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De Magistris, in mancanza di meglio

Tutto fa supporre che, tra poco più di due settimane, Luigi De Magistris detto Giggino sarà confermato sindaco di Napoli.

Più per demeriti dei suoi modestissimi rivali che per meriti suoi. Certo, se le opposizioni si sono organizzate perché il centro-destra riproponga lo stesso, logoro, candidato di cinque anni fa; il M5S candidi un milanese trapiantato a Napoli da dieci anni e che tifa Juve; il PD si divida in lotte intestine e paghi gli elettori per votare alle primarie; alla fine, De Magistris non dovrà fare molto per vincere.

De Magistris vincerà quindi, e purtroppo anche se è il meglio possibile rimane comunque un candidato modesto. E’ stato un amministratore poco capace, sicuramente disattento e più interessato a costruire una sua posizione politica nazionale che non a governare la città. Me lo ricordo bene, quando una sera la metro su cui ero si fermò in mezzo alla galleria, ci fecero scendere e ci facemmo trecento metri con le luci di emergenza e sulla banchina di emergenza e, arrivato a casa, potei bearmi di Giggino che pontificava sulla TAV: è tanto più facile andare in televisione e parlare di massimi sistemi che non occuparsi di far camminare la metro…una cosa così noiosa e che poco appaga l’ego smisurato del Sindaco.

Un ego smisurato che è un tratto che piace tanto a molti napoletani; perchè una delle forze di De Magistris è quello di incarnare certi tratti che sono la continua maledizione del Sud: il fare la rivoluzione dentro le istituzioni, l’arringare il popolo, l’ergersi a vittima del sistema: la continua riedizione del Masaniello.

Napoli è una città sofferente, priva come è di una vera borghesia, con la plebe che ha tracimato e ha invaso tutti gli spazi; Giggino ha puntato su questi, sul solleticare certi animi, piuttosto che sul costruire quei corpi sociali intermedi.

E’ stato bravo a raccontarsi come l’eroe senza macchia che combatte contro forze sovrumane, ma nessuno gli ha chiesto come mai la raccolta differenziata sia passata in cinque anni dal 17% al 22%, ben lontano dal 45% delle altre grandi città italiane e tragicamente distante dal 70% promesso anni fa. Tantomeno, qualcuno gli ha chiesto come mai, a Napoli, le multe si possono o non si possono pagare, visto che il servizio delle riscossioni fa acqua da tutte le parti, cosa che porta ad un traffico caotico e disordinato; però lui bravissimo a fiutare l’aria e a candidarsi all’anti-Renzi del Sud.

Così, ce lo terremo altri cinque anni. In cui, facile profezia, sarà ancora più distratto e solo interessato a cercarsi uno strapuntino nazionale o europeo; fosse mai che dovesse tornare a fare il magistrato…

Della strada ad Almirante, non importa molto nemmeno alla Meloni

Giorgia Meloni, candidata a sindaco di Roma per mancanza di alternative migliori, ha dichiarato che se diventasse sindaco intitolerebbe una strada a Giorgio Almirante. Va da sé che è una proposta ributtante, sopratutto nella città del massacro delle Fosse Ardeatine. Ma va pure detto che, in realtà, è una manovra che si inquadra nello scontro feroce tra lei e Salvini da una parte e Berlusconi dall’altra.

I sondaggi che girano dicono che, al ballottaggio, andranno Virginia Raggi per il M5S e poi uno tra appunto Meloni e Giachetti, i due sono molto prossimi. Marchini è invece del tutto fuori dai giochi. Ora è difficile dire se i sondaggi saranno predittori affidabili di quello che succederà il 5 Giugno, quello che è sicuro è che i candidati li leggono e, da come si comportano, ci credono.

Infatti, cosa può fare Berlusconi che ha puntato su Marchini, che sicuramente perderà? Conoscendo il tratto istrionico dell’uomo, è possibile che tra qualche giorno inviti a far convergere i voti per il sindaco sulla Meloni, lasciando il voto di lista a Forza Italia, quindi proponendo un voto disgiunto che sarebbe politicamente opportuno e anche sostenibile.

Se Berlusconi facesse così, la Meloni arriverebbe probabilmente al secondo turno e non potrebbe però dire che è stato tutto merito suo, una parte della vittoria la avrebbe anche Berlusconi che le avrebbe dato quei pochi punti percentuali per superare Giachetti, voti di cui ha urgente bisogno.

La Meloni, ben poco interessata a diventare sindaco di Roma, è sicuramente più interessata ad interessarsi la leadership del futuro centrodestra, quindi non può rimanere in attesa degli avvenimenti, deve fare qualcosa che renda più difficile a Berlusconi sostenerla, perché dopo Berlusconi passerebbe a riscuotere, mentre il piano suo e di Salvini è di buttarlo fuori dal tavolo.

Cosa c’è di meglio che proporre una strada per Giorgio Almirante? Gli ebrei di Roma si sono incazzati come bisce (e vorrei ben vedere) e ora per Berlusconi diventa più difficile dare un appoggio e una indicazione di voto disgiunto alla Meloni: un elemento molto forte della legittimazione che Berlusconi ha avuto viene proprio dagli ebrei italiani che hanno un po’ garantito per lui quando nel 1994 vinse le elezioni.

Così facendo, inoltre, se proprio arrivassero dei voti in più, la Meloni potrebbe sempre dire di averli tolti a Storace, suo acerrimo nemico personale e, come dice Marchini, fascista a tutto tondo.

Insomma, questa è la campagna elettorale a Roma. Povera città.

Arfio, t’a posso dì ‘na cosa?

Ieri sera ad Otto e Mezzo c’era Alfio Marchini, candidato sindaco a Roma per la sua lista e, sopratutto, per Forza Italia e quella parte della destra romana che non sopporta, per motivi personali direi più che politici, Giorgia Meloni.

A tutte le domande di Lilli Gruber, Marchini ha risposto con una tattica di sostanziale “ma anche” di veltroniana memoria.

Quindi: lei che è un uomo ricco (nel senso di patrimonio personale di centinaia di milioni di euro) perché ha detto che venderà la Ferrari e andrà ai comizi con una utilitaria? Perchè rappresento tutti, quindi non voglio creare delle distanze. E qui, già si sente un atteggiamento di pietosa comprensione verso questi poveri che, ahiloro, non possono comprarsi una Ferrari, magari rosicano pure perché Marchini ce l’ha, ma in fondo lui li capisce e un po’ gli sta vicino. Quel po’ che basta per averne i voti, sia chiaro.

Poi: ma a lei che effetto fa avere in lista uno come Storace, che lei ha amabilmente definito “fascista de core”, manco fosse un complimento? E lui: ma mio nonno mi portò a vedere “Il Delitto Matteotti”, e che volete che quel film non faccia parte di me? Beh, meno male che fa parte di te, perché se lo avevi ripudiato che facevi, coprivi il Colosseo con l’aquila littoria?

Ed inoltre: ma lei prima ha dichiarato che ognuno deve essere libero di amare chi vuole, poi ha detto che lei come sindaco non celebrerà unioni civili tra persone dello stesso sesso, come spiega la contraddizione? E qui, devo dire che ormai ero abbastanza nervoso e questo non mi ha aiutato a capire la risposta fumosa (e sì, sono uno che nel politichese ci si trova sempre a suo agio) che ha mischiato Sant’Agostino e il fatto che lui è contro l’omofobia, però le unioni civili no ma forse i matrimoni sì ma le adozioni no.

C’è stato anche un passaggio sul fatto che farsi le canne ti comporta che, se finisci in coma, poi non ti riprendi più, però su questo lo lasciamo libero di pensare quello che crede e di non valutarlo in dettaglio, visto che il sindaco di Roma può credere a quello che vuole in ambito medico, basta che non lo imponga agli altri.

Invece, quello che il sindaco di Roma non può fare è quello di mescolare i diritti altrui con le sue idee e scegliere, di volta in volta, chi vuole far vincere. Non sta a lui decidere se la legge sulle unioni civili è da applicare o meno, ma sta a lui dire che in un Paese che è rimasto l’ultimo in Europa, di fronte ad una minoranza ignorata, vilipesa e a volte anche picchiata, nel silenzio colpevole di tanti conviventi che “se lo sono cercato, certe cose si fanno a casa”, il sindaco è il primo ufficiale di una città e il primo che garantisce dei diritti.

Non si può accettare un candidato sindaco che, se diventasse sindaco, darebbe ai diritti una dimensione elastica, secondo la convenienza del momento. Signor candidato sindaco, se lei domani dovesse decidere sul diritto dei bambini ad andare a scuola, lei come tutelerebbe questo diritto? Se fosse il diritto ad andare in gita? Se il diritto riguardasse il figlio di una coppia gay? Gli garantirebbe il diritto di andare in gita, anche se questo causasse il turbamento della scolaresca? O di fare la festa di compleanno a scuola, invitando i suoi due papà o due mamme?

Oppure, signor candidato sindaco, lei starebbe a fare il conto con il bilancino, per vedere se queste sortite le portano voti? Perchè é evidente che questa uscita sulle unioni civili serviva solo a prendere un po’ di voti per cercare di arrivare al ballottaggio, ma di tutto questo ne abbiamo le scatole piene.

Siamo stufi di candidati sindaco che non parlano, innanzitutto, di diritti. Di diritto al lavoro, alla sicurezza, all’istruzione, alla sanità, alla mobilità! che a Roma è una tragedia perenne.

E siamo preoccupati di candidati sindaco il cui messaggio politico si riassume in “siccome voi non capite un cazzo, però mi serve il vostro voto, per quanto mi fate schifo ve lo chiedo, tiè guardate mi vendo pure il macchinone, però sia chiaro che cosa fare e cosa decidere lo valuterò giorno per giorno non rispetto alle mie idee, ma rispetto alla mia convenienza”.

E coprite questo disprezzo verso i romani con il sorrisone, con i modi apparentemente affabili, con l’eloquio pieno di inflessioni dialettali, perché a voi ricchi deve essere perdonato tutto, in fondo siete così buoni.

Ecco Alfio, dopo averti sentito discettare di Sant’Agostino, fascisti de core, Ferrari, unioni civili, Matteotti e tutto in mezz’ora, senza che nessuno ti dicesse niente, sento di doverti io dire qualcosa, da romano de roma:

mavattelaapijanderculo!

Si dovrebbe votare ogni tre mesi, altrochè

E’ tempo di elezioni, e così il Sindaco ha deciso di mostrarsi premuroso con noi umili cittadini: molte strade del centro città sono state rifatte.

Una di queste, l’arteria principale, è stata rifatta anche per cancellare le tracce del precedente rifacimento, effettuato ad opera di un altro sindaco, che sfida nuovamente il sindaco uscente, quindi c’è un motivo più forte di marcatura del territorio.

Quello che mi colpisce è che tutti questi lavori hanno richiesto nemmeno giorni, ma spesso ore, cioè sono iniziati e finiti nella stessa notte: addirittura in una via sotto casa mia è stato fatto un marciapiede, peraltro relativamente utile, nell’arco di un solo giorno: ed è venuto benissimo. A memoria mia, che ha superato il terzo di secolo, non c’era mai stato; tanto che i pedoni ancora non lo usano, siamo tutti abituati senza.

E’ evidente che, sotto elezioni, non si vogliono cittadini infuriati per le strade sconnesse e aperte a senso unico alternato per i lavori di rifacimento del manto stradale, che altrimenti potrebbero proseguire anche per settimane.

Allora, mi dico, forse sarebbe il caso di far sì che invece di votare ogni 4 anni, si votasse ogni 3 mesi.

Non è una battuta, la cosa avrebbe un senso, e non ci sarebbero svantaggi, se ci si pensa sopra e ci si riflette in modo razionale, liberandosi dagli schemi mentali che ci hanno inculcato fin dalla più tenera età per cui le elezioni sono questo momento fondamentale che come tale deve avvenire ogni qualche anno.

Se si votasse ogni pochi mesi, il ricambio di chi fa politica sarebbe molto maggiore, tutti potrebbero decidere di farla per un periodo più o meno lungo della loro vita, e si sarebbe costretti a fare qualcosa per sperare di essere rieletti, non ci potrebbe essere troppa distanza tra le promesse fatte e le cose realizzate.

Inoltre, non si potrebbero fare grossi investimenti, e vista la qualità degli investimenti, sarebbe un’ottima cosa: si risparmierebbero soldi per opere inutili, e si farebbero le cose importanti ed utili.

Si ridurrebbe la campagna elettorale, che durerebbe solo una settimana, ben sufficiente a farsi un’idea e ad esprimere un voto: e dal Lunedì successivo i nuovi eletti sarebbero alacremente al lavoro.

Proprio perché sempre pronti a votare, i cittadini sarebbero più attenti a quello che succede, non concedendo mai una delega eccessiva. Pensate cosa sarebbe successo a Napoli se il nuovo sindaco non avesse cominciato a risolvere il problema dell’immondizia, sarebbe andato via dopo un paio di mandati, altro che decenni di Bassolino e Iervolino.

Mi si dirà: ma così impedisci qualsiasi intervento strategico, che come tale richiede tempi lunghi.

E’ un’obiezione sensata ma da calibrare attentamente: a parte che di strategie di governo della cosa pubblica, in Italia, ne devo vedere ancora una non dico realizzata ma almeno proposta, forse sarebbe meglio accontentarsi di cose immediate (tipo scuole che non cadono ammazzando gli alunni, strade senza buche, raccolta differenziata) che non sperare in qualche mente eccelsa che amorevolmente possa prendersi cura del bene comune.

Poi, nel caso, si potrebbe differenziare la frequenza delle elezioni: 3 mesi per i comuni più piccoli, 6 per quelli più grandi e le Regioni, un anno per il Parlamento Nazionale.

I politici non farebbero in tempo a farsi amici quelli con cui rubare insieme, e nel caso verrebbero mazzolati alle prossime e, per definizione, imminenti elezioni.

Un esempio di omofobia interiorizzata

C’è questo candidato al Comune di Bologna per la Lega Nord, tale Stefano Guida, che dopo aver fatto sapere che è omosessuale ci ha tenuto a dire che, in fondo, se la Lega ora lo cacciasse lui capirebbe.

Non solo, ha anche precisato che ha fatto un film porno gay (tale “Gay Party Underwear”) che risulta abbastanza sconosciuto, quindi se non l’avesse detto lui probabilmente nessuno se ne sarebbe accorto (e forse la cosa gli spiace, lui ci ha sicuramente messo tutto se stesso, senza risparmiarsi e senza falsi pudori).

Per quale motivo un omosessuale dovrebbe candidarsi in un partito la cui posizione sui gay va da un malcelato fastidio all’idea di metterci nei forni crematori? Ammesso che fosse anche così portato per una battaglia di civiltà, come gli può venire in mente di dire che se lo cacciassero in fondo li capirebbe? E perché far sapere a tutti che ha un breve passato da porno attore?

Perchè è un omofobo. Che ha interiorizzato la propria omofobia e che quindi pensa di se stesso di essere inferiore agli eterosessuali. Accettando quindi la punizione per questo suo orientamento.

Sospetto che il suo desiderio più grande, magari inconscio, sia di essere fermato per strada da qualche suo potenziale elettore e venire picchiato. Io, mi limiterei ad uno sputo in un occhio, questo sì.

Il dibattito inglese

Qualche giorno fa ho visto il secondo dibattito televisivo tra i leader dei tre partiti per le imminenti elezioni inglesi. E’ stato un atto di necessità per preservare la mia salute psichica, l’idea di vedere Annozero e sentire parlare delle convulsioni interne alla maggioranza era una cattiveria che non volevo infliggermi (nel delirio della cosiddetta opposizione, sia tra i dirigenti politici che comuni cittadini, pare che faccia molto elegante l’ermeneutica di Fini, comprensiva di sfoggio di conoscenza della sua autobiografia: no grazie).

Non dirò che ho visto un bel dibattito, pieno di contenuti, di sostanza e di fatti, non come quelli italiani, perchè così non mi è parso. Forse dipenderà dal fatto che non conoscendo il sistema sociale inglese non sono in grado di contestualizzare le cose dette, però di numeri ne ho sentiti pochi: così tu vuoi tagliare le agevolazioni agli anziani per il riscaldamento, non è vero, anzi io le voglio aumentare: di come e quanto non hanno parlato, per cui spesso sembrava una gara a chi fa più contenta la maestra con la poesia imparata a memoria: a volte la domanda del pubblico era su un argomento poco studiato e quindi l’eloquio si faceva meno fluente.

Gordon Brown mi è sembrato quello più capace dei tre, nonostante i suoi difetti personali, primo tra tutti l’avere un’idea per cui la politica è tutto, e così anche il gusto per la polemica. Certo che è appannato, ma la sensazione che ho avuto è che da una domanda del pubblico ne ricavasse il senso politico e a questo rispondesse. David Cameron sarà sicuramente bravissimo, ma non me ne sono accorto, non ricordo niente di memorabile che abbia detto. Nick Glegg, behè Nick è bello, ecco questo credo sia quanto gli si possa dire. E’ sicuro che qui conta il fatto che per un italiano non è una notizia sentir dire che l’Europa è importante e bisogna starci dentro, mentre immagino che la cosa susciti altre sensazioni tra il pubblico inglese, però ha ripetuto dieci volte nella serata che gli altri due sono i due vecchi partiti, e la retorica del nuovo l’abbiamo già vissuta.

Sono invece rimasto deliziato dal tono utilizzato nel dibattito, per cui non si diceva “Nick hai torto” bensì “Nick la tua idea è sbagliata”, “Il tuo partito ha una posizione non condivisibile” e così sempre mettendo un filtro tra la persona e il ruolo che aveva. Vedi che ho fatto bene a non vedere Annozero?

Parole regionali

Sintesi. La bellezza di 14 anni fa, durante la campagna elettorale per le politiche del 1996, il candidato nel collegio per la Camera fu un esponente di medio rilievo del PDS, che sarebbe poi diventato sottosegretario nel governo Prodi. Una persona sulla cui onestà, almeno all’epoca e per come l’ho conosciuto io, non ho proprio motivi di dubitare. Mi ricordo come ci fu una manifestazione nella pubblica piazza, condotta da un famoso presentatore televisivo, che ben pensò di chiedermi durante la serata se volevo fare una domanda, e con tutto che mi ero raccomandato con lui, dietro le quinte, che non mi coinvolgesse. Non sapendo cosa chiedere, feci la domanda jolly: quale è la cosa più importante che farete se vincerete le elezioni? La risposta del futuro sottosegretario fu disarmante: ci sono tante cose sbagliate fatte da Berlusconi che è difficile dire da dove iniziare.

A me pare che questa risposta sia la migliore spiegazione dei successivi 14 anni di risultati alterni, e di sicuro della mazzata di due giorni fa. Non si può pensare che la gente voti PDS, DS, PD (è rimasta PS come combinazione da provare, facciamo un partito-commissariato) perchè l’altro ha fatto tante cose brutte che tu manco ne sai indicare una, manco sai dire che vuoi pensare alla scuola, alla ricerca, alle buche nelle strade, alle procedure per il rinnovo dei passaporti, insomma ci sono talmente tante cose da fare, talmente tanti danni aveva fatto Berlusconi dopo 7 mesi di governo nel 1996, che nel 2010 dopo più di 7 anni di governo del centrodestra mancano ancora delle idee chiave.

Non è un caso, seguendo questa linea di pensiero, che Brunetta e Castelli siano stati sonoramente bocciati nelle elezioni comunali. Già è difficile spiegarsi la sconfitta di Brunetta, che della bandiera di una (supposta) lotta ai fannulloni aveva fatto la sua ragion d’essere, ma Castelli sconfitto a Lecco richiede una spiegazione che non può essere quella da reality che molti cosiddetti giornali cosiddetti progressisti tirano fuori (cioè invidie e scontri tra maggiorenti e notabili locali). Quello che è mancato a questi due candidati è una sintesi (il programma di Brunetta per Venezia era a dir poco immaginifico) che è riuscita meglio ai loro avversari (l’avversario di Brunetta: Cacciari ha governato bene ma di alcune cose come la sanità non si è occupato). Questa sintesi riuscita a livello locale s’è persa nelle elezioni regionali, e i risultati sono che non si va a votare un non programma, o un programma che esiste in funzione dell’alleanza che si presenta. Certo, chiedere al gruppo dirigente del PD di avere un programma e una sintesi politica significa chiedere un atto contro natura, perchè il PD è nato come una sintesi di due tradizioni politiche che non si sono nè unite nè sintetizzate.

Federalismo. No, sul serio, facciamolo subito ed in fretta, ma in dosi massicce. Credo di dirlo dal 1996, quantomeno come misura anti-berlusconiana di fondo, visto che di Silvio ce ne è uno e le regioni sono venti. Non è possibile andare avanti con uno Stato che porta soldi a pioggia al Sud, dove si permettono di costruire non opere importanti ed utili ma autostrade che crollano dopo sei mesi, finanziare fabbriche che chiudono appena presi i fondi regionali, dipendenti della regione Sicilia che vanno in pensione con mezzo milione di euro l’anno e così via in allegria, con la sanità siciliana che costa, per abitante, più di quella lombarda. Non si tratta di razzismo, ma di rispetto per se stesso, io pagare perchè giù vogliono fare la bella vita non mi va bene. Sono cinquant’anni che continuano ad arrivare soldi al Sud, e cosa ne abbiamo ricavato? Stanno meglio? Stiamo solo ad ingrassare il malaffare.

Poi certo che sì, questo modello economico faceva comodo non solo al Sud, che veniva pagato perchè non si sforzasse di essere produttivo come il Nord, ma anche al Nord, le cui imprese potevano contare su manodopera a basso prezzo e su un mercato per i loro prodotti, quando non proprio come discarica per i rifiuti tossici. Ma questo modello non è un modello di sviluppo, e ora il Nord se ne è reso conto. Io non penso che i siciliani piuttosto che i calabresi siano incapaci, penso che se ne stiano approfittando, oltre il lecito e il possibile. Lo Stato investa più risorse nella lotta alla mafia, ma evitiamo di finanziare autostrade, che tanto diventano solo ruberie a cielo aperto.

Oppure finanziamo anche le autostrade, ma abolendo tutti gli organismi elettivi da Napoli in giù e nominando dei podestà, perchè mi pare che questa rinascita del Sud non stia avvenendo. Quindi, sì e proprio assolutamente, federalismo in dosi massicce, perchè Bossi ha ragione quando dice che la gente vuole il federalismo perchè così come è messo lo stato non riesce più ad andare avanti.

Figli e figlie. Il figlio di Bossi s’è candidato alle elezioni regionali e ha preso 13mila voti di preferenza. Ok, con cotanto cognome. Ma sempre meglio lui che la figlia di Veltroni, che dal suo appartamento a Manhattan (l’appartamento a Manhattan di Veltroni è come la barca di D’Alema nell’immaginario autentico del popolo di sinistra) scrive su Facebook che qualcuno dovrebbe proprio dimettersi. Oh, risparmiamoci la fatica di pensare, anche solo per un attimo, che dietro quella frase non ci sia il padre (che da bravo buonista dirà che la figlia ha fatto tutto da solo). Vediamo invece la puzza sotto il naso e la presunzione tutta radical-chic di chi manco si presenta al vaglio del popolo sovrano e già sputa sentenze. Ecco, il figlio di Bossi sta in un partito più popolare della figlia di Veltroni e rispetta la democrazia in modo più sostanziale.

Ci siamo raccontati un’Italia che non esiste

Una sberla così il centrosinistra non la prendeva da venti anni, da quel 1994 quando si svegliò e vide Berlusconi a Palazzo Chigi.

Ci siamo detti che la crisi era forte e che il governo non aveva fatto nulla, ma il cuore produttivo del Paese si è consegnato a questa maggioranza. Ci siamo detti che all’Aquila la ricostruzione non è nemmeno cominciata mentre la Pezzopane, l’unica che ha sempre contestato la strategia della ricostruzione, è stata mandata a casa. Abbiamo la Lega che in Emilia prende il 14% e insieme al PDL ha circa gli stessi voti del PD. Credevamo che l’astensione non riguardasse gli elettori di centrosinistra.

E’ semplice, non sappiamo chi sia l’Italia e cosa voglia, ce ne siamo raccontati una versione che non esiste e vediamo un Paese che non ci vuole e non ha alcun interesse nelle nostre battaglie.

Stufo

Ho votato (Emma Bonino, Lista Bonino Pannella, Sergio Rovasio, nell’ordine).

La scrutatrice ha messo un timbro sulla mia scheda elettorale, sono arrivato a 17. Avrei fatto 18 se non avessi saltato un appuntamento l’anno scorso (non mi ricordo per cosa fosse, credo un referendum).

Dal 2001 ad oggi, ho votato 17 volte, ovvero due l’anno. Ho votato per elezioni comunali, provinciali, regionali, nazionali, europee e referendum. Alcune volte ho votato solo un partito, a volte solo un candidato, a volte ho annullato la scheda (come in una elezione suppletiva per il Senato, quando si presentò un solo candidato, e scrissi sulla scheda “Io non voto un candidato unico”; oppure al secondo turno delle provinciali, quando scrissi “La provincia è un ente inutile”;  anche alle ultime elezioni alla Camera, quando scrissi “Mi rifiuto di votare in un sistema elettorale che non mi fa esprimere un candidato”).

Non credo di essere un elettore modello dal punto di vista di un partito, visto quanto poco sono controllabile (in effetti, mi manca solo il voto disgiunto, poi le ho provate tutte), ho sempre cercato di tenermi informato, ascoltando anche punti di vista diversi dal mio, leggendo giornali italiani e non.

Ecco, tutto questo, ma a che è servito? Ho cominciato a votare nel 1994, e da allora ho sempre trovato Berlusconi o uno dei suoi seguaci sulla scheda. Ho sempre scelto scientemente di non votare nè lui nè le sue opzioni, ma con quale risultato? Ho visto leader dell’Ulivo, Unione, Centrosinistra, Centro-sinistra, sinistra-centro, Progressisti, Partito Democratico andare e venire, senza mai un programma che fosse di più di un no a Berlusconi, evidentemente la migliore garanzia di rendita a vita per un ceto politico così insignificante.

Non ho mai sentito, nell’arco di questi nove anni che sono certificati dalla mia scheda, un programma politico che parlasse di me, che avesse un’idea di società in cui trovare un mio spazio. Nessuno mi ha mai detto che idea di Italia ha, come costruirla, perchè, con chi. Solo strilli, battibecchi e tuttologi improvvisati, e speranze di cambiamento che durano lo spazio di una campagna elettorale.

Ce lo ricordiamo come ci hanno venduto questa legge elettorale nazionale? Con l’idea che se avessimo avuto pochi partiti in Parlamento avremmo fatto Le Grandi Riforme. Ora i partiti in Parlamento sono circa 4, e di queste riforme? Ah beh, se ne parla Dopo Le Elezioni. Anzi, la campagna elettorale inizia con questi grandi proclami sul nuovo clima, le riforme, il dialogo, poi va a finire sempre e costantemente in una gazzarra, e si lascia intendere che no, le riforme dovranno aspettare, con Loro non si possono fare le riforme (per ogni possibile valore di Loro), e così via.

Intanto, nessuna nuova idea di società, nessuna direzione di marcia, niente che non sia il governo dell’oggi, con ciascuno dei due poli impegnato a spiegare come l’altro sia pronto alla dittatura, con milioni di italiani che si guardano sempre più in cagnesco, con la rimozione progressiva di qualsiasi cosa che abbia a che fare con l’identità nazionale.

Oggi sono andato a votare ma pensavo di non andarci, sentivo che era l’ennesima perdita di tempo e di fiducia, l’ennesima apertura di credito verso una classe politica troppo penosa per potersene appassionare.

Qualche giorno fa è morto Emanuele Pirella, nella galleria di Repubblica.it ho trovato questa striscia che ci sta a pennello:

Conoscenze politiche

Ho appena scoperto che ho fatto sesso (anni fa, eh!) con uno dei candidati consiglieri alle elezioni regionali del Lazio.

E non ero da solo.

E non era un comizio.

E non fu particolarmente bello, anzi.

E che tanto si spaccia per difensore dei più deboli, ma ha una villa da un paio di milioni di euro.

Mia madre dice sempre: se facevo la mignotta, c’avevo indovinato.