Archivi Blog

Recensione: “L’uomo che vide l’infinito”

Data una certa frequentazione con opere che parlano di Ramanujan (sopratutto Godel, Escher e Bach e a seguire Il Matematico Indiano di Leavitt, di cui ho parlato qui) mi sono scelto di andare a vedere L’Uomo che Vide l’Infinito, di cui ho parlato a: https://ugualiamori.wordpress.com/2008/12/16/recensione-il-matematico-indiano/).

Uso una formula un po’ involuta per dire che non ero convinto che avrei visto un gran film, ed in effetti è stato un po’ così. Se devo cominciare a dire quello che di bello c’è nel film direi i costumi, l’ambientazione, anche la stessa fotografia che contribuisce a dare l’immagine, magari anche un po’ stereotipata, di quello che può essere e che ci immaginiamo sia una delle università dell’elite inglese ad inizio Novecento.

Quindi, cosa non mi è piaciuto? Intanto, il fatto che dell’omosessualità di molti dei protagonisti di quel tempo (su tutti Hardy, ma anche Russell) il film nei fatti sorvoli, a parte una breve auto-citazione di Hardy all’inizio (“l’incontro con Ramanujan fu l’unico incidente romantico della mia vita”). A seguire, l’insistere così ripetutamente sul fatto che Ramanujan scriveva i suoi teoremi senza lo straccio di una dimostrazione, cosa che capisco sia utile dire anche due o tre volte, però poi diventa quasi un cliché.

Anche e sopratutto, il fatto che il film non faccia capire il contesto storico-scientifico in cui Ramanujan operò: è un po’ riduttivo presentare Russell come “Bertie”, senza dire che aveva appena dato alle stampe i Principia Mathematica, ovvero quella vetta altissima del pensiero logico-matematico che sarebbe giusto stata la base su cui pochi anni dopo Godel avrebbe lavorato e che avrebbe spinto anche Turing ad occuparsi del problema dell’indecidibilità.

Anche se Ramanujan si è occupato di tutt’altro, è un peccato che il film non evidenzi quei collegamenti culturali profondi che hanno dato vita al grande rinnovamento della matematica di inizio del secolo scorso e di cui oggi, mentre leggete queste note, vedete gli effetti sotto forma di computer, smartphone ed altri gingilli.

Invece, il film finisce dicendo che uno dei teoremi di Ramanujan è stato applicato allo studio dei buchi neri, che detto così rimane solo un po’ uno stuporone fatto per colpire il pubblico, piuttosto che qualche utile riferimento, per quanto necessariamente reso popolare.

Insomma, un po’ auto-referenziale come film. Ha evitato il tono hollywoodiano di The Imitation Game, ha sicuramente evitato molti svarioni (forse il più grave è quello di far intendere che Ramanujan morì di tisi, quando invece fu probabilmente un parassita in un corpo debilitato da una dieta eccessiva e fors’anco un avvelenamento da pentolame) e che rimane un po’ freddo per chi non ne sapeva qualcosa già prima.

Voto: 7

Annunci

The Revenant (Il Redivivo)

The Revenant (Redivivo), per la regia di Iñárritu e con Leonardo di Caprio, è un film per molti aspetti insolito nella produzione cinematografica contemporanea.

Direi che la poetica del film è insolita, perché il regista ha girato un film in cui la protagonista è la natura. Una natura bellissima (la fotografia è splendida, la maggior parte delle scene lasciano a bocca aperta) ma anche atroce e gelida, non solo nel senso delle temperature (il film è ambientato nel nord del continente americano e ovunque è neve e gelo) bensì gelida nel suo rapporto con l’uomo, che è uno dei tanti animali che si agitano sulla terra.

Una natura che è un testimone silenzioso e disinteressato (l’unica scena che ritorna più volte nel film è quella dove la cinepresa è in verticale, riprende questi grandi alberi che sono lì, immobili spettatori storici ed eterni di drammi che non li riguardano), mentre l’agitarsi degli uomini è vano.

Il film inizia con due momenti di apparente serenità, prima un flashback dove il protagonista ricorda quando era il padre di una famiglia felice, poi la scena è quella di una piccola macchia di alberi, l’acqua che scorre e rilassa. Ma la felicità, questo è il messaggio duro del film, dura poco perché la carneficina sta per iniziare.

Il film è racchiuso tutto qui, tra la bellezza della natura e la sua crudeltà, ben rappresentata dalla scena dell’orso, quando Di Caprio viene sbranato da un orso che si comporta, con lui, come il gatto con il topo: non lo vuole uccidere, si diverte a mutilarlo un po’ alla volta, disinteressandosi di lui salvo tornare alla carica. E’ una scena forte, ma è una scena vera, lontana e anzi aliena da quelle sensibilità pseudo-animaliste che raccontano la natura come un luogo dei buoni sentimenti dove ci sono gli orsi coccolosi ed è tutto un volemose bene.

Vano è l’agitarsi dell’uomo su questa terra, se un orso può sconvolgerti la vita. Fatuo è il destino dell’uomo che pensa di essere al centro delle cose.

Sugli attori: Di Caprio non ha dato vita alla sua migliore interpretazione, però probabilmente vincerà l’Oscar per le volte in cui lo avrebbe meritato. Il regista è un genio con una capacità di costruire scene che hanno la forza dei western di John Ford e movimenti di camera sofisticati e complessi, con tutti i registri e i toni possibili.

Voto: 7.5 (perché, comunque, poteva riuscire meglio)

Il racconto dei racconti

Film insignificante, esercizio stilistico dai confini angusti e adatto allo stesso tipo di pubblico che va in un ristorante da cucina internazionale e mangia il parmigiano sulla pizza che, si sa, sono ingredienti italiani e quindi buoni, sopratutto quando cucinati all’estero e fuori dal loro contesto.

“Lo cunto de li cunti” è una raccolta di fiabe di metà del ‘600, edito a Napoli. Un’opera importante e fondamentale per la letteratura di genere europea, visto che ad esso si sono poi ispirati favolieri che hanno avuto assai maggior fortuna di Gianbattista Basile.

Da questa ricchezza, nulla rimane nel mediocre film di Garrone. Tutto finisce appattito, edulcorato, autoreferenziale, con dei racconti che si snodano a casaccio, senza che allo spettatore rimanga nulla. A vedere il film non si ricava alcunchè: c’è un motivo per cui nelle fiabe del ‘600 c’era l’orco? Ha un senso? Cosa vuol dirci? Boh, dal film non si evince nulla. C’è un orco ma potrebbe andare bene anche un verme della sabbia di Dune, il capitano Kirk o Rossella O’Hara, tanto sempre pixel sullo schermo sono. Il film compie qualche operazione filologica? Di contesto? Pedagogica? No, è appunto come il ristorante che mette insieme parmigiano e pizza e dice “prodotto 100% italiano”.

Pensate a quale operazione immensa fa la Disney quando prende La Bella Addormentata Nel Bosco o Cenerentola. Da una semplice storia crea un intero universo di emozioni, di significati e di letture, per cui riesce a dare tanto, a fare un’operazione innanzitutto artistica. Vogliamo oppure parlare delle letture personalissime tipo appunto il Dune di David Lynch? O la sfida estrema e vinta del Signore degli Anelli di Jackson? Ecco, di adattamenti e di rielaborazioni riuscite ce ne sono tante, ma questa non lo è.

Si tratta invece del personale divertimento di Garrone che vuole farci vedere quanto è bravo con la steady cam (che poi, ormai sa di vecchio, non certo di nuovo) e della bellezza di alcuni esterni, comunque nemmeno tanto valorizzati.

Voto: 3

“Noi e la Giulia”

Dopo il capolavoro di Smetto quando voglio, Edoardo Leo torna alla regia con Noi e la Giulia, la storia di tre quarantenni senza prospettive che si mettono insieme per rilevare un agriturismo. Oltre che poco capaci e anzi proprio imbranati, si trovano ad avere a che fare con la camorra che chiede il pizzo. Il primo esattore, interpretato da Carlo Buccirosso, arriva a bordo di una Giulia e sia l’esattore che l’auto faranno parte in qualche modo del paesaggio dell’agriturismo, in un modo imprevisto e alquanto originale.

Come è questo film? Intanto è una commedia garbata, in cui non ci sono parolacce e non c’è sesso o battute scurrili, ma tutto viene tenuto nei registri di una commedia di qualità; qualità buona ma non eccezionale, perché forse non tutto è riuscito. Non mi hanno convinto in particolare l’interpretazione di Claudio Amendola (che facendo il comunista da centro sociale richiama una pallida imitazione di Mario Brega) e anche Edoardo Leo, che fa il coatto di destra, non mi è sembrato sempre nella parte. Anche Luca Argentero sembra sempre fare una parte buonina ma non riesce a bucare lo schermo, si sente ogni tanto che sta recitando e si sta pure sforzando un po’. Bravissimo invece Buccirosso, che manda avanti il film, a momenti, quasi da solo.

Dirò pure che questa è una lettura mia quanto non mai, altre persone che avevano anch’esse visto Smetto quando voglio hanno detto di preferire questo secondo (anzi terzo) film di Leo al precedente. Non so, per me Smetto quando voglio è il miglior film di commedia all’italiana degli ultimi dieci o vent’anni, non indegno di finire vicino ai grandi classici.

Comunque, un film che può essere visto, senza dubbio; anzi, senza dubbio comunque una ottima commedia, anche per alcuni passaggi in cui la sceneggiatura spicca il volo con una scrittura ricercata ma semplice.

Voto: 7

Masterchef (italia)

Un po’ come il dolcetto dopo il pasto, la golosità che dà tanta gioia ma ci fa tanto peccare e che non dovremmo proprio fare, così è Masterchef, il vizio di chi gironzola tra i fornelli.

Masterchef è un vizio perché, come il dolcetto che non porta calorie nobili, così non porta niente di nobile alla cucina italiana. Vedendolo non c’è possibilità di imparare niente su come si cucina, non c’è una ricetta che fosse una discussa e analizzata, solo una sfilata di piatti giudicati da chef sicuramente competenti ma che alla fine riducono il programma ad una sfilata di bellezza per piatti che, poi, sono sempre quantomeno molto poco congruenti e vicini rispetto alla cucina italiana tradizionale.

Si tratta di piatti spesso sofisticati, ricchi di sfumature di ingredienti e, sopratutto e direi che è pacifico, piatti che non possono venire in mente così, all’estro, di un aspirante cuoco che non è un professionista ma un dilettante, per quanto capace esso sia.

Ho visto, credo nella passata stagione (ora è in onda la quarta), una prova in cui si dovevano cucinare cinque piatti diversi con dei fiori di zucca. Ora sfido qualsiasi cuoco che ama i fornelli a farsi venire in mente cinque ricette diverse, a riorganizzarsi gli ingredienti nei pochi minuti in cui i concorrenti possono accedere alla dispensa e prendere quello che serve e a cucinare tutto insieme. Forse, il capo cuoco del Tempio dei Fiori di Zucca, ristorante di fantasia che cucina solo fiori di zucca, ne sarebbe capace ma un cuoco amatoriale non ne può venire a capo.

Così come mi pare molto, molto difficile riuscire ad inventare una ricetta al volo per la trippa di baccalà, o il modo migliore di usare le foglie di tabacco per affumicare la carne o come usare il wasabi, sono tutti ingredienti pochissimo comuni.

Invece, in questo programma vedi due decine (poi vanno a calare, essendo eliminati mano mano) di concorrenti che sì, a favore di telecamera e di suspence comunicano le loro preoccupazioni quando gli viene chiesto di usare il nero di seppia purchè non insieme a pasta o riso, però alla fine tirano fuori tutti dei piatti, tutti diversi l’uno dall’altro, spesso buoni, in genere radicalmente diversi.

La spiegazione più ovvia è che i concorrenti siano in parte istruiti su quello che devono fare, ricevano una qualche, magari molto lunga, lista di ingredienti possibili e possano esercitarsi nella cucina di Masterchef.

La cucina, altro elemento interessante. E’ sorprendente come tutti questi si trovino in una cucina in cui non sono mai stati, peraltro bellissima, piena di ogni possibile strumento e aiuto culinario e sappiano tutti destreggiarsi con efficacia. Anche, qui, è ovvio, c’è stata una fase di accomodamento e di esercitazione.

Tutte fasi e tutti momenti che sono fuori programma, che riesce ad essere quindi avvincente perché i tempi morti e le pause sono tolti da un montaggio che è il vero conduttore: non sono i tre chef quelli che guidano le danze, ma il regista e il montatore che riescono a costruire una storia su quella che, comunque, è una visione parziale e molto personale di qualcosa di più complesso.

Bravi, bravissimi, si tratta di televisione nel senso più forte del termine (cioè nel senso di manipolazione della realtà) ma mentre una persona che si destreggia in cucina può anche arrivare a decostruire il tutto e capire quello che c’è dietro e tutto quello che manca, chi di cucina non è pratico continuerà a pensare che cucinare sia una specie di rito magico, in cui in qualche modo preter-naturale vengono fuori dei piatti, quasi da soli: poi a volte riescono e a volte no. La cucina al tempo degli aruspici.

Qualche tempo fa leggevo l’intervista di uno chef che parlava del fenomeno in ascesa del bullismo nelle cucine dei ristoranti, c’è sempre stato ma ora è peggiorato per colpa di Masterchef (parole sue), cosa che indica come le colpe di Masterchef siano ben distribuite tra tante figure professionali diverse.

C’ho detto, rimane un peccaminoso cioccolatino, da consumare con moderazione e vergognandosene un po’. Per esempio, io scommetto che il vincitore di quest’anno avrà meno di 25 anni, perché in questa fascia d’età ci sono concorrenti molto forti, che hanno il vantaggio di una certa resistenza fisica e che quasi mai hanno le crisi di panico e di ansia di alcuni concorrenti più grandi, cosa che sicuramente li fregherà prima o poi.

(Piccola aggiunta: le puntate sono registrate d’estate, e direi al ritmo di una ogni 1-2 giorni. Poi la finale viene registrata poco prima della messa in onda, che sarà in Primavera. Quindi ci sono alcune decine di persone, tra concorrenti e membri della troupe, che sanno già chi arriva in finale, eppure nessuno parla: o i servizi segreti vigilano sul fatto che il silenzio sia mantenuto, oppure si è trovato il modo di far felici tutti).

Tre brevi recensioni

L’Hobbit, la battaglia delle Cinque Armate. Ok, grazie per tutto il pesce. Hai fatto una bellissima esalogia, c’hai messo quindici anni per venirne a capo, non sei riuscito a chiuderla nel modo in cui potevi chiuderla. Mo’ però basta, Tolkien è stato saccheggiato abbastanza e quest’ultimo film è anche molto poco tolkeniano. Probabilmente la versione estesa recupererà i tagli che sono anche evidenti, però anche la dinamica del “dobbiamo vedere la versione estesa” ha fatto il suo tempo. Penso anzi, in generale, che i film al cinema abbiamo fatto il loro tempo, oggi la nostra narrazione preferita è la serie televisiva, in cui c’è molto più spazio per poter raccontare i personaggi e le loro vicissitudini. Forse una serie sugli anni che vanno dalla conclusione dell’Hobbit all’inizio del Signore degli Anelli sarebbe una bella serie, ma credo che costerebbe anche più di quanto possa permettersi anche, non so, HBO.

Pride. Forse il film più bello dell’anno, sicuramente un film eccezionale che gioca con tutto l’arco dei sentimenti. Dall’entusiamo dei giovani gay inglesi che decidono di sostenere i minatori nel loro lungo sciopero contro le politiche economiche della Thatcher, al dramma dell’arrivo dell’AIDS.

The Imitation Game. Avendo letto molto su Turing e su Bletchey Park (qui), anzi ci sono anche andato in visita in pellegrinaggio, non sono mai potuto passare sopra i numerosi errori, in alcuni casi leggeri ma in altri proprio fine a sè stessi e ad una idea di voler rendere Turing molto popolare, ma nel senso sbagliato. Comunque, molti che non sanno niente di questa vicenda potranno cominciare ad apprenderne le coordinate essenziali, in un film ben confezionato.

Recensione: Cloudburst

Il destino dei film di genere GLBT in Italia è quasi sempre quello per cui quello che viene acclamato dalla critica e ha un certo riscontro di pubblico risulta invece abbastanza insignificante per il pubblico gay. Se una eccezione a questo è stata rappresentata da Brokeback Mountain, la regola viene invece spesso confermata, ultimo caso dall’insopportabile La Vita di Adele, che è piaciuto tanto al pubblico non GLBT e alla critica perché se mettiamo due lesbiche sullo schermo allora sì che siamo progressisti, sopratutto se poi se la leccano e si vede qualcosa.

Regola che allora viene confermata per questo bellissimo Cloudburst, la storia di due anziane lesbiche, benissimo rese da Olympia Dukakis e Brenda Fricker.

Cloudburst_(2011_film)_posater

Quando Dotty cade da letto mentre scherzava con Stella, la nipote decide che deve essere messa in una struttura che possa seguirla, visto che è sovrappeso e ipovedente. La nipote proprio non arriva a capire che la nonna sia lesbica, con tutto che il marito prova a dirglielo anche esplicitamente.

Allora Stella decide di recuperare Dotty (con uno dei passaggi più divertenti del film) e di andare in Canada, dove le due potranno sposarsi e quindi non essere soggette alla tirannia della nipote. Lungo il viaggio, anche a scopo di destare meno sospetti, rimorchiano per un passaggio fino in Canada un ballerino, interpretato dal belloccio Ryan Doucette.

Il film è quindi un road-movie, tra automobilisti che si scandalizzano per i toni espliciti di Stella (“a me la fica piace bella larga, siete voi uomini che la volete stretta perché ce l’avete piccolo”), gli equivoci tra la famiglia del ballerino e Dotty e tutti i sentimenti e le interazioni tra questa coppia che riesce benissimo sullo schermo.

Un film indovinato e riuscito, forse limitato in una regia e in una fotografia un po’ troppo da serial americano, ma che comunque stacca tante lagne più mainstream.

Voto: 8

Recensione: Due giorni, una notte

I due giorni e la notte è il tempo in cui Sandra (sandrà, è ambientato in Belgio) deve convincere i suoi colleghi a votare perché lei rimanga al suo posto di lavoro, rinunciando al bonus di 1000 euro (annuali, quindi 80 euro al mese, vedi le coincidenze) che il datore di lavoro ha altrimenti promesso loro; in realtà, questi colleghi hanno già votato e lei riesce ad ottenere che votino di nuovo. Il voto è avvenuto quando lei era assente dal lavoro, per una depressione da cui non si è ancora ripresa del tutto e che avrà alcune brutte ricadute anche durante questo fine settimana.

Un film proprio brutto. Brutti gli esterni in cui è girato (finanziato dal governo belga? Si vede proprio che sono anni che lì sono senza governo), nell’umanità rappresentata che è tutta senza speranza, che si attacca a tutto pur di andare avanti, con la protagonista così debole e fragile, spesso inquadrata mentre sta a letto rannicchiata in profonda spossatezza.

Alla fine, quale sarà il riscatto di Sandra? Non dico come va a finire sulla questione del reintegro, dico che lei si dirà “sono felice”. Tutto qui, per un film che vorrebbe essere di denuncia sociale (vorrebbe?) ma rimane solo noioso.

Sinceramente, un buon reportage fatto da Ballarò, diMartedì e simili rappresenta uno spaccato più interessante e, lasciatemi dire, con un qualità di ripresa e fotografia assai migliore.

Voto: 5

I toni dell’amore

Commedia che vede protagonisti due gay newyorchesi di terza età, interpretati da Alfred Molina e John Lightow che arrivati a quarant’anni di convivenza decidono di sposarsi e da lì cominciano i guai, perché la scuola cattolica di uno dei due decide di licenziarlo. Sono così costretti a chiedere ospitalità a parenti ed amici, cosa che li porta a conoscere fin troppo bene famiglie, costumi ed usanze che avrebbero preferito vedere solo dal di fuori.

Non è un film troppo riuscito, questo di Ira Sachs. Sicuramente il migliore tra quelli visti negli ultimi tempi sul tema “vita di persone gay” (penso a La Vita di Adele, insopportabile e irrilevante), ma che non riesce mai ad avere un momento di leggerezza e di allegria. Anzi, in tutto il film incombe l’idea che qualcosa di drammatico e di tragico possa accadere, una cappa anche abbastanza pesante il cui contraltare sono delle scene abbastanza vuote ed inutili, messe sembra più per sfruttare la notevole alchimia tra i due protagonisti maschili del film, unico vero momento piacevole che non per veicolare qualche messaggio o qualche idea registica. Direi che la regia è la vera assente del film, il dolce aveva tutti gli ingredienti giusti ma è mancato il lievito.

Voto: 6

Interstellar

Le persone a noi care a volte partono e vanno via, anche se noi non lo vogliamo e anche se vorremmo che restassero con noi. Ma, in modi non sempre di immediata comprensione, continuano a parlarci e ad aiutarci a costruire il nostro destino.

Questo è Interstellar, un monumento dei film di fantascienza che per la immensa qualità supera i confini di genere, un capolavoro assoluto di cui non capisco i dubbi e le indecisioni di alcune recensioni. Mi spiace, se non vie è piaciuto è un problema vostro e anche forse del doppiaggio in italiano (io l’ho visto in inglese sottotitolato, si apprezza molto la qualità delle voci)

Sono tornato a casa scosso e toccato, commosso e con gli occhi lucidi. Non so se la fantascienza sia un genere, anzi non lo penso, credo sia più un insieme di stilemi utili per giungere ad un certo messaggio, ma Christopher Nolan è un dio in terra.

Voto: 10/10 (non so se l’ho mai dato, non so se lo darò mai più)