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Il grande coraggio di Imma

Ah, che bel discorso di Imma Battaglia al Pride di Roma, anzi “forte e provocatorio” come dice Gay.it che, privato della direzione di De Giorgi, è un po’, come dire, confuso.

Partiamo da quello che detto: “La nostra lotta non è mai finita, perché fino a quando ci toccherà sentire che siamo una ‘formazione sociale specifica’ e qualcuno ci vuole vendere che questa sia una grande legge, noi gli restituiamo un grande e semplice VAFFANCULO”.

Brava, coraggiosa, proprio ci vuole unbellapplauso. Ma.

Imma Battaglia è oggi, sopratutto, sopratutto, una delle organizzatrici (cioè una delle proprietarie) del Gay Village, una iniziativa che si tiene ogni anno nell’estate di Roma e che, a fronte di costi per circa due milioni di euro porta circa quattro milioni nelle tasche degli organizzatori, quindi un utile di un paio di milioni. Due milioni che sono privati, privatissimi, che non sono certo messi a disposizione, nemmeno in minima parte, della collettività gay.

Poi, essendo una donna a cui non manca l’intelligenza e il fiuto politico, ha fondato la sua associazioncella gay, che ha lo scopo di darle il titolo per poter intervenire appunto al Pride e che svolge sempre l’utile funzione della foglia di fico. Negli anni passati, quando la giunta Alemanno saccheggiava e distruggeva Roma, la Imma si spendeva per parlare bene del signor sindaco e certo solo una lingua cattiva potrebbe dire che lo faceva perché, senza l’autorizzazione del signor sindaco, il Gay Village non si può tenere e i due milioni di utili non si possono fare.

Sempre perché intelligente, la Imma ha capito benissimo che alle elezioni per il sindaco di Roma vincerà la Raggi, quindi questo suo vaffanculo serve sopratutto a cominciare a costruirsi un accredito politico con un sindaco che non sarà certo a favore di questo governo. Poco conta che se non ci sono le adozioni subentranti nella legge sulle unioni civili, la colpa sia proprio del partito che esprime la Raggi: cazzo vuoi gliene freghi? Qua stiamo a parlare di soldi, tanti, tantissimi soldi, che richiedono la benevolenza dell’amministrazione comunale di Roma.

Così, ecco il grande discorso di Imma, coraggiosa e battagliera combattente ecc… ecc…

Nessuno che le ricordi le sue simpatie per Alemanno, nessuno che le contesti che di quegli enormi profitti nulla arriva all’associazionismo gay romano o a favore di qualche iniziativa di sostegno. Tutti, pecoroni, ad applaudire al Pride, perché lei è una che parla chiaro.

Poveri scemi, poveri noi. Il Pride dovrebbe fare lo sforzo di cominciare a pensare di essere un interlocutore politico, visto che la politica oggi ci riconosce come parte della società e quindi occorre strutturarsi in un certo modo politico, cosa che non prevede che il primo che abbia un interesse privato vada sul palco a dire quello che vuole.

Quest’anno non sono andato ai Pride, perché quello di Napoli era una penosa campagna elettorale a favore di De Magistris (e i candidati che hanno, sempre orgogliosamente eh, marciato con il sindaco al Pride non sono nemmeno stati eletti, poveri ingenui). Da quanto vedo, quello di Roma è stato anche peggio.

 

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Sul Pride

Sarà anche che, sballottato tra casa adottiva e casa putativa, seguo poco le notizie e quando torno su ho molte cose da fare, ma certo che una domanda mi viene proprio da pormela: ma del Gay Pride a Bologna, è fregato qualcosa a qualcuno?

Non solo le solite foto, solite facce, soliti slogan, solite provocazioni, ma questa volta anche meno del solito, un sostanziale disinteresse da parte dei media, anche quelli di bandiera come Gay.it che parlano di “migliaia alla manifestazione”.

Se quelli bisognosi di una legge sulle coppie di fatto sono milioni, il fatto che ce ne siano solo migliaia a marciare, per di più nel disinteresse assoluto, come può incidere sull’agenda pubblica?

Manco a dire che la politica è auto-referenziale, che potrebbero scendere duecentomila persone per il V-day che anni dopo seminano il terrore nella casta con il Movimento 5 Stelle, è che la capacità di parlare alla società italiana, come movimento gay, lesbo, bisex, trans, fate quel che vi pare, è del tutto assente.

Ci siamo fatti la festicciola tra amici. Bisogna radicalmente ripensare al messaggio che si vuole comunicare. E in genere, c’è un messaggio quando c’è una sorgente, uno che parla e lo emette. E l’uno significa che c’è una identità politica, qui quale identità c’è?

Sul cosiddetto squadrismo

Quando uno ha dei dubbi – o delle speranze – sulla sinistra italiana, la cosa migliore che può fare è mettersi seduto sulla riva del fiume ed aspettare che qualcuno della suddetta sinistra accusi qualcun altro della sempre suddetta sinistra di essere uno squadrista.

Così, quando facemmo la manifestazione contro l’omofobia, e contro la vergognosa reazione di quei baristi di Via Cavour a Roma che, di fronte ad un ragazzo insanguinato e quasi esanime si rifiutarono di prestare aiuto, in uno dei commenti (non su questo blog) dovetti sentirmi dire che la nostra protesta era da squadristi.

Così, quando ci sono i fischi a Marcello dell’Utri, che giova ricordare è condannato in primo e secondo grado per mafia, la reazione della sinistra (salottiera, indignata e radical-chic) è del dare degli squadristi ai contestatori. Evidentemente, tale sinistra non ricorda che gli squadristi, durante il ventennio fascista, non si limitavano ai fischi, ma spaccavano le ossa agli avversari politici, e ammazzarono, tra gli altri e non solo, Giacomo Matteotti.

Così, quando Paola Concia viene fischiata al Pride di Napoli, anche qui tocca sentire parlare di squadrismo. Paola Concia è una parlamentare che trova niente di meglio da fare che andare a parlare con quelli di Casa Pound, seguendo una perversa fascinazione della sinistra italiana verso i fascisti; una fascinazione – quella tra comunisti e presunti ex, e tra fascisti e presunti ex – che ha le sue radici nel patto Ribbentrop-Molotov.

I fischi a Paola Concia al Pride di Napoli sono giusti e dovuti, perché non si tratta, non si parla e non si legittima certa gente; e se Paola Concia è convinta di quanto democratici e anti-violenti siano quelli di Casa Pound, potrebbe un giorno andarsi a baciare con la sua compagna davanti ad una delle sedi di questo pregevole centro sociale, però senza farsi accompagnare dalla polizia – come invece ha pensato di fare al Pride, evidentemente volendo indicare chiaramente chi considera amici e chi considera nemici; potrebbe così sperimentare lo stesso senso di paura che provano tanti gay e lesbiche quando vedono aggirarsi quelli di Casa Pound per Roma.

Così, ultimo episodio, oggi è il turno di Fassino (che, evidentemente, ancora va in giro), che interviene per difendere Schifani, contestato alla festa del PD a Torino.

Per distinguere bene i termini della vicenda, va osservato che Schifani è stato invitato dal PD, e la contestazione viene da gente, indicati sbrigativamente nell’articolo come grillini e popolo viola, che non ha un rapporto organico con il PD, ma conflittuale; come dirigente del PD, Piero Fassino ha tutto il dovere di tutelare un ospite invitato alla festa di partito, ma qui lui si sta rivolgendo a chi è esterno al partito, e dovrebbe usare un altro tono, perché fino a prova contraria anche i contestatori sono invitati alla festa del partito (non in quanto contestatori magari, ma in quanto privati cittadini, categoria che sta sul culo a tanti politici, Pieruccio bello compreso).

Perchè, Fassino ha detto: “Abbiamo letto sui giornali in questi giorni che c’è qualcuno che ha tentato di organizzare squadre di contestatori domani a Fini e li abbiamo definiti ‘squadristi’. E’ lo stesso metodo”.

Ennò, non vale e non va bene. La contestazione a Fini, prevista per domani, viene organizzata da una parte politica, che concretamente sta prendendo i pullman, riempiendoli di persone a cui offre la gita e pure il panino, e la contestazione nasce da motivi politici, che sono pilotati da agitatori di professione, per cui è doveroso che sia condannata.

Ma se la contestazione a Fini fosse perché qualcuno lo accusasse di (assai ipotetici) rapporti con la mafia, se i contestatori l’avessero organizzata dal basso e non fossero eterodiretti, sarebbe una cosa ben diversa, e del tutto legittima; come è appunto il caso delle contestazioni a dell’Utri e Schifani.

Sottolineo un punto: qui non è in discussione Schifani; ho già scritto all’epoca che trovavo le accuse a lui mosse da Marco Travaglio come del tutto parziali; ma non è accettabile che Fassino faccia presente, questo è, che esiste una casta al riparo da tutto e da tutti e che agli amichetti suoi ci pensa lui. E’ lo stesso criterio per cui, quando apprezzai Paola Concia perché cercò di costruire un rapporto umano con Paola Binetti durante la sua malattia, oggi la contesto, anche a pernacchie, che trovo belle, giuste e democratiche.

Il PD, invece di stare a cincischiare di squadrismo, dovrebbe dirsi che non ha i coglioni per riportare le contestazioni a certi modi di fare politica dentro una proposta politica, per cui i cittadini esasperati si riducono ai fischi; casomai, il PD ringraziasse che sono solo fischi.

Un urto di vomito

Ho avuto un urto di vomito a sentire il Tg1 che magnifica Gheddafi, un “benefattore” per le strade di Roma, visto che lascia 100 euro di mancia al cameriere.

Gheddafi è un assassino. E’ uno che ha messo la bomba sul volo della Pan Am che esplose sul cielo di Lockerbie a metà degli anni ’80, causando oltre 250 morti. E’ un dittatore spietato, che ammazza ed uccide sistematicamente tutti i suoi oppositori. E’ uno che prende i clandestini che l’Italia gli rimanda indietro – grazie al prodigioso trattato che abbiamo firmato – e li spedisce in mezzo al deserto, lasciando che di loro se ne occupi Allah.

Non un benefattore, ma un essere disgustoso e che si porta appresso una scia di sangue e di morte. Uno che non solo offende Roma, i Cattolici e gli Italiani permettendosi di fare proselitismo nella Città Eterna – e già ci sarebbe da dire su cosa sarebbe successo se un leader europeo si mettesse in una grande capitale araba a parlare di Vangelo e a benedire alcune conversioni; anzi no parliamone: i convertiti verrebbero probabilmente giustiziati sulla pubblica piazza e un’ondata di kamikaze si abbatterebbe sull’Europa –  ma è uno a cui dell’islam stesso non frega niente, visto che l’ha ridotto ad una specie di spot pubblicitario.

La fascinazione di Berlusconi verso l’Assassino di Tripoli è disgustosa, e si spiega anche con la necessità per il premier italiano di avere un porto sicuro in cui casomai scappare, come all’epoca lo aveva Bettino Craxi con la Tunisia ed Hammamet; oltre che per gli affari che i due fanno insieme, visto che hanno un canale televisivo in comune.

Ma la fascinazione di Berlusconi verso l’Omicida libico non può consentire che Roma diventi un circo ed una barzelletta di capitale. Nemmeno gli affari di cui tanto Berlusconi si vanta possono essere considerati una scusante, visto che tra l’altro aiutano a puntellare un regime che tanto in salute non è (c’è un motivo per l’improvvisa passione di Gheddafi per il Corano, ed è il cercare un consenso interno a buon mercato), e visto che sono affari che fa non l’Italia in quanto sistema ma gli amici degli amici.

Berlusconi con questo disgustoso show senza regole e senza decoro ha offeso profondamente tante e tali di quelle idee e persone che non si può che pensarlo divenuto un moderno Caligola, che fece senatore il suo cavallo. Del resto, il disprezzo per la democrazia è tutto lì, vista la fascinazione del premier per l’assolutismo omicida e sanguinario che vige dall’altra parte del Mediterraneo.

Lo stesso premier, vale la pena di ricordare, che all’indomani dell’11 Settembre si vantava della “primazia” della società occidentale.

La stessa maggioranza che, oggi stranamente silente, si schifa e protesta quando a Roma c’è il Gay Pride.

Gente che dovrebbe mettersi un po’ di merda in bocca per rifarsi l’alito.

Dello spot del Pride di Roma 2010

Segnalo questa analisi dello spot per il Gay Pride Romano:

Un mondo di consumatori, che si sentono liberi perché vanno al Gay Village, bevono una birra gaynel privato (“a scuola mi prendono in giro” “non riesco a dire ai miei che sono gay” CHE FARE?) mai quelli che può avere come soggetto politico (“il Vaticano dice che sono moralmente disordinato”, “il sindaco della mia città non mi riconosce diritti”… CHE FARE?).

Un gay perfettamente inserito nella società omofoba che si accontenta di sopravvivere in un ghetto vuoto di cultura perché a lui gli interessa il consumo, non la cultura (cioè lo spirito critico). alla Gay Street, e se, rientrando la sera dal Coming, vengono aggrediti, hanno anche una Gay Help Line (la cui pubblicità sottolinea solo i problemi che i gay può avere

Sempre sul non partecipare al Gay Pride di Roma

Le realtà che oggi “cavalcano” il Pride capitolino, essendone gli organizzatori, negli anni scorsi non aderivano al Comitato promotore, oppure vi aderivano non contribuendo economicamente e fattivamente alla realizzazione degli eventi. Nel 1998, Arcigay Nazionale arrivò a boicottare il Pride di Roma organizzando micro pride nei circoli di quelle città dove vi erano sedi. Imma Battaglia, “paladina” dei diritti civili di gay, lesbiche e trans, fondatrice del Gay Village (utopia transitoria di una falsa emancipazione) sosteneva fino allo scorso anno che i Pride erano uno strumento inutile. Inutile forse per lei. Dopo il 3 luglio, dopo il “Roma Pride 2010″, sarà necessario, a mio avviso, che le associazioni, i gruppi, i movimenti e i singoli interessati ad un percorso di emancipazione e liberazione delle persone LGBTIQ il più possibile unitario, si incontrino di nuovo. Per fare chiarezza, per fare autocritica (se necessario) e per comprendere quale strategia adottare da qui ai prossimi anni. Ma l’ecumenismo forzato nemmeno in questo caso, è bene ricordarlo, paga. Se per alcuni il percorso di emancipazione e di liberazione passa attraverso gli applausi ad Alemanno, le strizzate d’occhio con la Polverini, il sostegno alla candidatura di Rutelli a Sindaco della città di Roma, la Gay Street, il Gay Village, la difesa pedissequa di interessi commerciali, la “contaminazione” con una destra “sorda” clericale e fascista, la promozione di un nuovo “pensiero debole” anti ideologico che sa tanto di qualunquismo, di populismo e di opportunismo, le strade continueranno ad essere divise. Consapevoli, tutti, di lavorare, ognuno a modo suo, per lo stesso fine. Almeno spero. Per quanto mi riguarda, e credo di non essere il solo a pensarlo, la nostra emancipazione e liberazione sarà raggiunta attraverso la “contaminazione” vera della società. Attraverso quei tanti micro pride che ogni giorno, ragazze e ragazzi fanno, spesso in totale solitudine, in famiglia, a scuola, nel gruppo dei pari, tra colleghi e amici. E per questo non c’e’ bisogno di finanziamenti, di svendita delle proprie idee, di compromessi al ribasso, di elaborazioni teoretiche. A loro dovremmo pensare più spesso. Da loro dovremmo cominciare ad imparare.

Il resto della intervista a Mauro Cioffari è qui

Perchè non andrò al Pride di Roma

Se c’è una costante nell’azione di Arcigay e D’Gay Project degli ultimi anni, questa è la ricerca della pecunia. Arcigay ha lo scopo di trovare a Marrazzo un lavoro nel campo della politica, mentre D’Gay Project è l’utile ombrello del Gay Village.

Se è così, occorre porsi delle domande serie sul quanto valga e come valga partecipare al Gay Pride Romano, che è organizzato da queste due associazioni dopo che quasi tutte le altre se ne sono andate.

Bisogna essere un po’ ingenui per non pensare che questo Pride sia un’occasione per queste due associazioni di accreditarsi come referenti del mondo gay; e del resto lo stesso Marrazzo passa compulsivamente tutto il suo tempo pubblico a spacciarsi come un interlocutore privilegiato, uno che può controllare i gay, uno che può impedire alla violenza di diffondersi, fortuna che c’è lui.  Mentre la Battaglia è il canale privilegiato con Alemanno, come se questo canale privilegiato nascesse dalle sue sapienze politiche o dalla profondità dell’analisi sociale che ha svolto nei suoi numerosi saggi, e non dal fatto che il Gay Village è un’azienda che fattura alcuni milioni di euro l’anno.

Interessi e battaglie legittimi, ma che non credo possano essere gli interessi del movimento gay (e per inciso, per pietà, fatela finita di dire movimento LGBTIQ, ma che c’avete problemi? Cosa sia il movimento gay lo capisce chiunque, e di sicuro non esclude nessuno, mentre il significato di LGBTIQ è riservato per pochi iniziati, me escluso che mi rifiuto di fare l’elenco delle categorie per includere tutte le categorie; l’utile compendio di tutte le razze della Terra lasciamolo agli anni ’30 del secolo passato).

Io non potrei pensare di andare ad un Pride dove ogni partecipante in più sarebbe per Marrazzo il modo di accreditarsi in più, e per la Battaglia il modo di fare un sondaggio di mercato per capire quanta gente andrà al Gay Village quest’anno; non mi sento proprio di manifestare dietro e insieme all’associazione delle partite iva e delle fatture gay.

Ma se tutti ragionassero così, mi potrebbe dire qualcuno, allora al Pride di Roma non andrebbe quasi nessuno! Sì, esatto, è quello che spero. Un grande flop sarebbe la prova che questa gente rappresenta se stessa, come ci diciamo sempre e continuamente ma come poi non mettiamo mai in pratica.

Ma se andiamo alla manifestazione poi evitiamo la strumentalizzazione? E come, di grazia? Ci mettiamo un cartello con scritto “Fabrizio Marrazzo ed Imma Battaglia non mi rappresentano”? Oppure fischiamo educatamente all’intervento di Marrazzo, che già so pieno di significato e di lucida visionarietà per un futuro migliore? Raccogliamo le firme contro gli organizzatori? No perchè guardate, facciamoci questo bagno di realtà, la notizia sarà che tot-mila persone hanno partecipato, e quei due si intesteranno tutti i tot-mila, contando anche sulle loro entrature nel settore dell’informazione, le stesse che fanno sì che si fa una fiaccolata auto-convocata e quelli fotografati sono loro, moderni eroi di questo gran ciufolo.

Sappiate che, fuori dal movimento gay, nessuno conosce queste dinamiche, e tutti pensano che l’Arcigay sia una lobby politica, e non l’associazione delle saune gay.

Quindi, io non andrò al Pride di Roma, con un grande senso di libertà nello scegliere di non andare.

Sul mini pride

Venerdì sono stato al mini-pride. Anzi, ci siamo stati, sono stato assai felice e contento che ci sia venuto anche l’uomo misterioso che è così diventato un po’ meno misterioso. Credo che questa presenza per me specialissima sia stata la cosa migliore della serata; per il resto ho, diciamo così, delle forti perplessità.

Non c’è molto da dire sul fatto che c’erano poche persone (dubito arrivassimo a cinquecento) e che molti durante gli interventi si siano messi a parlare dei beatissimi cazzi loro, fa parte di ogni manifestazione pubblica. Dico invece che gli interventi erano in massima parte penosi. Come livello di elaborazione, la comunità omosessuale sta all’anno zero.

La cosa di cui più si è parlato negli interventi è stato il Vaticano, nelle sue varie e numerose declinazioni. Quindi tutto un fiorire (anzi, uno sfiorire, perchè di alcune cose sarebbe meglio parlare sapendo di cosa si tratta) di papa attuale e papi passati, encicliche, osservatori romani, avveniri, preti, paolebinetti, vescovi, cattedrali, peccati, comandamenti, gesùcristi, portepie che manco fosse un raduno dell’Opus Dei. Ragazzi, cazzarola, ma sputate per terra per una volta! A parte un paio di persone che parlavano di qualcosa che sapevano e che probabilmente vivono sulla loro pelle, intendo dei cattolici che vivono un intenso conflitto che merita rispetto, gli altri erano lo strame delle chiacchiere da bar.

Alla fine gli interventi si riassumono quasi tutti in “vorremmo tanto che il Papa ci volesse bene pure se ci piace fare sesso tra di noi” e beh, pare che il Papa non ci voglia bene, big news. Forse sarebbe il caso di parlare più di politica e di società, e invece di dire che in Italia non abbiamo diritti perchè ci sta il Papa che è tanto cattivo, cominciare a chiedersi perchè in Francia e in Spagna (che sono due nazioni cattolicissime, le due figlie predilette di Santa Romana Chiesa) questi diritti ci sono; ovvero dove si è innestata l’autoreferenzialità della politica italiana (per cui chi è dentro è dentro e chi non ci sta non esiste e non ha diritti, siano froci, immigrati, lesbiche, storpi o disoccupati).

Magari poi – per avere un po’ di cinismo che quando fai politica aiuta tanto – che se proprio devi parlare di religione dovresti essere attrezzato, almeno culturalmente, a farlo, perchè il rischio di offendere i cattolici è elevato: e, altra grande notizia, se pensi di ottenere dei diritti in Italia insultando i cattolici c’hai una idea tutta originale della società italiana e delle sue venature più profonde.

Si può anche sobillare la folla strillando nel microfono e dicendo qualche parola d’ordine (questo hanno fatto gli interventi migliori della serata; quelli peggiori causavano brusii diffusi di gente che appunto preferiva parlare dei cazzi suoi piuttosto che sentire chi si perde il soggetto della frase per strada), ma non è con queste parole e con questi slogan che si ottiene niente, ci si condanna invece all’isolamento, all’essere la splendida minoranza che ha ragione e deve solo ottenere il potere per poterla applicare. Solo.

Non voglio eludere la domanda: e tu che sei tanto istruito allora, perchè non prendi il microfono e parli?

Credo perchè, intanto, ho rinunciato a fare politica attiva un decennio abbondante fa, e sì che potevo essere lanciato in una splendida carriera; poi, perchè il mio pessimismo verso l’evoluzione della società italiana dei prossimi anni non mi fa pensare che ci sia un intervento di natura politica che possa cambiare le cose. I nostri non diritti, nella mia idea, sono il risultato di una crisi storica di questo Stato, da cui si esce con processi storici. E’ parte di un processo storico anche fare una fiaccolata, è gettare un seme per un progetto futuro, ma da quanto ho visto è un progetto assai futuro. Questo Paese non ha elaborato gli anticorpi, e non c’è un gruppo di uomini miti e rigorosi che ne sia il frutto, a cui far tracciare la direzione in cui tutti noi trovare il senso di una Nazione. Perchè questo senso non c’è più, da tanto e troppo tempo.

Pensavo di trovare disconferme al mio pessimismo, ma non ne ho trovati. Non ci sono piante che stanno crescendo, non so nemmeno se abbiamo piantato qualche seme.

A proposito di Genova e del gay pride 2009

Per motivi suoi, Vittorio Bertola se ne è andato a Genova, e ha scritto queste brevi note, dove sottolinea un tratto noto, ovvero una urbanistica molto problematica.

Si potrebbe osservare che è una cosa universalmente nota, ma a quanto pare non lo è per le eccelsi menti che hanno deciso di farci lì il gay pride 2009. E siccome io di stare in mezzo alla calca e alla folla per aderire come un soldatino a quanto ha deciso il Feldmaresciallo Mancuso non c’ho intenzione, confermo nel nuovo anno quanto detto nel vecchio, col cavolo che ci andrò.

Il “Pride” a Genova: uno in meno, io

L’Arcigay nazionale ha deciso che il prossimo Pride nazionale si farà a Genova, il 13 Giugno.

Credo che quanto scriva Andreas Martini al riguardo sia molto condivisibile: il giorno prima del Corpus Domini non te ne puoi andare a Genova, il cui arcivescovo è Bagnasco, a voler rimarcare una laicità che in quel contesto sarebbe del tutto fuori luogo, così come aggiungo io non puoi andare a Genova che non è esattamente la città d’Italia con gli spazi più ampi per far fluire le persone: già a Bologna in certi momenti c’era la calca, a Genova diventa un ingorgo.

L’Arcigay nazionale non può decidere in quasi perfetta solitudine, perchè se il suo scopo è piantare la bandierina, io non sono una bandierina da piantare. Non ambisco a sentire i profondi pensieri di Aurelio Mancuso, manco se il Pride Nazionale (Nazionale ao’, vuol dire di tutti) si facesse a Ostia. Se Bologna aveva un senso visto che il movimento gay italiano è nato anche lì, Genova è una scelta pensata per fare le vittime.

Per cui, visto che non ho alcun interesse a fare la sfilata dell’Arcigay, visto che non ho alcun interesse a fare il crociato anti-cattolico, considerato che non mi sento e non mi comporto da vittima, per quanto mi sarebbe piaciuto visitare Genova, mi asterò dal partecipare al pride nazionale.