Archivi Blog

“Preferisco la Clinton”

Riguardo alle sconclusionate e sguaiate reazioni alla (comunque) inopportuna dichiarazione a sostegno del referendum dell’ambasciatore USA in Italia, ricordo che ad Agosto Renzi dichiarò che avrebbe preferito, come Presidente USA, Clinton a Trump e nessuno, in USA, gridò all’ingerenza, al complotto, ai poteri forti, a Pinochet e non so a che altra corbelleria, tra le tante delle ultime ventiquattro ore, in cui l’odio, quello sì assoluto, verso Renzi e la mania di persecuzione dei suoi avversari, che da una parte assaporano l’idea che se ne vada e dall’altra temono che rimanga, li ha portati ad eccedere, e di molto.

Spiace che a questo sciocchezzaio si sia aggiunta anche una testa fine come Pierluigi Bersani.

(Fonte: http://www.ansa.it/usa_2016/notizie/italia/2016/08/02/renzi-preferirei-clinton-come-commander-in-chief_302bce5c-0f7e-41a0-9528-9393512c26e1.html)

Annunci

Bersani, l’unico (o quasi) sveglio

Qualche giorno fa Bersani ha dichiarato che, se la riforma costituzionale proposta da Renzi dovesse essere bocciata, il Premier non dovrebbe dimettersi, come invece ha promesso che farà.

I giornalisti (sempre molto incapaci di capire le dinamiche politiche) hanno pensato che fosse un ramoscello d’ulivo: invece è una dichiarazione di guerra.

Checché se ne dica, la posizione di Renzi per cui in caso di sconfitta ne trarrebbe la conclusione della sua esperienza politica, è una posizione di forza.

E’ di forza perché propone agli italiani lo spauracchio dell’ingovernabilità (cosa che gli italiani detestano più di ogni altra cosa), ma anche perché gli consente, in questa battaglia, di avere tutta la libertà di manovra e la spregiudicatezza necessarie. I suoi avversari che, comunque vada, rimarranno dove stanno, non hanno una posizione così forte. E’ facile dire che in caso di vittoria del Sì ci sarà la dittatura, un po’ meno trarne le conseguenze ed annunciare che si dimetteranno dal Parlamento e si ritireranno a vita privata pur di non essere la foglia di fico di una pericolosa dittatura sudamericana del secolo scorso.

Bersani, che della minoranza PD è uno dei pochi che ragiona, ha ben capito di cosa si tratta e quindi vuole disinnescare fin da subito la bomba, smontando la linea politica di Renzi. Non a caso, oggi la Boschi ha confermato la linea del suo capo, ovvero che in caso di sconfitta si farà da parte.

Peccato, veramente peccato, che Renzi non trovi il modo di portare nel governo persone intelligenti come Bersani, ne avrebbe un gran bisogno.

 

 

La vittoria di Renzi e la mazzata dei Cinque Stelle

La verità rimane quella di due e più anni a questa parte, ovvero che Renzi è il più furbo e più scaltro sulla scena politica italiana e gli altri cascano continuamente nelle trappole che egli confeziona loro.

Con un referendum che viene in un momento di oggettiva debolezza del governo, con un ministro dimessosi in quanto “sguattera del Guatemala” di un imprenditore intrallazzatore, con una economia che non cresce come dovrebbe, con una personalizzazione eccessiva ad opera anche dello stesso Renzi, alla fine è stato comunque un trionfo per il governo e per il Presidente del Consiglio.

Dovrebbe far pensare molto quel 29% che ha detto sì al quesito (sul 32% dei votanti). Perché sono gli stessi votanti, anzi un po’ di meno, del Movimento Cinque Stelle. A cui si sarebbero dovuti aggiungere i voti della minoranza PD (che quattro mesi fa era a favore della norma che oggi voleva abrogare, ma si sa che la politica non è sempre fatta per la coerenza), quelli della Lega, di Forza Italia, insomma quel 29% si sarebbe dovuto almeno raddoppiare.

Invece è rimasto lì, con la livida rabbia di chi ancora nella giornata di ieri annunciava che il quorum era a portata di mano, chi invitava a votare Sì anche se non avevamo capito di cosa si trattasse, e poi trivellopoli e poi sì all’energie rinnovabili e sì sì, qualsiasi cosa nella grancassa della propaganda.

Invece, 29%.

Nel 1974, al referendum sul divorzio, andò a votare quasi il 90% degli aventi diritto e il 60% si espresse a favore del mantenimento dell’istituto. Per la sua abolizione c’erano schierati la DC, sopratutto per via del suo segretario Fanfani, e i fascisti del MSI.

A votare Sì furono quindi gli elettori di tutti gli altri partiti ma, va detto, che un fulcro di quel Sì venne dato dai radicali (che, infatti, alle successive elezioni politiche arrivarono al 3,5% dei voti). I radicali erano un partito di forse l’1% dei voti, ma riuscirono a farsi interpreti, veicolo e focalizzatori di un cambiamento della società italiana.

Questo è quello che deve fare un partito, essere un interprete dei cambiamenti e istituzionalizzarli, per farli diventare agito politico prima e vissuto quotidiano delle persone poi.

Il M5S ha il 28% dei voti e porta a votare nemmeno i suoi elettori. L’inutilità di questo partito sta tutta qui, nel suo fallimento comunicativo, nell’aver assemblato un fronte non eterogeneo ma casuale di tutto quello che si poteva raccattare per un quesito comunque irrilevante (hanno vinto i Sì, non succederà niente; avessero vinto i No, non sarebbe successo niente lo stesso) e, ancora più gravemente, nell’aver subito preso la rincorsa quando il torero Renzi ha agitato il drappo rosso della personalizzazione del referendum. I Cinque Stelle, per l’ennesima volta, hanno fatto la fine del toro nella corrida e ora sono tutti pieni di rabbia livida, e gli italiani non ci hanno capiti, e la lobby dei petrolieri, e che paese in cui viviamo.

Dimenticano che è lo stesso paese che nel 2011 si espresse sull’acqua pubblica, in tutt’altro referendum che aveva tutt’altro sapore ed importanza, che incideva (o meglio, che doveva incidere) sulla vita delle persone e che infatti ebbe un seguito popolare.

Adesso, a parte le elezioni amministrative (in cui Renzi potrebbe anche solo vincere a Milano per pareggiare, perchè certo a Roma e Napoli la vedo molto dura) il tema è quello del referendum sulla riforma della Costituzione da tenersi ad Ottobre prossimo.

Finora, per quello che ho letto della riforma, tutto ho visto tranne che una riforma che ci porterà verso qualche pericolosa dittatura; anzi, casomai si potrebbe obiettare che con questa riforma la maggioranza diventa ostaggio della minoranza, visto che il quorum per eleggere il Presidente della Repubblica si alza e che nei referendum può essere sufficiente, invece, un quorum più basso per renderli validi.

Essì, c’è anche questa bella perla di democrazia che credo mandi in bestia i vari grillini, peraltro ora alle prese con il passaggio di proprietà del partito da Casaleggio senior a Casaleggio junior (e nessuno che dice niente al riguardo, roba da matti).

Con la riforma Boschi, un referendum sostenuto da almeno 800mila cittadini non ha bisogno di più della metà degli iscritti al voto per essere valido, ma si accontenta della metà dei votanti alle precedenti politiche.

Poiché alle Politiche 2013 ha votato circa il 78% degli aventi diritto, ieri sarebbe bastato il 39%. Ci siamo fermati a 32%, quindi stavamo comunque fuori, ma probabilmente se fosse stata in vigore questa norma molti altri sarebbero andati a votare e lo stesso PD non avrebbe dato indicazioni d’astensione, perché il quorum sarebbe stato molto più facilmente raggiungibile.

Ora, se i Cinque Stelle sapessero fare politica, da qui ad Ottobre comincerebbero a chiedere alla maggioranza di fare insieme delle leggi di rafforzamento dell’etica pubblica, perché è evidente che non è una Costituzione o un’altra che induce comportamenti virtuosi nei partiti, ma un quadro politico, sociale e culturale che trova compimento in numerose leggi accessorie.

Si potrebbero fare leggi sulla democrazia interna dei partiti, sul finanziamento, sulla lotta alla corruzione e l’elenco può proseguire. I Cinque Stelle potrebbero chiedere alla maggioranza di fare queste leggi e, nel caso dicesse di no, avrebbero un buon strumento per invitare a votare No alla riforma costituzionale. Oppure, potrebbero anche ottenere qualcosa, a beneficio di tutti. Facendo, appunto, il dovere di un partito politico.

Certo, questo dovevano cominciare a farlo un anno e più fa, invece si sono baloccati nell’idea puerile della spallata e ora sono in difficoltà. Ma è abbastanza evidente dal referendum di ieri che quello sulla Costituzione di Ottobre, se la polemica politica rimane a questi livelli, passa.

Quindi, a meno che non escano cose terribili sul PD e sul governo da qui ad Ottobre, sarebbe il caso che le opposizioni facessero le opposizioni. Poi, se vogliono continuare a fare come ha fatto ieri Emiliano, che ha detto che è stata una grande vittoria, facciano caso al colore del drappo che Renzi sta sventolando: è proprio rosso.

 

Un cadaverino politico

Le dimissioni del ministro Guidi non sono una grande e particolare vittoria del buon senso e dell’opportunità politica, come i giornali renziani si stanno affrettando a scrivere, ma una conseguenza politica di un processo politico che ha cominciato a scavare il terreno sotto i piedi del titolare del Ministero per lo Sviluppo Economico quasi due anni fa.

La Guidi, infatti, venne messa lì per l’unico particolare merito di essere ben
vista da Berlusconi e l’allora nascente governo Renzi, in pieno patto del Nazareno, doveva ingraziarsi l’opposizione non opposizione di Forza Italia.

Il patto si ruppe pochi mesi dopo e l’insofferenza di Renzi verso il ministro è cominciata lentamente a crescere, anche perché la Guidi, come ministro, non ha fatto nulla di particolarmente eclatante, una onesta impiegata priva di quei guizzi anche mediatici che invece al governo servono come l’aria.

Così, ad ogni voce di rimpasto il nome della Guidi era tra i possibili pronti a saltare. La vicenda dei favori che il ministro avrebbe fatto al suo compagno è stata solo il pretesto.

Dimissioni che poi si sono rese necessarie perché in quelle intercettazioni figura anche il nome del ministro Boschi e Renzi, adesso, non può permettersi di mettere in crisi il ministro delle Riforme: almeno fino ad Ottobre, deve cercare di tenere la Boschi lì dove sta, sperando che l’inchiesta su Banca Etruria non proceda troppo spedita.

Di fronte a questo grosso guaio, alla scarsa astuzia politica della Guidi che
non si limita a fare e a non dire ma piuttosto non fa e dice (non era merito suo questo emendamento, ma non ha resistito all’idea di attribuirselo per farsi bella), le dimissioni devono essere vendute come il trionfo dell’etica pubblica. Per questo, i renziani sono già a seminare il terreno dell’illusione di massa.

Piuttosto, se fossi Renzi, andrei da Pierluigi Bersani e gli proporrei il posto della Guidi. Sarebbe la prova che Pittibimbo ha una visione politica strategica e non solo tattica.

La buona legge sulle unioni civili

La legge sulle unioni civili, così come è uscita dal Senato, si configura come una buona legge; spiace che parti significative del mondo LGBT italiano siano preda di un furore massimalistico e stiano organizzando una manifestazione a Roma in cui sosterranno che è meglio nessuna legge piuttosto che questa.

Gli aspetti positivi della legge. L’aspetto positivo di questa legge è che finalmente esiste un istituto giuridico con cui riconoscere le unioni affettive tra persone dello stesso sesso. Si tratta di un istituto forte, perché prevede la pensione di reversibilità, come dicevo in questo articolo di quasi due anni fa. Può sembrare un dettaglio, ma la pensione di reversibilità ha un significato importante in Italia, visto che per il nostro sistema pensionistico si configura come una assicurazione forzosa (quindi la pagano tutti i lavoratori) con premio la possibilità per il coniuge sopravvissuto di avere una integrazione della propria. Siccome è una assicurazione forzosa, la paghiamo tutti, single e sposati, etero e gay: quindi consentire ai gay di beneficiarne è un atto di giustizia a costo non zero per le casse pubbliche.

L’obbligo della fedeltà. Questo è uno degli elementi che nella legge delle unioni civili non è presente ed ha fatto gridare allo scandalo tutti i fini intellettuali che stanno su Facebook (pagine intere di gente che si dà ragione e si fomenta l’un l’altra). Il punto è che l’obbligo di fedeltà, per i matrimoni tra eterosessuali, è un residuato storico, che nasceva in una Italia in cui questo si applicava sostanzialmente alla donna più che all’uomo e che doveva regolamentare alcuni obblighi legati alla tutela dei figli. Ma oggi, per consolidata giurisprudenza di Cassazione, non vale più: si riconosce la colpa della separazione al coniuge infedele solo se l’infedeltà è avvenuta di punto in bianco; se è avvenuta perché i rapporti erano già deteriorati, non è più questione che riguardi il giudice. Quindi, quale è la lamentela? E’ evidente, non siamo scemi, che la gentaglia dell’NCD abbia voluto questa norma per far passare un’idea per cui le coppie omosessuali sono intrinsecamente promiscue; ma mai come in questo caso: ognuno con il proprio cuor l’altrui misura. L’effetto giuridico di questa cosa è zero, l’effetto politico c’è tutto ma non è esattamente quello che sperava l’NCD, che quindi sta raccontando agli italiani che il partito di quelli che pensavano che Ruby fosse la nipote di Mubharak è per la fedeltà. Casomai, saranno gli eterosessuali a sentirsi discriminati, perché hanno (in potenza) un obbligo che non ha senso. Così come, hanno procedure di divorzio lunghe e complesse, mentre le unioni civili hanno un iter di tre mesi,

La stepchild adoption. Altro tema complicato e sicuramente poco piacevole. Che, politicamente, rappresenta la prima sconfitta vera per Renzi, che si era impegnato ad inserirle. L’effetto giuridico, anche qui, dell’assenza di una norma è prossimo allo zero, per vari motivi. Primo, i giudici già oggi riconoscono l’adottabilità del configlio a coppie omosessuali, anche in mancanza di un istituto giuridico specifico che le identifichi come tali. Ora che l’istituto c’è, il passaggio per l’adozione sarà immediato e ben più semplici, perché a differenza di quello che dicono i sapienti su Facebook, la mancanza di una possibilità (ad adottare) non equivale ad un divieto (ad adottare). Poi, non ultimo, ora che c’è un istituto giuridico, sarà sempre possibile pensare a ricorsi alla Corte Costituzionale o a quella dei Diritti dell’Uomo per avere un invito ad una legge estensiva (del diritto ad adottare) e non discriminatoria. Sarebbe stato meglio che il legislatore avesse scelto di essere coraggioso, ma questo è un tema di natura politica generale e non specifico di questa legge.

L’NCD. Che si è dimostrato per quello che è, un antistorico rigurgito di clericalismo. Poverini, non capiranno mai perché nonostante tutto il loro affannarsi rimangono sempre inchiodati al due per cento: forse perché non hanno una idea inclusiva di società come quella dei grandi partiti conservatori europei (dai democristiani tedeschi ai neo-gollisti francesi). Sono comunque in grande difficoltà, perché gli organizzatori del Family Day si sono detti contrariati da questa legge (sì, la posta in palio era non farla proprio, forse non si è capito bene questo) e quindi Alfano ha dovuto fare la volgare uscita sulla legge che evita le adozioni contro natura. Allo scopo di provare ad intestarsi un rivolo di questo rigurgito fascistoide, non capendo che così ha perso sia il sostegno degli uni che la captatio benevolentia degli altri. Purtroppo, quando uno non ha il quid…

L’M5S. Il partito dei Cinque Stelle ha dimostrato di essere un partito, altro che un movimento; ed un partito peggiore degli altri, perché almeno dagli altri non ti senti fare discorsi su una superiorità morale che proprio non esiste. Pur di mettere in difficoltà Renzi hanno costruito una eccezione in termini procedurali che dal punto di vista delle regole non sta in piedi e che dal punto di vista dell’esito ha tolto l’adozione del configlio dalla legge. Possono dire quello che vogliono sul perché e sul percome, la verità è che si sono spostati a destra per far contenta la CEI e quella parte dei loro elettori a cui i gay fanno tanto schifo. Certo, non possono dirlo, per cui parlano di canguro, sono diventati tutti esperti di regolamenti parlamentari. E’ quando si tratta di diritti, che sono un po’ carenti. Un partito che è nelle mani di un singolo uomo, Gianroberto Casaleggio, che decide quello che vuole ed interpreta le proprie regole come gli conviene (pare il regolamento di Amici di Maria De Filippi) dovrebbe preoccuparci tutti.

Renzi. Ha vinto, ma non ha stravinto. Ha vinto perché si è imposto con tutti, dalla minoranza integralista del suo partito all’NCD alla CEI. Non ha stravinto perché non ha ottenuto l’adozione del configlio perché si è fidato troppo del partito dei Cinque Stelle.

Verdini. Splendido leader politico liberale che con i propri voti ha consentito di dare all’Italia una legge sulle unioni civili. Non mi importa niente, ma proprio niente, di chi sia, che voglia e da dove venga. Perché queste riserve si potrebbero fare anche su tanti altri parlamentari (vi ricordate che Alfano è quello che sta dietro al caso del rapimento della Shalabayeva oppure no?) solo che parlare male di Verdini fa comodo alla minoranza di sinistra del PD, mentre dell’NCD non si può parlare male perché quella stessa minoranza con l’NCD ci ha fatto il governo Letta. Allora, Alfano o Verdini per me pari sono, quindi li giudico su quello che fanno e non su quello che l’opposizione a Renzi vuole suggerirmi di pensare.

La manifestazione del 5 Marzo a Roma. Per tutti questi motivi, io e il mio compagno non parteciperemo alla manifestazione del 5 Marzo a Roma, la cui piattaforma programmatica è confusa quando va bene e massimalista quando va male. Che ci possa essere una manifestazione a favore della laicità dello Stato è cosa buona, ma farla al grido che è meglio nessuna legge che questa legge significa non capire un beneamato cazzo. Capisco la gente che si eccita a leggersi e a rileggersi su Facebook per dirsi che questa legge non andrebbe bene, ma questi dovrebbero ricordarsi che è solo nel 2003 che la Corte Suprema statunitense ha abrogato le leggi che punivano il sesso omosessuale e i matrimoni sono arrivati nel 2013: queste cose non si fanno in un giorno solo. Qualsiasi altro atteggiamento è massimalista e pericoloso, sopratutto verso una legge che non è tale e che deve ancora passare alla Camera (dove non potremmo escludere sorprese di nessun tipo). Capisco pure che questo atteggiamento nasca da una elaborazione sbagliata di un sentimento di rifiuto ma non tollero che ci sia polemica da gente come Luxuria che, quando era deputato, l’unica cosa che ha votato è stata la proroga dell’esenzione ICI per gli immobili della Chiesa.

La polemica sterile sulla chiusura temporanea del Colosseo

(scritto da uno che è favorevole al c.d. Jobs Act, sia consentita la premessa)

La polemica di Ministro della Cultura e Presidente del Consiglio sull’assemblea dei lavoratori del Colosseo, che ha impedito ad alcuni turisti l’ingresso mattutino al monumento, e le relative decisioni di stabilire per decreto legge che lavoratori e custodi dei beni culturali, pubblici e privati, sono erogatori di un servizio pubblico essenziale e come tale sottoposti ad una disciplina sugli scioperi più stringente, ha alcuni elementi grotteschi e poco giustificabili.

Intanto, non di sciopero si trattava, ma di una assemblea sindacale, il cui tema era legato al fatto che i 27 lavoratori del Colosseo non vedono pagati gli straordinari da oltre un anno. Il Ministro Franceschini, invece di twittare di “misura colma”, farebbe bene a dare soldi a persone che prendono scarsi 1.100 euro al mese e che con quegli straordinari tengono aperto un monumento che, con le entrate, paga l’intera Sovrintendenza di Roma (che contra oltre 250 tra siti e musei).

Pure i sindacati, certo, c’hanno messo del loro, perché una assemblea sindacale può essere ripetuta in due tempi, in modo da far partecipare metà lavoratori per volta e consentire al servizio di essere erogato: non è che le assemblee dei medici o degli infermieri, tanto per dire, bloccano l’intero ospedale.

Aggiungiamo che la politica non si fa mancare le sue colpe, perché per un sindaco di Roma che è in grande difficoltà nella sua capacità di gestire la città, prendersela con i lavoratori ed accusarli dell’incuria e del degrado romano è un buon modo per non rimanere con il cerino in mano.

Ma, mi sembra, che tutti questi elementi – pure importanti e pure riportati nel dibattito pubblico – siano abbastanza secondari rispetto alla questione centrale, che è il tipo di turismo che l’Italia vuole avere.

Forse, dovremmo cominciare a dire che il turista cavalletta non è quello che serve a noi. Quei turisti che vengono scaricati a mucchi dalle navi da crociera, stipati sui pullman e portati a fare un tour di un giorno, non servono a niente all’economia delle nostre città e andrebbero scoraggiati.

Sono sbarcati da navi da crociera, oppure si fanno 4 giorni in Italia (uno per ciascuna di Venezia, Firenze, Roma e Napoli), o in pullman dal confine per vedere magari la città lagunare. Sono turisti del tutto poco organizzati, paradossalmente, che non sanno fare o pensare niente e che, all’idea che il Colosseo non sia aperto alle otto di mattina non pensano di farsi una passeggiata per Roma, perché quello che sanno è che Roma è uguale al Colosseo.

Mi ricordo, qualche anno fa, quando sono stato ad Amsterdam, che il proprietario dell’albergo mi chiese quanto tempo ci sarebbe voluto per vedere Roma. Io, molto onestamente, gli dissi che un paio d’anni era un buon inizio, anche se insufficiente. Figuratevi, lui stava addirittura una settimana e gli sembrava tanto tempo.

Che turisti vogliamo noi? Quelli che arrivano e consumano solo la pavimentazione, pagano un biglietto e via così, o i turisti che scoprono la quantità di cose belle che ci sono da vedere?

Pensiamo sul serio di doverci preoccupare di quei turisti che non sanno gestire una minima complicazione, o di quelli che possono provare il piacere di girare un angolo e vedere una cosa inattesa? Quante volte, nei miei giri di turista, ho trovato opere d’arte distintive di un museo che erano in prestito, sale chiuse, intere sezioni in restauro, chiusure settimanali, e non mi sono certo dannato l’anima, ho fatto qualcos’altro che magari, proprio perché più inatteso e imprevisto, è stato più bello.

Questo, però, richiederebbe di ripensare tutto il sistema del turismo italiano, di dire ai turisti che Roma non è Colosseo, Musei Vaticani, Piazza Navona e Fontana di Trevi, ma che proprio lì vicino potrebbero andarsene a vedere Palazzo Massimo alle Terme, il Museo di Diocleziano (splendido, a dir poco), la Galleria Borghese, Palazzo Barberini, la Villa dei Quintili, il Museo della Civiltà Romana, il Museo della Città di Roma (che, per dire, è pure bruttino, ma in questi giorni ho sentito dire che Roma non ha un museo della Città).

Certo, però, pensare al sistema del turismo italiano è difficile e complicato, meglio fare il decreto legge che non servirà a niente.

Anzi, piuttosto, a quando il decreto legge per limitare i flussi a Venezia? Quello servirebbe sul serio.

Autocandidatura al settore rapporti con i media per l’ENI

Abd al-Fattah al-Sisi è il coraggioso e tenace Presidente di un Paese che vuole riappropriarsi del suo ruolo sulla scena internazionale.

Dopo aver cacciato via, a seguito delle proteste di piazza, il corrotto governo del filo-islamico Morsi, accettando le richieste pressanti dell’intera società egiziana ha concorso alla carica di Presidente dell’Egitto dove è stato eletto con oltre il 99% dei voti validi.

Di fronte ad una difficile situazione interna, ha scelto di varare una importante legge anti-terrorismo che, malgrado le critiche di alcuni oppositori pagati da paesi ostili come il Qatar, ha permesso di stabilizzare il paese.

Genio della idraulica, ha portato a termine il raddoppio del canale di Suez e questo, insieme all’attività di mediazione con Israele, gli ha fatto guadagnare l’immagine di erede e reincarnazione di Nasser.

Impegnato ad arginare l’instabilità della Libia e a ricucire i rapporti con l’Algeria, ha anche intensificato i rapporti con la Federazione Russa con un accordo quadro di fornitura di armi per combattere la minaccia dell’IS.

***

(Per ulteriori informazioni, si faccia riferimento a:
http://www.repubblica.it/economia/2015/08/30/news/gas_scoperta_da_record_eni_trova_in_egitto_il_piu_grande_giacimento_del_mediterraneo-121890016/)

Quando ci fa comodo che non ce lo chiede l’Europa

Anche a costo di qualche polemica familiare piuttosto accesa, ero un sostenitore della riforma del lavoro che voleva varare il governo Renzi.

Ritenevo infatti che l’abolizione dei contratti a progetto fosse un obiettivo troppo importante nel migliorare la vita di tante persone per non poter accettare di dover rinunciare a qualcosa, come alcune delle tutele previste dall’articolo 18.

Io ho lavorato con persone che erano collaboratori a progetto e che quindi, pur stando nella mia stessa stanza e pur facendo un lavoro simile al mio, non avevano alcun diritto. Non la liquidazione, non la malattia, la maternità, o le ferie. Tutte cose che dovevano essere contrattate caso per caso e che solo negli ultimi anni hanno cominciato ad essere riconosciute, seppure in modo molto parziale. Aggiungo che, in un caso che proprio ho visto dal vivo, una mamma ha perso quei giorni di recupero dalla maternità a cui aveva diritto, con il silenzio e la complicità di quelle fogne dei sindacati che, nelle persone dei sindacalisti, hanno preferito che questa persona non potesse tornare al lavoro e recuperare quel mese che le spettava perché, in una situazione di difficoltà dell’azienda, questo significava avere meno soldi per pagare altri stipendi; salvo che gli altri stipendi erano tutelati da ammortizzatori sociali che la neo-mamma invece non aveva.

Se dico che ero favorevole è perché adesso comincio a non esserlo più. Intanto, nella riforma del lavoro non è stato abolito il contratto a progetto ma solo reso meno conveniente: è un buon passo nella direzione giusta, ma non basta, perché c’è il rischio che i maggiori costi si scarichino solo sui lavoratori a progetto, che verranno quindi pagati di meno. Il contratto a progetto va abolito, perché indegno.

Ma quello che mi ha scoraggiato è la questione della riforma fiscale. Potete leggere qui cosa comporta questa riforma in termini di de-penalizzazione di molti odiosi reati fiscali ma, in sintesi, è proprio difficile pensare che questa riforma “ce la chiede l’Europa”.

Non penso che l’Europa e gli investitori internazionali siano in attesa di sapere che la corruzione italiana è oggi pure legittimata, grazie ad una norma che stabilisce che fino al tre per cento di evasione non è un reato penale (quindi, una azienda che fattura un miliardo può avere fondi neri per trenta milioni: sai quante mazzette ci paghi, con trenta milioni).

Anzi, credo che questa norma contribuisca a dare dell’Italia l’immagine, che risponde al vero, di paese più corrotto d’Europa, in cui le tangenti si pagano a cominciare dal bar che apprezza l’operato del vigile, agli uffici tecnici degli enti locali e centrali dello Stato per i permessi, controlli ed autorizzazioni, fino ai politici nazionali per le leggi e i grandi appalti. Grazie al limite del 3%, chi guadagna di più potrà pagare più tangenti, con effetti distorsivi maggiori.

Sarebbe sufficiente stabilire che questo limite del 3% sia comunque sottoposto ad un limite di diciamo 10mila euro, in modo da sfoltire i procedimenti penali relativi a queste piccole evasioni ma sufficiente ad evitare che chi è ricco possa corrompere di più.

Ma, in questo caso, non si sarebbe potuto varare una norma a favore di Berlusconi; credo che sia evidente a tutti che lo scopo della norma era mostrare al banana che un uomo come Padoan al Quirinale saprebbe ben rappresentare certi interessi.

Aggiungo che, secondo l’articolo 95 della Costituzione Italiana, “I ministri sono responsabili collegialmente degli atti del Consiglio dei ministri, e individualmente degli atti dei loro dicasteri“, quindi Pittibimbo non ha il potere di dire che un atto, come la delega fiscale, approvata dal Consiglio dei Ministri viene revocato dal Presidente del Consiglio così, di propria iniziativa.

Se lo fa, non solo viola la Costituzione ma delegittima il Consiglio stesso. A fronte di questo, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, che tiene i verbali delle sedute, ha il dovere di dimettersi, seguito a ruota dai ministri competenti (Giustizia ed Economia) insieme infine e nuovamente al ministro della Giustizia (che si deve dimettere due volte, quindi).

Solo che, mi sa tanto, nessuno farà proprio niente.

Pittibimbo: parziale delusione, terribile incapace.

Forma o sostanza

Chi ieri ha visto Otto e Mezzo ha avuto la fortuna di vedere un pezzo di storia. Era ospite Bersani che, con molta educazione, intelligenza e senso della misura contestava alcune idee e, sopratutto, l’approccio di Renzi ai problemi. Non è stato quello a fare la storia. E’ stato il servizio che ripercorreva la quantità di liberalizzazioni che Bersani, ministro del governo Prodi, fece con le sue famose lenzuolate.

La storia era tutta lì: un leader capace, bravissimo a governare, che ha perso le elezioni perché invece di parlare di quello che ha fatto ha sbagliato tutta la campagna elettorale. Addirittura, pare che doveva essere il giornalista a fare l’elenco delle cose da lui fatte, quasi che se ne schermisse o le considerasse poco importanti.

Invece, dall’altra parte, il premier cazzaro e i suoi gaglioffi che ripetono ossessivamente “80 euro”, “abolizione Senato” e “articolo 18”, manco fossero riforme effettivamente fatte (sugli 80 euro, c’è stato un periodo in cui non potevi sentirne parlare uno che non ce lo mettesse ogni 30-40 secondi: noi scommettevamo su quando il deficiente di turno l’avrebbe detto e raramente perdevamo).

Si è fatta la storia perché si è sancito, in modo storico, il primato della comunicazione sui fatti. Uno non sapeva se spiacersi che un personaggio capace come Bersani se ne sta a fare il deputato e non il ministro, o il premier, o se preoccuparsi per come il dibattito politico si sia ormai esaurito del tutto, divenuto solo una questione di marketing.

Su Alfano, ora tocca a Renzi

Avevo scritto qualche giorno fa che Alfano è innanzitutto inadeguato a fare il ministro dell’Interno, perché sul tema delle trascrizioni dei matrimoni contratti all’estero non aveva ben capito il ruolo dell’anagrafe comunale, facendo incazzare i Comuni d’Italia.

La situazione, per Alfano, è anche peggiore. Nei giorni passati il prefetto di Roma ha incontrato il Procuratore Capo della stessa città, per chiedere che fosse la Procura a muoversi per cancellare queste trascrizioni. Perché, qui sta il bello, il Prefetto non può chiedere alla Procura di muoversi (non esiste alcuna legge che lo preveda), la Procura può invece muoversi di sua iniziativa, ma la Procura di Roma non ha alcuna intenzione di seguire sua eccellenza il Prefetto in questa scemenza.

Ovviamente, il Prefetto potrebbe sempre disporre l’annullamento d’ufficio delle trascrizioni, in quanto massima autorità del Governo sul territorio, ma in questo caso sarebbe esposto ad un ricorso al TAR che, poco ma sicuro, non negherebbe una sospensiva, sputtanando il Prefetto ed aprendo una frattura che il Prefetto, persona certamente capace e prudente, non vuole correre il rischio che si attui.

Così, il Prefetto deve trovare il modo di uscire da questo cul de sac in cui l’ha cacciato l’incompetenza del suo Ministro.

Se uno considera che il Ministero dell’Interno è una struttura molto verticistica, che il Ministro non può governare una struttura del genere se non ha l’appoggio della potentissima burocrazia ministeriale, che questa burocrazia è già stufa di un ministro debole, insicuro e capace solo di scaricare su di essa le colpe e le responsabilità (prima di tutte, la vicenda kazaka), la domanda da fare a questo non al Ministro, ma al Presidente del Consiglio è: quando pensi di intervenire? Oppure credi che il Ministero dell’Interno si governi da sè?