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La verità su Regeni, chissà se arriverà mai

Più passa il tempo e più mi convinco che dietro l’omicidio del povero Giulio Regeni non ci siano servizi deviati o squadroni della morte al soldo del governo egiziano, ma agenti (anche riconducibili, nelle figure degli esecutori materiali, a questi gaglioffi) che operavano per conto di una qualche potenza (industriale o politica) straniera.

Non mi spiegherei, infatti, perché un killer professionista avesse avuto la necessità di sbarazzarsi del cadavere del martire mettendolo in un posto dove poteva essere trovato e dove, quindi, _doveva_ essere trovato.

Così come non mi spiegherei perché il governo italiano, di fronte alle comunicazioni del governo egiziano, dovesse proprio dire, come sta facendo ora per bocca del suo ministro degli Esteri che la collaborazione è carente e senza una svolta ci saranno misure immediate.

A me pare proprio la richiesta di rinunciare alla ragion di Stato, quella a cui sta ricorrendo il governo egiziano che sa benissimo o quantomeno sospetta chi siano i mandanti ma è nella più grande difficoltà a dirlo.

Potrebbe il governo egiziano dichiarare che dietro l’omicidio c’è la lunga mano, chessò, dei francesi o dei russi o di chissà chi altri? Non potrebbe. E allora il governo egiziano sta chiedendo agli italiani di soprassedere, del resto gli esecutori materiali sono stati identificati e giustiziati, giusto per essere sicuri che non parlassero.

E se qualcuno pensasse che no, non è possibile che dietro un omicidio così efferato possano per davvero nascondersi dei paesi occidentali, financo alleati dell’Italia, si ricordi che gli 81 morti di Ustica ancora aspettano di sapere chi ha lanciato il missile; o, meglio, ancora aspettano l’ammissione da parte dei francesi (o degli americani) di essere loro gli autori materiali della strage.

Poi, se Regeni è stato fatto fuori con i soldi di qualche multinazionale del petrolio o delle armi, beh in questo caso nessuno penserebbe che costoro possano veramente avere una coscienza e possano danneggiare i loro lucrosi affari ammettendo una colpa.

E quindi, temo, questa cosa rimarrà sepolta e nebulosa, senza un vero movente e senza dei veri mandanti.

(Piccola aggiunta di infimo cabotaggio: la mia azienda aveva delle interlocuzioni con dei partner commerciali egiziani e, da subito dopo l’omicidio, tutto si è fermato, gli egiziani non ci hanno più cercato)

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Non avrei saputo dir di meglio

L’Italia non ce la fa. È prigioniera di una classe dirigente – politici, imprenditori, burocrati – consapevole dello sfacelo e per questo impegnata ad appropriarsi dell’ultima residua ricchezza.

(Giorgio Meletti, sul Fatto Quotidiano, e non c’è altro da dire)

E’ slang

Non sempre. Una volta ha definito l’Italia «Paese di merda». 
«Perché, lei al telefono non usa mai un po’ di slang?

(Silvio Berlusconi, sul Corriere del 20 Novembre 2011)

Barcellona/ La vita gay

Uno, uno, uno, un altro, un altro, un altro, un altro ancora, un altro, un altro, …

La vita gay di Barcellona, di primo acchito, potrebbe essere raccontata anche in questo modo, come la quasi inesauribile sequela di gay che incontri ovunque, non sono nel quartiere gay dell’Eixample, ma anzi e sopratutto in giro per le strade, i musei, le spiagge, gli autobus, un quasi infinito elenco di giovanotti di tutte le età e forme fisiche che dalla zona gay si irradia e si sparpaglia in giro.

Però questa sarebbe una lettura proprio superficiale, perché ad un certo punto quello che va osservato è che una tale immensa tribù, una città nella città, diventa talmente numerosa che i meccanismi stessi della conoscenza e della socialità cambiano.

Intanto, si vede come quel gioco di sguardi che più puoi sperimentare per esempio a Roma qui è abbastanza inutile, perché mai dovresti limitarti a guardare uno e non dirgli ciao se quell’uno ti piace? Secondo, questo continuo viavai e ricambio di persone e di situazioni significa che molto vince il qui ed ora, qualsiasi tentativo di organizzarsi diventa inutile, nel tempo che passa per mettersi d’accordo è già cambiato tutto; e questo non è un tratto vissuto nevroticamente, è anzi la serenità di chi pensa di trovarsi a casa sua e nella città sua, in cui quindi non c’è mai il senso delle occasioni perdute, non c’è proprio niente dell’urgenza romana.

Ma se mi limitassi a questo ancora starei negli aspetti più di contorno, perché esiste un punto più sostanziale, ed è il virtuosismo della mancanza di omofobia. Se la Spagna è divenuta, diciamo pure ope legis, un paese non omofobo, con tanto di matrimoni e di adozioni per le coppie gay, questo clima così favorevole è stato anche introiettato dalla comunità gay, che non assorbe e non sviluppa al suo interno quei meccanismi omofobi che trovi per esempio nella comunità romana.

Non solo c’è il senso di protezione che sperimenti nel poter baciare per strada un ragazzo sapendo che la legge ti protegge – quella legge i cui rappresentanti, in uniforme, passeggiano sulla spiaggia nudista ben fregandosene di chi c’è e di chi non c’è, un atteggiamento di rilassatezza e di salubre confidenza che sulla spiaggia romana, nudista ed autorizzata di Capocotta non si sperimenta – ma sopratutto come la comunità gay si depuri costantemente delle sue scorie.

Non troverai quelle classificazioni tipicamente italiane per passivone, maschioni, velate e tutto il resto; non sarà certo al Circuit in cui sentirai degli insulti omofobi mentre balli – come invece succede al Gay Village, e mi spiace dirlo ma io l’avevo detto da quel dì che sarebbe finita così – ma anzi ti troverai a sperimentare un circuito virtuoso di crescita personale.

A Barcellona puoi fare tutto il sesso che vuoi, più di quello che almeno io avrei anche solo immaginato, al limite delle tue capacità fisiche, ma poi vuoi fermarti solo al sesso? E’ una tua scelta, ma puoi anche conoscere qualcuno per averci una relazione, vivendo alla luce del sole. Vuoi fermarti lì o vuoi sposarti? Potrai fare anche quello, rimane una tua scelta che devi decidere se e come esercitare. Non vuol dire che a Barcellona trovi marito appena sbarcato dall’aereo, vuol dire che non ci sono ostacoli nel trovarlo, e che rimane una tua scelta e una tua possibilità.

Il risultato di questo è che oggi un giovane gay italiano potrebbe pensarci sopra se spostarsi a Milano piuttosto che a Barcellona (anche per aspetti più quantificabili come il reddito pro capite, che è uno dei più alti di tutta Europa), e tutti questi ragazzi che arrivano sono ricchezze, talenti, voglia di lavorare, cose che fanno della città una città più ricca e più grande.

Che brutta fine che abbiamo fatto, noi italiani. Governati da un mucchio di vecchi senza idee e pieni solo di paure, che costantemente inoculano il veleno per cui la modernità un pericolo e un male, per cui il diverso è solo un nemico, e noi inconsciamente assorbiamo tutto questo e diventiamo una società sempre più gretta, più chiusa in se stessa e più instabile, priva come è di una qualsiasi ampia base sociale. Tagliamo costantemente la base della società, e la piramide sociale si è ormai rovesciata, diventando instabile; e per garantire quello che sta in alto abbiamo prima iniziato a prendercela con i gay, le donne, i disabili, tutte categorie ampiamente non tutelate, poi abbiamo visto che non bastava, che non arrivavano più soldi per mantenere i livelli sopra, e ora abbiamo cominciato a tagliare anche sulle coppie eterosessuali con figli, e andremo avanti così finché la piramide non si schianterà.

E’ stato triste ed imbarazzante – imbarazzante per la mia stupidità – quando parlando con un sudamericano che si trova a Barcellona gli ho detto se e come pensava di potersi magari trasferire in Italia per cercare un nuovo lavoro; mi ha guardato come si guarda un poveraccio, perché per quale motivo lui dovrebbe rinunciare a vivere in una società più libera? Per il traffico e la sporcizia di Roma? Per la mancanza di opportunità per i giovani? Per i prezzi delle case? Per gli stipendi? Per Carlo Giovanardi e Paola Binetti e tutti quelli che stanno zitti ma in fondo in fondo sono d’accordo?

Così alla fine, la libertà della comunità gay diventa un ottimo indicatore della ricchezza della società, perché semplicemente se vuoi una società ricca devi attrarre il talento, e per sua definizione stessa il talento è qualcosa fuori dalle regole; e per avere il talento devi attrarlo, con regole liberali, inclusive e che lo tutelino anche nella sua eccentricità. Altrimenti ti ridurrai ad una società in cui vince sempre l’ideologia – che per sua definizione è l’adozione del pregiudizio – e in cui il dibattito pubblico è solo un continuo ciarlare, senza che niente venga mai fatto perché i vecchi che sono al potere hanno una idea di futuro che coincide con il domani.

Ti viene proprio da pensare e da invidiare i gay che vivono in contesti così salubri, dove possono sperimentare le loro libertà e vivere le loro aspirazioni più profonde. Ma in realtà ti viene da invidiare i cittadini che vivono in questi contesti, quale che sia il loro orientamento. Forse noi nella comunità gay dovremmo cominciare a parlare non solo di diritti in quanto tali e in quanto dovuti, ma di come riconoscere certi diritti significhi poi fare della società italiana una società più ricca.

Il rimorchiatore Asso come strumento di politica estera

Comincia la guerra in Libia, e un rimorchiatore italiano arriva nel porto di Tripoli. Le autorità lo confiscano, e il governo italiano fa quasi finta di niente, giusto una noticina per protestare, così come i familiari e parenti vari dei sequestrati, che insomma saranno pure spiaciuti ma son cose che capitano.

Continua la guerra, il rimorchiatore sta sempre lì, e nessuno più se ne cura; è un po’ difficile pensare che non possa venir liberato, visto che le bombe sul suolo libico e contro il governo che tiene quel rimorchiatore alla fonda sono già lanciate.

Poi Gheddafi si ritira da Misurata, e il rimorchiatore è improvvisamente libero.

Chi c’è su quel rimorchiatore? Che ruolo sta giocando l’Italia? A chi ha garantito il salvacondotto?

Graham, Airbnb e l’innovazione

Chi è Paul Graham? In una parola, un genio dell’informatica. Uno che quindici anni fa, quando l’Internet di massa muoveva i primi passi, stava da Yahoo (che era il portale, non c’era altro e Google era ancora di là da venire) e creava i primi siti di commercio per piccoli-medi business, scrivendoli in LISP. Non è il caso di discutere qui cosa significhi dal punto di vista tecnico (e lo spiega molto meglio lui nei suoi articoli), dico solo che oggi, quindici anni dopo, alcuni e non tutti cominciano a capire il perché.

Bene, Graham si è messo poi a fare il venture capitalist, trova nuove imprese che sbocciano su Internet e ci mette soldi dentro, tramite il suo incubatore, YC.

Una di queste si chiama Airbnb, e nelle intenzioni dovrebbe diventare per il mercato del pernottamento (semi-professionale o professionale) quello che è Ebay per il commercio elettronico in genere.

Per inciso, giusto oggi si parla di Airbnb come di quelli che permettono di affittare l’intero Liechtenstein per circa 45mila euro a notte, minimo due notti, una cifra alta ma assennata per una convention aziendale di un certo livello. Lo dico qui en-passant perché potrebbero sembrare dei tipi eccentrici: ma se dietro c’è Graham stiamo pur sicuri che non lo sono, è gente che ha i piedi che fanno radici nella terra.

Beh, qualche tempo fa, Graham stava discutendo se e come entrare nel loro business, e provava a convincere un altro investitore, spiegandogli come un sito come Airbnb potesse partire dagli affitti di stanze e poi passare ai piccoli hotel (quelli che in genere sono tagliati fuori dai grandi siti di prenotazione e che raramente accettano di pagare la quota per l’intermediatore, che può essere anche il 25%).

In questa conversazione, che ha riportato sul suo blog (che è uno di quelli da leggere se volete sapere cosa vuol dire fare VC, oltre ad essere scritto in un inglese meraviglioso) Graham dice:

I bet you they will get hotels eventually. It will start with small ones. Just wait till all the 10-room pensiones in Rome discover this site.

Graham ha vissuto un po’ in Italia. Credo che questa sua semplice frase spieghi cosa sia l’innovazione e la conquista dei mercati.

Come esercizio per farsi male, possiamo pensare a come si sarebbe fatta una cosa del genere in Italia: intanto, una bella gara di appalto fatta da un ministero o un comune, meglio ancora l’ente per il turismo, poi qualche bella cordata con i soliti noti, quindi un sacco di pubblicità per convincere questi alberghi, ammesso che potessero essere identificati, ad investire in un modello di business che di sicuro sarebbe stato sbagliato.

Piccole e grandi notizie di economia pratica

I. Mi sono reiscritto in palestra, dopo molti mesi di colpevolissima assenza. L’offerta che mi è arrivata insistentemente per SMS prevede che per i prossimi 4 mesi paghi solo 100 euro, ovvero uno sconto superiore al 50% della quota. Ho anche scoperto che, se avessi portato una persona ad iscriversi, io avrei avuto un intero anno gratis. Non è solo questa palestra che è mal messa, è una condizione generale e diffusa di persone che non ci vanno più perché cominciano a tagliare i consumi non indispensabili. Allo stesso tempo, vedo più persone del solito farsi una corsa anche per le vie cittadine.

II. Sette anni fa ho comprato un televisore, dove era previsto che avrei potuto pagare 100 in contanti, 90 a 6 mesi oppure 90 più interessi pagando a rate. Ovviamente i 100 in contanti erano finti, messi solo per farti accettare per l’intanto il 90 a 6 mesi, sperando poi che uno si scordasse di pagare e immediatamente diventava un finanziamento. Io ho pagato in tempo, e da allora ogni tanto mi arriva la pubblicità di Agos Ducato che mi suggerisce di prendere un bel prestito con loro. Negli ultimi tempi, questa pubblicità arriva con frequenza almeno mensile. Mi pare che loro abbiano un po’ di soldi da prestare e ci sia un sacco di gente a cui fanno comodo (per modo di dire, rimane sempre un prestito) per cui anche un invio massiccio di pubblicità è una iniziativa che si ripaga da sé.

III. Mi è arrivata anche la pubblicità del nuovo e ganzo ContoBancoPostaPiù (credo tutta una parola). Praticamente, è una linea di credito associata al normale conto BancoPosta, in cui fino ad una certa soglia di spesa mensile c’è l’accredito al 12 del mese successivo, e sopra scatta un finanziamento (detto: “seconda linea di prestito” o qualcosa del genere). Chi ha concepito questo strumento è un genio, credo che abbia almeno quattro lauree e parli sei lingue, perché le condizioni del finanziamento prevedono che sulla seconda linea di prestito si paghi una “commissione” di 50 centesimi di euro ogni 100 euro, che detta così pare pochissimo, ma poi diventa un TAEG massimo annuale dell’11,72 per cento (come da comunicazione della stessa Posta, peraltro e a loro onore scritto anche bello grande). Ma, giusto per consolarti, se superi una certa soglia di spesa annuale o fai l’addebito dello stipendio sul conto, non paghi i 31 euro annui che ci vogliono per avere il ContoBancoPostaPiù. Cioè, tu pagheresti per avere la possibilità di prendere dei soldi a prestito in modo continuo, pagando poi quindi anche gli interessi. Ma non solo, paghi anche per far parte del club dei privilegiati che, proprio perché pagano con questo conto Più, hanno lo sconto dal 2% addirittura fino al 40% sugli esercizi convenzionati. Chiaro no? Tu ti prendi il 2% di sconto subito sugli esercizi convenzionati, così magari superi la soglia della prima linea di finanziamento e passi alla seconda, dove hai un comodo 11,72% di TAEG.Poi l’addebito lo facciamo il 12, che è esattamente a metà strada dal 27, che è il giorno usuale di addebito dello stipendio, visto che se vuoi puoi rateizzare anche la prima linea di finanziamento.

IV. Mia sorella è stata licenziata dal lavoro a tempo indeterminato che aveva. Lavorava per una società che l’ha messa in un ospedale ad occuparsi di amministrazione, e l’ospedale ha ricevuto l’ordine dalla Regione Lazio (quella amministrata dalla Polverini, che gli altri l’hanno persa come acutissima ospite di Ballarò e noi invece ce l’abbiamo nel suo splendore di amministratrice accorta, operosa e sommamente ganza) di dimezzare il numero di collaborazioni esterne. Stiamo vedendo se e cosa si possa impugnare, ma pare poco. Di queste vicende, di interi rami d’azienda che vengono chiusi, ne sento sempre più spesso.

 

Ma, ovviamente, la crisi non c’è, se c’è l’abbiamo passata e l’Italia ha retto. In effetti sì, l’Italia ha retto, inteso come nome di cosa e non participio passato, un po’ come Ruby.

Un passo dopo l’altro, sempre più verso il baratro

La crisi che sta colpendo adesso l’Irlanda, che ha colpito la Grecia e sta meditando come muoversi sul Portogallo, lasciando sullo sfondo – ma solo per qualche settimana ancora – Spagna ed Italia, è la crisi dei bilanci statali, appesantiti dai costi sopportati per salvare la banche e vivere nell’economia dell’euro. Non è quindi una crisi finanziaria, o un evento ineluttabile, ma una conseguenza di quanto successo (o non successo) in questi paesi dall’entrata nell’euro, e dagli avvenimenti degli ultimi due anni.

La crisi, suddetta, non è affatto al suo massimo, l’esplosione vera ci sarà tra l’anno prossimo e buona parte del 2012, ora siamo ancora in una fase in cui si affilano le armi; per le amare ironie della storia, la crisi viene alimentata dalle stesse persone e dagli stessi meccanismi che l’hanno provocata.

E’ la grande finanza che gioca al rialzo, puntando ogni volta su un boccone più grosso, perché la quantità di soldi su derivati e altre sconcezze è addirittura più alta di quella del 2007, così come i super-bonus ai banchieri.

Seppure ha ragione la Merkel quando comincia – finalmente – a parlare di condivisione del rischio (perché se compri un titolo di stato in euro con un rendimento del 6,7,9%, devi accollarti un rischio) e di Tobin Tax, l’Europa è talmente sfilacciata che nessuno la starà a sentire.

Ma, c’è un ma, e di questo ma bisognerebbe parlare, ponendosi qualche domanda.

I paesi che sono più a rischio (Grecia, Spagna, Italia, Portogallo, Irlanda), cosa hanno in comune? Alcuni sono a Sud e alcuni a Nord, alcuni sono grandi ed altri piccoli, alcuni hanno un’industria essenzialmente manifutteria e locale, altri un sistema più integrato, altri campano di servizi avanzati. Eppure, sono tutti in crisi.

Se c’è una cosa che hanno in comune, è il disastro dello stato sociale. Sia per le loro inefficienze nella spesa, sia perché ne hanno avuto sempre poco, sono tutti paesi in cui il cosiddetto welfare è sempre stato un auspicio, più che un fatto.

Il Regno Unito ha una economia fortemente finanziarizzata, ma se non sta prendendo nessuna botta irreparabile dalla crisi non è perché le cose vanno bene, ma perché c’è uno stato efficiente, che ha la capacità di fare scelte anche difficili, con una grande capacità di spesa qualificata (quanto al funzionamento dello stato, uno può confrontare i servizi pubblici inglesi (poste, trasporti, …) con quelli italiani, o se cerca quantificazioni più concrete di un comune sentire può pensare che per ogni 10 dipendenti pubblici italiani che si occupano di bambini, in UK ce ne sono 50. Oppure possiamo parlare di università, eh.).

Sempre secondo questa linea di pensiero, la crisi non ha infatti colpito tutta una serie di paesi (dalla Germania a quelli scandinavi) dove lo stato sociale funziona benissimo, a conferma della tesi.

Questo perché, lo stesso stato redistributivo che rappresenta un blocco nelle fasi di crescita, si comporta da paracadute nei momenti di crisi economica: garantendo una pagnotta a tutti, evita il tracollo dei consumi e quella sfiducia nell’avvenire che blocca ogni possibilità di ripresa.

Uno può essere d’accordo o meno con il dato politico (del resto, veniamo da decenni in cui la gente si spippettava allegramente al solo sentire la parola liberismo) ma polemizzare contro i fatti non è mai cosa saggia.

(breve parentesi: la riforma sanitaria di Obama, essendo una misura da stato sociale, che entrerà in vigore proprio al culmine della crisi, e che più coprirà il suo elettorato di riferimento, sarà uno dei motivi per cui è più probabile che egli vinca nuovamente le elezioni presidenziali che non il contrario: ma questo i giornali italiani non lo capiscono, del resto non hanno mai capito Obama e quindi continuano così)

Sarebbe molto bello che il dibattito di metà Dicembre fosse centrato sul cosa fare per uscire dalla crisi, partendo da un governo di emergenza nazionale (non di unità, l’unità si poteva fare due anni fa quando è cominciato il disastro, ora stiamo ad un passo dal baratro) che intervenga con tutta la durezza dovuta.

Sembra invece che lo scopo intorno a cui ruoteranno le prossime settimane sia capire se questo governo avrà o meno il voto di quei due o tre senatori, con i giornali presi a discutere le pregne linee politiche dei vari partitelli, tutti in grande spolvero: sicuramente la via d’uscita dalla crisi è il voto del senatore Massidda (chi cazz’è? Boh, non lo so e non lo voglio sapere, quando vedo queste ampie interviste a questi maitre a penser sul giornale le leggo, nel caso, come satira di costume).

A Gennaio, questa è l’aria che tira, l’Unione Europea ci chiederà un intervento drastico sui conti. Si vede che il clima dei rapporti è già cambiato dalle vicende sanitarie che ci riguardano: dai rifiuti di Napoli all’acqua all’arsenico, la UE costantemente nega adesso ogni proroga all’Italia, perché il nucleo dei suoi propri interessi (Germania, Francia e paesi satelliti) non sente di doversi svenare per il principio astratto dell’unità europea.

Esattamente come il Nord Italia si è giustamente rotto i coglioni di pagare per la monnezza all’ombra del Vesuvio, la Germania non vuole scucire niente per salvare delle economie disastrate, e tutto quello che ha fatto finora l’ha fatto per salvare le sue banche, non la moneta unica, che sì fa tanto comodo (il marco sarebbe troppo più forte, compromettendo le esportazioni) ma insomma non così tanto da dover morire per l’euro. In Europa, ci sta chi ci deve e può stare, mica chi vuole.

Di fronte al rischio assoluto di essere sbattuti fuori dall’euro, la classe politica non capisce e non sa cosa fare, con un irresponsabile a Palazzo Chigi che crede che governare sia lo scontro in Parlamento (questo è bravissimo a farlo, e anche a vincerlo, è quello che viene dopo che lo lascia sbigottito e sgomento), e una opposizione che ha talmente strizza dell’imminente disastro che come linea politica ha: lasciamo a Silvio la patata bollente, che in fondo lui si diverte.

Spagna ed Italia (e i mondiali come un pretesto)

La foto più bella di questo mondiale di calcio è questa, il giovane capitano della nazionale spagnola che bacia la sua fidanzata, giornalista, davanti alle telecamere.

E’ una foto bella per la naturalezza del trasporto del sentimento di quest’uomo, peraltro piuttosto bello e assai desiderato, ed è bella per questi due giovani, felici ed innamorati, che hanno proprio tutta la vita davanti. Lui ha meno di 30 anni, e quindi giocherà anche il prossimo mondiale.

Non c’è immagine più in contrasto con questa che la prima pagina del Corriere dello Sport di oggi, in cui il titolo d’apertura non è sulla Spagna campione, ma su Totti che ha detto questo o quello. A prescindere dai meriti calcistici di Totti (di cui nulla so, e nulla me ne frega), si tratta di un uomo più grande d’età, giunto al termine della sua carriera calcistica, che al prossimo mondiale potrà andare come spettatore.

E’ il provincialismo di noi italiani, e la nostra passione per la gerontocrazia, tanto che anche in un contesto in cui la vigoria fisica dovrebbe essere importante, c’era tutto un piacere ed un crogiolarsi con una nazionale di persone ormai arrivate al capolinea (Cannavaro, che ha 37 anni e che consegna la Coppa al giovane capitano che ne ha quasi 10 di meno dice tutto), degli ex giovanotti che la stampa si beava di appellare “senatori”, perché il livello di rincoglionimento è tale che ci piace essere una nazione di vecchi.

La Spagna ha fatto tutto quello che noi non abbiamo fatto: ha dato spazio ai giovani. E questo non vale certo solo per il calcio, qui è solo la vetrina più evidente, almeno a saperla vedere.

Ci vuole veramente la faccia tosta di Berlusconi (o una forma di stanchezza per cui non si rende manco più conto di quello che dice, secondo le voci insistenti di chi gli sta vicino e lo descrive in una condizione di salute non buona) per dire che la vittoria della Spagna è la vittoria anche dell’Italia, perché siamo due paesi mediterranei (a riprova della stronzata, osservate come dopo questa cosa si sia messo a parlare di donne, e di come gli ambasciatori dovrebbero circondarsi di belle ragazze: è sempre che quando non sta in sè prima dice una cavolata e poi parla di donne).

Il compiacimento degli ultimi mesi di certa stampa di regime, per cui l’Italia non è la Spagna, è stata una campagna orchestrata da questa maggioranza e da ampi settori industriali e finanziari, che ha ignorato che se i problemi della Spagna stanno tutti lì, ci sta anche una popolazione giovane e dinamica, con un paese che è un’attrattiva per quei cinquecento milioni di persone nel mondo che parlano spagnolo. L’Italia chi attrae?

La Spagna può avere anche dei problemi di debito (sopratutto delle famiglie), può avere una disoccupazione alta (un suo problema strutturale peraltro) ma è una nazione giovane ed energica, che ha un premier di poco più di 40 anni; un premier che l’ultima volta che è venuto a Roma s’è visto lasciar solo nella conferenza stampa congiunta da un Berlusconi che si doveva allontanare improvvisamente, altro che solidarietà e vicinanza tra paesi del Mediterraneo. Una nazione che ha una qualità della spesa pubblica in genere migliore della nostra (magari farà eccezione l’Andalusia), ma che ha saputo costruire un treno ad alta velocità che in caso di più di 5 minuti di ritardo ti rimborsa tutto il biglietto. Parliamo dei Frecciarossa che si bloccano quando fa freddo?

Se non si fosse capito, sono stato molto contento che abbia vinto la Spagna. Non per motivi calcistici, non ne so niente, ma perché questo ha reso gli spagnoli ben più felici di quanto una vittoria avrebbe reso gli olandesi, sempre al confine di un senso di superiorità.

Troppo sotto gli standard greci

Palermo, annullato un congresso di medici greci: la città è troppo sporca.

Quanto al come stiamo meglio della Grecia: sì stiamo meglio perchè abbiamo un sistema produttivo che esporta, ma è tutto localizzato al Nord, e politicamente è rappresentato dalla Lega Nord, che quindi ora ha in mano non solo il governo ma anche il Parlamento, e sciocco chi come Casini non lo capisce. Stiamo però sul ciglio del dirupo, perchè il debito rimane sempre al 115% del PIL (da venti anni a questa parte non è mai sceso sotto il 100%) e se il deficit  non esplode è perché sono state tagliate tutte le spese in infrastrutture, innovazione, ricerca e sociali, una situazione che non può rimanere a lungo come tale (Tremonti non è quel genio che viene raccontato: ma essendo circondato da fessi, naturalmente risalta). Tanto che ora è stata annunciata una manovra da 25 miliardi di euro, che andrà sopratutto a colpire pensioni e stipendi statali, appunto come in Grecia.