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Un sogno, un contesto ed una interpretazione

Il contesto. La mia azienda, e il gruppo di cui fa parte, è strettamente collegata alla politica, essendo una lobby che rappresenta un certo tipo di interessi. Quindi, quando si avvicinano le elezioni l’attività dell’azienda si paralizza, perché non si sa chi vince e chi perde. Considerate le dimensioni dell’azienda, e il numero di dirigenti che tra qualche mese saranno onorevoli o anche solo concorrono alla carica, siamo probabilmente l’azienda più politicizzata d’Italia. Di suo non è un male, anzi è una palestra di vita, solo che la paralisi si sente e richiede un approccio di un certo tipo. A questo, si aggiunge un periodo di difficoltà economica dell’azienda stessa, che ha causato una certa compressione delle risorse e delle possibilità. Questa situazione, che va avanti da alcuni mesi, mi ha causato un periodo di grande sconforto, perché su questa nuova esperienza di vita e di lavoro c’ho scommesso molto. Molto di più, perché oggi il mio essere in questa città non è solo un lavoro, ma sopratutto una relazione con un uomo che amo e che amo ogni giorno di più.

Il sogno. Mi trovo a Londra, sulla metropolitana, e il controllore mi chiede il biglietto. Io lo cerco tra i vari documenti e tessere che ho nel portafoglio, ma non lo trovo. Così il controllore mi propone di scendere ed uscire dalla metro per verificare con più tranquillità. Usciamo, e ci troviamo in una landa desolata (le immagini e i colori ricordano molto la parte finale di Skyfall), e qui capisco che il controllore è in realtà un criminale, che insieme ad un complice vuole derubarmi. Allora scappo, e raggiungo una casa in pietra, che si adagia sul fianco di una collinetta. Per sfuggire ai due ladri, giro intorno alla casa, camminando sul cornicione e rimanendo appiccicato alle pareti esterne, e capisco così che c’è un lago dietro a degli alberi(sento anche dei bambini giocare). Allora decido di attraversare a nuoto il lago, e mentre lo sto facendo capisco che se mantengo quella direzione i due ladri mi troveranno, allora cambio direzione per sfuggire loro. Il sogno non ha avuto alcun elemento di angoscia o tensione, anzi dopo averlo fatto mi sono svegliato nel cuore della notte, e ho svegliato pure il mio ragazzo per dirgli che dovevamo andare al lavoro, lui mi ha molto cortesemente fatto notare che era l’alba, mi ha abbracciato e ci siamo riaddormentati. Alla mattina gli ho raccontato il sogno, e mentre lo dicevo ne ho trovato quella che credo sia l’interpretazione.

L’interpretazione del sogno. Londra per me rappresenta il lavoro che faccio (ed è la città in cui andrei per farlo meglio), per cui il controllore che mi chiede il biglietto è il mondo del lavoro, e la verifica dei titoli di viaggio è la verifica dei miei titoli e delle mie capacità. Uscendo in una landa desolata, il sogno mi dice che questo lavoro non era come me lo ero aspettato, anzi che ci sono delle trappole (i due complici che vogliono rapinarmi), ma io me ne accorgo tanto che fuggo. Arrivo così ad una casa, che rappresenta il punto di passaggio e di contatto tra il mondo del lavoro e la mia dimensione più privata (il bambino che gioca), e io proprio faccio questo passaggio appoggiandomi alla casa e girandoci intorno. Così, vedo un lago, ovvero una grande distesa d’acqua e quindi un mare di emozioni, che io decido di attraversare. Quando faccio questo, capisco che posso cambiare la direzione per evitare di essere catturato. Ovvero, il sogno mi sta dicendo che anche se il lavoro non è quello che volevo, che ci sono forse anche persone non in buona fede, io posso fare affidamento su di me, e sulle mie emozioni, per allontanarmi da queste brutte cose; cioè io ho delle risorse su cui posso contare.

Mettendo tutto insieme. In effetti, quello che mi ero già detto a livello consapevole ed esplicito al riguardo di questa tensione tra le mie aspettative lavorative e la situazione per come è, e quello che questo comporta nel mio rapporto con il mio compagno, è stato, innanzitutto, che il destino non mi ha fatto conoscere lui per mettermi poi in difficoltà il giorno dopo con questi problemi lavorativi. Secondo, che io ho tutte le capacità, psicologiche e intellettuali, per superare questo momento, anche cercando altre opportunità. E terzo, che forse questi problemi aziendali che sembrano enormi poi non lo saranno, e le cose continueranno più o meno come prima. E tutto questo, oltre che dirmelo da solo, me lo ha detto anche il mio compagno, e questa era la cosa di cui più avevo bisogno. Come si dice, ci sono cose che solo chi ti ama può dirti, perché solo chi ti ama sa trovare le parole giuste per dirtelo.

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Il vero viaggio comincia quando torni

Ho cominciato psicoterapia quattro e più anni fa, con mio padre che aveva una forma di tumore allo stomaco e io che non sapevo come rapportarmi a lui, con il rischio di doverlo salutare in fretta senza averlo visto o quasi negli anni precedenti; in quei giorni avevo avuto una breve frequentazione con un giovanotto che aveva fatto in tempo ad innamorarsi di me alla seconda volta che ci vedevamo, ma alla terza era comunque in chat a cercare sollievo, si sa che l’amore brucia.

Mi ricordo benissimo del dove ero quando chiamai questo nome e cognome, passatomi da G., e come rimasi colpito che già sapeva che l’avrei chiamata, anzi lo aspettava da tempo.

Sono passati così quattro anni e mezzo. C’è stato un cancello che una volta ha preso fuoco quando ho suonato il citofono. Una sera di inverno che non c’erano i riscaldamenti e la luce. Una volta che sono svenuto per una indigestione e lei mi ha preso evitando che sbattessi la testa in terra, lei alta forse la metà di me.

Ci sono tanti ricordi, anche se solo dovessi limitarmi a quel posto; ma nel frattempo invece c’è stata tutta la mia vita e la sua. Lei che mi ha delicatamente aiutato a togliermi da quel lavoro scombinato che era l’università, e da quel contesto soffocante in cui non trovavo una mia dimensione e non crescevo. Lei che proprio in questi giorni ha cambiato casa, e ora progetta con il suo fidanzato di avere un figlio. Per quanto ne abbia poco parlato in questi anni, so quanto questo desiderio sia fortissimo in lei, e non riesco a non immaginarmela con il pancione non commuovendomi, e chi se ne importa del transfert e del contro-transfert.

Perché oggi è stata proprio una delle ultime sedute. Abbiamo finito un lavoro di ipnosi di gruppo che è stato per me molto fecondo, dandomi una luce e mettendomi in contatto con le mie aspirazioni più profonde. Ma poi è stata anche una seduta in cui parlare delle ultime vicende, promettendo di risentirci ad inizio del mese prossimo, poi alla fine del mese prossimo, e poi verso Settembre, faremo un po’ di sedute di follow-up.

Ora me la devo spicciare da solo, come in fondo mi aveva detto proprio nella prima seduta, io non sono qui per farvi da guida nel resto della vostra vita, ma per aiutarvi a diventare autonomi.

Mi ha dato molti strumenti per esserlo, aiutandomi tante, tantissime volte a vedere le cose per quello che erano, e a non avere paura di quello che posso essere.

Chi ha avuto una esperienza di psicoterapia saprà e sentirà quello che potrei scrivere e che non so se riesco a scrivere, agli altri posso dire che anche se quel filo di nylon non viene mai spezzato, ora si gira pagina.

In questo ciclo di sedute di gruppo, ognuno di noi ha tenuto un diario in cui scrivere come si sentiva. Io ho chiuso il diario con una semplice parola, che non ho mai usato in questi lunghi anni perché  ho sempre mantenuto un rapporto formale dandole del lei, una cosa che l’ha anche un po’ crucciata.

Ho chiuso il mio diario scrivendo: CIAO.

Quegli anni che sono passati

Qualche giorno fa, mi sono trovato in un incontro di presentazione di una attività di gruppo organizzato dalla mia terapeuta. Così, è successo che lei si sia seduta a lato di me, e non quindi frontalmente come succede di solito durante la terapia.

Allora, i raggi del sole l’hanno illuminata e io ho visto un riflesso bianco su qualche capello.

Ho pensato che quei capelli bianchi ci sarebbero comunque stati. Questi anni sono passati per me e per lei, ma non sono passati inutilmente. Avrebbero potuto esserci solo dei capelli bianchi, invece c’è stato tanto altro.

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Scriverlo non è facile e ancora adesso ho gli occhi lucidi. Dirlo durante una seduta di terapia è stato ancora più emozionante. Per me e per lei. Per la prima volta da quando la conosco s’è commossa un po’. Poi ci siamo detti quello che mi aspetta in seguito, anzi me l’ha detto lei, che ha un po’ ripreso il controllo della situazione. Però sapevamo tutti e due che quello è stato il momento in cui ho elaborato il distacco da lei e dalla terapia.

Beni sostitutivi

Sarà e sicuramente è che proprio quando esci da una seduta di terapia e stai sottosopra, allora vuol dire che la seduta è stata efficace. Ma così sottosopra, mai stato. Nel senso che, oltre ad alzare la voce durante la seduta stessa, sono stato i due giorni successivi circa a parlare da solo, tanto era altissima ed evidentissima l’incazzatura.

Ma tanto alta da dirmi che se è così non ho intenzione di continuare, che se devo pagare per sentirmi trattare così preferisco starmene a casa a rincoglionire davanti alla televisione, e che nella mia terapia si parla di quello che voglio io, senza giudizi e pregiudizi morali, sessisti e sessuofobi.

Perché anche che uno dovesse cavare un dente, non è che cavarlo senza anestesia sia un modo migliore di procedere. Sopratutto perché se poi uno ci prende il vizio, a cavare i denti in questo modo, poi ottiene che uno cambia dentista. A me pare che ci siamo spinti veramente troppo in là.

Poi magari l’incazzatura mi passa; di sicuro, se non conoscessi la mia terapeuta ormai da anni, e avessi visto uno spettacolino così con chiunque altro, avrei salutato e cambiato clima, io voglio prima essere compreso, poi aiutato e solo in fondo, se proprio serve, giudicato; che discutere degli effetti dei miei problemi e non delle cause mi pare un modo da fare ad cazzum.

Comunque, ho sublimato l’incazzatura comprando un prosciutto intero (un prosciutto di montagna spagnolo) da 7 kg: costa esattamente come una seduta di psicoterapia, ma almeno me lo mangio.

Sul significato e l’interpretazione degli incubi: un caso concreto

Negli ultimi giorni, ho spesso avuto qualche incubo notturno. Sono sempre stati incubi sognati poco prima del risveglio e sempre controllabili, cioè ad un certo punto mi rendevo conto che erano tali e mi risvegliavo, l’oppressione durava poco (o se si preferisce, esplodeva in fretta).

In genere, avere un incubo non è del tutto una brutta cosa, è un modo in cui l’inconscio cerca di veicolare un messaggio molto forte, che superficialmente ci fa paura ma spesso in sostanza dice tutt’altro, come è stato il caso di questo.

Spesso mi capita di sentire delle interpretazioni su cosa origini gli incubi e su cosa significhino che sono molto fastidiose. Così colgo l’occasione per spiegare, con un esempio concreto che riguarda un mio incubo, come l’interpretazione sia spesso molto distante dal senso popolare.

Comincio a disporre i pezzi che è una cosa un po’ articolata.

In ogni incubo, come in ogni sogno, c’è sempre un significante che è spesso ben distante dal significato. Quindi, cominciamo ad introdurre i significanti di questo sogno.

Il primo si è originato dalla visione di questa immagine sul blog di River, che ho visto il giorno in cui ho avuto l’incubo: è certamente una immagine forte che sfida il nostro senso della realtà: sarà vero che c’è un pazzo che dipinge nel vuoto oppure è un trucco fotografico di qualche tipo?

Il secondo significante riguarda un compagnuccio di classe delle scuole superiori, che per comodità chiamiamo Andrea (manco mi ricordo come si chiamasse di nome, peraltro).

Allora, in questo sogno, Andrea sta facendo quello che si vede nella foto, cioè sta dipingendo praticamente sospeso nel vuoto. In particolare, sta dipingendo il lato esterno del balcone di casa (che è in muratura, non una ringhiera) ed è sospeso sia con una qualche imbracatura (tipo quelle da alpinista) sia con un asse che in qualche modo è conficcato nel muro stesso.

Io ho una certa apprensione per lui, perché mi pare che sia una cosa pericolosa, e gli dico se non sia il caso di tornare dentro, ma lui mi dice che è tutto apposto.

Così, io me ne torno nella mia camera, quando sento un urlo atroce, e capisco che è caduto di sotto e certamente morto (sto al quarto piano). Qualcuno corre da me per darmi la notizia, e io comincio a terrorizzarmi, e appunto mi rendo conto che è un incubo e mi sveglio.

Ora, cominciamo con le interpretazioni ad cazzum, quelle che vengono fatte da gente variamente assortita, che spesso vanta una attenta lettura della pagina delle risposte dello psicologo sulla rivista femminile del momento, quindi sa cosa dice:

– è solo un incubo
– avevi mangiato pesante
– hai visto un’immagine che ti ha messo paura e ti è tornata in mente
– tutti abbiamo paura di cadere
– chiaramente, attraversi una fase di cambiamento
– a o p?

(ok, forse l’ultima è più da chat gay)

Diciamo che queste cosiddette interpretazioni stanno ad una interpretazione come una flatulenza sta ad una fuga di Bach. Aggiungiamo pure che non esiste la interpretazione corretta, ma vari livelli interpretativi, e che ognuno di noi si ferma ad un certo livello (ovviamente tolta la immondizia di cui sopra) perché ognuno di noi è in grado di accettare fino ad un certo livello di verità: e l’incubo, come il sogno, veicola delle profonde verità su noi stessi.

Per trovare una verità di questo sogno, torniamo al significante: Andrea.

Perché ho sognato proprio questa persona? La risposta sta nel chiedersi cosa mi ricordi di lui e cosa significhi per me. In genere, questa è la fase che precede la possibilità di interpretare il sogno, ed è quindi una fase meno semplice di quel che sembra, e che comunque si affina con il tempo e l’esercizio.

Andrea era, oltre che un ragazzetto cicciottello e forforoso (ma questo non ci interessa) uno non molto portato per l’informatica. Una volta venne interrogato dal professore di informatica (che era un grande sfottitore) e per un’ora buona andarono avanti con lui che sosteneva di aver inventato un suo algoritmo, che era però la copia di uno noto e stranoto, per cui il professore disse che bisognava chiamarlo “Andrea search” in onore dello scopritore. E’ una cosa che ancora oggi, passati circa venti anni, E. compagno anche lui di scuola superiore ricorda con me di tanto in tanto.

Con questa spiegazione del significante, giungiamo al significato. L’incubo non mi vuole dire che tutti abbiamo paura di cadere, ma che tutti abbiamo paura di volare.

Perché dico questo? Perché io sogno Andrea in un contesto in cui lui fa una qualche professione, e nel farlo muore perché non è capace, anzi manco sente il mio consiglio, mentre io rimango bene al sicuro, anzi sto a casa mia, e sento solo un urlo ma non vedo niente. L’incubo mi vuole dire che io, a differenza sua, non sono uno che prende rischi professionali inutili, che la sicurezza del piano dove poggio i miei piedi non è incidentale ma il risultato di anni di sacrifici e di impegno, e che quindi insomma non devo certo temere questa occasione di un salto di carriera, per quanto mi sembri ancora un po’ al buio e non nel contesto che più vorrei in assoluto.

Oh, facciamo a capirci: io razionalmente non ne avevo paura, ma evidentemente il mio inconscio ha invece inteso un certo timore: ed incazzatosi (quanto si incazza l’inconscio!) ha inviato un messaggio molto forte: che pensi di cadere? guarda che uno come Andrea potrebbe cadere, non te.

Questa è la differenza tra una interpretazione ed un chiacchiericcio, ed è la differenza tra il giorno e la notte, tra il pensare che il nostro inconscio sia una fonte immensa di ricchezze (ammazza quanto sono ericksoniano!), tanto che ritrova un personaggio vecchio di venti anni per inviare un messaggio, e chi pensa che sia un luogo abitato da mostri che è meglio evitare.

(Fate psicoterapia! Fatela! Pure se pensate che non vi serve! Casomai la smettete dopo un po’)

Aggiungo qualche ulteriore elemento di dinamica di una seduta di psicoterapia. Questa interpretazione è emersa nel dialogo tra me e la terapeuta, ed è emersa comunque con pochi minuti di discussione, scrivere e leggere questo post richiede più tempo. Questo perché nel rapporto che si crea si genera una comprensione ad un livello inconscio che lavora per simboli, e i simboli sono più veloci delle parole.

Questo non è stato l’unico incubo che ho avuto e di cui abbiamo parlato, ce n’è stato un altro che ha avuto una ulteriore spiegazione, ma che qui ometto.

Però aggiungo che queste interpretazioni sono andate, nel complesso, così in profondità che ad un certo punto io ho avuto una quasi regressione ad uno stato infantile, con un tono di voce ed una espressività di un bambino di pochi anni, come mi è poi stato fatto notare. E’ significato anche un recupero di una esperienza di vita, che può essere oggi vista con occhi diversi, e quindi una rielaborazione di un passato di, diciamo, trenta anni fa circa? che qualcosa con il presente ha molto a che fare.

E poi dicono che gli incubi vengono a chi mangia male!

Solo ora me ne rendo conto

Dopo circa e anzi oltre tre anni di terapia, mi solo reso conto solo adesso che la mia psicoterapeuta assomiglia a Liza Minnelli (si intende a parità di età).

Differenze (anche di costo)

Seguire un percorso psicoterapeutico è generalmente commendevole e una buona idea, anche se non ti fai molti amici (a meno di sedute di gruppo), mentre seguire un corso di recitazione rende la tua socialità assai migliore, e rimane apprezzabile anche in contesti più mondani.

Rimane tuttavia la differenza che un paziente psicoterapeutico in genere non ricorre a quanto ha imparato per mettere in difficoltà gli altri, per fare qualche battuta che potrebbe essere fin troppo cattiva ed indegna, ma cerca di sfruttare quanto ha imparato per il meglio, suo e di chi gli è vicino (non chi gli sta vicino).

Mentre, a quanto pare, chi fa un corso di recitazione in cui gli insegnano a respirare – ripeto, sempre commendevole, commendevolezza everywhere – sente la necessità impellente di giocare a sfotterti spiegandoti quanto respiri male, quanto sei seduto male, e quanto non ti rilassi, e quanto sia importante invece farlo. Perché lui sa, ha fatto anche cinque o sei lezioni da un’ora, è ormai un’autorità riconosciuta. Potrebbe anche sapere cosa è la bioenergetica, per dire.

Tu a quel punto abbozzi, perché c’è il rischio che se gli spieghi che – commendevolezza a parte – uno dei due sta un qualche gradino avanti in termini di comprensione di sé c’è il rischio che poi appari come uno non simpatico.

E tutto questo avviene prendendo di mira proprio l’unico, tra tutti i presenti, che la sua rielaborazione del vissuto e la sua destrutturazione se l’è fatta e se la continua a fare, quindi magari è andato un po’ oltre il respiro e la posizione delle spalle.

L’è che che i coglioni c’hanno sempre il bisogno di sentirsi simpatici.

Il discorso del Re

Ho visto questo film giusto poco prima che ci fosse la cerimonia di premiazione degli Oscar, e ho subito pensato che avrebbe sbancato, ma non tanto per la qualità del film quanto per il tipo di corde che andava a solleticare.

La trama è nota: il futuro re Giorgio VI (che subentra al fratello Edoardo, che abdica per sposare la divorziata Wallis Simpson) ha un problema di balbuzie, e si affida a Lionel Logue (Geoffrey Rush), un logopedista che usa metodi molto poco convenzionali. Ma efficaci, se alla fine riuscirà a leggere l’annunzio dell’entrata in guerra contro la Germania. Il film si ferma qui, anche se poi Giorgio VI leggerà molti altri discorsi durante la Seconda Guerra Mondiale, con un tono fermo che aiuterà il morale degli inglesi.

Allora è un film storico? Purtroppo no, perché le cose non sono andate esattamente così. Quando era ancora solo Duca di York, il futuro Giorgio VI era riuscito già nel 1926 a tenere un discorso, al Parlamento di Canberra, senza balbettare, grazie al lavoro fatto, a partire dall’anno prima, con il dottor Logue. La dichiarazione di guerra verrà 13 anni dopo; e nel frattempo il dottor Logue aveva trovata tutta la comodità di essere investito del titolo di Membro dell’Ordine Vittoriano, per i servigi resi personalmente al Re; mentre nel film questo riconoscimento sembra di là da venire.

Allora cosa ha di bello questo film? Sicuramente, che sia tutto incentrato sulla relazione terapeutica tra Logue e Giorgio VI, una relazione che Logue riesce a costruire, probabilmente per intuito più che per studi, mettendo il futuro re alla pari con lui, comprendendo fin dall’inizio come la balbuzie fosse un problema psicologico e non fisico. Per quanto visto nel film, direi che Logue, oltre ad essere un logopedista, ha operato come un bioenergeta, anche se non so quanto questo sia storicamente vero.

Che effetto ti fa vedere un film la cui trama si riduce al racconto di una relazione terapeutica, tu che ne hai una che prosegue da anni? Boh, un effetto strano, da una parte non ti stupisci di nulla – né di come si svolga e delle unicità che si sperimentano, né della capacità che abbia di cambiare in meglio una vita – dall’altro rimani un po’ perplesso, perché – immagino – compi l’errore di voler ricondurre una relazione terapeutica alla tua, quando ogni relazione terapeutica è necessariamente unica (non è che in ogni terapia ti dicono di urlare dalla finestra: anche se in alcune può succedere).

Per tornare al film, la sceneggiatura ha un grande valore, rende il personaggio di Giorgio VI come un personaggio vivo, indaga e scava nella sua psiche e riesce a relazionarla con gli altri personaggi, a cominciare da Logue; merito anche dell’interpretazione notevole di Colin Firth.

Però, tutto questo detto, a me non pare proprio che Il discorso del Re possa essere considerato il miglior film dell’anno, sopratutto considerando che c’era Inception tra i candidati. Mi pare discutibile che un film storico contenga degli errori così significativi, che messi poi in un film del genere, così minimalista, lasceranno molti spettatori pensare che le cose siano  invece andate proprio così; e c’è qualche errore pacchiano, come le due figlie di Giorgio VI (Margareth e l’attuale regina Elisabetta) che passano gli anni ma rimangono sempre due bambine.

Quando l’ho visto, ho pensato che sarebbe proprio stato il film da Oscar: è centrato su un personaggio con un handicap come la balbuzie che affligge molti attori (che sono magari diventati tali anche per sconfiggerla), è la storia del non europeo (Logue è australiano) che aiuta un europeo, ha quel gusto minimalista che fa pensare sempre che sia una grande capolavoro (a me, la scenografia è parsa scadente), insomma fa fine ed impegna relativamente.

Per cui sì è un bel film, ma capolavoro rimane per un’altra categoria.

Voto: 8.

Transfert

Nel rapporto tra terapeuta e paziente, si genera un intenso meccanismo di transfert quando il paziente trasferisce sul terapeuta delle idee, giudizi, sentimenti e valutazioni che sono invece suoi propri. Questo succede in ogni relazione interpersonale, ma in quella psico-terapeutica questo meccanismo è alquanto intenso. Il transfert può essere positivo o negativo, secondo le emozioni e i giudizi che suscita, e può essere accompagnato da un contro-transfert, quando il terapeuta proietta qualcosa di sé sul paziente.

Solo in tempi molto recenti ho realizzato i miei transfert positivi sulla terapeuta, sia quelli che ci sono stati negli ultimi mesi – in parte quasi scatenati da sue battute ed osservazioni – sia quelli risalenti a più tempo fa. All’epoca, il mio transfert era quello di pensare a lei come ad una professionista affermata, felice del suo lavoro, economicamente ben sistemata, insomma una donna in carriera dove tutto era rose e fiori; e certamente questo era per reazione alla insoddisfazione del mio proprio lavoro, tanto che dopo averlo cambiato questo transfert è cessato, e oggi penso che è molto difficile essere padroni a casa propria nel posto di lavoro, quale che sia il lavoro che si fa e come lo si fa. (Poi sì, questo transfert venne anche alimentato un po’ dalla terapeuta stessa; poi sì, c’è stato in tempi recenti anche un contro-transfert, quindi non ci siamo fatti mancare niente).

Quando il paziente prende atto dei propri transfert fa sicuramente un passo importante, e qui per me ci sono voluti dei mesi di opportuno avvicinamento da parte della terapeuta che ha disseminato un po’ di indizi per farmici arrivare,  sfruttando quelle che sono le mie modalità relazionali più tipiche e più forti. L’intensità delle emozioni coinvolte è stata tale che ho fatto un paragone, nell’ambito della ricostruzione di questa dinamica tra la terapeuta e mia madre, credo che sia la prima volta (in quasi tre anni) che mi succede una cosa del genere.

Perché ho reso esplicito questo transfert e quelli passati, e ne ho voluto parlare? Non credo solo per curiosità di sapere se avevo capito quello che stava succedendo (sì lo avevo capito e ho ricevuto i complimenti per l’acutezza dell’analisi). Ma perché mi rendo conto che con il passare del tempo, più la terapia decide di intervenire su blocchi più profondi, e più occorrono energie maggiori per liberarsi da quei blocchi. E visto le resistenze così forti che sto sviluppando per intervenire su certe situazioni, non potevo che fare così, esplicitare un transfert (che è curioso, perché tu paziente sei convintissimo che quello che dici sia una verità oggettiva, mentre è una proiezione,  ovvero quanto di meno oggettivo ci sia) e vedere cosa succede. Credo che sia comunque un punto di non ritorno, quindi anche l’unico modo per levare certi ormeggi.

Legami forti

Ho firmato il contratto per un nuovo lavoro che comincerà per la fine del mese.

Il vecchio lavoro era finito con Dicembre, e se ha avuto un merito è stato quello di essere di passaggio, un day job come dicono gli inglesi che mi ha meglio mostrato chi sono, per contrasto con persone che hanno fatto scelte ed hanno aspettative assai diverse dalle mie. E’ stato anche il primo lavoro che ho fatto avendo un orario di lavoro, quindi non più lavorando per obiettivi ma lavorando per tempo; in questo senso, ho vissuto quel lavoro anche come un esperimento psicologico, anzi forse sopratutto in questo senso, come un provare a dare del tempo al tempo per vedere cosa si poteva ottenere da un rapporto continuativo e prolungato, non da un semplice mordi e fuggi.

Questo nuovo lavoro, invece, nasce sotto tutti i migliori auspici. Farò quello che mi piace fare, e cioè progettare, in un argomento nuovo e in cui dovrò studiare molte cose. Lo farò con un contratto a tempo indeterminato, anche questa una novità per me, e con un contratto economicamente ottimo. Lavorerò per una media società europea, circa 4mila dipendenti, anche se il cliente finale è una società di informatica italiana; costoro, gli italiani, ora non possono assumermi per motivi di bilancio, e mi hanno girato ad un loro fornitore, che avrebbe potuto farmi anche un contratto ponte di qualche mese, ma ha invece voluto farmi un contratto a tempo indeterminato perchè l’impressione che hanno avuto è stata assai buona, e vogliono considerarmi comunque una risorsa dell’azienda.

Questi i fatti concreti, ma come sempre ci vedo una dimensione psicologica che è quella premiante e definente. Non ho certo iniziato, ormai anni fa, un percorso di miglioramento personale pensando a queste questioni lavorative, anzi tutt’altro! Quando iniziai pensavo  di essere nelle condizioni lavorative migliori; è vero che guadagnavo la metà di quanto avrò con questo nuovo contratto, ma ero contento di molti aspetti di quel lavoro, compresa l’estrema libertà di orari. Ma quel lavoro, e il modo in cui si svolgeva, facevano parte di un equilibrio nevrotico, che stava diventando insoddisfacente. Quella modalità lavorativa era un modo per non costruire e non avere rapporti lavorativi prolungati ed intensi, perchè non volevo avere rapporti continuativi. Non me ne rendevo conto, all’epoca, ma tutta la mia vita era costruita su un certo senso di precarietà, che era tutta nei miei limiti che nelle mie capacità.

Così, come un bambino che ha costruito una torre con le costruzioni, ma la vede traballante e sa che non può crescere ulteriormente, ho preso i singoli pezzi e li ho rimessi sul tavolo. Li ho esaminati uno per uno, ho visto come erano fatti fuori e dentro, e ho cominciato a riassemblarli in modo diverso; ho visto le mie capacità e i miei limiti, e ho cercato come rimuovere i secondi per far emergere le prime. Così, quando la selezionatrice di questa società europea mi ha chiesto che tipo di contratto volessi, io le ho detto quello che sentivo, e cioè che per me è più importante cosa si fa piuttosto che con quale tipo di rapporto lo si fa, ma che pensavo che se per fare un progettista di un progetto complesso ci vuole un contratto a tempo indeterminato, ben venga, io non avevo preclusioni. Sarà una cosa ovvia e scontata per molti,  anzi per moltissimi è ovvio che la cosa migliore è un contratto a tempo indeterminato, ma potrei pensare a quante volte io, ad analoga richiesta, ho risposto in modo molto diverso, spesso gelando sul nascere ogni possibile rapporto.

Così, sono passato dal momento in cui avevo più lavori in contemporanea, al momento in cui ne ho avuto uno solo ma fatto per scopi meramente materiali e che aveva un senso solo in prospettiva ad un lavoro il cui senso è invece qui e adesso. Così come, su un binario diverso ma lungo la stessa direzione, c’è stata prima la fase di tante avventure sessuali, poi quella di tanti tentativi di relazione che erano sbagliati direi quasi per definizione, e a cui è seguito un periodo di quasi astinenza, per mesi non avevo particolare intenzione di frequentare nessuno e non sentivo che mi mancasse qualcosa. Ma era un periodo di ricostruzione della torre, con delle fondamenta più solide. Per cui oggi, pur tra molte difficoltà, e a volte quasi troppe, c’è una persona  in più che è felice insieme a me per questo nuovo lavoro.

Tutto questo non è avvenuto nel modo così lineare in cui lo racconto, lavorare su se stessi non è come prendere un treno che arriva alla stazione seguendo un percorso ben definito; perchè poi ogni volta che è imminente un momento di cambiamento si scatena il finimondo perchè il cambiamento non ci sia; e nei primi giorni di Dicembre, quando era evidente che quel  vecchio lavoro era destinato a concludersi, ho avuto dei momenti di grande, estrema difficoltà; direi un travaglio, perchè una nuova vita lavorativa doveva nascere, e tanti temi irrisolti dovevano emergere.

Sì, perchè un percorso psicoterapeutico non ha un punto di arrivo, e appunto non è un treno. Se è vero che in certi momenti ci sono delle difficoltà e delle nevrosi che vanno affrontate, perchè la qualità della nostra vita ne risente in modo diretto, è vero anche che la psiche non ha dei limiti nella sua capacità di plasmare il mondo, salvo quelli superabili; per cui la vita ci mette dinnanzi a dei sogni e dei desideri migliori, che sono raggiungibili lavorando più in profondità. Non vuol dire questo che la psicoterapia sia un percorso da fare per sempre, anzi una buona psicoterapia non lo è mai, vuol dire anzi che ci si può fermare, vedere il percorso fatto e trarne le energie per farne un altro, magari lungo una direzione impensata, magari anche non subito.

Poi, come sempre, non finisce qui.