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Giuro, d’ora in avanti mi faccio i fatti miei

In Italia ci sarà tanta crisi economica, ma io oggi ho ricevuto il secondo rifiuto da parte di una persona che ha un lavoro precario (ammesso che si possa chiamare lavoro) non a farne un altro e diverso, ma a sentire cosa un’azienda sarebbe disposta ad offrirti per lavorare. La prima persona che ha rifiutato lo ha fatto perché preferisce fare le ripetizioni a casa (sì, dico sul serio) il secondo perché sta aprendo una start-up. Che magari sembra una cosa più bella, ma viste le sue purtroppo scarse capacità relazionali a me pare un suicidio lento e doloroso (spero di sbagliarmi, certo).

Comunque fosse, quello che mi fa incazzare non è che abbiano valutato le opportunità e abbiano deciso di no, non  è che sono venuti qui a sentire di cosa si trattava e hanno deciso di lasciar perdere: no no, si sono fermati prima anche del colloquio. E queste persone, avendo lavorato con me, sanno benissimo che sono una persona seria e che non gli avrei offerto una cosa in cui non avessi creduto almeno un po’ io per primo.

Certi giorni altro che riforma dell’articolo 18, penso che c’è troppa gente che ancora non ha capito in che mondo si vive. E, sopratutto, non ha capito che quando un tuo ex collega si sbatte per metterti in evidenza per lavorare in un progetto, la minima riconoscenza professionale sarebbe quella di voler sapere di cosa si tratta e poi decidere, certo non di venirmi a dire che c’è l’importante business delle ripetizioni a casa.

 

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Ci sono cose che non hanno prezzo

Rimborso per una missione, con la vecchia azienda: circa 200 euro di spese

Liquidazione: Circa due mensilità

Prendere il commerciale della vecchia azienda, ancora furente che me ne sono andato, e appena si mette a fare il Don Chisciotte, convinto di stare a parlare ad un ragazzino, e che ha l’ardire di accusarmi di essere manchevole nei miei doveri professionali. Appunto, prenderlo, fargli giusto un riepilogo dei fatti, e poi invitarlo a controbattere o starsi zitto per sempre, che la mia professionalità non è una merce a sua disposizione: non ha prezzo.

Ci sono cose che non si possono comprare, ma il modo migliore di capire di che razza siano i tuoi colleghi è vedere come reagiscono quando diventano ex-colleghi.

Innovazione industriale

L’azienda per cui lavoro pare sia in una certa difficoltà economica (intendo l’azienda dove presto l’attività, non quella che mi paga, che anzi pare scoppi di salute e si compra pezzi di banca pagando in contanti).

Comunque, nei giorni passati è circolato un messaggio delle RSU che aveva toni apocalittici, tipo “previsioni catastrofiche per il 2012”, “situazione nera”, ecc…

Allora il panico ha cominciato a diffondersi in azienda, e si vede gente che ormai, dopo anni in cui ha vivacchiato facendo il meno possibile e senza sforzarsi di imparare niente di nuovo, ora ha la percezione che le cose potrebbero farsi difficili. Alcuni potrebbero anche dover incominciare a lavorare, per dire.

Nel frattempo, il nuovo socio di maggioranza ha definito un nuovo amministratore delegato, quindi c’è un nuovo padrone del vapore. E tu pensa un po’ che cosa s’è scoperto di tale A.D.? Che ha la passione per un certo qual sport di squadra.

Così, i dipendenti, subito colto il significato, lieti di aver trovato un elemento in comune per ingraziarsi il capo (saper fare il proprio lavoro no, è fuori dalla loro portata) hanno iniziato a raccogliere adesioni per fare una bella squadra aziendale. Anzi, le adesioni sono già state così tante che pensano ad un torneo aziendale, per poter poi scegliere i migliori.

Quelli che avranno il privilegio assoluto di allenarsi e giocare con i colori dell’azienda, potendo così farsi vedere dal gran capo in persona che, benevolo, potrà metterci una buona parola quando sarà da decidere chi tenere in azienda e chi no.

Tu pensa che fortuna! Devono essersi detti. Basta sgambettare un po’ ed ecco la nostra carriera assicurata. E allora cominciano a circolare le prime previsioni di squadre (le facciamo verticali oppure tutti quelli che sono in un progetto li mettiamo insieme? interne alle divisioni aziendali o no?), mail vengono scambiate freneticamente, gente che va su e giù per l’azienda a raccogliere le adesioni, con l’ebete sorriso stampato in faccia di chi pensa di aver trovato una soluzione ai suoi problemi: abbiamo gli uomini del fare.

Anzi, hanno la faccia di chi sta vendendo un biglietto alla lotteria, per cui quando mi hanno proposto la lodevole iniziativa, ci sono rimasti pure un po’ male che abbia declinato, come si può rinunciare ad una occasione del genere?

Ecco, io sono uno che cerca sempre di avere un contegno rispettoso delle disgrazie e povertà intellettuali altrui: perché quando me l’hanno proposto stavo per avere un urto di vomito e mi sono trattenuto.

A questi qui, Fantozzi gli fa una pippa.

E questi qui sono italiani, un popolo di servi che è subito pronto a vendersi, senza nessuna dignità, cercando di compiacere il padrone di turno. Anzi, pensando che questa mancanza di dignità sia una prova di grande intelligenza, e non l’istantanea dell’abisso di vuoto che hanno dentro di loro.

Questa nazione deve proprio morire schiattata, per sperare di risorgere, che solo il fuoco può rigenerarla.

L’uomo che sussurrava alle fotocopie/ 2

(segue da qui)

UgualiAmori, dopo circa 10 giorni che la rilegatura non è ancora pronta, decide di entrare nell’ufficio degli addetti alla rilegatura.

UgualiAmori: Ciao…
Addetto (osservando il pavimento con aria deliziata): Ciao…
UgualiAmori: Senti… per quelle fotocopie…
Addetto: Quali?
UgualiAmori (trattenendosi dal compiere un efferato delitto): Quelle che ho dato al tuo collega circa una settimana fa…
Addetto: Ah, queste! (Dice indicando un mucchio di pagine tenute in un angolo a fare la polvere) Scusa ma non me ne sono potuto occupare (e torna a fissare il pavimento)
UgualiAmori (seguendo lo sguardo): Scusa… ma… quella è una ciotola di cibo per gatti?
Addetto: Sìììììì! Sai che le dò da mangiare ogni giorno? E quando arrivo la mattina è lì che mi aspetta!
UgualiAmori: Cioè tu mi stai dicendo che non hai tempo per rilegare quelle fotocopie ma hai tempo per dare da mangiare al gatto?
Addetto: micio! micio micio micio miiii! micioo!
UgualiAmori (cercando di ingraziarsi il tipo): Interessante…ma tu capisci… insomma… se potessi… mi servono per studiare… è una questione professionale…
Addetto: micio micio micio! (esce dalla stanza, prende il micio in mano e comincia a giocarci)
UgualiAmori: Credo che ripasserò

(continua)

Il lavoro che non c’è

A Roma si va in ferie con il 29 Giugno, Ss. Pietro e Paolo, patroni della città. Da quel momento, e circa fino almeno all’inizio di Settembre, lo svacco si fa assoluto.

Così questo scorcio di settimana ha avuto una mia produttività prossima allo zero; anzi, devo pure evitare di prendere iniziativa, fosse mai che turbo il giusto riposo di un collega.

Non posso non pensare, anche perché ce l’ho in casa, a chi il lavoro non ce l’ha: a quanto siamo fortunati noi che possiamo permetterci anche questo svacco; e a quanto questo svacco e questa assoluta mancanza di produttività sia poi uno dei motivi per cui l’economia di questo Paese non cresce, e tanti il lavoro manco ce l’hanno. Chi lavora ha questi piccoli privilegi, che paga chi il lavoro non ce l’ha.

C’era una volta una società di informatica

Era una media società di informatica con sede a Roma, ed esisteva da qualche decennio. Aveva una bella sede fuori il Raccordo, e si portava appresso almeno qualche decina di dipendenti, ma credo fossero assai di più, quelli erano solo quelli che vedevo io  (spesso nelle società di informatica, i dipendenti sono dai clienti e non in sede). Perlopiù, erano facce giovani, probabilmente al loro primo lavoro, e cambiavano con una grande frequenza, io non mi ricordo di aver visto due volte lo stesso viso, tra questi qui di primo pelo; mentre invece c’era un gruppo di persone più grandi che era più stabile. Nessuno di questi stabili era di particolare livello tecnico, ma insomma di qualcosa dovevano pur campare, se avevano cotanta sede e reggevano da più o meno quando sono nato io.

E poi è arrivata la crisi, alcuni clienti hanno cominciato a non pagare per tempo, le banche non davano certo dei finanziamenti sulla fiducia, così la proprietà ha venduto tutto. Anzi no, ha venduto un pezzo ad un’altra società, un altro pezzo non ho ben capito dove sia finito, ed un pezzettino minuscolo ha mantenuto la stessa sigla, ma con un diverso significato, e si è concentrato su un business specifico, proprio il motivo per cui li ho incrociati di nuovo oggi.

Se prima avevano una bella sede, ora sono in una dependance della stessa, che prima quasi ignoravano; manco hanno più il distributore delle bevande, e il pranzo si prende dal porchettaro all’angolo.

Le società nascono e muoiono, per carità, però mi ha comunque fatto una certa impressione. Anche perché loro alcuni progetti di eccellenza li avevano, compreso uno molto grande in un molto turbolento paese del Medio Oriente, in cui anzi per un periodo s’era ventilato che io potessi andare a tenere un corso tra le montagne (avrebbe fatto freddo ma ci sarebbero state poche autobombe, e non sto facendo una battuta ma una valutazione fatta all’epoca); poi le nostre strade hanno preso direzioni diverse, e quell’azienda adesso non c’è più.

In informatica, for sure, ti devi innovare in continuazione, sia mettendo nuovi innesti che aggiornando le persone che lavorano con te, e questo in Italia è molto difficile perché qui c’è la cultura del posto di lavoro piuttosto che la cultura del lavoro; buon motivo per cui in Italia non abbiamo multinazionali dell’informatica e non le avremo finché rimane questo penoso sistema produttivo, oscenamente protetto dai sindacati che non fanno affatto gli interessi dei lavoratori (in caso di dubbi, chiedere a chi oggi si prende il pranzo dal suddetto porchettaro all’angolo).

Penso che nell’effetto scioccante che ha avuto, plasticamente, vedere un muro che divide quella che prima era un’unica proprietà, ci sia stato anche un rivivere per me, per paradosso, le difficoltà che ho avuto nell’accettare l’idea di un posto di lavoro fisso, che ho trovato quando ho accettato l’idea di essere legato ad un’azienda e condividerne anche il destino.

Comunque no, non c’è la crisi.

Mi guadagno la giornata

Senti Paolo, ti posso parlare? Hai presente il progetto tal dei tali? Sì quello che è considerato uno dei più importanti qui dentro, strategico direi. Beh, sai il progetto è diviso in tre parti. Sì parliamo di milioni di euro. Bene la prima parte è stata fatta al 5% e male da una società esterna a cui abbiamo revocato l’incarico, dovresti rivederla insieme a tizio e fare l’analisi funzionale, sì sei un sistemista ma credo che hai le capacità di farlo. Poi la seconda parte, ecco lì è proprio da inventarla tutta, ma ti mettiamo in contatto con un altro povero disgraziato ehm com un’altra persona che se ne può occupare. Poi ecco c’è la terza parte, è una intuizione dell’amministratore delegato che ha contattato la direzione dei sistemi informativi che ha detto che tu potresti studiarti da zero l’argomento, è vero che non ne sai nulla ma tanto non ne sa nulla nessuno, poi potresti integrarlo nei primi due blocchi, ma di quelli te ne occupi in seguito, poi dovresti scrivere un documento da consegnare alla direzione che così lo presenta ad importante ordine professionale, puoi farlo per Lunedì? Certo hai meno di una settimana lavorativa solo ma ce la puoi fare.

Allora io comincio a studiare una cosa di cui non so niente e quasi non sapevo che esistesse, poi mi organizzo con i miei contatti per sapere se qualcuno ne sa qualcosa, sì dovrei aver ottenuto un incontro un po’ formale e un po’ no per chiedere lumi (grazie!) così mentre ci lavoro sopra arriva la notizia: no guarda, deve essere pronto per Giovedì a pranzo, perchè poi dobbiamo rivederlo e darlo all’A.D. che se lo legge nel fine settimana. Da Lunedì ed entro Giovedì ce la fai a capire di cosa si tratta, come lo integriamo in quello che abbiamo, che posizionamento possiamo avere, studiare come ha fatto la concorrenza, ottenere una stima dei tempi, dei costi e delle criticità, scritto tutto in un buon italiano che deve arrivare ai piani altissimi? E perdipiù usando Word, che lo standard dei documenti aziendali è quello (ora sono diventato quasi autosufficiente con Word, una anima pia mi ha passato uno schema standard che io diligentemente compìto ed adatto alla bisogna. Però salvo spesso che di quel cazzabubbolo non mi fido)

Il mio lavoro è così, ci sono dei periodi in cui non faccio niente e delle settimane in cui mi guadagno lo stipendio anche per quando faccio poco. Poi sì ce la faccio, ma la tensione è molto alta e infatti stasera sono spossato. Comunque ne dovrei uscire.

Ipnosi

Ipnosi. Ho iniziato a sviluppare delle tecniche di auto-ipnosi (o meglio, di trance ipnotica auto-indotta) per avere uno strumento di gestione delle situazioni difficili, visto che lo scopo di una psicoterapia è diventare autonomi nella vita. Finora le trance sono state almeno interessanti, e l’ultima che era invece proprio a scopo terapeutico (e non più superficiale) è stata importante.

A volte ritornano. Si sono riappalesati gli inglesi della prestigiosa università, scrivendomi per dirmi che siccome tra un po’ potrebbe esserci una nuova posizione da loro, anzi di coordinamento della posizione che era in ballo a fine anno scorso, se io volessi esserci ne sarebbero ben lieti. Con tutto che ci sono delle barriere culturali in mezzo, se devo tradurre quello che è successo, basandomi su quanto ho scoperto su chi ha ottenuto la posizione, direi: quel posto era probabilmente poco appagante per te, e comunque quello che abbiamo preso è alle prime armi, per cui se vieni e ci metti una pezza un posto te lo troviamo. Devo dire che ricevere una esplicita offerta di lavoro ad personam da una delle prime università del mondo mi fa quantomeno piacere. Pensa, in Italia facciamo leggi ad personam, negli altri paesi offriamo posti di lavoro ad personam.

Conflitti. Meglio, ora l’offerta mi fa piacere, perchè all’arrivo della missiva mi sono alquanto agitato. In fondo Lunedì inizio un nuovo lavoro, con un ottimissimo contratto per cui non ho potuto lì per lì non pensare che sarebbe stato meglio se questa offerta riparatrice da parte della perfida Albione fosse arrivata un mese fa o tra un mese.

Scelte. Se ho una nevrosi forte, ereditata e mutuata dal contesto familiare, è quella per cui ringrazia che hai un lavoro; mentre i fatti e le coincidenze degli avvenimenti mi dicono sempre che la mia questione è scegliere quale lavoro fare, perchè ora ho due opzioni entrambe molto buone.

Ipnosi. Che magari saperlo sarà naturale per molte persone, ma per me non lo è. L’ipnosi profonda fatta l’ultima volta è servita proprio a liberare questa energia emotiva per farmi dire questo. Così ho scritto oltremanica per capire quando e come, precisando che qualcosa già faccio e anche di interessante; ma certo, parliamone. Tirarsela il giusto.

La vendetta va consumata; fredda, ma va. Mi ha scritto una società editrice tedesca, dicendo che vorrebbero pubblicare la mia tesi di dottorato. Per quanto abbia scoperto che costoro hanno un catalogo di tesi di dottorato che è un magma in cui c’è di tutto, e sostanzialmente il loro concetto di pubblicazione è “dacci il PDF, poi noi facciamo printing on demand” la prospettiva mi diverte molto. Risposte ed azioni suggerite dai miei amici alla notizia: “digli che no, purtroppo non puoi, visto che la tua tesi fa schifo, e te l’ha detto il collegio di dottorato”, “tu vuoi rimanere in Italia per un tempo indeterminato?”, “fattene dare cinque copie stampate che consegnerai, autografate dall’autore, ai tuoi professori”.

Decidendo. Non so cosa sceglierò di fare, ma è una sensazione nuova avere del tempo per decidere e sapere che comunque ogni decisione presa sarà comunque una buona decisione, foriera di grandi sviluppi.

Legami forti

Ho firmato il contratto per un nuovo lavoro che comincerà per la fine del mese.

Il vecchio lavoro era finito con Dicembre, e se ha avuto un merito è stato quello di essere di passaggio, un day job come dicono gli inglesi che mi ha meglio mostrato chi sono, per contrasto con persone che hanno fatto scelte ed hanno aspettative assai diverse dalle mie. E’ stato anche il primo lavoro che ho fatto avendo un orario di lavoro, quindi non più lavorando per obiettivi ma lavorando per tempo; in questo senso, ho vissuto quel lavoro anche come un esperimento psicologico, anzi forse sopratutto in questo senso, come un provare a dare del tempo al tempo per vedere cosa si poteva ottenere da un rapporto continuativo e prolungato, non da un semplice mordi e fuggi.

Questo nuovo lavoro, invece, nasce sotto tutti i migliori auspici. Farò quello che mi piace fare, e cioè progettare, in un argomento nuovo e in cui dovrò studiare molte cose. Lo farò con un contratto a tempo indeterminato, anche questa una novità per me, e con un contratto economicamente ottimo. Lavorerò per una media società europea, circa 4mila dipendenti, anche se il cliente finale è una società di informatica italiana; costoro, gli italiani, ora non possono assumermi per motivi di bilancio, e mi hanno girato ad un loro fornitore, che avrebbe potuto farmi anche un contratto ponte di qualche mese, ma ha invece voluto farmi un contratto a tempo indeterminato perchè l’impressione che hanno avuto è stata assai buona, e vogliono considerarmi comunque una risorsa dell’azienda.

Questi i fatti concreti, ma come sempre ci vedo una dimensione psicologica che è quella premiante e definente. Non ho certo iniziato, ormai anni fa, un percorso di miglioramento personale pensando a queste questioni lavorative, anzi tutt’altro! Quando iniziai pensavo  di essere nelle condizioni lavorative migliori; è vero che guadagnavo la metà di quanto avrò con questo nuovo contratto, ma ero contento di molti aspetti di quel lavoro, compresa l’estrema libertà di orari. Ma quel lavoro, e il modo in cui si svolgeva, facevano parte di un equilibrio nevrotico, che stava diventando insoddisfacente. Quella modalità lavorativa era un modo per non costruire e non avere rapporti lavorativi prolungati ed intensi, perchè non volevo avere rapporti continuativi. Non me ne rendevo conto, all’epoca, ma tutta la mia vita era costruita su un certo senso di precarietà, che era tutta nei miei limiti che nelle mie capacità.

Così, come un bambino che ha costruito una torre con le costruzioni, ma la vede traballante e sa che non può crescere ulteriormente, ho preso i singoli pezzi e li ho rimessi sul tavolo. Li ho esaminati uno per uno, ho visto come erano fatti fuori e dentro, e ho cominciato a riassemblarli in modo diverso; ho visto le mie capacità e i miei limiti, e ho cercato come rimuovere i secondi per far emergere le prime. Così, quando la selezionatrice di questa società europea mi ha chiesto che tipo di contratto volessi, io le ho detto quello che sentivo, e cioè che per me è più importante cosa si fa piuttosto che con quale tipo di rapporto lo si fa, ma che pensavo che se per fare un progettista di un progetto complesso ci vuole un contratto a tempo indeterminato, ben venga, io non avevo preclusioni. Sarà una cosa ovvia e scontata per molti,  anzi per moltissimi è ovvio che la cosa migliore è un contratto a tempo indeterminato, ma potrei pensare a quante volte io, ad analoga richiesta, ho risposto in modo molto diverso, spesso gelando sul nascere ogni possibile rapporto.

Così, sono passato dal momento in cui avevo più lavori in contemporanea, al momento in cui ne ho avuto uno solo ma fatto per scopi meramente materiali e che aveva un senso solo in prospettiva ad un lavoro il cui senso è invece qui e adesso. Così come, su un binario diverso ma lungo la stessa direzione, c’è stata prima la fase di tante avventure sessuali, poi quella di tanti tentativi di relazione che erano sbagliati direi quasi per definizione, e a cui è seguito un periodo di quasi astinenza, per mesi non avevo particolare intenzione di frequentare nessuno e non sentivo che mi mancasse qualcosa. Ma era un periodo di ricostruzione della torre, con delle fondamenta più solide. Per cui oggi, pur tra molte difficoltà, e a volte quasi troppe, c’è una persona  in più che è felice insieme a me per questo nuovo lavoro.

Tutto questo non è avvenuto nel modo così lineare in cui lo racconto, lavorare su se stessi non è come prendere un treno che arriva alla stazione seguendo un percorso ben definito; perchè poi ogni volta che è imminente un momento di cambiamento si scatena il finimondo perchè il cambiamento non ci sia; e nei primi giorni di Dicembre, quando era evidente che quel  vecchio lavoro era destinato a concludersi, ho avuto dei momenti di grande, estrema difficoltà; direi un travaglio, perchè una nuova vita lavorativa doveva nascere, e tanti temi irrisolti dovevano emergere.

Sì, perchè un percorso psicoterapeutico non ha un punto di arrivo, e appunto non è un treno. Se è vero che in certi momenti ci sono delle difficoltà e delle nevrosi che vanno affrontate, perchè la qualità della nostra vita ne risente in modo diretto, è vero anche che la psiche non ha dei limiti nella sua capacità di plasmare il mondo, salvo quelli superabili; per cui la vita ci mette dinnanzi a dei sogni e dei desideri migliori, che sono raggiungibili lavorando più in profondità. Non vuol dire questo che la psicoterapia sia un percorso da fare per sempre, anzi una buona psicoterapia non lo è mai, vuol dire anzi che ci si può fermare, vedere il percorso fatto e trarne le energie per farne un altro, magari lungo una direzione impensata, magari anche non subito.

Poi, come sempre, non finisce qui.

Contrasti

Da qualche altra parte in giro per la Rete, ho scritto una recensione ed analisi di uno strumento tecnico rilasciato pochi giorni fa da Google; l’autore, un ingegnere che lavora per la multinazionale, mi ha scritto per farmi i complimenti.

Nel frattempo, la situazione lavorativa rimane sgradevole, perchè non ci sono conferme di un rinnovo del contratto, anzi ci sono tutti gli elementi per pensare che l’attuale lavoro finisca con l’anno: l’azienda capo commessa vuole risparmiare sui costi, e la mia professionalità più elevata si paga anche di più. La cosa mi infastidisce e demotiva molto, perchè è evidente e pacifico quale sia il mio contributo alla conduzione dell’infrastruttura dei servizi informatici. Se all’inizio ci sono rimasto arrabbiato e deluso, ora la mia unica intenzione è andarmene prima possibile, traendo un punto fermo e una conclusione da questa esperienza, non mi va di stare dove non mi vogliono, dove non sono apprezzato e dove sono considerato un costo e non uno che ha messo mano a delle procedure goffe e le ha rese snelle: anzi, questo è quasi una colpa, perchè se le procedure sono farraginose allora ci vogliono più persone per applicarle, e il capo commessa prende una percentuale su ogni persona, non sulla qualità della procedura.

Il contrasto tra le due vicende non potrebbe essere più forte, essere rispettato da un gigante dell’informatica mondiale ed essere scartato da una azienducola che non capisce il mio valore.

Così, sto vedendomi in giro ed attivando i miei contatti, non sono pessimista sul fatto di trovare un nuovo lavoro, e la storicizzazione di questi mesi di lavoro è: ho visto e conosciuto persone che hanno fatto scelte di vita e hanno prospettive ben diverse dalle mie, e questo mi ha fatto meglio vedere chi sono e cosa voglio.