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Il rivenditore di libri usati

Ho scoperto questa rivendita di libri usati, a Viale Mazzini (tra piazza Mazzini e l’ufficio postale, questo è un elenco di rivenditori di libri usati che ho scoperto adesso). Un negozio piccolo piccolo, pieno di libri che spuntano da un po’ tutte le parti, con alcune cose messe in vendita anche in strada.

Inizialmente ho preso una raccolta di racconti di fantascienza ad 1 euro (prezzo di copertina: 5,10 euro), poi ho cominciato a sospettare che l’avessi già, e quando a casa ne ho avuto la conferma il giorno dopo gli ho chiesto se poteva sostituirmelo: mi son così preso Furore di Steinbeck, nell’edizione che all’epoca fece Repubblica, quindi rilegata, con copertina rigida e sovraccoperta (giusto qualche anno fa Repubblica faceva iniziative come questa, oggi il motivo d’acquisto del giornale parrebbe essere sapere che a Berlusconi non gli si rizza naturaliter, giusto per dire come siamo precipitati in basso; che io sono sempre stato leopardiano nel pensare che i giornali sono i principali responsabili dello scadimento della cultura, e trovo motivi per avere ragione del mio snobismo).

Scelto un po’ a caso, vicino c’erano altri libri della stessa collana; ho sgamato anche delle guide della Lonely Planet come nuove (però Bali no, non mi interessa particolarmente).

Il proprietario è molto cortese, l’euro in più che sarebbe costato il secondo libro me l’ha abbuonato per ora, glielo darò al prossimo acquisto.

Mi fa pensare un po’ tutto questo: ora che tutto si sta congegnando perchè io cambi posto di lavoro, mi capita di trovare queste piccole perle che a prima vista, quando sono arrivato lì, erano passate inosservate; piccole perle che danno non un senso al tutto, ma quel gusto che scopri quando vai in un ristorante e mangi un piatto un po’ diverso dal solito e da quello che ti aspettavi di trovare; poi quel sapore e quel gusto, quell’emozione della scoperta, ti rimangono ben dopo essere uscito dal ristorante.

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Propositi per l’anno nuovo

Caro anno nuovo, è vero che mi aiuterai a smaltire la pila di libri in attesa di essere letti, ovvero in alternativa non mi farai comprare nuovi libri finchè non finirò di leggere almeno questi?

pilalibri

(quella immediatamente dietro è la tastiera del computer. Uno di questi libri l’ho già letto, un paio sono stati letti parzialmente, un paio sono ostacoli tosti aldilà delle mie capacità. Quando ero adolescente misuravo la lunghezza del pipino, ed era assai più divertente ed anarchico)

Recensione: “Un mondo senza povertà”, Muhammad Yunus

A metà degli anni ’70, Muhammand Yunus, all’epoca professore universitario di economia, visitò il povero villaggio di Jobra, dove le persone vivevano costantemente indebitate, con interessi altissimi dovuti agli strozzini locali. Nessuna banca prestava soldi ai poveri, perchè i poveri non hanno garanzie da offrire.

Yunus prestò direttamente le poche decine di dollari a queste persone, facendole uscire dalla spirale della povertà. Da lì cominciò la rivoluzione del microcredito: piccole somme di denaro prestate ai poveri e poverissimi, senza garanzie formali ma solo impegni morali, che hanno trasformato la vita di milioni di persone prima in Bangladesh e poi nel mondo.

Se il Bangladesh ha resistito meglio all’ultima disastrosa inondazione, è stato perchè le condizioni di vita dei suoi abitanti sono migliorate, perchè l’economia si è sviluppata grazie al genio visionario di Yunus e alle sue semplici considerazioni su come aiutare fattivamente i poveri ad uscire per sempre dalla povertà. La Grameen Bank si è diffusa in altri paesi del mondo, e milioni di vite sono cambiate grazie a quest’uomo, premio Nobel per la Pace.

E’ impossibile leggere questo libro e non commuoversi mentre racconta cosa ha fatto e come l’ha fatto, come la sua incrollabile fiducia nelle capacità delle persone sia sempre stata ripagata, di quanto le sue idee così semplici abbiano poi funzionato.

mondopoverta

Mi hanno parlato di questo libro una sera a cena di G. e i commenti erano più che entusiasti: è confortante sapere che ci siano persone come queste al mondo; è una persona che senti ti trasmette un senso di speranza verso il futuro. Sono tutti commenti veritieri e non eccessivi. Perchè Yunus dice che il suo obiettivo è sconfiggere la povertà in Bangladesh nei prossimi decenni, perchè questo obiettivo può essere raggiunto in tutto il mondo e poi, un giorno, ogni paese del mondo avrà un museo come l’unico luogo possibile in cui vedere cosa fosse la povertà. Perchè questo obiettivo è possibile, perchè la povertà non è una condizione nè naturale nè dovuta, solo il risultato di processi storici che possiamo cambiare.

E’ un libro che consiglio caldamente a chiunque. Perchè dice, no anzi dimostra,  che il futuro dell’umanità può essere un mondo migliore, un mondo che è possibile e non un semplice auspicio.

Libri

C’è una cosa peggiore dell’entrare in una casa in cui non ci sono libri.

E’ quella di vedere una libreria piena di libri che non dicono niente.

The Man Who Knew Too Much

E’ il titolo del libro che David Leavitt – a cui io devo Eguali Amori – ha scritto su Alan Turing.

Alan Matheson Turing è stato il matematico inglese che, per risolvere un problema di matematica, ha inventato la cosiddetta macchina di Turing. La macchina di Turing è quel dispositivo astratto che cattura l’essenza di cosa sia un computer. Tutto quello che un computer fa potrebbe essere calcolato da una macchina di Turing, ma ci sono cose che la macchina di Turing non può calcolare, ovvero come dicono i matematici, la matematica non è decidibile, ovvero esistono problemi matematici che non possono, intrinsecamente, essere risolti. Inoltre, Turing ideò il cosiddetto test di Turing, uno strumento empirico per rispondere alla domanda: un computer può pensare? Così come la macchina di Turing è uno dei capisaldi dell’informatica teorica, il test di Turing è una dei fondamenti dell’intelligenza artificiale.

Turing fece questo quasi nel suo tempo libero, perchè dedicò moltissime energie alla decifratura del codice Enigma, usato dai tedeschi nella Seconda Guerra Mondiale. Questo riuscito tentativo, che ebbe successo grazie anche alle sue intuizioni e alla capacità di trasformare una idea matematica in un oggetto concreto, sarà uno degli elementi che consentiranno la vittoria degli Alleati.

Turing era omosessuale. Visse la sua condizione, in un paese molto poco amichevole, con grande tranquillità, senza preoccuparsi di nascondere niente, vivendo le sue storie e i suoi incontri di una notte con molta serenità. Ma quando venne poi approvata la legge contro gli atti osceni, lui ci incappò e venne costretto a subire una castrazione chimica, a base di estrogeni che ne alterarono il fisico e la psicologia. Verrà trovato morto poco tempo dopo, avendo morso una mela avvelenata al cianuro. Era un appassionato del film Disney Biancaneve e i Sette Nani, dove proprio Biancaneve cade in un sonno profondo dopo aver mangiato la mela.

Fu suicidio? Questa è la tesi prevalente, anche se i suoi amici e sua madre sostennero la tesi di un esperimento andato male, e ci fu chi pensò ad una elaborata messa in scena, del resto per la sua posizione poteva essere venuto a conoscenza di vicende belliche che era meglio rimanessero segrete.

David Leavitt ha scelto non di scrivere una biografia su Turing, era già fatta, ma di provarne a raccontare la personalità straordinariamente complessa e nevrotica, cimentandosi in una opera molto difficile, perchè ha voluto anche esporre in dettaglio il problema matematico che Turing voleva risolvere, facendo un buon lavoro di inquadratura del contesto storico-scientifico in cui Turing operò. In effetti, il lettore non avvezzo avrebbe una certa difficoltà a ritrovarsi nelle prime pagine (per dire, il metodo della diagonale di Cantor è meglio che uno lo conosca prima di leggere il libro, altrimenti ci metterà un po’ a capire di cosa si sta parlando). Io sono rimasto favorevolmente impressionato dalla qualità e dal rigore delle argomentazioni sviluppate, il romanziere non si è consentito nessuna licenza.

Però nel complesso non sento che l’operazione sia riuscita. In certi punti ho avuto la sensazione che Leavitt abbia voluto forzare l’interpretazione degli scritti di Turing, per ricondurli all’idea che aveva di lui e del perchè facesse cosa. Non lo consiglierei a chi non conoscesse già Turing, almeno di nome, perchè non ci si appassionerebbe, per un informatico gay è invece una lettura consigliabile.

Purchè siano pagine vissute

Le persone sono un po’ come i libri. Ci stavo pensando qualche giorno fa.

Magari lo cominci per caso, attratto da una copertina o perchè ti ritrovi nel genere, a volte dopo poche pagine, se non righe, capisci che non potrà darti nulla, altre volte diventa un lungo sinuoso romanzo, qualche volta è solo scritto con molta professionalità ma non sa darti quell’emozione in più.

Il paragone mi è venuto quando ho finito di leggere Le Memorie di Adriano della Yourcenar. L’avevo letto, la prima volta, molti anni fa, ed è stato un libro che mi ha cambiato la vita, perchè ho avvertito come ci fossero cose più belle da fare, da vedere e da conoscere che non i dintorni di casa e la vita di provincia. Cominciai da quel giorno a ridurre drasticamente la quantità di televisione vista, che subito mi apparve insulsa, e cominciai ad alzare lo sguardo non cercando la vicinanza con il paesano ma pensando che là c’erano dei nuovi territori.

Questa volta, invece, quando ho riletto le Memorie non ho avuto lo stesso effetto, non l’ho trovato così sconvolgentemente bello, anzi a tratti l’ho interrotto e ripreso. Credo che sia che non siamo noi che leggiamo i libri, ma i libri che leggono noi, e quello che ci sentiamo è anche il momento in cui siamo, cosa che rende la lettura dello stesso libro da parte di due persone diverse una esperienza unica per ciascuna di esse. Peccato che la scuola sempre cerchi di portare ad una visione critica comune, comprimendo la variabilità delle esperienze lungo lo stesso canone.

Le Memorie si portavano appresso questa volta anche G., conosciuto all’inizio di Agosto in quel di Roma, che lo aveva come uno dei suoi libri preferiti. Con G. c’e’ stato questo esordio così promettente, questo primo capitolo pieno di grandi slanci, poi è diventato un romanzo d’appendice, sempre la prossima volta quella in cui ci saremmo visti, perchè aveva i suoi problemi di cui certo voleva parlarmi, perchè non pensava di conoscere un uomo come me. Ma i suoi ultimi messaggi mi sono sempre parsi più artificiosi, scritti con una grande tecnica ma non con il fuoco della vita.

Così, anche per non interrompere simbolicamente quel contatto, non sono arrivato alla fine delle Memorie se non ieri. Il libro era il mio modo di tenere aperta una porticina, ci poteva sempre essere un colpo di scena. Senza recriminazioni, gli ho mandato un messaggio, dicendogli che ci siamo sfiorati, appena conosciuti, che certo interrompere una relazione non è facile, e che per non farlo serve anche alzare delle dighe, per cui non credo che ci vedremo mai più, nemmeno per un caffè, sarei il ricordo di quell’incontro fugace che forse gli ha fatto vedere una vita diversa, ma non sta a me suggerire a qualcuno di cambiare la propria vita, tantomeno voglio essere un ricordo, voglio essere un racconto da scrivere insieme guardando al futuro. Non cerco un ruolo da comprimario ma da protagonista.

Gli ho fatto gli auguri, dicendogli che spero che possa amare il suo lui, essendone ricambiato. Perchè penso che il libro più bello è quello con tutte le pagine vissute, una per una.

Numeri

Ho scoperto questo libro di John Rechy per caso, in quelle pile di libri a prezzo fisso piene di consigli sulla cucina messicana, guide ai castelli della Loira, suggerimenti per l’orto fatto in casa e così via che l’ipermercato mette in vendita d’estate perchè, si sa, d’estate si legge (ho comprato anche altre cose interessanti, compreso un malloppazzo di robe di fantascienza). Questo libro mi ha incuriosito per la copertina, con questo pezzo di ragazzo nudo, e sono stato combattuto se comprarlo o meno, poteva essere appunto uno di quei romanzetti pruriginosi per chi cerca quale emozione bisex a due euro e novanta.

E’ invece un autore che ha qualcosa da dire. John Rechy è un gay americano della costa ovest, che nelle suggestioni di quella cultura ha vissuto e ne ha parlato in questo suo secondo romanzo, in Italia edito (all’epoca, ora è appunto da remainders) da Marco Tropea Editore (titolo originale: Numbers). Qui il protagonista è Jhonny Rio, un ex marchettaro che dopo tre anni di volontario isolamento ritorna a Los Angeles, per dimostrare a sè stesso che non ha più quella necessità impulsiva di fare sesso con chiunque capiti, purchè sia chiaro che è sempre l’altro a desiderare lui, mentre lui non prova alcun interesse, arrivando a vivere come fastidiosa la sola idea che l’altro si spogli.

Si impone poi una soglia, in quei dieci giorni losangelini sarà sufficiente fare sesso con trenta uomini, perchè la maledizione sia scacciata e lui possa considerarsi libero di vivere e di non dover cercare più conferme alla sua bellezza. Non sarà così, il finale di disperazione lo porterà invece ad allontanarsi dall’unica persona, conosciuta in quei giorni, che potrebbe innamorarsi di lui, ma che lui non saprà conquistare anzi fuggendone e tornando al parco, il luogo dei suoi incontri.

Crudo nelle descrizioni ma molto realistico, è del tutto veritiero per quel che riguarda il modo di incontrare e consumare il sesso in un battuage, da questo punto di vista una lettura interessante in sè. E’ completamente diverso, per dirne uno, da David Leavitt, perchè qui è il corpo del personaggio, la sua splendida fisicità, a costituire l’elemento di mediazione con il mondo esterno e il punto dove le sue riflessioni si focalizzano. Ma è anche un monito, quantomeno una vicenda tragica, della discesa che si può percorrere.