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Contro tutti i fascisti, nuovi e vecchi, compresi quelli dell’ANPI

Nella serie TV Marvel’s Agents of S.h.i.e.l.d. i buoni, lo S.h.i.e.l.d., vengono infiltrati dai cattivi, l’Hydra, cosa che quasi li distrugge e ne mette in dubbio la affidabilità. E’ quello che succede con l’ANPI.

Le vicende degli ultimi giorni richiedono a noi, sinceri democratici antifascisti, di farci delle domande sull’ANPI. Primo episodio, l’ANPI di Latina marcia insieme a Forza Nuova in un corteo contro la riforma costituzionale di Renzi. A giustificazione di questo, secondo episodio, il locale presidente dell’ANPI si sente di dover dire che “Renzi è il nuovo duce”. Terzo, alla senatrice Laura Puppato del PD, che tutti ricordiamo alle primarie di alcuni anni fa come una persona con delle idee di sinistra nemmeno troppo moderate, viene negata la tessera dell’ANPI con la motivazione che “è per il sì al referendum”.

Purtroppo, va detto, l’ANPI non è più quello che poteva essere e che, peraltro, ben poco è stata. Oggi è una associazione i cui dirigenti storici, per evidenti motivi, sono ultranovantenni e quindi, sia detto con tutto il rispetto, non in grado di capire il mondo moderno.

E’ grave che questi dirigenti decidano di marciare insieme a Forza Nuova, partito strutturalmente fascista, dandogli quella legittimazione che disperatamente cercano. Posso immaginare, nei tempi a venire, come Forza Nuova proverà ad accreditarsi come un movimento legittimo, alla fine pure l’ANPI marcia con loro. E’ ancora più grave che un dirigente dell’ANPI parli di Renzi come di un nuovo Duce, perché questo significa diluire e immunizzare gli italiani a questi paragoni, mentre il ruolo dell’ANPI dovrebbe essere quello di preservare una memoria che, se viene messa a disposizione del gioco politico, diventerà una merce politica. Poi, il giorno che arriverà un nuovo Duce, gli italiani faranno spallucce, tanto abbiamo già avuto Berlusconi e Renzi, erano considerati dei duci dall’ANPI e nulla è successo, che vuoi che sia con la terza incarnazione.

E’ ancora più grave che l’ANPI rifiuti l’iscrizione ad una persona di sinistra, un esponente perbene di un partito in cui ci sono tanti onesti, che combatte con onestà una battaglia di rinnovamento. E’ gravissimo, anzi, perché l’ANPI dovrebbe ricordarsi quegli articoli della Costituzione che parlano del diritto dei cittadini di avere le proprie idee, di informarsi, di partecipare alla vita pubblica.

Sì, i diritti della Costituzione. Per cui l’ANPI non ha fatto, negli anni e decenni passati, quelle battaglie che avrebbe potuto fare. Io non me li ricordo, gli arzilli vecchietti di oggi, venti trenta o quarant’anni fa a marciare contro la partitocrazia, contro la corruzione, contro il debito pubblico, cioè contro quelle cose che la Costituzione se la sono mangiata da dentro, portandoci alla situazione attuale da cui, comunque sia, è difficilissimo uscire.

L’ANPI era, per i partiti, un simpatico orpello da esibire tra i soprammobili, a cui dare una spolverata il 25 di Aprile. L’ANPI era contenta di farsi strumentalizzare così, facevano una bella tavola rotonda sulla Resistenza, e mai che l’ANPI avesse detto ai seguaci di Craxi o di Andreotti “NO, voi non vi potete iscrivere perché rubate”.

Invece, l’ANPI trova l’energia di dire “NO” alla senatrice Puppato. Per le sue idee.

Questo, questo sì, è il fascismo, inteso come l’idea totalizzante ed irriducibile che gli altri, comunque, devono pensarla come me. A questa gente, con serenità e con tutto il rispetto data la loro età, dico basta, ora statevene a casa con i vostri nipotini, tornate a fare la sfilata il 25 Aprile come sempre avete fatto e lasciateci trovare il modo di uscire dal guaio in cui anche voi, nei decenni passati, ci avete cacciato.

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“Preferisco la Clinton”

Riguardo alle sconclusionate e sguaiate reazioni alla (comunque) inopportuna dichiarazione a sostegno del referendum dell’ambasciatore USA in Italia, ricordo che ad Agosto Renzi dichiarò che avrebbe preferito, come Presidente USA, Clinton a Trump e nessuno, in USA, gridò all’ingerenza, al complotto, ai poteri forti, a Pinochet e non so a che altra corbelleria, tra le tante delle ultime ventiquattro ore, in cui l’odio, quello sì assoluto, verso Renzi e la mania di persecuzione dei suoi avversari, che da una parte assaporano l’idea che se ne vada e dall’altra temono che rimanga, li ha portati ad eccedere, e di molto.

Spiace che a questo sciocchezzaio si sia aggiunta anche una testa fine come Pierluigi Bersani.

(Fonte: http://www.ansa.it/usa_2016/notizie/italia/2016/08/02/renzi-preferirei-clinton-come-commander-in-chief_302bce5c-0f7e-41a0-9528-9393512c26e1.html)

Bersani, l’unico (o quasi) sveglio

Qualche giorno fa Bersani ha dichiarato che, se la riforma costituzionale proposta da Renzi dovesse essere bocciata, il Premier non dovrebbe dimettersi, come invece ha promesso che farà.

I giornalisti (sempre molto incapaci di capire le dinamiche politiche) hanno pensato che fosse un ramoscello d’ulivo: invece è una dichiarazione di guerra.

Checché se ne dica, la posizione di Renzi per cui in caso di sconfitta ne trarrebbe la conclusione della sua esperienza politica, è una posizione di forza.

E’ di forza perché propone agli italiani lo spauracchio dell’ingovernabilità (cosa che gli italiani detestano più di ogni altra cosa), ma anche perché gli consente, in questa battaglia, di avere tutta la libertà di manovra e la spregiudicatezza necessarie. I suoi avversari che, comunque vada, rimarranno dove stanno, non hanno una posizione così forte. E’ facile dire che in caso di vittoria del Sì ci sarà la dittatura, un po’ meno trarne le conseguenze ed annunciare che si dimetteranno dal Parlamento e si ritireranno a vita privata pur di non essere la foglia di fico di una pericolosa dittatura sudamericana del secolo scorso.

Bersani, che della minoranza PD è uno dei pochi che ragiona, ha ben capito di cosa si tratta e quindi vuole disinnescare fin da subito la bomba, smontando la linea politica di Renzi. Non a caso, oggi la Boschi ha confermato la linea del suo capo, ovvero che in caso di sconfitta si farà da parte.

Peccato, veramente peccato, che Renzi non trovi il modo di portare nel governo persone intelligenti come Bersani, ne avrebbe un gran bisogno.

 

 

La vittoria di Renzi e la mazzata dei Cinque Stelle

La verità rimane quella di due e più anni a questa parte, ovvero che Renzi è il più furbo e più scaltro sulla scena politica italiana e gli altri cascano continuamente nelle trappole che egli confeziona loro.

Con un referendum che viene in un momento di oggettiva debolezza del governo, con un ministro dimessosi in quanto “sguattera del Guatemala” di un imprenditore intrallazzatore, con una economia che non cresce come dovrebbe, con una personalizzazione eccessiva ad opera anche dello stesso Renzi, alla fine è stato comunque un trionfo per il governo e per il Presidente del Consiglio.

Dovrebbe far pensare molto quel 29% che ha detto sì al quesito (sul 32% dei votanti). Perché sono gli stessi votanti, anzi un po’ di meno, del Movimento Cinque Stelle. A cui si sarebbero dovuti aggiungere i voti della minoranza PD (che quattro mesi fa era a favore della norma che oggi voleva abrogare, ma si sa che la politica non è sempre fatta per la coerenza), quelli della Lega, di Forza Italia, insomma quel 29% si sarebbe dovuto almeno raddoppiare.

Invece è rimasto lì, con la livida rabbia di chi ancora nella giornata di ieri annunciava che il quorum era a portata di mano, chi invitava a votare Sì anche se non avevamo capito di cosa si trattasse, e poi trivellopoli e poi sì all’energie rinnovabili e sì sì, qualsiasi cosa nella grancassa della propaganda.

Invece, 29%.

Nel 1974, al referendum sul divorzio, andò a votare quasi il 90% degli aventi diritto e il 60% si espresse a favore del mantenimento dell’istituto. Per la sua abolizione c’erano schierati la DC, sopratutto per via del suo segretario Fanfani, e i fascisti del MSI.

A votare Sì furono quindi gli elettori di tutti gli altri partiti ma, va detto, che un fulcro di quel Sì venne dato dai radicali (che, infatti, alle successive elezioni politiche arrivarono al 3,5% dei voti). I radicali erano un partito di forse l’1% dei voti, ma riuscirono a farsi interpreti, veicolo e focalizzatori di un cambiamento della società italiana.

Questo è quello che deve fare un partito, essere un interprete dei cambiamenti e istituzionalizzarli, per farli diventare agito politico prima e vissuto quotidiano delle persone poi.

Il M5S ha il 28% dei voti e porta a votare nemmeno i suoi elettori. L’inutilità di questo partito sta tutta qui, nel suo fallimento comunicativo, nell’aver assemblato un fronte non eterogeneo ma casuale di tutto quello che si poteva raccattare per un quesito comunque irrilevante (hanno vinto i Sì, non succederà niente; avessero vinto i No, non sarebbe successo niente lo stesso) e, ancora più gravemente, nell’aver subito preso la rincorsa quando il torero Renzi ha agitato il drappo rosso della personalizzazione del referendum. I Cinque Stelle, per l’ennesima volta, hanno fatto la fine del toro nella corrida e ora sono tutti pieni di rabbia livida, e gli italiani non ci hanno capiti, e la lobby dei petrolieri, e che paese in cui viviamo.

Dimenticano che è lo stesso paese che nel 2011 si espresse sull’acqua pubblica, in tutt’altro referendum che aveva tutt’altro sapore ed importanza, che incideva (o meglio, che doveva incidere) sulla vita delle persone e che infatti ebbe un seguito popolare.

Adesso, a parte le elezioni amministrative (in cui Renzi potrebbe anche solo vincere a Milano per pareggiare, perchè certo a Roma e Napoli la vedo molto dura) il tema è quello del referendum sulla riforma della Costituzione da tenersi ad Ottobre prossimo.

Finora, per quello che ho letto della riforma, tutto ho visto tranne che una riforma che ci porterà verso qualche pericolosa dittatura; anzi, casomai si potrebbe obiettare che con questa riforma la maggioranza diventa ostaggio della minoranza, visto che il quorum per eleggere il Presidente della Repubblica si alza e che nei referendum può essere sufficiente, invece, un quorum più basso per renderli validi.

Essì, c’è anche questa bella perla di democrazia che credo mandi in bestia i vari grillini, peraltro ora alle prese con il passaggio di proprietà del partito da Casaleggio senior a Casaleggio junior (e nessuno che dice niente al riguardo, roba da matti).

Con la riforma Boschi, un referendum sostenuto da almeno 800mila cittadini non ha bisogno di più della metà degli iscritti al voto per essere valido, ma si accontenta della metà dei votanti alle precedenti politiche.

Poiché alle Politiche 2013 ha votato circa il 78% degli aventi diritto, ieri sarebbe bastato il 39%. Ci siamo fermati a 32%, quindi stavamo comunque fuori, ma probabilmente se fosse stata in vigore questa norma molti altri sarebbero andati a votare e lo stesso PD non avrebbe dato indicazioni d’astensione, perché il quorum sarebbe stato molto più facilmente raggiungibile.

Ora, se i Cinque Stelle sapessero fare politica, da qui ad Ottobre comincerebbero a chiedere alla maggioranza di fare insieme delle leggi di rafforzamento dell’etica pubblica, perché è evidente che non è una Costituzione o un’altra che induce comportamenti virtuosi nei partiti, ma un quadro politico, sociale e culturale che trova compimento in numerose leggi accessorie.

Si potrebbero fare leggi sulla democrazia interna dei partiti, sul finanziamento, sulla lotta alla corruzione e l’elenco può proseguire. I Cinque Stelle potrebbero chiedere alla maggioranza di fare queste leggi e, nel caso dicesse di no, avrebbero un buon strumento per invitare a votare No alla riforma costituzionale. Oppure, potrebbero anche ottenere qualcosa, a beneficio di tutti. Facendo, appunto, il dovere di un partito politico.

Certo, questo dovevano cominciare a farlo un anno e più fa, invece si sono baloccati nell’idea puerile della spallata e ora sono in difficoltà. Ma è abbastanza evidente dal referendum di ieri che quello sulla Costituzione di Ottobre, se la polemica politica rimane a questi livelli, passa.

Quindi, a meno che non escano cose terribili sul PD e sul governo da qui ad Ottobre, sarebbe il caso che le opposizioni facessero le opposizioni. Poi, se vogliono continuare a fare come ha fatto ieri Emiliano, che ha detto che è stata una grande vittoria, facciano caso al colore del drappo che Renzi sta sventolando: è proprio rosso.

 

Sul referendum sulle trivelle io mi asterrò

Ho deciso di astenermi sul referendum sulle trivelle, per una lunga serie di ragioni.

Intanto, per il merito del quesito. Questo referendum non riguarda la possibilità di estrarre o meno petrolio e gas metano dal mare o da terra. Ma solo il fatto che le concessioni marine nell’ambito delle acque territoriali italiane non siano rinnovate in automatico.

Prima dell’entrata in vigore della legge sul rinnovo automatico, la norma prevedeva una prima concessione di trent’anni, quindi un rinnovo per dieci anni, quindi per cinque e poi per ulteriori cinque anni, quindi nei fatti una durata cinquantennale. Nessuno si è mai lamentato della lunghezza di questa durata, anche perché per trovare petrolio e gas metano ci vogliono degli investimenti che si ripagano solo su lungo termine. Se al referendum vincessero i sì, si dovrebbe comunque stabilire una durata di prima concessione che difficilmente potrebbe essere inferiore ai trent’anni. Questo fa sì che sarebbero possibili sempre nuove prospezioni e nuovi pozzi di estrazione, solo che dopo la prima durata ci sarebbe il rinnovo. Mi viene da pensare, a pensare male, che i proponenti del referendum rimpiangevano i tempi in cui c’erano tante concessioni da fare e da rinnovare, perché ogni procedimento amministrativo in Italia, si sa, può essere utilmente oliato per agevolarlo.

Mi asterrò anche perché questo referendum non ha quindi un effettivo impatto sulla nostra vita quotidiana, visto che concessioni date nei primi anni duemila dureranno quindi, presumibilmente, fino al 2030 circa e non credo esista al mondo un referendum che disciplini cosa possa succedere tra quindici anni. Lasciamo perdere che un referendum è un indirizzo politico, si tratta di una scemenza detta da ignoranti della politica a cui non dedicare altro tempo.

I proponenti di questo referendum, per la prima volta, sono delle Regioni. Regioni che hanno spesso speso malissimo i proventi dall’estrazione del petrolio, alimentando clientele e favoritismi, che sono considerate il peggio della classe politica nazionale, ma che diventano improvvisamente degli alfieri dell’ambientalismo alla vaccinara di casa nostra.

Mi dà un fastidio fisico sentire gente come Travaglio che loda la battaglia democratica delle Regioni. Quelle stesse Regioni che, nella nuova Costituzione, eleggono i loro rappresentanti al Senato delle Autonomie e che, quindi e necessariamente, eleggeranno – sempre secondo Travaglio – i peggiori malfattori. Del resto si sa, tutto è buono per sparare su Renzi: se oggi si usa il referendum sulle trivelle e questo richiede di lodare le Regioni e domani si userà il referendum costituzionale e questo richiederà di lordare le Regioni, nessun problema: la coerenza non è una dote di Travaglio, che è sempre bravo invece a fare il professorino a ricordare i cambi di opinione dei politici. Le sue invece, sono granitiche, si sa anche questo.

Mi asterrò anche perché questo poco petrolio che viene estratto ci serve per ridurre la nostra dipendenza energetica dall’estero e perché estraiamo molto più metano che petrolio dal mare. So che è facile, per gli ambientalisti pecorecci che abbiamo, dire che il petrolio è brutto e sporco e puzzolente, forse è meno semplice dire lo stesso sul metano e quindi ecco la manipolazione fatta, far passare il messaggio che si tratti di un referendum sul petrolio che inquina i nostri mari (mari che sono molto più inquinati dalla mancanza di depuratori che le Regioni dovrebbero costruire; ma, si sa, le Regioni sono prese dal referendum per potersi occupare della pulizia del mare).

Mi asterrò perché questo referendum è un referendum usato non nel merito della questione ma per regolare dei conti politici: hanno iniziato le Regioni perché con la riforma della Costituzione hanno perso molti poteri (ed era ora) e quindi cercano una vendetta; si sono aggiunti i nemici di Renzi che cercano la spallata e allora ecco la compagnia di giro, da Forza Italia (quella del nucleare) ai Verdi, da Travaglio (che dice che le Regioni sono piene di politici che rubano) alle Regioni, dalla sinistra – che si definisce quella vera e quella seria – che si lamenta del fatto che la Chiesa sia così ingerente nelle vicende politiche italiane alla Chiesa che ha dato indicazioni di voto molto forti. Una cosa che dovrebbe far ridere e invece no, tutto è giusto e tutto è perdonato pure di fare l’ammucchiata.

Il dramma del dibattito pubblico italiano è questo: non si entra mai nel merito del quesito, ma diventa sempre un modo per regolare altri tipi di rapporti. A questo gioco io non ci sto e preferisco entrare nel merito del quesito. Il merito è un merito deficiente ed io, allora, mi astengo.

 

 

 

 

Scozia/ Il referendum

Siamo stati in Scozia nei giorni in cui il dibattito sul referendum per la secessione dal Regno Unito cominciava a prendere quota e abbiamo anche assistito al dibattito televisivo tra Alex Salmond (primo ministro Scozzese, per la secessione) e Alistair Darling (per il no). La simpatia personale va a Salmond, che almeno di primo acchito ci ha dato l’idea di una persona perbene e genuinamente appassionata e che crede in quello che dice, mentre Darling sembra un clone di Voldemort.

Nei giorni in cui siamo stati in Scozia abbiamo visto molta più propaganda a favore del Sì che del No, diciamo dieci ad uno. Il fronte del Sì aveva degli uffici elettorali in ogni dove, moltissimi avevano messo i cartelli con l’invito a votare Sì nelle proprie abitazioni, mentre del No c’erano poche tracce, spesso di pubblicità pagata e non di spontanea adesione da parte di un privato.

Detto questo, l’impressione che io ho è che vincerà il No, anche se non per una percentuale altissima. Questo perché gli indecisi alla fine tenderanno a votare No, perché secondo me è difficile che un indeciso scelga l’opzione, il Sì, che comporta un così drastico cambiamento nella propria vita. Il Sì avrebbe speranze se avesse almeno cinque-dieci punti di vantaggio nei sondaggi e questo non sembra essere.

Certo, io capisco benissimo il motivo per cui la Scozia è attraversata da questo fremito indipendentista: non ne possono più di quel cazzone di Cameron. Gli scozzesi sarebbero pure disposti a rimanere nel Regno Unito se a Downing Street ci fosse un leader laburista, ma questo squalificatissimo capo dello squalificatissimo partito dei conservatori è veramente un boccone troppo indigesto. Gli scozzesi, storicamente, hanno sempre sofferto molto da parte di quegli antenati e predecessori dei conservatori, penso per esempio ai vari signorotti locali che, tanto per fare un esempio, dalla sera alla mattina misero decine di migliaia di persone sulle navi per l’America per liberare spazio nelle terre da destinare all’allevamento degli ovini (le cosiddette Highlands Clearances, una delle cause per cui ancora oggi, a distanza di secoli, la Scozia è poco densamente abitata). Gli scozzesi sono piuttosto europeisti (in giro si vedono molte opere realizzate con il contributo dell’Unione Europea) mentre i tories sono troppo preoccupati di togliere qualcosa ai milioni che i loro amici della finanza guadagnano per poter pensare all’Unione Europea. Gli scozzesi sono furibondi per l’ultima trovata del governo dei tories, per cui se hai una casa un po’ più grande di quello che ti serve allora ti riduciamo i sussidi sociali (la cosiddetta bedroom tax). Gli scozzesi non sanno che farsene dei sommergibili nucleari (il programma Trident) ormeggiati nei loro porti, preferirebbero di gran lunga avere un proprio esercito tradizionale.

Allora, se i motivi sono tutti questi e anzi molti altri, perché non vince il Sì? Perché il problema che i separatisti non hanno saputo risolvere in modo convincente è quello della valuta della nuova Scozia indipendente. Nel Regno Unito sono tutti molto affezionati alla sterlina, per cui Salmond e i suoi non hanno osato dire nella campagna elettorale che la nuova Scozia dovrebbe avere una sua propria moneta, anzi hanno detto che negozieranno, nel caso, un accordo con il Regno Unito per conservare la moneta.

Il problema è che questa cosa, dal punto di vista economico, è una cazzata. Due nazioni adottano la stessa moneta solo se hanno o economie del tutto uguali oppure se hanno meccanismi sovranazionali di compensazione delle disparità. Non è un problema, per esempio, se la California e la Louisiana adottano entrambe il dollaro, perché il governo federale ha meccanismi ridistributivi (emette dei buoni del tesoro con cui finanzia anche programmi sociali che vanno certamente a maggior beneficio delle economie degli stati più poveri), mentre è un problema se Portogallo e Germania adottano la stessa moneta, perché non esiste un governo europeo che possa varare i cosiddetti eurobond.

Quindi, se la Scozia si separasse, l’utopia è mantenere la sterlina senza poter contare sugli attuali aiuti che, magari non troppo generosamente, il governo inglese manda. Alla Scozia non fa comodo avere una sterlina forte (loro vivono di esportazioni e di turismo, quindi una moneta debole sarebbe preferibile) ma mantenere la sterlina e rinunciare ai sussidi sarebbe scegliere il peggio di entrambi i mondi. Anche le entrate derivanti dal petrolio non è detto che sarebbero sufficienti a riequlibrare il sistema, quantomeno un periodo di shock iniziale molto forte sarebbe ragionevolemente prevedibile.

Anche una adesione all’Europa e all’Euro, lo sbocco naturale in caso di secessione, richiederebbe comunque alcuni anni e sarebbe difficile andare avanti nel limbo per così tanto tempo.

La moneta è quindi la motivazione razionale più forte per votare No. Va detto che, comunque, il Regno Unito sarà costretto ad una profonda revisione del proprio assetto statale, perché la scelta di rimanere nell’Unione sarebbe comunque presa di stretta misura: è possibile che nei prossimi anni il Regno Unito si dia una struttura federale, con ogni nazione che ha un proprio Parlamento (oggi ci sono già degli inglesi – intendo inglesi di Londra, del Sud e dei dintorni – che si domandano perché loro non hanno un proprio Parlamento e invece gli Scozzesi sì).

Ho finora parlato di motivazioni razionali: non è escluso che un passo falso di una delle due cordate non cambi radicalmente la prospettiva, anche perché su un referendum del genere pesano e contano nell’urna motivazioni che di razionale non hanno molto, però la mia idea è che vincerà il No. Se poi mi sono sbagliato, ci sarà di che divertirsi.

Quattro orgasmi

Il godimento psicofisico di scrivere un grosso SI sulla scheda è una sensazione che va provata (uno degli slogan di ieri al Pride era “Si… Si… Si… Siiii… orgasmo di quorum”).

La quantità di gente che andava a votare era leggermente superiore a quella del referendum sulla procreazione assistita, ma non così tanto da dire che il quorum c’è. Direi che per ora stiamo sul 45%. E’ il momento di chiamare quella vecchia zia poco simpatica che vorrebbe tanto parlare con il nipote. O il vicino di casa con cui i rapporti sono solo cortesi. O il salumaio che ci lascia sempre il trancio migliore.

 

Avrei votato sì

Se avessi votato al referendum, avrei votato sì.

Le discussioni su quanto sarebbe pericolosa la legge elettorale che uscirebbe con una vittoria dei sì sono abbastanza inconcludenti, se non altro perchà questa legge elettorale è già una schifezza assoluta, sia perchè la legge che verrebbe fuori avrebbe breve vita, sarebbe modificata prima delle prossime elezioni. Mentre, se vincessero i no, sarebbe una conferma di una legge porcata, e questa argomentazione vale in buona misura anche se non si raggiunge il quorum: evidentemente la legge non è una legge cattiva, se gli italiani non hanno sentito la necessità di abrogarla.

Perchè queste parole saranno quelle che la Lega (la guardia pretoriana di Berlusconi, per usare una felice espressione di D’Alema: ogni tanto gli capita) dirà il giorno dopo il mancato quorum; e non sarà certo un’opposizione ancora debolissima a poter decidere di discutere di legge elettorale. Quindi, se non si raggiunge il quorum, la prossima volta voteremo ancora con questa legge, che alle segreterie di partito piace moltissimo (non a caso, i partiti sono quasi tutti schierati per il no o l’astensione, con l’eccezione del PdL il cui elettorato ha una forte tendenza all’astensione a meno che non venga mobilitato, e non è questo il caso).

Non vale manco l’argomentazione principale di chi dice di votare no, ovvero che in questo modo un partito minoritario potrebbe ottenere una maggioranza schiacciante: già adesso è così, poi se uno vuole baloccarsi a pensare a delle alleanze da Sinistra e Libertà all’UDC forgiate dal sacro fuoco dell’anti-berlusconismo non sta facendo i conti con la triste realtà.

Penso peraltro che il referendum fallirà, anche in modo pesante, credo anzi che sarà l’ultimo referendum dell’Italia democratica, e per un bel pezzo. Poi che sia l’ultimo dei referendum di un regime ancora democratico, o l’ultimo atto di un regime democratico morente, ognuno se la può vedere a modo suo, il mio pessimismo l’ho già scritto.

Anzi, per molti aspetti avrei votato sì proprio per favorire questa concentrazione di poteri, ulteriore, in modo tale da favorire lo spurgo: in me alberga una certa quota di spirito marxista che ogni tanto si fa avanti.

Ma, come detto, non voterò per il referendum, sarò fuori Roma. Per un motivo molto bello, che si potrebbe riassumere nel fatto che la vita è tutto quello che ci succede mentre siamo impegnati a fare altro.

Su qualche blog, non mi ricordo quale e mi spiace, ho letto di un interessante parallelismo storico: l’imperatore Tiberio, morente, venne ucciso dalla stessa guardia pretoriana, che voleva evitare una diarchia e liberarsi anche di un leader che non era stato particolarmente amato. Gli subentrò Caligola, quello che fece senatore un suo cavallo.