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Direi l’ultra-destra

Il principio di Occam (tra tutte le spiegazioni di un fenomeno, scegli la più semplice) è sempre utile per muoversi
nell’immediato dopo di un evento complesso e non del tutto decifrabile, come è il caso degli attentati di oggi a New York e degli accoltellamenti al centro commerciale in Minnesota.

Il punto che colpisce è che mentre l’ISIS ha rivendicato gli accoltellamenti, tace sulle bombe di New York City. Bombe
fatte con delle pentole a pressione, una soluzione rozza e che, sopratutto, non richiede agli autori di immolarsi nell’atto dell’esplosione.

Assieme a questo, colpisce la reazione molto prudente della Clinton, che sembra proprio senta puzza di bruciato lontano un chilometro e non voglia quindi buttarsi in avanti.

Allora, senza avere elementi ulteriori ma mettendo insieme solo quello che sappiamo che è successo e quello che sappiamo che non è successo:

1) Quest’anno si vota per le presidenziali in USA;
2) La settimana prossima c’è la riunione annuale dell’ONU a NYC;
3) Le bombe erano piuttosto artigianali ed una, anzi, non è nemmeno esplosa;
4) L’ISIS ha rivendicato gli accoltellamenti in Minnesota;
5) L’ISIS non ha rivendicato le bombe di NYC;
6) Per far esplodere queste bombe non occorre fare il kamikaze.

a me viene da pensare a delle bombe messe in piedi dall’ultra-destra americana, la stessa che è dietro la strage di Oklahoma City. Avrebbero tutti i motivi per farlo, lo farebbero proprio in questo modo, proprio in questi tempi e, sopratutto, non avrebbero necessità di rivendicarlo (così come, in tempi più recenti, non vennero mai rivendicate le lettere all’antrace).

La domanda che rimane allora è se ci sia una relazione tra queste bombe e gli accoltellamenti. O si tratta di un caso,
una incredibile coincidenza, oppure qualcuno ha sobillato l’accoltellatore perché agisse proprio nello stesso giorno. Considerato che è poco probabile che l’ultra-destra americana (quella suprematista, per capirci) possa avere simpatie per l’ISIS ed avere un contatto con loro, rimane la possibilità di un elemento di collegamento, come delle parti variamente deviate dei servizi segreti.

Ammetto che questo è l’elemento più debole della mia teoria, però l’idea che l’ISIS si metta a fare bombe che, lasciatemi dire, a Napoli a Capodanno facciamo meglio e fanno più rumore, poco mi convince.

Vedo ora, mentre scrivo queste note, che i giornali americani titolano “Non è terrorismo internazionale”, quindi a qualcuno, che ha sicuramente più elementi di me per giudicare, sta venendo lo stesso sospetto.

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Repubblica torna alla carica con l’Apocalisse a New York

Quando sono stato a New York, A.D. 2009, c’era qualche focolaio di influenza suina (o qualcosa del genere). Insomma c’erano un po’ di ragazzi di ritorno dal Messico che avevano questa febbre, e qualche scuola venne chiusa in via precauzionale.

La vita nella città scorreva come sempre, ma a leggere Repubblica.it e Corriere.it sembrava che la fine del mondo fosse imminente, e tale fine dovesse riguardare innanzitutto New York. Mi ricordo le telefonate preoccupate dall’Italia, oddio che stai morendo? siete vivi? c’è l’esercito per strada? preghiamo tutti per te! e io a spiegare e a spiegare. In effetti, c’erano editoriali e commenti su Repubblica.it del tipo “New York è una città sempre pronta all’Apocalisse, perché sa che l’Apocalisse comincerà da qui”.

Questo branco di cialtroni di Repubblica.it è tornato all’attacco, grazie all’uragano Irene. Con un atteggiamento di pessimo gusto e non solo cialtronesco, ora ci annunciano che a New York è pronta al peggio, alla fine del mondo, all’esercito per strada ecc… ecc… e anzi, giusto per non farsi mancare niente, hanno fatto pure una compilation dei film di fantascienza in cui New York viene distrutta – cioè, c’è stato uno pagato per fare questa cosa, io direi che dovremmo tutti farci delle domande sul senso dei contributi pubblici all’editoria – e l’hanno messo in prima pagina, con il titolo “L’apocalisse a Manhattan nei film”

Si può essere più coglioni? Ci si stupisce poi che come ministro degli Esteri c’abbiamo Frattini? Ma ve lo meritate Frattini, ve lo meritate.

(io immagino tutti questi illuminati corrispondenti di Repubblica dalla Grande Mela, e vorrei dire loro solo una cosa: New York sta sul mare! Mare! Vuol dire zero metri! Vuol dire che se l’acqua s’alza di mezzo metro, la città viene invasa, e le fermate della metro che stanno più a Sud vengono allagate! Ecco perché avete visto che la metro a South Ferry è già stata chiusa! Quella che vedete intorno e che è blu è ACQUA! Tipo Venezia, c’avete presente? Tipo quando c’è l’acqua alta. Solo che a New York ci vivono un dieci milioni di persone, quindi si noterà di più. Capito? Non è che crollano i grattacieli. E l’Apocalisse, per favore, infilatevela nel buco di culo che avete al posto del cervello.)

Nel frattempo, dall’altra parte dell’oceano

Scandalo a New York, si è scoperto che alcuni tassisti hanno applicato una tariffa più alta di quella prevista. Si stima che quasi il 2% delle corse siano state ritoccate verso l’alto, e il sindaco Bloomberg ha dichiarato che andrà fino in fondo.

La commissione di vigilanza ha scoperto la frode, che è costata in media 4-5 dollari per ogni corsa, analizzando i dati del GPS installato su ogni taxi.

Uno può immaginare una pubblica amministrazione che sia in grado di fare la stessa cosa (che richiede professionalità alte e di vario tipo, a cominciare da statistici capaci e messi in condizione di lavorare), e già potrebbe dirsi quanto siamo distanti dagli Stati Uniti.

A Roma, quando sindaco c’era Walter Veltroni, per evitare di far risaltare troppo l’aumento delle tariffe dei taxi, è stato deciso che tutte le corse che partono dalla stazione Termini hanno un sovraprezzo di 2 euro: poichè questo coinvolge una gran parte delle corse che ci sono a Roma, il risultato è stato quello di dare l’aumento senza farlo risultare tale.

Dici: perchè parlare male di Veltroni? E che ne so, mi porto avanti con il lavoro, non vorrei che tra un po’ rispuntasse fuori.

Il suo nome è Bondi, Sandro Bondi

Procede senza sosta l’indefessa ed infaticata opera di Sandro “leccami i capezzoli che mi fai venire” Bondi per dare alla cultura italiana il giusto spazio che merita nel mondo, contro le mistificazioni del partito dell’odio che sta a sinistra che sa solo dire no che è preda di un giustizialismo esasperato che è in conflitto di interesse con gli italiani che ecc…ecc…

Ora, nel quadro di una spietata meritocrazia, è stato nominato il nuovo esperto culturale del consolato italiano a New York. Un incarico prestigioso e difficile, che è stato assegnato, dopo una lunga e sofferta riflessione, a Gabriella Podestà, che ha ben due titoli di merito: è stata la ex moglie del ministro dai capezzoli erogeni, e preside del liceo scientifico “E. Fermi” di Salò.

29 a 2

A New York, quando inserisci il biglietto della metropolitana, se tutto va bene ti appare la scritta “Ok”.

A Roma, ti appare la scritta “Titolo di viaggio convalidato”.

Guide di viaggio

The Rough Guide New York, Avallardi, pp. 459+mappe, euro 19: veramente molto ben fatta. Completa e discreta, con tutte le informazioni utili e molto di più, ma strutturata in modo tale da poter leggere solo quello che interessa. Consigliatissima.

Lonely Planet Valencia, pp. 50, meno di 2 euro (acquistando il file PDF online sul sito e stampandoselo in proprio). Sarebbe facile dire che vale il prezzo che costa, ma in realtà è peggio. Tutti i ristoranti indicati che ho provato sono modesti se non pessimi, posti molto costosi e trendy dove non si mangia particolarmente bene (e mangiare non bene in Spagna non è semplice). Le note storiche sulla città sono minimali. Mi pare migliore la Guide Routard della Spagna del Sud del 2004, (ho  questa edizione) e ho detto tutto.

Tra Boston e New York

A Boston i gruppi etnici sono diversi in proporzione (più orientali e molti meno ispanici), gli asiatici sono in genere studenti di prima generazione e quindi relativamente integrati, l’atteggiamento verso il turista e comunque il non-bostoniano è di un certo qual voler mantenere le distanze, a cominciare dall’accento e dal fatto che non fanno nessun particolare sforzo per capirti o farsi capire. Sono tendenzialmente più magri, è difficile vedere in città delle montagne di carne.

I newyorchesi sono molto espansivi, pronti ad abbracciare il turista e ad integrarlo, mi ha colpito all’arrivo il tono amichevole del portiere d’albergo che quando ha visto che ero italiano si è messo a parlare in italiano, ma anche di più il fatto che io gli rispondessi in inglese. A New York non mi è mai pesato parlare in inglese e non mi è mai sembrato di usare una lingua non mia, mentre a Boston avvertivo molto la distanza. A New York trovi tutti i gruppi etnici e tutte le gradazioni ed intrecci, sull’ascensore in albergo oltre a me c’erano una di Seattle, uno di Washington, due olandesi e una tedesca. New York è una città piuttosto puzzolente, con delle strade non troppo pulite e spesso dei marciapiedi malridotti, una metropolitana immensa che è una città sotterranea, ma sudicia, molto rumorosa e a volte con spazi angusti. Central Park è immenso, ma manca di quel tocco di classe dei parchi di Boston. Il panorama varia molto, si passa dalle casette di due piani con tanto di scala anti-incendio ai grattacieli di cinquanta piani nell’arco di poche centinaia di metri. A New York ci sono tre gruppi che vedi in giro: gli operai edili, spesso ispanici, un certo numero di lavoratori al contatto con il pubblico (commessi e simili) e chi lavora nella finanza. Capisci molto del reddito di una persona da quanto è grassa: chi ha meno soldi mangia schifezze ed ingrassa in modo estremo, i nuovi ricchi sono ancora grassi e i ricchi da più generazioni sono attenti alla linea, magari faranno la liposuzione ma hanno una certa cura nel come si vestono e si portano.

Voglio tornarciiiiiiiiiiiiiiii.

Colori

I semafori di Boston, che fanno “tu-tu” quando si può passare, il tizio che a Times Square vende i profilattici con l’effige di Obama (“Obama canaandoms”) ma anche di McCain per i repubblicani irriducibili, l’odore di resina di Boston Common, il senso di ospitalità dei newyorchesi e la loro solidarietà, le luci di Manhattan come appaiono dal ponte di Brooklyn in una sera di nebbia, l’Empire State Building sospeso in mezzo alle nuvole, ii colori di Boston e le sue case in mattoni rossi, i quadri di Monet al Metropolitan Museum, il David Letterman da New York, il dinamismo della Statua della Libertà, il tono arcigno degli addetti all’immigrazione e al controllo bagagli, i prezzi a cui bisogna aggiungere le tasse e non si sa mai quanto siano, e su tutto, sopratutto, il rinnovo costante di una promessa di libertà.

Uptown e downtown

La giornata di oggi è stata dedicata alla visita del Metropolitan Museum. Tanto quello di Boston mi aveva lasciato perplesso, tanto questo museo mi è invece piaciuto. In un giorno non c’è speranza non dico di vedere cosa è esposto, ma nemmeno di passare attraverso tutte le sale, per cui ne ho visto una piccola parte. L’arte romana e greca mi è parsa molto bella come reperti e bene organizzata, la parte egizia è immensa, e anche il medioevo e il rinascimento. sono curati. Nella pittura moderna c’è l’imbarazzo della scelta: Monet, Picasso, Cezanne, Van Gogh solo per citarne alcuni. Ma ho visto credo meno della quinta parte, in effetti provo una certa invidia per i newyorchesi che possono fare l’abbonamento annuale e godersi il museo un pezzo alla volta.

La parte finale della giornata è stata destinata ad una rapida incursione alla chiesa di St. John The Divine, che a sentire la guida era una cosa strepitosa, a me è parsa una cosa molto  modesta e sopratutto fuori tempo e fuori contesto. Però pioveva ed ero stanco, quindi magari ero io.

Per tornare, ho preso l’autobus nella direzione sbagliata, e infatti mi chiedevo come mai avessi l’impressione di essere l’unico bianco in giro. Sceso, nell’attesa dell’autobus nella direzione giusta sono entrato da uno Starbuck per avere una limonata; basta spostarsi di qualche isolato per cui “lemonade” non solo si pronuncia “limoneit”, ma la commessa ti guarda con l’aria di chi non è molto abituata a trattare con i turisti e infatti, al mio terzo tentativo di trovare la pronuncia che le andasse bene, ha guardato con occhi di aiuto la sua collega bianca, magari lei avrebbe capito cosa voleva questa strana bestia finita nel negozio evidentemente per sbaglio.

I piani per la giornata prevedevano di andare poi a Central Park e mettermi a leggere il Times, che secondo me fa molto newyorker e magari poi [ dramatization on] si avvicinava un bonazzo che abitava a Manhattan (quindi anche ricco) che attaccava bottone e quando scopriva che ero italiano diceva che gli piaceva tanto la cultura italiana e mi invitava a cena e poi dopo una notte di passione mi presentava ai suoi e ci sposavamo [ dramatization off ]. Invece piove quindi sono tornato in albergo.

Quanto ad amori che invece nascono, ce ne è uno tra me e Subway, mi sono appena mangiato uno dei loro Longfoot (che è un panino da muratore) piuttosto buono.

Ieri sera mi sono fatto una passeggiata prima sul ponte di Brooklyn, con Lower Manhattan che appariva tremolante dietro una leggera nebbia. Di una bellezza strepitosa, quasi un sogno. Poi sono arrivato fino a Time Square, ma solo per spostarmi sulla Fifth Avenue, così sono passato davanti all’Empire State Building, anch’esso che sembrava sospeso tra le nuvole. Mi faceva uno strano effetto essere lì e pensare che tutte le persone a cui voglio bene e che conosco  erano a nove ore d’aereo di distanza.

Person to person history

C’è un museo a New York in cui sono a disposizione dei fazzoletti per i visitatori, ed è quello dedicato alla strage dell’11 Settembre. Il museo si trova in un deli che in quei giorni funse da punto di ristoro per i soccorritori. All’ingresso non ti danno un biglietto, ma una spilletta da mettere addosso. Ci sono le foto delle vittime, e le copie degli avvisi “Missing” . Ci sono i piccoli frammenti ritrovati tra le macerie, un documento d’identità, una uniforme dei vigili del fuoco, un cappello. C’è una parte della fusoliera di uno degli aerei e l’esterno della turbina. Ci sono le foto delle vittime, e un film che ne proietta tutti i nomi. Dura quattro ore e mezzo. Ci sono le foto dei monumenti costruiti nel mondo per ricordare l’attentato, e un giovane ragazzo stava prendendo appunti dalla voce di una dei sopravvissuti: si vedono al memoriale e passano il ricordo da una generazione all’altra: “may we never forget” come è scritto nella targa di bronzo che ricorda i 343 soccorritori morti.

Sono arrivato al memoriale da South Ferry, riprendendo il traghetto che porta a Staten Island. Mano mano che il traghetto arrivava, e il profilo della parte bassa di Manhattan si definiva sempre di più, con gli occhi cercavo cosa mancasse. Ma vedere solo lo spiazzo in cui procedono i lavori, lentissimamente tanto che sono indietro sull’indietro, non è niente rispetto allo shock emotivo del memoriale. Mi sembrava vergognoso mettermi a piangere, io che non ho avuto nessuno tra le vittime, manco un lontano conoscente, e mi sono trattenuto. Come quando pensi che se cominci tu, poi chissà quanti altri ti seguiranno.

Quando fai un viaggio non sai mai cosa ne riporterai indietro. La spilletta del memoriale sarà una delle cose che riporterò indietro.