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“Resta da capire”

Resta da capire se un’operazione così sia alla portata di un governo incapace per mesi di gestire una rata dell’Imu che vale appena un millesimo del bilancio dello Stato.

Ecco, Federico Fubini su Repubblica di ieri ci spiega esattamente perché il governo Letta deve andare via: come ho scritto io il giorno prima, perché le banche vogliono, fortissimamente vogliono, 170 miliardi di sofferenze (loro) garantite da tutti (noi).

Secondo me, quello che resta da capire è, invece, perché uno dovrebbe comprare Repubblica: per pagare Fubini? Per sentirgli dire quanto sia giusto che tutti noi sosteniamo le banche sulla fiducia? Perché pensiamo che sia giusto sostituire un governo con un altro che, di buono e meglio, ha solo che sostiene le banche?

(poi uno dice perché si dovrebbero leggere i giornali: almeno il blog è gratis)

 

Facciamo una previsione più difficile

Scrivevo il 16 di Settembre:

(E penso che Obama vincerà le elezioni, con un piccolo margine; e che la sua seconda presidenza sarà storica).

Non era una previsione ovvia da fare, sopratutto perché all’epoca gli osservatori pensavano che Obama avrebbe stravinto, poi hanno pensato che avrebbe perso, poi si trovano con un fenomeno incomprensibile (e io, invece, cari direttori di Repubblica e Corriere, costo molto di meno di Zucconi e Cazzullo e sono tanto più intelligente, poi fate un po’ voi, certo che se uno per sapere chi vince le elezioni può accontentarsi di un blog gratuito, io non so quante copie ad un euro del vostro giornale riuscirete mai a vendere).

Senza voler fare un discorso lungo ed inutile, se ha vinto dopo la riforma sanitaria che ha fatto, e nella situazione economica difficile in cui si è trovato per i primi tre anni e mezzo del suo mandato, vengono le vertigini a pensare a come avrebbe potuto vincere in un tempo più facile. Ma siamo tutti figi del nostro tempo, e giochiamo con le carte che abbiano, non con quelle che potremmo avere.

Obama è, sopratutto, un uomo coraggioso. Se non gli sparano, sono convinto che anche sulla seconda parte di quello che dicevo, sul fatto che la sua sarà una seconda presidenza storica, non mi sbaglierò.

Le posizioni si autoliquidano, come no, pare vero

Ogni amministratore delegato della Fiat, quando in carica, è sempre stato incensato da tutta la stampa e da tutta la politica come se fosse un genio, un dono del cielo, un miracolo, il futuro che diventava realtà. E’ stato anche il caso di Marchionne, quello che Bertinotti stimava, quello che Casini e Renzi erano con lui “senza se e senza ma”. Oggi Fiat è il gruppo europeo peggio messo, stretto nell’angolo dalla concorrenza feroce di Wolkswagen, che quando Marchionne annunciava investimenti per 20 miliardi, mettendone poi solo 2 sul piatto, ne faceva viceversa per 41. Vale la pena risentire questo spezzone dell’intervista fatta da Report (miracolosamente pubblicato dal Corriere, che fa le pulci alla Fiat più di Repubblica, che c’ha il grosso grosso problema di non poter parlare male di Fiat altrimenti sputtana Renzi).

Repubblica torna alla carica con l’Apocalisse a New York

Quando sono stato a New York, A.D. 2009, c’era qualche focolaio di influenza suina (o qualcosa del genere). Insomma c’erano un po’ di ragazzi di ritorno dal Messico che avevano questa febbre, e qualche scuola venne chiusa in via precauzionale.

La vita nella città scorreva come sempre, ma a leggere Repubblica.it e Corriere.it sembrava che la fine del mondo fosse imminente, e tale fine dovesse riguardare innanzitutto New York. Mi ricordo le telefonate preoccupate dall’Italia, oddio che stai morendo? siete vivi? c’è l’esercito per strada? preghiamo tutti per te! e io a spiegare e a spiegare. In effetti, c’erano editoriali e commenti su Repubblica.it del tipo “New York è una città sempre pronta all’Apocalisse, perché sa che l’Apocalisse comincerà da qui”.

Questo branco di cialtroni di Repubblica.it è tornato all’attacco, grazie all’uragano Irene. Con un atteggiamento di pessimo gusto e non solo cialtronesco, ora ci annunciano che a New York è pronta al peggio, alla fine del mondo, all’esercito per strada ecc… ecc… e anzi, giusto per non farsi mancare niente, hanno fatto pure una compilation dei film di fantascienza in cui New York viene distrutta – cioè, c’è stato uno pagato per fare questa cosa, io direi che dovremmo tutti farci delle domande sul senso dei contributi pubblici all’editoria – e l’hanno messo in prima pagina, con il titolo “L’apocalisse a Manhattan nei film”

Si può essere più coglioni? Ci si stupisce poi che come ministro degli Esteri c’abbiamo Frattini? Ma ve lo meritate Frattini, ve lo meritate.

(io immagino tutti questi illuminati corrispondenti di Repubblica dalla Grande Mela, e vorrei dire loro solo una cosa: New York sta sul mare! Mare! Vuol dire zero metri! Vuol dire che se l’acqua s’alza di mezzo metro, la città viene invasa, e le fermate della metro che stanno più a Sud vengono allagate! Ecco perché avete visto che la metro a South Ferry è già stata chiusa! Quella che vedete intorno e che è blu è ACQUA! Tipo Venezia, c’avete presente? Tipo quando c’è l’acqua alta. Solo che a New York ci vivono un dieci milioni di persone, quindi si noterà di più. Capito? Non è che crollano i grattacieli. E l’Apocalisse, per favore, infilatevela nel buco di culo che avete al posto del cervello.)

Cara Repubblica, mille non è un milione

I giornalisti italiani hanno una incapacità con la gestione dei numeri che fa sempre cascare le braccia.

Oggi Repubblica scrive, a pagina 44, che la sclerosi multipla costa all’Italia “due miliardi e 400mila euro” l’anno. Ovviamente intendeva dire “due miliardi e 400 milioni”, se non altro per il semplice motivo che “due miliardi di euro” oppure “due miliardi e 400mila euro” sono nei fatti la stessa cifra, la differenza è minima.

Questo dei “mila” al posto dei “milioni” quando davanti ci sono i “miliardi” è un errore costante, non capisco perchè non si sforzino di correggerlo.

Per il resto di Repubblica di oggi, che ho comprato nella versione cartacea dopo un anno e più: è un giornale inconcludente, ogni sezione va per conto suo, sembra una collezione di rivistine senza pretese, una impaginazione mediocre e nessun articolo che lasci il segno. Manca proprio qualsiasi genialità, e l’articolo che poteva essere il più interessante (di Renata Pisu sull’assenza di diritti politici in Cina) è stato accuratamente impaginato per renderlo pco leggibile.

Povero Tolkien (povero PD, povera Repubblica)

Perchè uno come me, e come altri milioni, la mattina non esercita il suo ruolo democratico comprando Repubblica? Credo che sia perchè a quel giornale manchi la genialità. Manca l’idea di comprarlo per sapere qualcosa che altrimenti non sapresti, per avere un’apertura e una visione sul mondo, per soddisfare la tua curiosità intellettuale, per avere un argomento di conversazione.

Devo dire che, da quando ha cominciato a sparare ad alzo zero su Berlusconi, con la vicenda delle escort, Repubblica è l’unico quotidiano che vedo letto la mattina in metropolitana (ad eccezione di quelli gratuiti). Non ho mai visto, e sto a Roma, qualcuno leggere il Messaggero o il Tempo, ho visto qualche volta Libero e il Giornale, mentre Repubblica è una presenza quasi costante.

Dato il contesto, la questione del perchè non leggo Repubblica può essere ben rappresentata da un esempio, ovvero questo articolo qui, dove c’è una polemica di qualche oscuro funzionario scalda-sedia del PD che protesta perchè un asilo nido comunale di Roma è stato chiamato La Contea degli Hobbit. Si tratta insomma della ormai insopportabile questione per cui Tolkien è stato considerato, e nelle menti di certuni ancora legati agli anni ’70 è considerato, un autore di destra, anzi peggio fascista.

Visto che di Tolkien ho letto molto, forse vale la pena spiegare la questione, per fare un esempio di cosa uno vorrebbe leggere su Repubblica, che se deve diventare un brogliaccio che riporta le polemiche dell’oscuro consigliere del PD non è certo un giornale destinato ad interessarmi.

Tolkien, per parlare intanto dell’autore e del testo, era un professore di Oxford, di religione cattolica, che molto soffriva l’isolamento da parte dei suoi colleghi protestanti. Era un uomo che aveva combattuto nella Prima Guerra Mondiale (le prime idee, proprio sull’Hobbit, risalgono a quel tempo), che disprezzava Hitler (“un delinquente”) e che si era imbarcato nell’impresa di dare all’Inghilterra una epica come quella dei paesi scandinavi; operazione che gli richiese tutta la vita, e in cui inventò tra l’altro diverse lingue (non collezioni di suoni, ma vere e proprie lingue, con tutte le regole grammaticali del caso) e un mondo di incomparata grandezza e complessità.

Il Signore degli Anelli, la sua opera più celebre, ha avuto varie adozioni nel corso dei decenni, in America era un manifesto della cultura hippie, mentre – per cause su cui arriverò tra un momento – in Italia è stato considerato una bandiera della destra più estrema.

Ma, se uno dovesse classificarlo, come lo inquadrerebbe? Beh, Il Signore degli Anelli è un romanzo al contempo cattolico ed anarchico. La religione di Tolkien appare in molti momenti del romanzo, con delle scene di grande impatto simbolico: basterà citare come il pan di via degli Elfi, il Lembas, sia un cibo così nutriente che se ne possa mangiare una piccolissima quantità per stare bene e riprendere le forze; è evidente il richiamo dell’Eucarestia, e gioverà sottolineare come nella versione cinematografica (ottima per moltissimi motivi) questo aspetto sia stato poco messo in evidenza: non a caso, è un film fatto da produttori protestanti per un pubblico protestante.

E’ anche un romanzo anarchico: in Tolkien il potere corrompe, irrevocabilmente, e un potere assoluto come quello dell’Anello genera una corruzione assoluta, per cui non esiste rimedio: l’Anello non può essere usato a fin di bene (come viene chiarito da Elrond e Gandalf nell’incontro a Granburrone), corrompe l’animo degli uomini (come fece con Isildur e come farà con Boromir), non deve arrivare a chi ha già un grande potere (si pensi a Gandalf che ha il terrore negli occhi quando Bilbo pensa di dargli l’anello, o a Galadriel che dice che con quell’anello diventerebbe più forte delle fondamenta della Terra); ed ultimo, tutti i portatori dell’Anello non potranno che abbandonare la Terra di Mezzo, alla fine della Terza Era.

Il mondo letterario è pieno di romanzi cattolici e di romanzi anarchici (sia consentita la semplificazione), mentre di romanzi che siano entrambi questi aspetti ve n’è sicuramente un minor numero. Questo è stato uno dei motivi per cui Tolkien è stato adottato da correnti di pensiero diversissime tra di loro, nessuna delle quali gli ha comunque reso giustizia.

In Italia, in particolare, quando arrivò Tolkien ci furono spallucce infastidite da parte degli intellettuali di sinistra, tutti presi dai romanzi neo-realisti sulla classe operaia. Non sembrò quindi vero a chi era un intellettuale di destra di potersi appropriare di quest’opera, complice il fatto che uno dei primi traduttori di Tolkien, Gianfranco de Turris, è uno che milita nell’area della destra radicale.

Purtroppo, lo schematismo è il peggior male della cultura (o meglio di quel culturame che nel mondo culturale vive ma di cui non fa parte e non ne è che una escrescenza) per cui bastò ben poco perchè l’identificazione tra Tolkien e i fascisti divenne un tratto dell’analisi letteraria italiana, proprio negli stessi anni in cui i figli dei fiori in USA davano all’autore tutt’altra lettura, giusto per confermarne l’assoluta parzialità.

Si arrivò poi al punto che i campi scuola dell’MSI presero appunto il nome di Campi Hobbit, compiendo quella che era un’usurpazione ed una appropriazione disgustosa di un autore e di un’opera che con i fascisti non c’entrava niente, nè per storia personale, nè per convinzioni, nè per lo stesso testo.

Così si arriva alla polemica sull’asilo chiamato Contea degli Hobbit. Una polemica che non ha nessun senso e nessuna ragion d’essere, se non il pescare nel culturame più rozzo. E se si può pensare che povero il PD se ha questi consiglieri, rimane lo sconcerto che un giornale nazionale stia appresso a queste cazzatine, anzi ci metta pure un richiamo nell’edizione nazionale, sicuramente traviando le coscienze e non aiutando i suoi lettori a vedere il mondo per quello che è. E’ questo che a Repubblica manca e che non lo rende, appunto, un giornale geniale.

La perfidia del gruppo editoriale Repubblica-L’Espresso

Ovvero la perfidia di quelli che hanno sempre asfaltato strade di fiducia preventiva a Veltroni, anzi come disse De Benedetti: voglio la tessera numero zero del Partito Democratico.

La perfidia è che oggi l’apertura è sulle dimissioni di Veltroni, e cliccando sulla notizia c’è l’intermezzo pubblicitario: “Ti senti vulnerabile? Rinforza le tue difese naturali con Actimel”

La migliore dieta dell’estate

(Dalla conversazione nella redazione di Repubblica.it)

“Ao’, tocca scrive un articolo estivo…qualche cazzata…c’avete un’idea?”
“Se potrebbe fa’ n’articolo sulle diete…sur grasso…i chili de troppo”
“Me piace…spunti?”
“No mo’ nun c’ho fame”
“Intendevo, c’hai quarche idea da scrivece dentro o ce tocca riccopia’ uichipedia?”
“Ah, aspetta che cerco co gugle…lo sai che gugle è proprio fico, ce trovi tutto”
“Mo’ me raccomando pero’, nun fa come l’arta vorta, che hai copiato il primo articolo trovato, poi la gente se ne accorge e se incazza…”
“Ah, ecco, ce sta un articolo interessante…dice che la donna e l’omo devono da fa’ diete diverse, mica se magneno le stesse cose e dimagriscono”
“Fico…e poi c’ha senso…dice artro?”
“Sì, per esempio che la donna, quando è gravida, deve magnà in modo diverso”
“Ah, come se dice…mangiare per due…me pare una buona base…però ce vole l’esperto italiano…chi c’avemo?”
“Ah, d’estate de dietologi ce ne stanno quanti ne voi, è il periodo che fanno li sordi co’ li ciccioni che vanno tutto l’anno cor suvv e ora c’hanno er grasso che je cola…aspetta vedo in rubbrica…c’avevo Migliaccio”
“E’ affidabile?”
“Che scherzi? Ha messo a dieta Costanzo, poi come titolo c’ha quello de libbero docente, che la gente se pensa che l’artri docenti nun so libberi e quindi lui è più affidabile”
“Perhcè, nun è così?”
“No, è che i libberi docenti è gente che è entrata all’universita’ negli anni sessanta, non so’ mai diventati professori di ruolo, però se c’hai un titolo del genere in una facoltà come medicina sai quanta gente de più viene allo studio tuo?”
“Me cojoni…questo me pare un dritto…chiamelo un po’, chiedeje un parere”
“Ce metto pure qualcosa sulla dieta mediterranea?”
“Sì certo, le solite cazzate…è la dieta più buona, più salutare, che mantiene giovani, che gli altri ce invidieno…”
“Comunque so’ tutte cazzate…mica è vero…è quella che più fa ingrassare…è quella bona pe’ i sedentari che poi c’hanno appunto bisogno del libbbero docente pe’ perde il grasso al culo…”
“Senti, ma ce starebbe un problema politico”
“Quale problema?”
“E che se dimo che ommini e femmine c’hanno da magnà diverso, poi pare che siamo troppo ghei frendly”
“Ghei che?”
“Che semo pe’ li froci”
“Sarebbe un guaio…senti fai così, metti una foto de una co’ n’po de zinne, tipo che corre in spiaggia…magari una bella sorca nera che l’esotico va sempre bene, poi scrivi nell’articolo, pe’ conclude, che comunque è mejo magnà assieme, così stamo parati”
“Ammazza che articolo che avemo fatto”
“Semo proprio du’ giornalisti co’ li contro cojoni…se famo un panino ar mec?”

Repubblica-Telecom, il match continua

Trovo quasi eccitante, fisicamente eccitante, il modo in cui Repubblica è ormai in lotta totale, assoluta e senza quartiere con Telecom Italia. Giovanni Pons scrive:

Dal 1998 a oggi la Telecom si è impoverita di circa 60 miliardi di euro, a causa di lauti dividendi pagati agli azionisti, maggior indebitamento dovuto alla scalata del 1999, e minor perimetro per gli asset e le aziende vendute dal 2001 in poi a prezzi in seguito rivelatisi troppo bassi. Dal 2001 al 2007 i dieci top manager dell´azienda hanno portato a casa quasi 150 milioni comprese le buonuscite “scandalose” di Buora e Ruggiero.

Le 70 cosiddette risorse strategiche costano a Telecom circa 40 milioni all´anno. Con questi numeri così eclatanti l´unica soluzione che Bernabè ha trovato per risollevare l´azienda è quella di tagliare il personale di 5 mila unità, cioè la parte debole della catena. È questo il prezzo da pagare per il gentlemen´s agreement tra Bazoli e Geronzi volto a non gettar fango sulla gestione precedente, quella di Tronchetti Provera. E Bernabè, invece che fare azioni di responsabilità, ha ubbidito.

Adinolfi e Repubblica lasciano il PD

Sulle minacce di abbandono del PD da parte di Adinolfi, lascio la parola a OneMoreBlog, che lo percula come dovuto. Questo Adinolfi qui ha preso 6mila voti alle primarie, in tutta Italia, avendo alcune centinaia di candidati nelle sue liste (che, quindi, gli portavano ulteriori voti), ed è finito nel coordinamento del PD. Io alle elezioni della circoscrizione, su un bacino di diecimila elettori, ho preso 92 voti (dieci e più anni fa, poi ho lasciato perdere con la politica), in proporzione dovrei essere vicesegretario del PD (si fa per dire, quello è un ruolo adatto ad uno come Franceschini, io sono una persona seria. Anzi, sono un campione dell’antipolitica, se la politica è questa cosa qui degli Adinolfi e delle Marianne). Però Adinolfi è blogger, che per il giornalista ignorante significa chissà cosa, quindi è anche una notizia da dare al telegiornale: non vedo perchè non aggiungere l’analisi sulla situazione birmana da parte della sora Cesira, che è tanto buona e tanto devota e nel condominio le vogliono tutti bene che se serve,quando arriva una raccomandata, la ritira per te così non devi andare alla posta.

Invece ho goduto a leggere in questi giorni Repubblica, il cui editore si sta riposizionando. Parte del posizionamento è buttare via Veltroni e Franceschini e sostenere Bersani e Letta come guide del PD, il che sarebbe ottimo per le persone ma è dimostrato che ogni volta che Carlo De Benedetti appoggia qualcuno, quel qualcuno combina cazzate inenarrabili per la sinistra italiana, quindi spero che non sia vero e siano voci di corridoio.

Mentre non sono voci di corridoio ma articoli scritti quelli con tutta l’apertura di credito verso il Berlusconi IV, con Repubblica che racconta di un inedito asse Berlusconi-Napolitano per un governo di legislatura, e quando vanno d’accordo quei due, e quanto Napolitano si fida di Berlusconi e quando Berlusconi stima Napolitano (così tanto da non averlo votato ed averne chieste le dimissioni giusto tre settimane fa).

Per un giornale che doveva essere, e che è stato, l’house organ del PD in campagna elettorale (come dimenticare lo splendido elzeviro di Scalfari, una settimana dal voto, in cui diceva che era sicuro che il PD avrebbe vinto) è un drastico cambio di atteggiamento.

Succede quando un gruppo finanziario prova a salire sulla scialuppa di un partito, e se ne libera quando quel partito non è più utile (per dire, voglio proprio vedere se De Benedetti non entrerà nella partita Alitalia). Per un partito non sarebbe un problema, perchè in genere i partiti hanno una linea politica che li rende identificabili nella società e gli dà gli interlocutori di cui hanno bisogno. Per il PD è un mezzo dramma: quando la linea politica è ma anche, diventa dura andare avanti senza gli editoriali del sor Eugenio.