Archivi Blog

La dottrina di Obama

L’altro articolo di oggi è sul penoso intenso che esce dalla politica italiana.

Però si può invece volare alto leggendo questo articolo sulla dottrina di politica estera di Obama.

Si tratta di un articolo molto lungo, risultato di anni di frequentazioni ed interviste dell’autore con Obama e i suoi principali consiglieri. E’ un articolo da Pulitzer, perché racconta la complessità delle scelte che il potere deve compiere, la solitudine del leader che decide da solo, la complessità del mondo moderno e la prospettiva storica in cui Obama si muove.

Facciamo una previsione più difficile

Scrivevo il 16 di Settembre:

(E penso che Obama vincerà le elezioni, con un piccolo margine; e che la sua seconda presidenza sarà storica).

Non era una previsione ovvia da fare, sopratutto perché all’epoca gli osservatori pensavano che Obama avrebbe stravinto, poi hanno pensato che avrebbe perso, poi si trovano con un fenomeno incomprensibile (e io, invece, cari direttori di Repubblica e Corriere, costo molto di meno di Zucconi e Cazzullo e sono tanto più intelligente, poi fate un po’ voi, certo che se uno per sapere chi vince le elezioni può accontentarsi di un blog gratuito, io non so quante copie ad un euro del vostro giornale riuscirete mai a vendere).

Senza voler fare un discorso lungo ed inutile, se ha vinto dopo la riforma sanitaria che ha fatto, e nella situazione economica difficile in cui si è trovato per i primi tre anni e mezzo del suo mandato, vengono le vertigini a pensare a come avrebbe potuto vincere in un tempo più facile. Ma siamo tutti figi del nostro tempo, e giochiamo con le carte che abbiano, non con quelle che potremmo avere.

Obama è, sopratutto, un uomo coraggioso. Se non gli sparano, sono convinto che anche sulla seconda parte di quello che dicevo, sul fatto che la sua sarà una seconda presidenza storica, non mi sbaglierò.

La via di Obama

I giornali italiani non hanno mai capito Obama (né so se ci sia riuscito l’establishment; certo se uno pensa a che governo abbiamo avuto, diventa difficile che possano averlo capito, per difficoltà intellettuali oggettive).

Invece c’è questo bellissimo articolo su Vanity Fair, che sarà un articolo lungo, ma è intenso e toccante, meritevole di vincere un Pulitzer. Se volete un consiglio, trovate il tempo di leggerlo.

(E penso che Obama vincerà le elezioni, con un piccolo margine; e che la sua seconda presidenza sarà storica).

La speranza

Credo che chiunque sia stato a New York, e abbia visitato il memoriale dell’Undici Settembre, oggi si sia commosso.

Io mi sono commosso, ripensando a quell’ossario, a quel luogo reso consacrato da tutte quelle vittime, al memoriale in cui il biglietto per entrare è una spilla – che conservo ed indosso da allora ogni Undici Settembre – dove ci sono i dispensatori di fazzoletti in ogni stanza, dove tu vedi questa parete coperta dalle foto di tutte queste persone, e poi l’angolo con un pezzo di fusoliera d’aereo completamente piegato, e il signore che spiega il perché e il percome e tu non riesci manco a parlare e manco a chiedergli come possa fare a farlo, che ti verrebbe da piangere come un agnellino.

Gli statunitensi che erano per strada e scandivano “U-S-A” erano i cittadini di una azione che nel 2001 è stata stuprata, persone che hanno visto la loro vita cambiare, che si sono trovati sempre in prima linea senza certo volerlo, con le madri che piangevano i figli morti al fronte e i padri che perdevano il posto di lavoro.

In tutto questo, hanno mostrato una caparbietà, una ostinazione ed un ottimismo che li ha portati a scegliere la speranza incarnata da un giovane uomo di colore, che si è presentato a loro dicendo che lui ha parenti sparsi su tre continenti.

Queste foto, questi volti, saranno rivisti e ricordati nei tempi a venire, come oggi noi vediamo le folle che celebravano la fine della Seconda Guerra Mondiale.

Qui la fine è ancora lontana, ma oggi possiamo avere una speranza.

Giganti e nani della storia

Maurizio Gasparri: “Con Obama alla Casa Bianca, Al Qaeda forse è più contenta” (circa 2009).

Fortuna che c’è Obama

Scrivevo il 30 Novembre 2010, parlando di Wikileaks (titolo: Tu chiamale se vuoi rivoluzioni):

Non è la prima volta che i segreti della diplomazia diventano di dominio pubblico. Non con queste proporzioni, ma è già successo, ed è successo quando dei grandi equilibri sociali stavano per cambiare

Scrivevo il 21 Gennaio 2010, parlando del discorso del segretario di Stato Clinton su Internet:

Le cose che ho notato del discorso sono: per gli Stati Uniti c’è una urgente necessità che tutti abbiano i diritti di espressione su Internet; che oggi i nuovi muri di Berlino sono quelli che bloccano e limitano la libertà di comunicazione; che chi invia dall’Iran un video in cui mostra quello che succede nella repressione è un eroe, come quelli che distribuivano i samizdat nei paesi della cortina di ferro; che non dobbiamo consentire che Internet sia per fomentare l’odio, e proprio per questo dobbiamo renderlo più libero, perchè se tutti i cittadini del mondo hanno accesso a tutti i punti di vista si riducono le tensioni […]

La storia dirà cosa ha fatto Obama per aiutare le rivoluzioni avvenute nei paesi nordafricani; è interessante notare – e non in modo umile – che quelli che non hanno capito un cazzo di cosa sia stata Wikileaks e che scopo abbia avuto, e dell’importanza del discorso della Clinton sulla libertà in Internet, sono gli stessi che oggi pensano che Internet non abbia avuto un reale peso nei cambi di regime che sono avvenuti finora (e quelli che avverranno in seguito, stay tuned) e che Obama stia lì a vedere quello succede con distacco e nessuna capacità di indirizzare gli avvenimenti.

 

(Detto questo, visto quindi che qualcosa ho pure intuito e per tempo e almeno un’idea di quello che succede ce l’ho, a differenza di tanti illuminati commentatori, cosa potrei chiedere per me, a parte la stima dei miei lettori? Il titolo di blog profetico dell’anno con cerimonia di premiazione? La direzione del TG1? Diventare editorialista del Corriere della Sera? No ma sul serio eh, che tanti altri che avessero inquadrato pur solo la centesima parte del tutto avrebbero cominciato almeno almeno a chiedere un’ospitata a Porta a Porta in quanto blogggher).

(Il seguito della vicenda comunque è facile: questi sommovimenti toccheranno la Cina e l’Europa, a meno di interventi drastici sulle monete e sul debito pubblico)

(In particolare, non è il caso di credere al fatto che la Cina cresce e questo la pone al riparo di qualsiasi contestazione, perché questa crescita: a) avviene per uno squilibrio che è alla base della crisi economica mondiale, tra una Cina risparmiosa e gli USA spendaccioni; b) ha una disomogeneità estrema tra l’interno rurale e i distretti sviluppati, con i conseguenti grandi flussi di urbanizzazione che non sono più sostenibili).

Tu chiamale se vuoi rivoluzioni

(sviluppo qui i temi che ho lasciato in sospeso nel post precedente).

I. Quei file (di Wikileaks) non sono usciti senza la complicità e l’avvallo del governo americano.

Secondo quanto riportato dal Guardian (uno dei giornali scelti da Wikileaks per avere le anteprime sul cablegate) questi file provengono dalla rete Siprnet, dove sono stati prelevati ad opera di un giovanotto di 22 anni, analista di intelligence di stanza in Iraq. Lì, per passare il tempo, ha copiato sia questi file che gli altri (i diari di guerra dell’Iraq, dell’Afghanistan e il video della strage di civili afgani) su un CD: la mattina entrava con questo CD con su scritto “Lady Gaga”, la sera usciva con un po’ di file copiati. Pare che se ne siano accorti solo perché se ne è vantato con un suo amico.

Una storia così, è un tal cumulo di cazzate che nemmeno si può parlare di una storia di copertura, è proprio una giustificazione messa solo per non coprire i fiotti di libidine che stanno attraversando la diplomazia USA (che giustificherò in seguito).

Infatti, l’unica cosa credibile è che questi file provengano da Siprnet, che è una rete in cui ci sono informazioni di media sicurezza, ma sul resto:

  • è molto strano che un ragazzo di 20 anni possa operare come analista di intelligence;
  • è non credibile che un computer collegato ad una rete militare abbia gli attacchi per il lettore di CD o per le prese USB, proprio perché possono essere usati per trasferire informazioni;
  • è non credibile che uno scarichi centinaia di migliaia di files senza che si scateni un meccanismo di monitoraggio che rilevi l’anomalia del comportamento.

Quando dico “non credibile” o “molto strano”, non lo dico solo in termini di generico sospetto. Io mi occupo di sicurezza informatica, e so perfettamente come questi comportamenti non possono essere possibili in un ambito militare americano (o NATO) per il semplice motivo che gli americani hanno scritto gli standard di sicurezza in cui si dice esattamente cosa non fare (lasciare libero accesso alla presa USB) e cosa fare (monitorare gli accessi ai dati). E in ambito NATO, per accedere a certe informazioni devi comunque avere un certo livello di autorizzazione, e comunque ci accedi solo se ci devi lavorare, non se ti va di farlo per passare la giornata. Pensare che il ragazzetto di 22 anni abbia invece avuto libero accesso, ignorando centinaia di manuali, raccomandazioni, linee guida, documenti operativi, conformità, verifiche ispettive, è equivalente a pensare che all’ultimo Conclave gli eminentissimi cardinali si sono messi a fare una gara di rutti.

II. La diplomazia americana sta ridendo sotto i baffi.

Qualcuno di voi ha sentito le dure parole di condanna di Obama? No, ci credo che no. Dai pochi files che sono emersi finora, viene fuori che Obama ha avuto con l’Iran una strategia di estrema astuzia: mentre diceva che era pronto a trattare, mentre spostava in avanti la data delle decisioni irrevocabili, ha costruito una rete di rapporti e di alleanze con i paesi arabi, che all’idea che l’Iran venga bombardato vanno in brodo di giuggiole. Far uscire questi materiali serve a dire al regime iraniano che è un paese isolato, per cui nessuno verserà una lacrima. Finora è uscito meno dell’1% del materiale disponibile, ma certo che è stato già significativo.

 

In Italia la lettura che è stata data del tutto è che si tratti di una specie di gossip. A parte che quando si scrive che “Berlusconi è fisicamente debole” direi che non si può parlare proprio di gossip (mo’ è chiaro perchè nelle famose dieci domande di Repubblica veniva chiesto a Berlusconi come stesse di salute? E perchè le domande sono state ripetute per mesi, finchè lui non ha risposto dicendo che sta tanto bene di salute? Oddio che liberazione poterlo scrivere sul blog in modo esplicito, invece di dover rimandare agli articoli dei giornali che lo lasciano filtrare tra le righe), ci sono comunque cose già gravi, come la vendita da Italia ad Iran di motovedette che sono molto utili, per gli iraniani, per colpire le navi americane, segnatamente quelle che dovrebbero operare come base mobile del sistema anti-missile. Sul serio uno si immagina che un governo italiano, un paese NATO, possa vendere armi al nemico e farla franca? E tutto questo nell’attesa di vedere se nel 99% non ancora emerso non ci sia qualcosa sui rapporti tra Berlusconi e Putin, qualcosa che vada  ben oltre la politica. Serve altro per spiegare le reazioni isteriche di Frattini?

Non è che Fini s’è mosso, da qualche mese, e all’improvviso, perché dopo 16 anni ha capito che Berlusconi è tanto cattivo, prima non c’era arrivato. S’è mosso, da cinico come si conviene e confa’ ad un politico, perché gli americani gli hanno detto che Berlusconi c’ha un piede nella fossa, in tutti i sensi. Poi magari gli americani sbaglieranno, questo non lo possiamo dire, ma l’input è arrivato ben chiaro.

Però, ora basta parlare di queste piccole beghe, vorrei tornare al quadro generale.

Non è la prima volta che i segreti della diplomazia diventano di dominio pubblico. Non con queste proporzioni, ma è già successo, ed è successo quando dei grandi equilibri sociali stavano per cambiare. Wikileaks ha annunciato che a Gennaio usciranno le carte sulle grandi banche e sulle porcate che hanno fatto negli ultimi anni. E questo da credito ad una idea, ancora speculativa, per cui Wikileaks sia anche uno strumento dei poteri politici per dare uno scossone ad un sistema che è arrivato.

(Sì vabbè, ora dovrei parlare dello spread dei titoli di stato italiani che ha raggiunto il massimo, del fatto che i giornali parlino di piani di default controllato, rinegoziazioni del debito pubblico e simili, ma tanto l’ho scritto da due anni a questa parte, non serve ripetersi. Però, tutto quello che avevo previsto si sta avverando, forse con strumenti inattesi, ma tra un anno saremo in un mondo già diverso da quello in cui siamo oggi e che ci sta abbandonando)

Un passo dopo l’altro, sempre più verso il baratro

La crisi che sta colpendo adesso l’Irlanda, che ha colpito la Grecia e sta meditando come muoversi sul Portogallo, lasciando sullo sfondo – ma solo per qualche settimana ancora – Spagna ed Italia, è la crisi dei bilanci statali, appesantiti dai costi sopportati per salvare la banche e vivere nell’economia dell’euro. Non è quindi una crisi finanziaria, o un evento ineluttabile, ma una conseguenza di quanto successo (o non successo) in questi paesi dall’entrata nell’euro, e dagli avvenimenti degli ultimi due anni.

La crisi, suddetta, non è affatto al suo massimo, l’esplosione vera ci sarà tra l’anno prossimo e buona parte del 2012, ora siamo ancora in una fase in cui si affilano le armi; per le amare ironie della storia, la crisi viene alimentata dalle stesse persone e dagli stessi meccanismi che l’hanno provocata.

E’ la grande finanza che gioca al rialzo, puntando ogni volta su un boccone più grosso, perché la quantità di soldi su derivati e altre sconcezze è addirittura più alta di quella del 2007, così come i super-bonus ai banchieri.

Seppure ha ragione la Merkel quando comincia – finalmente – a parlare di condivisione del rischio (perché se compri un titolo di stato in euro con un rendimento del 6,7,9%, devi accollarti un rischio) e di Tobin Tax, l’Europa è talmente sfilacciata che nessuno la starà a sentire.

Ma, c’è un ma, e di questo ma bisognerebbe parlare, ponendosi qualche domanda.

I paesi che sono più a rischio (Grecia, Spagna, Italia, Portogallo, Irlanda), cosa hanno in comune? Alcuni sono a Sud e alcuni a Nord, alcuni sono grandi ed altri piccoli, alcuni hanno un’industria essenzialmente manifutteria e locale, altri un sistema più integrato, altri campano di servizi avanzati. Eppure, sono tutti in crisi.

Se c’è una cosa che hanno in comune, è il disastro dello stato sociale. Sia per le loro inefficienze nella spesa, sia perché ne hanno avuto sempre poco, sono tutti paesi in cui il cosiddetto welfare è sempre stato un auspicio, più che un fatto.

Il Regno Unito ha una economia fortemente finanziarizzata, ma se non sta prendendo nessuna botta irreparabile dalla crisi non è perché le cose vanno bene, ma perché c’è uno stato efficiente, che ha la capacità di fare scelte anche difficili, con una grande capacità di spesa qualificata (quanto al funzionamento dello stato, uno può confrontare i servizi pubblici inglesi (poste, trasporti, …) con quelli italiani, o se cerca quantificazioni più concrete di un comune sentire può pensare che per ogni 10 dipendenti pubblici italiani che si occupano di bambini, in UK ce ne sono 50. Oppure possiamo parlare di università, eh.).

Sempre secondo questa linea di pensiero, la crisi non ha infatti colpito tutta una serie di paesi (dalla Germania a quelli scandinavi) dove lo stato sociale funziona benissimo, a conferma della tesi.

Questo perché, lo stesso stato redistributivo che rappresenta un blocco nelle fasi di crescita, si comporta da paracadute nei momenti di crisi economica: garantendo una pagnotta a tutti, evita il tracollo dei consumi e quella sfiducia nell’avvenire che blocca ogni possibilità di ripresa.

Uno può essere d’accordo o meno con il dato politico (del resto, veniamo da decenni in cui la gente si spippettava allegramente al solo sentire la parola liberismo) ma polemizzare contro i fatti non è mai cosa saggia.

(breve parentesi: la riforma sanitaria di Obama, essendo una misura da stato sociale, che entrerà in vigore proprio al culmine della crisi, e che più coprirà il suo elettorato di riferimento, sarà uno dei motivi per cui è più probabile che egli vinca nuovamente le elezioni presidenziali che non il contrario: ma questo i giornali italiani non lo capiscono, del resto non hanno mai capito Obama e quindi continuano così)

Sarebbe molto bello che il dibattito di metà Dicembre fosse centrato sul cosa fare per uscire dalla crisi, partendo da un governo di emergenza nazionale (non di unità, l’unità si poteva fare due anni fa quando è cominciato il disastro, ora stiamo ad un passo dal baratro) che intervenga con tutta la durezza dovuta.

Sembra invece che lo scopo intorno a cui ruoteranno le prossime settimane sia capire se questo governo avrà o meno il voto di quei due o tre senatori, con i giornali presi a discutere le pregne linee politiche dei vari partitelli, tutti in grande spolvero: sicuramente la via d’uscita dalla crisi è il voto del senatore Massidda (chi cazz’è? Boh, non lo so e non lo voglio sapere, quando vedo queste ampie interviste a questi maitre a penser sul giornale le leggo, nel caso, come satira di costume).

A Gennaio, questa è l’aria che tira, l’Unione Europea ci chiederà un intervento drastico sui conti. Si vede che il clima dei rapporti è già cambiato dalle vicende sanitarie che ci riguardano: dai rifiuti di Napoli all’acqua all’arsenico, la UE costantemente nega adesso ogni proroga all’Italia, perché il nucleo dei suoi propri interessi (Germania, Francia e paesi satelliti) non sente di doversi svenare per il principio astratto dell’unità europea.

Esattamente come il Nord Italia si è giustamente rotto i coglioni di pagare per la monnezza all’ombra del Vesuvio, la Germania non vuole scucire niente per salvare delle economie disastrate, e tutto quello che ha fatto finora l’ha fatto per salvare le sue banche, non la moneta unica, che sì fa tanto comodo (il marco sarebbe troppo più forte, compromettendo le esportazioni) ma insomma non così tanto da dover morire per l’euro. In Europa, ci sta chi ci deve e può stare, mica chi vuole.

Di fronte al rischio assoluto di essere sbattuti fuori dall’euro, la classe politica non capisce e non sa cosa fare, con un irresponsabile a Palazzo Chigi che crede che governare sia lo scontro in Parlamento (questo è bravissimo a farlo, e anche a vincerlo, è quello che viene dopo che lo lascia sbigottito e sgomento), e una opposizione che ha talmente strizza dell’imminente disastro che come linea politica ha: lasciamo a Silvio la patata bollente, che in fondo lui si diverte.

E se fosse una proposta di trattativa?

A me la storia che questi pacchi bomba che bombe non sono siano stati messi su degli aerei cargo a scopo di fare un test per vedere quello che succede, non convince manco un po’. Fossero stati trovati su degli aerei passeggeri, avrei potuto credere ad un qualche tipo di esperimento, ma non credo che Al Qaeda abbia un guadagno a bloccare la consegna di fiori (è una delle merci che più viene spedita per aereo, dei fiori spediti via nave appassirebbero ben prima di arrivare).

Potrebbe essere semplicemente un modo per capire se e quanto sono infiltrati? Se la soffiata è arrivata, vuol dire che c’è un informatore, e nel caso la cellula che ha spedito e confezionato questi ammennicoli avrebbe conferma dei sospetti; ma in certi ambienti è sufficiente un sospetto per essere processati e giustiziati seduta stante.

Osservo però che a) tra qualche giorno si vota in America, in elezioni che per Obama saranno purtroppo uno spartiacque della sua presidenza; b) Obama è di Chicago; c) il suo ex capo di gabinetto, Rahm, è un ebreo che ha deciso di dimettersi proprio per correre come sindaco di Chicago; d) due di questi pacchi sembrano indirizzati ad una sinagoga di Chicago.

Certo, come proposta di trattativa sarebbe basata su un linguaggio a dir poco rozzo; ma ricordo quando all’inizio della prima guerra del Golfo il dittatore iracheno “ricevette” degli “ospiti” occidentali che si trovavano all’epoca in Iraq – e che erano ospitati a spese del governo iracheno – e davanti alle telecamere accarezzò un bambino, che aveva gli occhi sbarrati dal terrore ed era bianco morto in viso: eppure quel gesto voleva essere una apertura.

Un uomo stanco, ma non stupido

Berlusconi ha detto che il piano di salvataggio delle banche americane (il TARP) è stato deciso da Obama dopo un consulto Roma-Washington. Potrebbe sembrare solo per quello che è, una cazzata che riscrive la storia oltre la decenza (il piano fu varato da Bush) ma credo sia invece un messaggio obliquo.

Berlusconi sa, perché non è stupido, che gli americani se ne vogliono liberare il prima possibile. I suoi rapporti con Putin e Gheddafi non sono digeribili oltreoceano, e certo la scarsa simpatia personale con Obama non aiuta (in realtà, pure Bush l’avrebbe volentieri gonfiato di legnate alla prima occasione, visto che il falso rapporto sulle armi di distruzione di massa irachene è transitato, se non proprio stato confezionato, anche con delle complicità nella penisola).

I servizi segreti americani si stanno già muovendo: nessun altro avrebbe potuto indicare a Gianfranco Fini che era l’oscuro Lavitola quello che, sbarcato sull’isola di Saint Lucia, stava cercando la regina delle prove. Tantomeno Fini e i suoi non sarebbero stati così espliciti e duri nell’indicarne il nome se l’informazione non fosse giunta da una fonte che loro stessi hanno definito aldilà di ogni possibile dubbio, l’espressione in genere usata proprio per indicare i servizi segreti dei paesi alleati.

Uno ci pensi, all’idea di un ufficiale della CIA che chiama il Presidente della Camera dei Deputati per metterlo al corrente di una manovra contro di lui, ordita dal Presidente del Consiglio dei Ministri dello stesso paese, mica di un altro paese, e si dica se la cosa non è ben oltre tutto quello che ci saremmo mai potuti immaginare. Strano solo che Fini, al dibattito della Camera, abbia fatto un mezzo sorriso, credo che chiunque altro al posto suo avrebbe sfoggiato una immensa erezione: si vede che è un uomo freddo.

Vogliamo parlare della gita di piacere che, negli ultimi mesi, hanno fatto negli Stati Uniti sia il Presidente della Repubblica Napolitano (che come tutti sanno non è mai stato un informatore della CIA) che Pierluigi Bersani? Sono sicuro che Bersani è andato a promuovere il culatello.

Ora, circolano voci, magari assai speculative, che Gianfranco Fini abbia l’arma finale, e aspetti solo l’occasione per sfruttarla. Un qualcosa, legato proprio ai rapporti di Berlusconi con Gheddafi e Putin, che potrebbe segnare la distruzione politica di Silvio, e quantomeno il crollo del governo. Un qualcosa, proveniente proprio da certi ambienti.

Per cui, oggi quando Berlusconi s’è messo a parlare del suo ruolo negli Usa, ha solo provato a mandare un messaggio del tipo che, se casca lui, cascano tutti. Rozzo, ma lo spazio di manovra era assai poco (ve lo ricordate il ministro di Giustizia, Filippo Mancuso, quando parlò del Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, lasciando una pagina vuota del suo intervento, come a dire che ne avrebbe potuto dire di cose? Ecco, Berlusconi non è uno da pagina bianca).

Si è trattato del grido di un leader ormai stanco, che si addormenta durante il dibattito parlamentare, ha un viso che va invecchiando in modo sempre più rapido (e anche qui, le voci che circolano in Parlamento sulle sue precarie condizioni di salute saranno interessate, ma non so fino a che punto), e che cerca di riorganizzare le sue truppe, solo che quando un pesce entra nelle rete un altro esce, e certi pesci come Ciarrapico sono particolarmente velenosi.

Non so quanto queste voci siano vere, è molto difficile da dirlo perché si è creata una cappa molto forte, però tutti riflettano sul fatto che un giornale di quasi contro-informazione come Dagospia ha detto che della faccenda della casa di Montecarlo non vuole più sentire parlare, perché nelle parole del suo direttore, Roberto D’Agostino, è entrato in un gioco assai più grande da cui si vuole tirare fuori.