Archivi Blog

“Chavs: The Demonization of the Working Class”

Di questo libro si è abbastanza parlato nei mesi passati, e nel mio penultimo soggiorno londinese me lo sono procurato, grazie anche alle come sempre splendide guide locali che sanno sempre dove andare, comprese delle librerie molto belle.

Per i non addentro al tema, con chav si intende in modo spregiativo un gruppo sociale di persone di basso ceto economico, che fanno (se fanno) lavori manuali, vivono in sobborghi delle grandi città (o nelle cosiddette council house, circa un equivalente delle nostre case popolari), vestono in modo eccentrico ma con scarso gusto e spesso campano (o vengono accusati di) campare di sussidi pubblici per famiglie numerose e disoccupati, anzi sono in genere presi a riprodursi perché un figlio viene visto come una fonte di reddito.

L’autore, Owen Jones, prende un punto di vista molto diverso, e racconta come queste persone siano in genere le vittime di un sistema sociale estremamente classista e chiuso, in cui le disparità sono state fatte esplodere dalla Thatcher e sono state poi codificate dal governo del New Labour: su Tony Blair e sulle sue nefandezze il libro non si fa mancare niente, a cominciare da quella porcata di frase al congresso che elesse l’ex prete fallito alla guida del partito, “Siamo tutti classe media”, con cui venne sancito che il problema non esisteva, chi era povero aveva scelto di essere povero (pare una barzelletta ma è così: anzi se la sinistra si limita a masturbarsi con queste idee, ci sono elementi dell’ultra destra che pubblicamente propongono di sterilizzare i chav, per evitare che si riproducano a sbafo della collettività).

Il libro è anzi più sbilanciato nella critica verso Blair che non verso la Thatcher, si intende bene nelle pagine l’afflato e la partecipazione di un giovane militante di sinistra che vede un continuo scollamento tra un partito che insegue la nuova piccola borghesia cittadina e se ne frega del tutto degli ex distretti industriali e minerari inglesi, quelli che hanno avuto una de-industrializzazione massiccia nell’arco di quattro o cinque anni, a cavallo degli anni ’80, quando la Thatcher arrivò al governo e attuò una politica economica draconiana.

In questo, forse il libro è un po’ manicheo, perché a leggerlo sembrerebbe che gli inglesi si siano votati, sul finire di quel decennio, ad una specie di nuovo Licurgo, che si sarebbe lanciato in un piano selvaggio di terziarizzazione dell’economia.

Questo è sicuramente avvenuto (con grande stupore, si racconta, dell’ambasciatore americano, che disse “Margareth, non puoi pensare ad una economia in cui tutti girano le porte”), ma il Regno Unito della fine degli anni ’70 era ridotto male, c’era una effettiva povertà, aveva ricevuto prestiti dal FMI per salvare la sterlina, e subiva la pressione dell’Impero Sovietico in Europa. Di tutto questo nel libro non c’è traccia, credo anche perché il punto vero sono gli errori della nuova sinistra nell’affrontare le disuguaglianze e nel contrastare questo razzismo, per cui dire “chav” in Inghilterra va bene, dire “paki” per riferirsi ad un pachistano è invece disgustoso, visto che i chav sono parassiti mentre i paki si vogliono integrare (eppure, i contributi sociali illecitamente ricevuti ammontano ad 1 miliardo di sterline l’anno, mentre l’evasione e l’elusione fiscale a 70 miliardi, a riprova che tutto il mondo è paese, pure il Regno Unito).

L’autore osserva poi come questi atteggiamenti di puzza sotto il naso del Labour abbiano lasciato grandi spazi alla destra neofascista del British National Party, che invece sparisce non appena il Labour riprende, anche a livello di singolo collegio elettorale, una posizione di sinistra.

A parte il prezzo un po’ alto e un inglese a volte troppo sofisticato per le mie capacità (cosa che mi fa pensare che l’autore non sia un giornalista), direi che rimane una lettura interessante anche per un italiano. Sapete perché? Perché sull’idea del New Labour da trapiantare in Italia abbiamo avuto un genio della politica come Uolter Ueltroni che ci si è spippolato con abbondanza. E, secondo me, tempo qualche altro mese di governo Monti e la riproporrà, convinto.

Annunci

Who Runs This Place?

Negli anni ’60 Anthony Sampson pubblicò The Anatomy of Britain, considerato come uno dei testi fondamentali per capire la società inglese. Il fortunatissimo libro ebbe vari seguiti, di cui questo Who Runs This Place? del 2004 è l’ultima incarnazione.

Diciamo subito che è un libro immenso: sono 366 pagine molto fitte (corrisponderanno a circa 600 pagine di un libro di saggistica italiano) in cui l’autore disserta ogni aspetto delle reti di potere e relazionali che compongono la società inglese, cercando una risposta alla domanda di fondo, e cioè se esista ancora nel Regno Unito un principio di accountability.

Tra l’altro, come tradurre accountability in italiano? Responsabilità è una traduzione parziale e anzi fuorviante. Un po’ di tempo fa, il New York Times in una corrispondenza sul caso Ruby scriveva proprio che :

And there is no word in Italian for accountability. The closest is ”responsibilità” — responsibility — which lacks the concept that actions can carry consequences.

(Surreal: What’s Behind the Italian Soap Opera That Berlusconi Can’t Shut Off, 23 Gennaio 2011)

Tornando al libro di Sampson, le sue ponderose dimensioni si giustificano nel fatto che nela ricerca ha considerato: la Camera dei Comuni, la Camera dei Lord, la Monarchia, i partiti politici, i sindacati, il Primo Ministro, il Governo, la burocrazia ministeriale, i ministeri del Tesoro, Esteri e Difesa (ciascuno un capitolo), i servizi segreti, gli Avvocati, le Università, le televisioni, la stampa, le banche, la Banca Centrale, i fondi pensione, le industrie privatizzate, le multinazionali, i consigli di amministrazione, i dirigenti del settore privato e ultimi i nuovi ricchi.

E’ un malloppo quasi infinito di dati ed analisi, la cui linea di fondo rimane quella che ci sia un progressivo allentamento di quel principio di accountability che tanti meriti ha avuto nel dare alla società inglese una struttura funzionante. Peraltro, una buona parte del libro è dedicata a demolire l’immagine di Tony Blair, che ha cominciato una guerra in Iraq senza alcuna ragione legale, anzi facendo il gioco delle tre carte davanti allo stesso Parlamento, e che non è nei fatti realmente considerato responsabile di questo atto.

Molti giornaletti nostrani, quando hanno visto che alle ultime nozze reali l’ex Primo Ministro laburista non era stato invitato, hanno parlato di una presunta antipatia personale della Regina; forse farebbero bene a leggersi questo libro e a capire come sia stata rovinosa la parte finale del suo governo, e a tratti disgustosa nel suo zelo da prete mancato che combatte una battaglia tutta sua contro il Male.

Sampson parla di moltissime cose, e sommerge il lettore con molte considerazioni e fatti; citerò nel mucchio di come molti cittadini del Commonwealth si trovino ad occupare posizioni di altissimo livello nella società inglese, una cosa che non avrei mai immaginato; dell’importanza essenziale di studiare ad Oxford e Cambridge per occupare certe posizioni (anche se negli ultimi tempi anche Glasgow ed Edimburgo hanno guadagnato delle posizioni sopratutto per chi ha incarichi politici); della grande quantità di Scozzesi che hanno spesso soppiantato gli altri isolani negli incarichi di responsabilità; della straordinaria complessità che ci vuole per destreggiarsi in un sistema democratico che non ha una Costituzione scritta ma solo una serie di regole, convenzioni e consuetudini risalenti agli ultimi quattro secoli; del doloroso strabismo inglese che li fa sentire legati agli USA quando ogni giorno hanno invece a che fare con la UE, e forse ci potrebbero avere a che fare anche di più se l’Europa fosse un organo politico e non solo una complicata burocrazia paralizzata dai veti incrociati; più una quantità quasi infinita di piccole e grandi considerazioni sul Regno di Sua Maestà che saranno utilissime ogni volta anche nelle conversazioni più spicciole.

Ho trovato il libro usato su Amazon per pochi euri, e la mia copia era in condizioni quasi perfette; consigliato a tutti quelli che potrebbero trasferirsi in UK e vorrebbero conoscere come funziona da quelle parti.

 

 

“Un cantico per Leibowitz”

Uno dei miei criteri per scegliere cosa leggere nell’ambito della fantascienza è la classifica dei libri consigliati redatta dai compilatori del Catalogo per antonomasia, ovvero il Catalogo Vegetti di tutta la fantascienza pubblicata in Italia.

Non è che sia del tutto in accordo con questa classifica, che secondo me promuove troppe opere di relativa qualità a danni di altre (tipo Guerra Eterna in quarantottesima posizione o Le Sirene di Titano in novantaduesima) però gli riconosco di essere una buona guida per leggere ciò che merita di essere letto, se appunto si ammette che l’ordine è relativo, sopratutto dopo la ventesima posizione.

Così appunto mi sono accinto a leggere A Canticle for Leibowitz (Un Cantico per Leibowitz) di Walter M. Miller. jr, un romanzo post-apocalittico che ruota intorno alle vicende di un ordine monastico cattolico, l’ordine Albertiano (?) fondato dal beato Leibowitz, un ingegnere elettronico che, nella furia distruttrice contro tutta la tecnica (e i tecnici) che anima furenti i sopravvissuti alla guerra nucleare, decide di salvare gli scritti (intesi come gli schematici, i diagrammi e tutta la conoscenza pià precipuamente tecnica) che trova, fondando un ordine monastico destinato a preservarli.

Il libro è diviso in tre parti, che si svolgono circa sei, dodici e diciotto secoli dopo l’apocalisse atomica. Devo dire che la prima parte è stata quella che più mi è piaciuta, d’impatto, per l’originalità dell’ambientazione, mai mi era capitato un romanzo di fantascienza che si svolge durante una veglia di preghiera nel deserto dove i novizi dell’Ordine devono dar prova di resistere alle tentazioni. Uno di questi, fra’ Francis Gerald, ha una visione di un pellegrino che gli indica un’apertura della roccia, in cui trova quello che è il rifugio anti-atomico usato forse dallo stesso Leibowitz. Geniale quando Francis legge che si tratta di un “Fallout Survival Shelter Maximum Occupancy 15″ e si mette paura, perché per loro, discendenti della catastrofe nucleare, il Fallout è un mostro che uccide tutto ciò che trova, e sapere che lì vi era rifugio per 15 di essi è motivo di terrore.

Trovati alcuni di questi documenti, e reso edotto di ciò il priore del monastero, la faccenda si sposta tutta nei rapporti di forza e politici tra il monastero e la Chiesa di Nuova Roma, con il priore che vuole evitare qualsiasi intralcio alla causa di canonizzazione di Leibowitz.

Non dirò come finisce questa prima parte, e passo invece alla seconda; se nella prima parte il ruolo della Chiesa Cattolica è analogo a quello avuto nel Medioevo più oscuro, con dei monaci amanuensi che pazientemente ricopiano dei documenti tecnici, questa parte è ambientata quando cominciano i primi conflitti tra Stato (i nuovi stati) e la Chiesa, sulle soglie di un nuovo rinascimento. Devo dire che questa parte mi è risultata indigesta, a tratti confusionaria e senza un vero protagonista riconoscibile e forte. C’è uno studioso, Thon Taddeo, che vuole leggere gli originali dei Memorabilia (i documenti salvati dall’Ordine) per poter fare un balzo scientifico in avanti, ma il tutto rimane abbastanza abbozzato.

Nella terza parte, l’umanità ha superato i livelli tecnologici della guerra di diciotto secoli prima, e anzi sembra che vada nuovamente verso uno scontro nucleare, che a questo punto lascerebbe la Terra senza speranza. Ancora adesso nascono dei mutanti, e anzi una di questi avrà un ruolo nelle ultime e drammatiche vicende.

Qui il talento di Miller ha avuto un terreno su cui muoversi, perché tutta questa parte viene costruita sugli scontri tra fede e razionalità, tra dimensione laica e religione. Il priore del monastero decide di non dare spazio a delle squadre di medici specializzati che visitano le vittime di un attacco atomico e, nel caso, consentono di ricorrere all’eutanasia. Nel confronto con il capo squadra, quando questi chiede al priore se non si debba avere pietà per chi è destinato alla morte, se non si debba apprezzare insomma uno stato che consente ai suoi cittadini di non soffrire, il priore replica che proprio perché lo Stato ha concesso l’eutanasia allora si è permesso di cominciare una nuova guerra atomica, per cui autorizzare l’eutanasia significa anche rendere lecita una condotta immorale quale quella della guerra.

Non voglio banalizzare qui i termini del confronto tra queste due figure, e tantomeno riportare quanto viene detto in altri momenti dal priore quando parla ad esempio con una donna che ha la figlia morente per la dose letale di radiazioni ricevute; dirò solo che senza nessuna pretesa didascalica o pedagogica, questi confronti tra i protagonisti sono di una non comune profondità.

Certo, A Canticle for Leibowitz, si sarà capito, non è esattamente un romanzo allegro, anzi nella ciclicità della storia c’è una pietra quasi tombale per il progresso dell’umanità in cui le società – questo m’ha lasciato di stucco – nascono per dare il massimo della sicurezza ai propri membri, con il minimo della compressione delle libertà individuali ma poi, accecate da questo come loro unico obiettivo, ottengono proprio il contrario, una limitazione forte delle libertà per avere un livello minimale di sicurezza.

Se c’è una cosa che ho un po’ patito del Cantico, è che molto spesso ci sono delle frasi in latino dette da questo o quel monaco; sicuramente impreziosirà il tutto, ma un po’ stucca e comunque rimane per me incomprensibile (più invecchio e più mi manca non aver studiato latino alle superiori). Sospetto che un po’ della fortuna del testo sia anche per questi intarsi, io avrei comunque preferito una nota a fondo pagina (l’edizione che ho, quella della Orbit, ISBN 978-1-85723-014-7 non li ha, degli altri non so) o casomai aver scoperto per tempo che c’era anche l’apposita pagina di Wikipedia. Apprezzo comunque la concisione di Miller, che poteva ben scrivere tre volumi e invece è rimasto in un’opera di trecento pagine.

Miller vivrà gli ultimi anni della sua vita in uno stato di profonda depressione, e morirà suicida nel 1996, dopo aver quasi completato un seguito del Cantico di Leibowitz, l’unico romanzo che l’ha reso famoso e che ha avuto una grande fortuna critica.

Comunque e in conclusione, un romanzo alquanto originale, forse anzi unico nel genere (è un genere?) fantascientifico. Voto: 8.

“Leggere Lolita a Teheran”

Un libro che ho comprato quasi per caso, stavo in libreria vicino alla cassa e l’occhio mi ci è caduto sopra, e mai acquisto impulsivo fu migliore (nota: potrei averne sentito parlare su un blog che leggo, ma non mi ricordo quale, nel caso fosse ringrazio il dimenticato autore, che può sempre appalesarsi perchè gli manifesti tutto questo in modo più puntuale).

Azar Nafisi è una professoressa di letteratura inglese in una università di Teheran, quando c’è la cacciata dello scià e l’avvento del regime di Kohmeini. Il libro racconta quegli anni che vanno dal 1979 al 1997, quando alla fine, prostrata dal continuo restringimento di ogni spazio di libertà, abbandonerà il paese per emigrare negli Stati Uniti.

Quello che mi ha colpito del libro è la ricchezza e complessità della società iraniana che vi viene descritta, che non è affatto una società tutta unita e in marcia nel solco della rivoluzione islamica. Questo è vero all’inizio, quando anzi ci sono scontri proprio per capire che tipo di società costruire, così come quando il regime si struttura. Ci sono gli addetti al controllo della morale che vigilano che in un concerto di musica “americana” i musicisti non siano troppo felici di suonare e il pubblico non si dimeni sulle poltrone, ma c’è appunto un concerto in cui la gente fa la fila per ore pur di avere un posto. Ci sono i professori che espungono dai testi occidentali le parole proibite (come “vino”) e la Nafisi che si confronta anche a muso duro con gli sciocchi autoproclamatisi difensori dell’ortodossia. Ci sono molti che considerano la fedeltà al regime come un ascensore sociale ma anche donne intensamente religiose che disprezzano questi rozzi ayatollah. Ci sono gli studenti felici di andare a combattere contro l’Iraq e che tornano in una bara, e quelli che si rallegrano di essersi liberati di questi imbecilli esaltati.

Non voglio essere ingenuo, certo che l’Iran che ha visto la Nafisi, professoressa universitaria in una università liberale e membro di una importante famiglia di intellettuali iraniani, è un piccolo cosmo assai relativamente libero in uno stato oppressivo. Ma il valore è nella ricchezza di una società che ha anche questi sussulti di libertà, dei piccoli semi che possono sempre attecchire. Certo che il libro si ferma al 1997 senza considerare l’involuzione successiva, ma mentre lo leggevo pensavo a quanto, per contrasto, la situazione in Iraq fosse e sia ben più difficile; prima per un regime, quello sì, totalitario, e poi per un embargo che il regime iracheno usò come strumento di controllo sociale e repressione del dissenso, distruggendo così quella classe media che oggi manca e che impedisce al paese di mettersi in moto. A voler trovare una dimensione e una lettura politica in questo libro (e non è l’unica che ci si possa trovare), direi proprio che la cosa più stupida che si potrebbe fare oggi con l’Iran è accerchiarlo, come pensava quella sagoma di Bush, mentre le sanzioni selettive (perchè vanno ad incidere sul blocco economico che sostiene Ahmadinejad) sono strumenti ben più efficaci.

“Mi piacerebbe sapere dove si trova Bahri adesso, e domandargli come è andata. Era questo il vostro sogno, il sogno della rivoluzione? Chi pagherà per tutti i fantasmi che infestano i miei ricordi? Chi pagherà per le fotografie dei giustiziati che nascondevamo nelle scarpe? Me lo dica, signor Bahri – o, per usare la curiosa espressione tipica di Gatsby, me lo dica, “vecchio mio”: che dobbiamo farne di tutti i cadaveri di cui siamo responsabili?”

I fratelli Karamazov

Qualche mese fa mi sono deciso a leggere questo libro di Dostoevskij, e sono stato ben contento di trovare l’edizione Einaudi in un volume unico con una copertina in similplastica e rilegato (Einaudi Tascabili, pp. 1032+XLVIII, euro 18), le altre sono in due volumi, in brossura e copertina in cartoncino.

Dostoevskij è un autore dirimente: si può amare o odiare, difficile stare nel mezzo. Con I Fratelli Karamazov credo che lo scandalo Dostoevskij raggiunga il suo apice.

Lo scandalo comincia che, come nello stile dell’autore russo, in sostanza non succede niente, e il libro rimane avvincente (per chi ama Dostoevskij). Fin dalle prime righe viene annunciato che Fedor Karamazov, il padre dei tre fratelli, è destinato ad essere ucciso; così come nella stessa copertina dell’edizione Einaudi si annuncia che alla fine del libro c’è un saggio di Freud sul parricidio (ci tornerò dopo). Quello che succede, si sa già, e mai Dostoevskij è interessato al colpo di scena, all’avvenimento a sorpresa, anzi! Eppure il libro è uno dei vertici della letteratura mondiale, non perchè parli delle gelosie e degli scontri nella famiglia Karamazov, che poi si liquidano nella rivalità tra il padre e uno dei figli per il possesso della stessa donna; ma perchè il libro, in realtà e nel profondo, parla del rapporto tra l’uomo, Dio e il peccato.

Dostoevskij è un autore dilaniato, scosso, agitato come nessun altro dalla domanda: Dio esiste? Perchè come dice Ivan Karamazov, il fratello nichilista dei tre, se Dio non esiste allora tutto è permesso. Dostoevskij racconta dell’uccisione del padre, di un Piccolo Padre, per parlare dell’uccisione del Grande Padre, splendidamente raffigurata nel racconto del Grande Inquisitore, in cui un Dio tornato sulla terra viene condannato a morte dall’Inquisizione spagnola. L’autore non ha nessuna simpatia per le manifestazioni più semplici e popolari della fede, perchè la vive in un senso mistico di profonda sofferenza. Aleksei Karamazov, uno dei fratelli, quello che Dostoevskij stesso introduce come “il mio eroe”, abbandona il convento su suggerimento del suo padre spirituale, perchè il suo posto è nel mondo; e quando questo padre spirituale muore, il popolino rimane sconvolto nell’apprendere che il cadavere di quest’uomo, in odore di santità, sta decomponendosi. Perchè nella religione di Dostoevskij non può esserci un simbolo semplice ed ultraterreno.

In più di mille pagine di libro, peraltro fitte, ci sarebbe stato lo spazio per raccontare una grande epopea, invece si raccontano i pochi giorni di una famiglia normale, i cui tre figli reagiscono ciascuno in modo diverso al fatto di essere dei Karamazov, anzi di avere una natura karamozoviana, cioè in realtà confrontarsi con la morale e con il senso del peccato, che limita la nostra libertà.

Oggi è più un periodo n cui vanno di moda quei bei romanzi di 400 paginette scritte con caratteri grandi ed interlinea abbondante (perchè più carta ci metti e più lo puoi vendere ad un prezzo alto) con dei dialoghi e delle frasi insopportabili (a volte quando sono in metropolitan sbircio quello che legge chi è vicino a me; e vorrei spesso urlare, o in alternativa strappare loro via il libro e buttarlo dal finestrino). Tutta titoli e autori destinati a sparire nell’oblio della storia, salvo qualche apparizione in terza fila ad un mercatino, con un grosso sconto sul prezzo di copertina. Dostoevskij, con il suo scandalo, rimane un autore eterno.

Nota sul saggio di Freud sul parricidio: è un cumulo di cazzate, a tratti delirante. Freud si è imbarcato in una psicanalisi a distanza di Dostoevskij basandosi sulle sue opere, concludendo che era un bisessuale che sublimava così l’odio verso il padre, e giocava molto a carte pur di non masturbarsi. Prima del libro, c’è un altro saggio di Vladimir Laksin in cui ci si concentra su Ivan Karamazov, rapiti dalla natura nichilista del personaggio, dimenticando che il centro del libro è invece il fratello Aleksei. Anche questo, un saggio insopportabile e anzi dannoso.

Per il resto, la trama è presto detta: è stato il maggiordomo.

“L’ombra di Mao”

Federico Rampini si domanda all’inizio di questo suo ibro: perchè se esponessi un ritratto di Hitler nel mio ufficio verrei guardato malissimo, mentre se esponessi un ritratto di Mao sarei assai più tollerato?

Alla figura di Mao (più che alla sua persona) è dedicato L’ombra di Mao, che ho preso in edicola nella collana di Repubblica. Per figura intendo non tanto quello che di mostruoso e malvagio Mao fece durante la sua vita politica, ma cosa questo ha significato per la Cina, la sua società e la sua classe politica.

Spesso Rampini, per descrivere il rapporto che la Cina ha con il suo atroce recente passato, parla di una psicopatologia grave: una intera nazione che ha dimenticato, perchè costretta, i lutti infiniti causati dalle torture ispirate e approvate dal Grande Capo, dove ad ogni famiglia che ha almeno un parente vittima di sevizie, non fa da sfondo un contesto sociale dove poterne parlare. I cinesi non hanno “ucciso il padre”, in Cina non c’è stato un processo analogo a quello avvenuto per esempio in Russia, dove la destalinizzazione fu avviata pochi anni dopo la morte del dittatore. Questo per almeno due fattori:

  • la classe dirigente cinese è figlia diretta di Mao, che scelse come suo successore il “moderato” Deng (“moderato” perchè fu colui che ordinò la strage di piazza Tienanmen), seguito da Jiang e da Jintao;
  • la popolarità di Mao è dovuta anche al fatto che in parte gli è dovuto il merito di aver edificato una Cina libera dall’influenza delle potenze straniere: anche se il merito non fu affatto tutto il suo, e anche se i cinesi hanno avuto ben più morti con Mao e le sue sciagurate idee (dal Grande Balzo ai Cento Fiori alla Rivoluzione Culturale non c’è nulla che abbia fatto che non abbia causato morti a milioni) che non con i colonialisti, specie nelle campagne oggi ancora Mao viene visto come una figura mitica, di un tempo in cui c’era meno corruzione e gli squilibri tra le città della costa, tradizionalmente ricche ed aperte al mondo, e l’interno rurale ed arretrato erano meno forti: è il nazionalismo l’ideologia che oggi tiene unita la Cina, avendo sostituito il socialismo; per cui certo non ci si può rinunciare, visto che a quel punto le spinte centrifughe sarebbero ingestibili.

Così, nel quadro di Rampini, la Cina è un gigante sofferente, che cresce in modo tumultuoso ma che ha un preoccupante vuoto dentro di sè, e i giovani cinesi crescono allevati nel mito del chi più spende più è cittadino, perchè “non tutti si arricchiranno” e quindi saranno solo i più bravi ad andare avanti.

Quanto può reggere una nazione, anzi una civiltà come la Cina considera sè stessa, edificandosi su questo vuoto? Gli americani sono certamente ben più consumisti, ma hanno un sistema valoriale fortissimo e radicato in ognuno di loro, tanto che anche se ci hanno messo degli anni per elaborare il lutto dell’11 Settembre hanno poi superato lo shock in modo pacifico, scegliendo un leader come Obama che porta nella sua carne l’idea del cambiamento e del diritto alla felicità.

La Cina è lontana anni luce da questo, e ha anzi una storia di costanti rivoluzioni e scontri violenti (solo nel secolo scorso ci sono stati la rivolta dei Boxer, la nascita della Repubblica, l’invasione Giapponese, l’edificazione della Repubblica Socialista, la Rivoluzione Culturale e la rivolta di Piazza Tienanmen) che oggi hanno come valvola di sfogo il nazionalismo. Le opzioni della dirigenza cinese si vanno sempre più assottigliando, e certamente nella compiacenza occidentale verso Mao c’è anche il timore che la strada cinese segua un percorso imprevedibile e violento. C’è anche molta miopia, nel pensare che la Cina sia un’opportunità e non invece una pentola in ebollizione. Sicuramente la dirigenza cinese non è fatta di uomini banali, avendo anzi un grande senso della Storia (circa ogni mese, c’è una conferenza destinata ai massimi leader il cui tema invariabilmente è: come e perchè sono crollati i grandi imperi del passato) ma c’è il rischio che questo sia del tutto insufficiente, e altri strappi violenti siano prossimi. Di sicuro, non c’era nulla di cui stupirsi di fronte all’esplosione di violenza della minoranza uiguri pochi giorni prima del G8 dell’Aquila (cosa che anzi ha dato al presidente Jintao un’ottima scusa per andarsene ed ignorare l’accordo sul clima, che di suo è già aria fritta ma così è aria fritta in olio puzzolente).

Se questo libro ha un limite è che alcune vicende storiche sono poco discusse in dettaglio, ci vuole un po’ ad orientarsi tra gli avvenimenti (per esempio il processo alla Banda dei Quattro è raccontato molto sinteticamente); parimenti è plausibile che alcuni capitoli non siano opera di Rampini ma di qualche bravo autore (si nota un certo stile diverso, per esempio, nel capitolo sulla fascinazione degli intellettuali europei per Mao). Ma sono peccati veniali, che non gli tolgono di essere uno strumento per capire un po’ di più la Cina. Cosa che oggi serve a capire il mondo in cui viviamo.

Piccola nota: mentre leggevo questo libro in spiaggia, si è avvicinato un cinese, uno di quelli che fanno massaggi, che quando ha visto la copertina con un ritratto di Mao ha detto, anzi ha perlopiù mimato, che Mao non era per niente buono, anzi tagliava le mani ed uccideva le persone. Gli ho detto che lo sapevo, e devo dire che lo sapevo anche per questo libro.

Guide di viaggio

The Rough Guide New York, Avallardi, pp. 459+mappe, euro 19: veramente molto ben fatta. Completa e discreta, con tutte le informazioni utili e molto di più, ma strutturata in modo tale da poter leggere solo quello che interessa. Consigliatissima.

Lonely Planet Valencia, pp. 50, meno di 2 euro (acquistando il file PDF online sul sito e stampandoselo in proprio). Sarebbe facile dire che vale il prezzo che costa, ma in realtà è peggio. Tutti i ristoranti indicati che ho provato sono modesti se non pessimi, posti molto costosi e trendy dove non si mangia particolarmente bene (e mangiare non bene in Spagna non è semplice). Le note storiche sulla città sono minimali. Mi pare migliore la Guide Routard della Spagna del Sud del 2004, (ho  questa edizione) e ho detto tutto.

Brothers and Sisters è un telefilm splendido

Su Sky si è conclusa la seconda stagione di Brothers and Sisters.

Il nucleo della puntata è dato da Kevin e Scotty che si uniscono in matrimonio civile. Ma non è tutta la puntata. Perchè che due uomini si uniscano per la vita è una cosa normale, quindi in questo finale di stagione possono succedere anche altre cose, tutte importanti ma non tutte seriose.

Perchè, mentre in Desperate Housewives i gay hanno un ruolo comunque macchiettistico, qui la telecamera non ha nessun problema a mostrare il bacio degli sposi, e tutta la sceneggiatura è pensata per dire che il matrimonio è una cosa importante, che sia gay o etero, ma succedono anche altre cose nella vita (e in questa puntata c’è l’imbarazzo della scelta). Non c’è pruderie, non c’è ricerca del torbido, non ci sono i gay che sono più sensibili o più colti dei non gay, non vestono meglio, il messaggio è: alcune persone sono gay, fatevene una ragione.

E’, assolutamente, indiscutibilmente, la serie più moderna sul tema che esista (solo Buffy aveva la stessa sensibilità) in USA è trasmessa da ABC (che definirei un canale per famiglie, e certamente non un canale alternativo come HBO). la vedono circa dieci milioni di persone a puntata, nessuno si strappa i capelli.

In Italia la seconda stagione si è appena conclusa su Sky, mentre su Rai Due il giovedì alle 21.50 è in onda la prima stagione: finchè dura, Rai Due ha una tradizione decennale nel mettere le serie tv alle 21.50 e farle fuori dopo poche puntate.

Sally Field, nel ruolo di Nora Walker, ha vinto un Emmy come migliore attrice: quando in questa puntata dice a Kevin perchè vuole che ci siano tanti addobbi floreali per il suo matrimonio, anche se lui non li apprezza, c’è la spiegazione del perchè sia un premio meritato e perchè Brothers and Sisters sia la migliore sceneggiatura e i migliori attori che ci siano oggi in circolazione.

Assolutamente, completamente e totalmente consigliato.

Recensione: Il Treno per il Darjeeling

Ho visto questo film con G, un po’ di giorni fa. Quale che sia l’opera artistica con la quale uno si confronta, è fatale, e fortunato, che questa susciti in noi pensieri e sensazioni diverse a seconda del momento della vita in cui la incontriamo, lo stesso libro letto a distanza di tempo non ci suscita le stesse emozioni, e lo stesso film ci rimane impresso per motivi diversi.

La storia di questo film è così detta: tre fratelli, riccastri americani, si trovano a fare un viaggio in India, sotto la spinta di uno di loro, per avere l’occasione di parlarsi, fare pace, e andare a trovare la madre (una sublime Anjelica Huston) che si è fatta suora dopo la morte del marito.

Ho sentito questo film come diviso in due parti. Nella prima, questi tre fratelli sono completamente fuori fase, del tutto non sereni con loro stessi e tantomeno con il mondo, per cui tutto quello che fanno è stonato, o sguaiato. Dagli incontri di sesso con l’inserviente del treno, all’acquisto del cobra che poi fugge dalla gabbia, dal tentativo di fare questo o quel rituale sciamanico, con esiti sempre approssimativi e spesso involontariamente goffi, i colori stessi dell’ambiente in cui si trovano sono forti, eccessivi, quasi surreali, come in uno stato di alterazione in cui si trovano, con l’unico momento di unione dato dallo scambio, la sera, dei farmaci che prendono per dormire, rilassarsi o curare gli attacchi di panico.

Cacciati dal treno, con appresso tutte le loro inutili valigie, assistono ad un incidente. La zattera usata da alcuni bambini per attraversare un fiume si rovescia. Riescono a salvarli quasi tutti, gettandosi in acqua, ma uno di questi muore sbattendo sulle rocce. Portano loro stesso il corpo al padre nel vicino villaggio, e gli viene fatto l’onore di partecipare al funerale.

Una cerimonia semplice, con dei colori pastello, in cui il dolore è composto, il fuoco restituisce alla terra il corpo del povero ragazzo, e il padre si purifica nelle acque del fiume. Un forte contrasto con il funerale del loro padre, vissuto come un flashback, in cui le loro nevrosi e la loro rabbia li trascinano e li abbattono.

Da quel funerale, il viaggio proseguirà per andare dalla madre, che ora ai loro occhi appare come una persona piuttosto sciatta, forse sciocca, certamente una di cui non c’è più bisogno di avere l’approvazione, tanto che quando la mattina dopo il loro arrivo scoprono che se ne è andata via, non hanno questa crisi emotiva, anzi riusciranno a compiere proprio il rituale dello sciamano che finora era loro impedito.

C’ho appunto visto un qualcosa di personale in questo film. L’idea che, a cercare sempre e comunque un senso delle cose, si possa perdere la capacità di trovarlo, perchè il senso è qualcosa che arriva, che si percepisce, più che qualcosa che si comprende. Qualcosa da cui ci si fa anche trascinare, più che qualcosa che si controlla.

Ho pensato ad un certo periodo della mia vita, in cui appunto ero stonato e cercavo un senso, senza trovarlo e spesso rimanendo invischiato in persone e situazioni da cui di buono c’era ben poco da trovare. Come nel film è l’acqua del fiume che porta i protagonisti a rinascere, così ho sentito che questa rinascita c’era stata in me, e quanto oggi trovo ridicoli, a volte, certi comportamenti che ho avuto in passato. Quanto modeste fossero state certe conoscenze, e quanto opprimenti certi contesti. Anche quanto, sul contrasto cognitivo/emotivo, io abbia ancora da lavorare, certamente, perchè nel film la fine del viaggio è l’inizio del viaggio.

Musiche strepitose.

Battuta del film “Se oggi scopiamo, domani mi sentirò una merda” – “Per me è ok”.

Voto: 8

Recensione: La Speranza Indiana

La Speranza Indiana è il libro in cui Federico Rampini si concentra sull’India, dopo aver parlato della Cina e del conglomerato indo-cinese. Un paese, anzi un continente, che è completamente assente dal nostro dibattito politico, in cui piccoli personaggi variamente assortiti e distribuiti si interrogano sulla Cina, ignorando invece quella che, nel libro di Rampini, è presentata come una grande ancora di stabilità per il mondo.

La stabilità rappresentata dal fatto di essere una democrazia, innanzitutto, ma anche la stabilità di essere una ex-colonia inglese che non ha alcun sentimento di rivalsa o di vendetta verso l’Occidente, con cui quindi noi possiamo costruire un rapporto più equilibrato e fruttifero di quello che è possibile con i paesi del Medio Oriente, dove un leader non potrebbe parlare dell’Europa o dell’America come fa il primo ministro indiano e non venire poi ammazzato. Ma anche un’isola di stabilità per il suo profondo senso della tolleranza, con una società non solo multi-etnica, ma multi-religiosa, un esempio di integrazione per musulmani, cristiani ed indù.

Con tutti i limiti e le difficoltà, con delle infrastrutture molto meno efficienti di quelle cinesi (anche se le cose stanno cambiando, ora tutti i treni hanno o stanno per avere l’aria condizionata, le ferrovie sono state privatizzate e da un sistema in perdita secca si è costruita una fiorente e redditizia attività: pare che solo noi italiani non riusciamo a cavare un buco da tutto il nostro sistema dei trasporti), con un sistema delle caste (che sono arrivate ad essere circa 4mila) che è ormai intessuto nel sistema indiano, dove leggi analoghe alla affirmative action americana fanno sì che le caste intermedie, quelle che potrebbero mandare i figli all’università ma non sarebbero sicure di avere dei posti garantiti, siano diventate le garanti dello status quo, proprio perchè riescono a gestirlo come un mezzo di promozione sociale a spese dei poverissimi. Dove l’assenza di una politica di imposizione del figlio unico fa sì che l’India sia destinata, entro qualche decennio, a superare in popolazione la Cina, un paese che invece invecchierà molto in fretta, con i suoi leader che ora sono impegnati ad ammassare riserve valutarie (a quanto sono arrivati? 1300 miliardi di dollari? 1500?) per pagare la vecchiaia alla loro immensa popolazione.

Un continente indiano che potrebbe drammaticamente soffrire gli sconvolgimenti climatici, perchè fortemente dipendente ed influenzato dai monsoni, e dove la superficie coltivabile per abitante, sia per i cambiamenti climatici che per la crescita della popolazione, è destinata a più che dimezzarsi.

Con tutto questo, un paese centrale nelle strategie di politica estera e politica economica, e gravemente assente nel dibattito italiano, tutto cina-centrico (si dovrebbe dire sinocentrico, ma ho difficoltà a pensare ad un qualsiasi leader politico che possa apparire, pure per sbaglio, un sinologo).

Forse, rispetto all’Impero di Cindia, in questo libro di Rampini c’è più spazio per la riflessione personale, per l’analisi filosofica e religiosa, e meno per l’esposizione dei fatti. Un ampio capitolo è infatti dedicato ai rapporti ideali, filosofici e religiosi con l’India, e anche se è un capitolo assai ricco di riferimenti e citazioni, tanto che non so se sia opera solo di Rampini e non di qualche altro ghost-writer (per dire, la citazione sul pensiero di Jung è fatta proprio al punto giusto, con un gusto e una sapienza non comuni), alla fine rimane la sensazione che il giornalista abbia lasciato più lo spazio ad un tentativo di storico, con esiti meno brillanti, con meno analisi sul campo.

Però un libro che mi è piaciuto, è un saggio che però lascia qualcosa e non solo un senso di nozionismo, appunto un senso di speranza.