Archivi Blog

Manipolatori di professione

I. Quanto è caro e premuroso il nostro Re della Repubblica, che ieri intervistato da Fazio (ottima legittimazione per una mediocrità di presentatore che andrebbe viceversa consegnato agli annali della televisione, ammesso che ne abbia mai fatto parte) ci ha tenuto a dire che il debito pubblico va pagato, per i nostri giovani.

E no, signor Presidente, il debito pubblico va pagato da chi l’ha fatto. Se tu lo paghi togliendo a me le tutele, i diritti e le opportunità che tu invece hai avuto, allora non lo stai pagando per me, ma lo stai pagando da me. Comincia a ridurti lo stipendio, comincia a far sì che il Quirinale non costi cinque volte Buckingham Palace (o trenta volte la presidenza tedesca), poi ne riparliamo.

II. In un ospedale pubblico di Roma, un deplorevole incidente ha fatto sì che una donna stia aspettando i figli di un’altra coppia, per un errore di procedura nel laboratorio di fecondazione assistita. A parte i commenti, che sono facezie fuori contesto, per cui allora la fecondazione eterologa in Italia si faceva già (sai quante altre volte avranno sbagliato senza che nessuno se ne accorgesse, e quante volte non hanno sbagliato ma l’hanno fatto apposta con il consenso della coppia) la cosa che colpisce è la reazione della Regione Lazio, che ha deciso di chiudere il reparto. Bravi, bravissimi, così si fa! Questo è il pensiero che viene suggerito dai manipolatori del potere, perché è giusto che chi sbaglia paghi. Però, chiudendo uno dei pochi reparti pubblici che si occupano della fecondazione assistita significa lasciar spazio ai privati. Però, il compito della politica non è chiudere i reparti che non funzionano, ma fare in modo che funzionino: siamo sicuri che in quel reparto ci fossero macchinari avanzati? Che non ci fossero dirigenti raccomandati? Che il personale fosse di ruolo, non costretto a campare con contratti di qualche mese in qualche mese, con turni di lavoro massacranti? Però, il compito della politica non è ingraziarsi i cattolici, che alla chiusura di un reparto di fecondazione assistita saranno, nelle loro frange più oltranziste, ben contenti. Il compito della politica è organizzare le attività pubbliche, cosa che non pare sia successo e di cui non è il caso di occuparsi. Se serve, si può fare una bella intervista da Fazio per farsi vedere con il pugno duro. Che fa tanto Renzi, e non impegna.

170 miliardi e ci mettiamo d’accordo

Dicevo, un po’ di tempo fa, che l’unico vero pregio di Matteo Renzi era quello di non essere diventato dirigente e segretario politico per cooptazione, ma anzi aver ottenuto il posto partendo da una posizione di scontro molto forte. Quello che sarebbe successo, era troppo facile prevederlo, è quello che accaduto: i poteri forti ora voglio assorbirlo nel sistema, per tenerlo sotto controllo. E come si fa tutto questo? Mettendo insieme un po’ di indicazioni, e lasciando che Matteuccio colga l’indicazione e si dichiari pron(t)o.

In Italia, cominciamo da qui, quando il governo è debole si scatenano le lobby, perché di meccanismi di controllo, di autorità di garanzia, di poteri terzi non c’è quasi traccia. Quindi, quando qualcuno dice qualcosa in una situazione di governo debole è perché si sta riposizionando.

Allora, cosa è stato detto, proprio guarda un po’ negli ultimi due giorni?

La prima cosa detta viene dal Corriere della Sera, che rilancia le voci per cui Napolitano, già dall’estate 2011, aveva in mente di affidare a Monti l’incarico che avrebbe ricevuto a Novembre. Ora, che il Presidente della Repubblica sondi delle personalità e si confronti con esse non è una notizia, tantomeno di fronte al fatto che il governo che c’era in quel periodo, Berlusconi, era già in affanno. Nè dovrebbe stupire che Monti abbia confermato a mezza bocca le indiscrezioni, visto come gli rode di essere limitato alla politica italiana, di cui non gliene è mai fregato nulla (come ho già scritto su questo blog).

La seconda cosa è che le banche italiane stanno suggerendo un bel piano al Governo: noi ti accolliamo tutti i 170 miliardi di euro di sofferenze bancarie, e così torniamo a fare prestiti alle imprese e l’economia riparte. Si tratta, quindi, di un meccanismo per rendere pubbliche le perdite e accentrare in mani private i profitti, visto che fa parte dell’essere banca l’avere a che fare con le sofferenze, ma questo sfugge a lorsignori.

Una richiesta di questo tipo, avanzata ieri (succede tutto ieri, ma tu guarda i casi della vita) dal Governatore della Banca d’Italia, avrebbe un impatto devastante sui conti pubblici, sarebbe pari al 10% del PIL. Potrebbe farlo solo un governo molto forte e molto solido e molto popolare, cosa che il governo Letta non è.

Invece, un governo Renzi, certo che sarebbe. Non sarebbe un governo che dovrebbe preoccuparsi della gazzarra dei M5S, come si è visto con il decreto IMU-Bankitalia.

Allora, caro Matteuccio, vogliamo accettare? Noi abbiamo già cominciato a mazzolare Napolitano, facendolo passare per un oscuro tramone che fa impicci tutti l’anno, Letta lo copriamo di giudizi negativi su ogni editoriale, t’abbiamo detto che quelli che vogliamo sono 170 miliardi, in cambio di prendi Palazzo Chigi e per almeno un paio d’anni con Berlusconi ci parliamo noi, si sta zitto e buono e tu ti diverti.

Questa è la proposta che i poteri forti, cosiddetti, stanno facendo a Renzi. Che passa, quindi, per una cooptazione nel sistema politico, senza questi fastidi delle elezioni.

Ecco perché dobbiamo sperare, tutti, che Renzi non accetti. Sennò, siamo fottuti e la terza Repubblica muore prima ancora di nascere.

Cose napolitanee

I. Per quanto sembri strano, o scontato, o irrilevante a molti, l’Italia è una Repubblica parlamentare. Non è quindi, tra le altre cose, una repubblica presidenziale.

II. Il ruolo del Presidente della Repubblica è un ruolo di garanzia. Vuol dire, anche, che il suo ruolo è quello di colmare e recuperare le inefficienze degli altri organi istituzionali quando questi non lavorano.

III. Questo ruolo, tuttavia, ha appunto i limiti del punto I, ovvero il ruolo del Parlamento.

IV. Da circa due anni, Napolitano s’è invece convinto di essere il dominus e il centro del sistema. Ha preteso le dimissioni di Berlusconi, ha scelto Monti, l’ha nominato senatore a vita, ha vietato al PD di avere le elezioni, ha preteso il governo di larghe intese.

V. Tutto questo ha portato a qualcosa di buono? Pare proprio di no. Monti non ha concluso nessuna riforma utile, non è stato capace nemmeno di eliminare le provincie, si è anzi abbassato a dar vita ad una listarella inutile il cui scopo era compiacere la Segreteria di Stato vaticana, se non fosse che poi è cambiato il Papa e quello nuovo, dei cattolici italiani impegnati in politica a rifare la DC, non sa proprio cosa farsene (forse, non sa manco cosa significhi e non ha interesse a saperlo, fateci caso alla faccia con cui guarda Napolitano quando si incontrano, fatica proprio a capire di cosa parla l’ex-comunista, che è convinto invece di parlare ad un cardinale di curia)

VI. Il governo di larghe intese doveva essere il capolavoro di Napolitano, così come doveva essere il governo Monti, ed invece è stato un disastro totale. Di cose fatte non ve ne è traccia, mentre sono senza fine le figuracce dei ministri e le loro incapacità. Della Cancellieri abbiamo già detto, ma diciamo che è in buona compagnia. Saccomanni non sa fare per niente il ministro dell’Economia (i suoi dirigenti l’hanno soprannominato Gelatina per quel suo mellifluo ondeggiare, credo che siamo alla sesta o settima soluzione alla questione IMU, che condivide con tutte le precedenti il fatto di non funzionare). Massimo Bray assiste ai crolli di Pompei dicendosi tanto dispiaciuto e finisce lì (quando c’era Bondi al posto suo venne giustamente linciato). La Bonino è tanto brava a fare la radicale quanto a ricordarci, come ministro degli Esteri, che è più facile fare il manifestante che non il ministro, a causa di quella brutta cosa chiamata realpolitik. Giovannini è persona capace e colta, ma non propone soluzioni e sopratutto non nei tempi in cui andrebbero proposte. Poi potremmo scatenarci con i sottosegretari, ma poi diventa lungo. Quagliarello sono due anni che parla di riforme, ammazza quanto parla, e come parla bene signora mia, sono solo i fatti che difettano. Addirittura su un giornale ho letto che il suo cartellino è nelle mani di Napolitano, senza che il giornalista che l’ha scritto non si fosse vergognato, o messo a ridere, per la scemenza che aveva scritto. Diciamo che tutti questi ministri, scelti da Napolitano, sono proprio incapaci ed inutili.

VII. Ci sarebbe poi l’affascinante capitolo dei saggi, vi ricordate i 40 super-esperti che dovevano riscrivere la Costituzione? La commissione Bicamerale? Tutte cose finite su un binario morto prima di iniziare, e che se rinasceranno a nuova vita sarà perché il segretario del PD vorrà farle rinascere, non per la spinta propulsiva che viene dal Quirinale.

VIII. Direi proprio per parafrasare Berlinguer che la spinta propulsiva del quirinalismo s’è esaurita.

IX. Per tacere della bocciatura del Porcellum, che dimostra come Napolitano stesso navighi a vista e non sappia né condizionare né indirizzare le scelte degli altri organi istituzionali. Manco è colpa sua, ha 90 anni e a quella età l’idea di futuro si riassume in “domani”, perché a 90 anni se ti svegli l’indomani sei già fortunato. Per quanto gli auguriamo di vivere a lungo; però non gli auguriamo di vivere a lungo come Presidente della Repubblica, ruolo da cui invece dovrebbe proprio farsi da parte. Prendere atto, cioè, che sono due anni che non ne azzecca una, e questo anche perché il suo ruolo non è quello di decidere la linea di politica del Paese.

X. Renzi, tanto per dire, ha capito questo prima e meglio di molti altri, e sta in effetti attaccando Letta solo perché punta in realtà a liberarsi di Napolitano.

La verità di Napolitano: di parte

Napolitano ha detto una cosa condivisibile, quando ha parlato delle condizioni inumane e vergognose delle carceri italiane. Se questo va o può andare a vantaggio di una parte politica, non è un problema di Napolitano, o non dovrebbe esserlo.

Le cose, stanno quasi così.

Perché una cosa Napolitano s’è scordato di dirla, che le carceri italiane sono piene perché in Italia essere clandestino è un reato, e perché consumare droga è un reato. Questi due reati riempiono le carceri di tutte quelle persone che le carceri non sono in grado di tenere.

Ecco, questo Napolitano s’è scordato di dirlo. E dubito che il PD avrà il coraggio di dirlo. Perché, se proponesse a Berlusconi l’amnistia, in cambio dell’abolizione di questi due reati che non esistono nel resto del mondo civilizzato, il PD almeno avrebbe una posizione e un margine di manovra. Sennò, andrà a fare la seconda dell’IMU.

Allora, mi sa che Napolitano ha colto l’occasione di un fatto reale, esistente e noto, per un messaggio ben più specifico.

Un uomo stanco, ma non stupido

Berlusconi ha detto che il piano di salvataggio delle banche americane (il TARP) è stato deciso da Obama dopo un consulto Roma-Washington. Potrebbe sembrare solo per quello che è, una cazzata che riscrive la storia oltre la decenza (il piano fu varato da Bush) ma credo sia invece un messaggio obliquo.

Berlusconi sa, perché non è stupido, che gli americani se ne vogliono liberare il prima possibile. I suoi rapporti con Putin e Gheddafi non sono digeribili oltreoceano, e certo la scarsa simpatia personale con Obama non aiuta (in realtà, pure Bush l’avrebbe volentieri gonfiato di legnate alla prima occasione, visto che il falso rapporto sulle armi di distruzione di massa irachene è transitato, se non proprio stato confezionato, anche con delle complicità nella penisola).

I servizi segreti americani si stanno già muovendo: nessun altro avrebbe potuto indicare a Gianfranco Fini che era l’oscuro Lavitola quello che, sbarcato sull’isola di Saint Lucia, stava cercando la regina delle prove. Tantomeno Fini e i suoi non sarebbero stati così espliciti e duri nell’indicarne il nome se l’informazione non fosse giunta da una fonte che loro stessi hanno definito aldilà di ogni possibile dubbio, l’espressione in genere usata proprio per indicare i servizi segreti dei paesi alleati.

Uno ci pensi, all’idea di un ufficiale della CIA che chiama il Presidente della Camera dei Deputati per metterlo al corrente di una manovra contro di lui, ordita dal Presidente del Consiglio dei Ministri dello stesso paese, mica di un altro paese, e si dica se la cosa non è ben oltre tutto quello che ci saremmo mai potuti immaginare. Strano solo che Fini, al dibattito della Camera, abbia fatto un mezzo sorriso, credo che chiunque altro al posto suo avrebbe sfoggiato una immensa erezione: si vede che è un uomo freddo.

Vogliamo parlare della gita di piacere che, negli ultimi mesi, hanno fatto negli Stati Uniti sia il Presidente della Repubblica Napolitano (che come tutti sanno non è mai stato un informatore della CIA) che Pierluigi Bersani? Sono sicuro che Bersani è andato a promuovere il culatello.

Ora, circolano voci, magari assai speculative, che Gianfranco Fini abbia l’arma finale, e aspetti solo l’occasione per sfruttarla. Un qualcosa, legato proprio ai rapporti di Berlusconi con Gheddafi e Putin, che potrebbe segnare la distruzione politica di Silvio, e quantomeno il crollo del governo. Un qualcosa, proveniente proprio da certi ambienti.

Per cui, oggi quando Berlusconi s’è messo a parlare del suo ruolo negli Usa, ha solo provato a mandare un messaggio del tipo che, se casca lui, cascano tutti. Rozzo, ma lo spazio di manovra era assai poco (ve lo ricordate il ministro di Giustizia, Filippo Mancuso, quando parlò del Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, lasciando una pagina vuota del suo intervento, come a dire che ne avrebbe potuto dire di cose? Ecco, Berlusconi non è uno da pagina bianca).

Si è trattato del grido di un leader ormai stanco, che si addormenta durante il dibattito parlamentare, ha un viso che va invecchiando in modo sempre più rapido (e anche qui, le voci che circolano in Parlamento sulle sue precarie condizioni di salute saranno interessate, ma non so fino a che punto), e che cerca di riorganizzare le sue truppe, solo che quando un pesce entra nelle rete un altro esce, e certi pesci come Ciarrapico sono particolarmente velenosi.

Non so quanto queste voci siano vere, è molto difficile da dirlo perché si è creata una cappa molto forte, però tutti riflettano sul fatto che un giornale di quasi contro-informazione come Dagospia ha detto che della faccenda della casa di Montecarlo non vuole più sentire parlare, perché nelle parole del suo direttore, Roberto D’Agostino, è entrato in un gioco assai più grande da cui si vuole tirare fuori.

Sulla Fiat, Napolitano mette in mora il governo

Le letture della vicenda Fiat sono parziali, come è sempre stato nella storia d’Italia.

Del diritto o non diritto dei tre lavoratori, reintegrati da una sentenza del giudice, a tornare sul posto di lavoro non mi pronuncio, perché a quanto ho letto anche di fronte ad una sentenza di reintegro l’azienda non è costretta ad avere il lavoratore sul posto di lavoro; può (potrebbe?) limitarsi a pagare lo stipendio: magari questo è lesivo della dignità del lavoratore, ma non essendo un giuslavorista non ci costruisco voli pindarici; di sicuro, la Fiat farebbe bene a riflettere sulla convenienza politica di quello che sta facendo, e a dare una robusta strigliata a chi ha gestito la vicenda, anche dal punto di vista delle relazioni pubbliche. Non arrivo a dire che la Fiat farebbe bene a riflettere sul fatto che il suo migliore alleato in Italia rimane la legge sopratutto se vorrà, nello stabilimento di Pomigliano d’Arco, non avere fenomeni di assenteismo ingiustificati ma anzi drasticamente puniti.

Quello di cui vorrei invece dire è stato il ruolo del Presidente della Repubblica. I tre operai gli hanno scritto, e il Presidente ha risposto loro pubblicamente. Ogni giorno moltissimi cittadini scrivono al Presidente (e credo che non occorra nemmeno il francobollo sulla lettera) ma assai raramente questi risponde tramite un comunicato ufficiale.

In questo caso, ha intanto risposto, poi c’è stata la replica di Marchionne (che ha capito di essersi messo in un angolo) e, ancora più insolito se non proprio incredibile, la replica del Presidente, che ha detto di apprezzare molto il tutto: una paterna carezza, fatta con mano ferma, sul faccione dell’A.D. di Fiat, in cui gli si è chiesto di non rompere ulteriormente i coglioni, perché quando il Presidente della Repubblica dice di apprezzare quello che farai, è perché tu devi farlo, grazie e arrivederci.

Tutte queste esternazioni del Presidente sono molto irrituali, a dir poco. Se Napolitano le ha fatte, non è perché vuole imitare Cossiga; ma perché il governo italiano, ancora e sconvolgentemente, è privo di un ministro dello Sviluppo Economico, cioè proprio della persona che si sarebbe dovuta occupare di questa vicenda della Fiat.

L’irritazione di Napolitano forse non emergerà, ma è certamente fortissima, proprio per l’idea di un Presidente che entra in una questione così immediata e quotidiana a fare da bravo sottosegretario.

Questa vacatio della posizione ministeriale, con un premier che parla di governo fortissimo mentre proprio i protagonisti dell’economia e del mondo del lavoro lo ignorano (qualcuno ha chiesto la mediazione di Berlusconi nella vicenda Fiat?) è uno di quei segni che sono sostanza di un governo che semplicemente è evaporato.

E’ ricominciata la gara!

Ah, che bello questo paese che non cambia mai ma inventa sempre nuovi modi per credersi in cambiamento.

L’anno scorso è finito con il solito inutile, retorico ed esibizionistico discorso del Presidente, che ricorda quanto i giovani sono importanti (oh, i giovani!), il Mezzogiorno (il Mezzogiorno!!), la ricerca (la ricerca!!!) e come ci voglia un clima di concordia, di unità (anzi, di Concordia e di Unità) per fare le Riforme. Perchè l’Italia va avanti, grazie alle nostre aziende (il fatto che la nostra quota nel commercio mondiale vada riducendosi da alcuni lustri è un incidente statistico).

E’ il culmine del periodo di grande fratellanza, amore e gioia che prende la classe politica verso Dicembre, in cui tutti si vogliono più bene. Poi, si ricomincia.

Si segnala in tal senso la profonda ed intensa riflessione del Presidente del Senato, Renato Schifani, che ha detto in una intervista televisiva, parlando dei morti sul lavoro (cosa di cui l’anno scorso si parlava tanto, ora non vanno più di moda, perchè in fondo in fondo è già un gran culo che lavori che ci manca pure che ti lamenti): “Chi lavora ha il diritto di vivere”.

Come non apprezzare l’intelligenza che irradia da tali vette di pensiero, e abbacina tutti noi? Grazie Presidente Schifani, per averci ricordato che le vacanze sono finite e siamo tutti tornati con i piedi per terra, anzi sottoterra, all’altezza delle capacità di chi ci governa.

L’incredibile Giorgio

Dovrei aggiornare la lista dei blog che leggo, nell’attesa rilancio questo (su Giorgio Napolitano, da in Coma E’ Meglio).

Parlando di corda in casa dell’impiccato

La lettera di Celli sul figlio che deve lasciare l’Italia ecc… (perlopiù riassumibile in: mi rode il culo che non mi hanno messo a risanare l’Alitalia, e qui alla Luiss mi sono rotto le palle, con quell’anemico di Montezemolo che lo dicono tutti che è il figlio di Gianni Agnelli, e anzi ho scritto pure un libro sulla situazione dei gggiovani, così mi faccio pubblicità) è capitata – ma tu guarda i casi della vita – proprio in corrispondenza all’uscita di un libro sulla fuga dei talenti, la storia di 16 professionisti che in Italia avevano il radioso futuro di addetti alle fotocopie e ora sono professori ad Harvard (mica all’Università del Sannio, per dire. Dire cosa? Niente, che io solidarizzo con la giustizia e non con la moglie di Mastella che sta tanto male: speriamo si aggravi, almeno starà male per davvero e non per finta).

La lettera è interessante, in quanto un chiaro esempio di teatro d’avanguardia. Nel senso, una volta a Roma venne il Living Theatre, lo spettacolo cominciò con un attore, seduto al centro della scena, che guardava il pubblico, senza muoversi e senza dire niente. Andò avanti così per minuti e minuti, con il pubblico che commentava, rumoreggiava, finchè non entrò uno spettatore arrivato in ritardo, e dalla platea si levò “Ao’, nun sai che te sei perso!” che distrusse la magia del momento.

E’ teatro d’avanguardia perchè la lettera, scritta a Napolitano, Ciampi, Scalfaro, Cossiga, Schifani, Fini e Meloni, parla e si strugge per l’immeritocrazia, il nepotismo e la gerontocrazia.

In effetti, da un giovanotto come Napolitano, prossimo al traguardo degli 85 anni, è utile parlare male della gerontocrazia. Quanto all’immeritocrazia, la grande difesa delle istituzioni democratiche e della democrazia che il Presidente ha sempre perseguito lo hanno giustamente portato al colle più alto, come ben potranno ricordare gli allora giovani ungheresi la cui rivolta contro l’Unione Sovietica fu repressa nel sangue, con il plauso pure dell’allora giovane Napolitano. E taccio sul nepotismo, limitandomi a dire che nell’università italiana tutti sanno (e quando uno come Storace prova a dire viene denunciato dalla Procura di Roma: tanto per dire che le Vacche Sacre esistono non solo in India), e che in caso di dubbio la brillante biografia di Marianna Madia potrà venire in aiuto dei più curiosi.

Insomma, cari talenti emigrati all’estero: ma a chi cazzarola avreste scritto cosa? Il più giovane dei destinatari è Fini, che va per i 60, roba che in un paese europeo sarebbe considerato già vecchio e da pensionare, mentre in Italia è considerato un giovane; tacendo degli altri, gente che ha superato gli 80 anni e il cui concetto di futuro è “arrivare a domani”, perchè non sia cinismo dire che ad una certa età ogni giorno in più è un giorno regalato.

Una settimana fa sentivo David Milliband parlare (di un appassionante tema come la riforma del Commonwealth): un uomo giovane, vulcanico per certi aspetti, pieno di energie, ambizioso, consapevole che il cambiamento climatico è una cosa che lo riguarda anche direttamente, perchè tra trent’anni sarà ancora qui: cosa che non si può dire di nessuno dei destinatari della lettera.

Guardate, cari giovani e cari talenti, la situazione dei giovani in Italia è semplice: il nostro scopo è quello di lavorare per pagare la pensione a questa mandria di vecchi bacucchi, poi saranno cazzi nostri. Punto e fine delle trasmissioni.

Alcune reazioni all’indecente spettacolo di ieri

«Questi non sono i girotondi. I girotondi non sono così. Non dicono volgarità sulle donne, non insultano il capo dello Stato, non offendono il capo dell’opposizione, non collocano il Papa all’inferno. Un regalo a Berlusconi? Peggio. È come se il copione di questa giornata l’avesse scritto lui». Furio Colombo è, parole sue, «indignato, arrabbiato, umiliato»

(Aldo Cazzullo, sul Corriere della Sera)

E non a caso è l’Italia che s’affida ad Antonio Di Pietro, primo ad aderire al No Cav Day per l’interminabile no e poi no a Silvio Berlusconi. È l’Italia dell’estremismo legalitario, per dirla con Piero Sansonetti, un autorevole esponente della sinistra che, giustamente, s’è ben guardato dall’andarci ieri a piazza Navona perché una cosa è chiara: i manifestanti di ieri come nemico hanno Berlusconi che si mangia la democrazia tutta ma, sotto sotto, come vero nemico hanno ben altro, hanno la sinistra.

[…]

Saranno onesti e specchiati, eroi perfino, come Rita Borsellino (voti, pochini), ma l’Italia vera, quella che per fortuna non è migliore, preferisce stare nel torto tanto è vero che più si dà addosso al Cavaliere, tanto più quello cresce nei sondaggi. Mentre invece scende, e poi scende, la sinistra. E forse è anche un diabolico gioco delle parti che si consuma nel palcoscenico d’Italia se si pensa che il vero beneficiario del travaso dalla terrazza alla piazza non è il futuro della sinistra, non Pancho Pardi, non i Girotondi, neppure Beppe Grillo furbo al punto di ritagliarsi la giusta fettina di marketing, ma Di Pietro, un formidabile arcitaliano, uno che starebbe a destra un minuto dopo che da destra se ne fosse andato via Berlusconi.

[…]

Benedetto quel Pci degli anni passati che sapeva fare fronte alle derive estremistiche, poveretta questa sinistra di oggi pensionata dalla magia furbacchiona (è il caso di dirlo) del radicalismo di successo, quello dei professori, dei colti e degli artisti. È proprio significativo che il ceto dei letterati, ancora una volta, abbia deciso di planare dalla terrazza alla piazza.

[…]

(Pietrangelo Buttafuoco, sul Giornale)

A Piazza Navona, all’imbrunire, il testacoda dell’antiberlusconismo che prima curva nel turpiloquio, prende ardore e velocità nello spettacolo, poi sbanda nella gara a quale artista del palcoscenico le spara più grosse. Quindi si rovescia su stesso, fino a perdersi nel delirio a sfondo apocalittico, sessuale, teologico e pagliaccesco. E addio politica, allora, addio opposizione, addio civiltà e addio a tutti. Sul proscenio della manifestazione contro le leggi vergogna restano così solo i comici, i predicatori, gli arcangeli del sarcasmo e le poesie anche rimarchevoli, ma pur sempre pregiudizialmente “incivili” di Camilleri. Sono loro, beninteso, che riempiono le piazze. Ma poi, dopo l’incendio?

[…]

Una piazza evoluta e insieme regressiva. Un frullatore di storie di pubblica intimità. Berlusconi è lo specchio di tutto questo. Forse farebbe bene a preoccuparsi. Ma forse potrebbe perfino compiacersene.

(Filippo Ceccarelli, La Repubblica)

C’è un’Italia che vuole esprimere la sua indignazione, contro le leggi canaglia, contro i provvedimenti ad personam, contro la manipolazione spregiudicata della Costituzione repubblicana. E questa Italia fa fatica a trovare una voce. Per questo ieri a Piazza Navona è venuta tanta gente. Persone che volevano far sentire la loro esasperazione, che cercavano di uscire dal cerchio stregato della frustrazione civile, provando a far risuonare nel paese la protesta contro l’improntitudine del potere berlusconiano. Era per molti aspetti una testimonianza di dignità democratica e di civiltà politica: il tentativo di uscire dal recinto dell’impotenza.

Ha rischiato di finire male. Di diventare la parodia di un talk show deteriore, un Bagaglino di sinistra aggravato dal turpiloquio e dalla malevolenza gossipara. Peggio ancora, di trasformarsi in un attacco distruttivo alla chiave di volta istituzionale della nostra democrazia. Perché quando il microfono finisce nelle mani di un Beppe Grillo, non è più la politica a esprimersi. È una torsione populista che attacca ogni istituzione, che rifiuta di avere fiducia anche nelle istituzioni di garanzia costituzionale. Che alla fine sottrae legittimazione alla Repubblica.

[…]

In sostanza, è accaduto che tutta la gente convenuta a Piazza Navona è stata espropriata delle sue intenzioni.

[…]

Un’occasione di presenza e di vivacità democratica è stata confiscata, almeno per qualche minuto, da un accesso di varie volgarità, prive di qualsiasi finalità che non fossero quelle dello spettacolo in sé.

[…]

Si corre il rischio che una parte della sinistra, ed è la parte maggioritaria, si riduca al silenzio, fino a non riuscire a dire nulla, in nessuna occasione, fino all’ammutolimento più totale. E che un’altra parte, un’altra sinistra, venga consegnata a un furore astratto, televisivo, mediaticamente estremo, incapace tuttavia di trovare strade che conducano alla politica.

[…]

Chi ha deciso di muoversi contro le leggi ad personam merita qualcosa di più, e la politica deve darglielo.

(Edmondo Berselli, la Repubblica)

Aggiungo che oggi c’è stata una nota del Quirinale, che ha ricordato che è il Presidente della Repubblica a decidere, autonomamente, sulle domande di grazia. Giusto per stoppare Berlusconi che aveva già annunciato a Sarkozy che ci pensava lui, per la brigatista rossa che alla fine i francesi c’hanno consegnato. L’unico potere che oggi si contrappone a Berlusconi viene dileggiato in piazza, da una folla di coglioni applaudenti.