molto tempo parlando dei danni all’ambiente, dei miliardi di esseri umani che muoiono di fame, dell’errore antropologico di pensare l’uomo come un essere ad una sola dimensione, felice perchè consuma, ma sarebbe un elenco che ognuno può farsi meglio da sè, e ripeto, non stiamo facendo l’autopsia dell’elefante.

Io penso questo: il senso della nostra generazione sarà quello di trovare e costruire un mondo migliore da lasciare a chi verrà dopo di noi. Non per il desiderio astratto di un mondo migliore, non per le inquietudini da ’68, ma perché semplicemente saremo, anzi siamo già, costretti a fare così.

La crisi, come detto, è appena all’inizio

Sul “Il peggio della crisi è passato”, come dice la cricca di buffoni che ci governa, vale la pena riportare quanto ha scritto oggi in un editoriale il New York Times:

Unless there is more government support, it will take several years of robust economic growth — by no means a sure thing — to recoup the jobs that have been lost.

[…]

The underemployment rate — which also includes jobless workers who have not recently looked for work and part-timers who need full-time work — reached 17.5 percent in October. And the long-term unemployment rate — the share of the unemployed population out of work for more than six months — also continues to set records. It is now 35.6 percent.

[…]

Taken together, the numbers paint this stark picture: At no time in post-World War II America has it been more difficult to find a job, to plan for the future, or — for tens of millions of Americans — to merely get by.

[…]

At a recent meeting at the White House to discuss job creation, President Obama said that “bold, innovative action,” would be needed — from the administration, Congress and the private sector — to undo the devastation in the labor market.

In effetti, è possibile vedere il piano Obama per l’assistenza sanitaria quasi universale come un forte provvedimento anti-crisi (qui c’è una analisi del piano) . Solo che continuerà a non bastare, visto che il valore dei derivati presenti nei mercati finanziari è oggi maggiore di quello di un anno fa, ovvero le banche hanno ripreso a fare loschi affari, contando che tanto sono troppo grandi per poter essere lasciate fallire (la settimana scorsa il governo inglese ha dato vita ad un piano di salvataggio per RBS e Lloyds per circa 45 miliardi di euro, cosa che manderà il deficit inglese intorno, bho, al 15%? 20%? ormai è un numero a cui è meglio non pensare) e i supermanager continuano a prendere premi di produttività immensi quando decidono di inscatolare non più mutui bensì polizze vita, mettendole in giro nei mercati finanziari mondiali.

Cioè, detto in altri modi: questo primo anno di crisi ha fatto sì che non si sia intervenuto su nessuno degli aspetti critici che l’hanno generata, perchè improvvisamente questa primavera-estate le lobby finanziarie hanno detto al G20 che andava tutto bene. Allo scopo, poi, di convincere nuovi gonzi a compare i nuovi derivati basati sulle polizze vita.

-0.088 (secondi al grande botto)

Il rendimento dell’ultima emissione dei Bot trimestrali è stato negativo: quello che dà lo Stato, tolte le spese di gestione, è pari a -0.08%, cioè un risparmiatore paga per avere il privilegio di prestare soldi allo Stato, per far parte di un club che ha finanziamenti in ballo per circa 1800 miliardi di euro.

Alle aste dei Bot partecipano solo i soggetti abilitati (banche ed istituzioni finanziarie) che poi girano i titoli ai risparmiatori, facendosi pagare la commissione. Ciò detto, tali istituzioni ben dovrebbero sapere che per un risparmiatore questo investimento è in perdita, quindi dovrebbero evitare di abbassare così tanto i rendimenti.

Abbiamo trasmesso: come far finta di non sapere cosa è successo. Seguirà: come sono andate le cose.

Berlusconi ormai ha perso del tutto la trebisonda. I farmaci che ha preso negli ultimi tempi per felicitare le sue amiche e le amichette gli hanno fatto perdere il lume della ragione. In questa sua cupio dissolvi non c’è più spazio per uomini equilibrati e miti come Gianni Letta (che ha minacciato recentemente le dimissioni, allo scoppio del caso Boffo-Feltri) ma di avvocati rapaci pronti a tutto e a querelare tutti; è il tempo dei mastini della guerra. E’ il Macbeth che vede fantasmi ovunque.

Ormai c’è un misto di preoccupazione e timore in vasti settori dell’establishment, e l’asta dei Bot è stato il primo segnale esplicito di rottura. Le banche non ci rimettono se i Bot rendono in modo negativo – il loro guadagno sono le commissioni – ma per lo Stato Italiano è una condizione drammatica: ogni asta di Bot deve avere buon esito, perchè altrimenti mancano i soldi per fare qualsiasi cosa. Il messaggio è stato chiaro: noi ti stiamo togliendo l’ossigeno. Non a caso questa emissione così sfortunata è avvenuta un paio di giorni dopo che il Corriere della Sera si è riposizionato, con un fondo di Angelo Panebianco che ha preso Berlusconi e l’ha messo da parte, accusandolo della sua incapacità di distinguere pubblico e privato che trascina tutto il Paese lungo il precipizio.

Prima, sempre il Corriere, aveva sparato a zero su Scajola e Brunetta, quest’ultimo incensato fino a pochi mesi fa e invece ora descritto come uno che ha fatto molti annunci e pochi fatti. Siccome il messaggio non è arrivato, ora ci si è spostati direttamente sul Premier. Siccome il  messaggio non è arrivato, si è andati dritti al bilancio dello Stato.

Nel frattempo si è anche riposizionata la Chiesa, che considera Berlusconi e il PDL un ferrovecchio per qualsiasi operazione strategica (e sta cercando tra le sue fila un uomo mite e rigoroso, che c’è un urgente bisogno di un De Gasperi), con il sultano di Arcore buono solo per le attività spicciole.

Mentre gli azionisti del Corriere sono innnanzitutto le banche che stanno dietro all’asta dei Bot, e quei confindustriali la cui presidente, Marcegaglia, ha aperto una grande linea di dialogo con Epifani.

Epifani e la sinistra politica, in questo momento completamente assenti dai giochi, quasi spiazzati all’evolversi dei fatti. Verrebbe da dire, fortuna che c’è Fini per dare vita ad un governo di unità nazionale, con dentro un nuovo centro cattolico-moderato (Casini, Fini, Pezzotta, confidustrialume vario, Corriere) la Lega fuori dalle palle, e ridotta a fare la guardia pretoriana, spaccando il PDL che tanto esiste solo per Berlusconi e con lui si inabissa; e ovviamente il PD, aspettando buonagrazia che faccia il congresso.

Ovviamente ci deve essere un detonatore che consenta l’abbrivio: a parte scenari violenti nella persona di Berlusconi (tipo uno sbalzo di pressione, e ormai le sue condizioni di salute sono evidenti, lo show con Zapatero era un film dell’orrore) la cosa più semplice è l’avvitamento della crisi economica.

Una crisi appena cominciata, adesso stiamo come quello che alle quattro di pomeriggio scopre di avere 39, e la mattina dopo si sente meglio ed è convinto di essere guarito, ma poi verso mezzogiorno vede peggiorare i sintomi e alla misurazione del pomeriggio scoprirà di essere arrivato a 40.

A casa nostra, le piccole aziende cominciano ad essere strozzate dalla trappola della liquidità, e questo ne causerà delle cadute a catena, con ristrutturazioni che saranno dolorose e non certo brevi. A livello globale, in America hanno sostituito alle obbligazioni “garantite” da mutui le obbligazioni “garantite” da polizze vita, quindi è ricominciato esattamente lo stesso film, salvo che ora il governo americano  non ha soldi per salvare nessuno (nemmeno sè stesso); l’ottimismo che circola in giro sulla grande ripresa è alimentato ad arte da quelli che ora devono vendere questo nuovo tipo di obbligazioni, e sperano che i risparmiatori abbocchino.

Il pensiero di sostituire Berlusconi con Tremonti, per tornare al cortile di casa, è archiviato per le posizioni che Tremonti ha preso, sparando a zero su tutti (le banche, gli economisti, i giornali, Bankitalia) e senza che gli si possano certo fare i complimenti per come ha gestito il bilancio statale, che è cresciuto nelle spese correnti e non negli investimenti; tantomeno si può passare sopra alla sua seduzione per la Lega.

I ministri più scaltri, come Angelino Alfano, hanno cominciato già a disimpegnarsi, proprio costui dicendo che i magistrati fanno bene ad indagare sui mandanti politici delle stragi di mafia, quando Berlusconi alla sola idea sente i brividi freddi sulla schiena (non credo che c’entri niente, ma quando uno vede complotti ovunque li vede ovunque).

E tutto questo senza parlare del lodo Alfano, che venisse bocciato dalla Corte Costituzionale aprirebbe per il premier le porte degli inferi.

E’ arrivata la crisi

Oggi ho nuovamente contattato una piccola azienda per conto della quale ho fatto un lavoro ad Aprile, per chiedere di essere pagato.

La situazione che mi hanno prospettato è molto semplice: non c’è una lira. Non hanno soldi per pagare le bollette, non pagano alcuni stipendi, sperano che il loro unico cliente (un conglomerato che opera nel settore difesa ed aeronautica, ovvero un posto dove circolano più soldi di quelli che ci si possa immaginare, anche immaginandosene tanti) gli anticipi alcune fatture.

Per ora non posso che far pippa, visto che alzare la voce non serve a niente, mettere tutto in mano ad un avvocato significa arrivare ad una transazione in cui recupero se mi dice bene la metà del dovuto. Aspetto un po’ e vedo cosa succede.

Era una azienda non grande ma solida, perchè il proprietario aveva tutta una rete di contatti e di conoscenze che gli procuravano contratti molto robusti. Ma è arrivata la crisi, e se le grandi aziende hanno retto in prima istanza, ora scaricano sulle piccole aziende loro fornitrici. A dispetto di quello che dice l’illustrissimo ed intelligentissimo signor ministro dell’Economia, è cominciata la strage dei piccoli.

“Le dieci cose che non saranno più le stesse”

Ho letto questo libro di Federico Rampini incuriosito dal vedere come si potesse cimentare con un tema un poco diverso dal suo solito: qui la sua attenzione non è su India e Cina ma su cosa abbia causato la crisi economica e cosa sarà necessariamente destinato a cambiare.

Il dibattito sulla crisi è un dibattito interessato: in Occidente c’è la volontà da parte di grandi settori economici (la finanza innanzitutto) di far passare la tesi che questa crisi sia stata dovuta ad un eccesso nel mercato del credito, ad una finanziarizzazione dell’economia reale che, tanto funzionando da eccezionale leva amplificatrice ed espansiva in fase di crescita, si è trasformata in un circolo vizioso appena il meccanismo ha mostrato segni di inceppamento. Questo meccanismo interessato è tanto più forte in Italia, dove la volontà politica dell’attuale maggioranza è quella di fare finta di niente, tanto la crisi passerà, anzi sta già passando, e ci penseranno gli altri a tirarci fuori, visto che è una crisi importata e non una crisi endogena.

Non è solo la miopia di Berlusconi e i suoi giannizzeri a fargli dire questo: è che la base elettorale di questo governo è rappresentata proprio da chi in certi eccessi ha vissuto ed ha prosperato. Così il dibattito su cosa sta succedendo è a dir poco banale, in genere sconfortante.

Questo libro di Rampini ha l’indubbio merito di andare un po’ sotto la superficie delle cose, una superficie appunto interessata, individuando alcuni temi di fondo (e nemmeno tutti) che stanno dietro la crisi.

Certo, le storture del mercato del credito americano sono state una concausa di questa crisi, ma non la componente principale, tantomeno quella più difficile da risolvere: solo quella più visibile, perchè la casa è un bene di immediata visibilità.

Ma la crisi nasce dal totale squilibrio speculativo nei prezzi delle materie prime, nell’insensato stile di vita americano – molto superiore ai propri mezzi -, nelle difficili condizioni economiche e sociali della Cina (aivoglia a dire che è una grande opportunità, solita cantilena sentita anche oggi nei telegiornali di regime); ma anche nella flessibilità del mercato del lavoro (visto che una rigidità consente di diluire nel tempo gli effetti della crisi, invece di innescare dei licenziamenti a valanga che diventano poi ulteriore benzina sul fuoco), nella mancanza di controlli nel settore della finanza (e nel retribuire i cosiddetti maghi della finanza aldilà delle proprie capacità e dei propri meriti), nel totale disinteresse verso l’ambiente e il suo sfruttamento, in una visione euro-americano centrica che ha mostrato tutta la sua stolta miopia.

Rampini si è posto una linea da non valicare, ovvero non discute della bontà antropologica del capitalismo. Ma cita comunque Marx, sbertuccia molte istituzioni finanziarie che dovevano essere l’eccellenza ed invece erano perlopiù consorterie con codici di comportamento in cui dominava l’omertà, nè si fa problemi a dire che ci sono aspetti del capitalismo e dei capitalisti più adatti ad uno studio psichiatrico che ad una sana gestione economica.

Questo libro mi pare positivo proprio per questo, è almeno un’apertura di dibattito. Non può certo affrontare tutto e ho avuto anche l’impressione che la seconda parte del libro sia stata scritta più in fretta, però rimane un libro che consiglio senza riserve, è l’analisi più sensata che ho letto finora.

(Tre dati economici sono usciti in questi giorni, bellamente ignorati dalla stampa italiana: 1) la disoccupazione in USA ha raggiunto il suo massimo da 25 anni a questa parte; 2)  in zona Euro si è registrata una deflazione; 3) il prezzo del petrolio continua a rimanere relativamente basso. I primi due fatti portano al terzo, dovuto ad una domanda debole, perchè la crisi sta ancora tutta qui, anzi è appena cominciata. Rispetto a quello che ci vorrà per uscirne, gli stati nazionali ancora non hanno messo mano al portafogli, e i tempi d’uscita si misureranno in anni. Questo ignorando che se l’influenza suina cresce ai ritmi previsti, ci sarà un crollo del sistema produttivo in Occidente che sarebbe proprio il colpo di grazia, la tempesta perfetta come non si vedeva da secoli.)

Nota: il libro di Rampini si compra solo in edicola, formalmente come supplemento a Repubblica o L’espresso, a 9 euro e 90.