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Voterei Raggi

Il condizionale nel titolo non è solo perché a Roma non voto, ma anche perché, se votassi, il mio voto a Virginia Raggi sarebbe sofferto e poco convinto.

Penso che Roberto Giachetti sia, in termini personali, una persona ben più capace di Virgina Raggi nella gestione del potere politico e nell’amministrazione, essendo un politico di lungo corso ed avendo mosso i primi passi nell’ottima scuola dei Radicali. Anche la sua esperienza come capo di gabinetto della prima sindacatura di Rutelli è una esperienza positiva.

Però, non posso dimenticare o togliere dall’equazione il PD, quando penso a Giachetti. Il PD ha Roma non ha fatto niente di significativo per rinnovarsi, a cominciare dalla scelta di mettere una nullità politica come Matteo Orfini commissario del partito, una operazione gattopardesca.

Il PD è sempre il partito che ha organizzato, su mandato del suo segretario, il killeraggio politico della giunta Marino: se il sindaco non era quel genio che pensava di essere – e non lo era -, il PD avrebbe dovuto pretendere ed ottenere degli assessori di peso e di capacità, invece ha fatto la riunione dal notaio per liberarsene. E quasi tutti i consiglieri che sono andati a firmare le dimissioni dal notaio sono oggi ricandidati (presumo che i pochi assenti verranno premiati in seguito con qualche bella municipalizzata).

Non c’è un elemento che renda uno dei due candidati migliore dell’altro in modo netto: ognuno dei due ha cose buone nel programma e nelle idee e cose molto meno buone; ognuno dei due si è organizzato con una squadra di assessori stellari che, ovviamente, dureranno tra lo spazio di una campagna elettorale e il primo scontro politico in cui verranno rimossi, come prevedono del resto i poteri del sindaco; entrambi saranno eterodiretti, in un caso da una società privata e nell’altro da un segretario di partito.

Quello che mi farebbe votare la Raggi è il fatto che deve essere detto, in modo chiaro e forte, che non è nella disponibilità di un partito fare fuori il proprio sindaco, solo perché non piace e non va bene. Il voto dei cittadini si rispetta, sempre, e se un sindaco ha raggiunto una condizione di crisi politica questa si sancisce in consiglio comunale e non dal notaio.

Infine, cosa a cui invece tengo molto, in questo mio ipotetico voto non darei alcuno spazio, ma proprio nessuno, alle conseguenze politiche nazionali. L’Italia è in una campagna elettorale permanente e il fatto che, ogni volta che si voti, si voti sempre per qualcos’altro è il male della politica italiana, da cui dobbiamo guarire il prima possibile.

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Il grande coraggio di Imma

Ah, che bel discorso di Imma Battaglia al Pride di Roma, anzi “forte e provocatorio” come dice Gay.it che, privato della direzione di De Giorgi, è un po’, come dire, confuso.

Partiamo da quello che detto: “La nostra lotta non è mai finita, perché fino a quando ci toccherà sentire che siamo una ‘formazione sociale specifica’ e qualcuno ci vuole vendere che questa sia una grande legge, noi gli restituiamo un grande e semplice VAFFANCULO”.

Brava, coraggiosa, proprio ci vuole unbellapplauso. Ma.

Imma Battaglia è oggi, sopratutto, sopratutto, una delle organizzatrici (cioè una delle proprietarie) del Gay Village, una iniziativa che si tiene ogni anno nell’estate di Roma e che, a fronte di costi per circa due milioni di euro porta circa quattro milioni nelle tasche degli organizzatori, quindi un utile di un paio di milioni. Due milioni che sono privati, privatissimi, che non sono certo messi a disposizione, nemmeno in minima parte, della collettività gay.

Poi, essendo una donna a cui non manca l’intelligenza e il fiuto politico, ha fondato la sua associazioncella gay, che ha lo scopo di darle il titolo per poter intervenire appunto al Pride e che svolge sempre l’utile funzione della foglia di fico. Negli anni passati, quando la giunta Alemanno saccheggiava e distruggeva Roma, la Imma si spendeva per parlare bene del signor sindaco e certo solo una lingua cattiva potrebbe dire che lo faceva perché, senza l’autorizzazione del signor sindaco, il Gay Village non si può tenere e i due milioni di utili non si possono fare.

Sempre perché intelligente, la Imma ha capito benissimo che alle elezioni per il sindaco di Roma vincerà la Raggi, quindi questo suo vaffanculo serve sopratutto a cominciare a costruirsi un accredito politico con un sindaco che non sarà certo a favore di questo governo. Poco conta che se non ci sono le adozioni subentranti nella legge sulle unioni civili, la colpa sia proprio del partito che esprime la Raggi: cazzo vuoi gliene freghi? Qua stiamo a parlare di soldi, tanti, tantissimi soldi, che richiedono la benevolenza dell’amministrazione comunale di Roma.

Così, ecco il grande discorso di Imma, coraggiosa e battagliera combattente ecc… ecc…

Nessuno che le ricordi le sue simpatie per Alemanno, nessuno che le contesti che di quegli enormi profitti nulla arriva all’associazionismo gay romano o a favore di qualche iniziativa di sostegno. Tutti, pecoroni, ad applaudire al Pride, perché lei è una che parla chiaro.

Poveri scemi, poveri noi. Il Pride dovrebbe fare lo sforzo di cominciare a pensare di essere un interlocutore politico, visto che la politica oggi ci riconosce come parte della società e quindi occorre strutturarsi in un certo modo politico, cosa che non prevede che il primo che abbia un interesse privato vada sul palco a dire quello che vuole.

Quest’anno non sono andato ai Pride, perché quello di Napoli era una penosa campagna elettorale a favore di De Magistris (e i candidati che hanno, sempre orgogliosamente eh, marciato con il sindaco al Pride non sono nemmeno stati eletti, poveri ingenui). Da quanto vedo, quello di Roma è stato anche peggio.

 

Della strada ad Almirante, non importa molto nemmeno alla Meloni

Giorgia Meloni, candidata a sindaco di Roma per mancanza di alternative migliori, ha dichiarato che se diventasse sindaco intitolerebbe una strada a Giorgio Almirante. Va da sé che è una proposta ributtante, sopratutto nella città del massacro delle Fosse Ardeatine. Ma va pure detto che, in realtà, è una manovra che si inquadra nello scontro feroce tra lei e Salvini da una parte e Berlusconi dall’altra.

I sondaggi che girano dicono che, al ballottaggio, andranno Virginia Raggi per il M5S e poi uno tra appunto Meloni e Giachetti, i due sono molto prossimi. Marchini è invece del tutto fuori dai giochi. Ora è difficile dire se i sondaggi saranno predittori affidabili di quello che succederà il 5 Giugno, quello che è sicuro è che i candidati li leggono e, da come si comportano, ci credono.

Infatti, cosa può fare Berlusconi che ha puntato su Marchini, che sicuramente perderà? Conoscendo il tratto istrionico dell’uomo, è possibile che tra qualche giorno inviti a far convergere i voti per il sindaco sulla Meloni, lasciando il voto di lista a Forza Italia, quindi proponendo un voto disgiunto che sarebbe politicamente opportuno e anche sostenibile.

Se Berlusconi facesse così, la Meloni arriverebbe probabilmente al secondo turno e non potrebbe però dire che è stato tutto merito suo, una parte della vittoria la avrebbe anche Berlusconi che le avrebbe dato quei pochi punti percentuali per superare Giachetti, voti di cui ha urgente bisogno.

La Meloni, ben poco interessata a diventare sindaco di Roma, è sicuramente più interessata ad interessarsi la leadership del futuro centrodestra, quindi non può rimanere in attesa degli avvenimenti, deve fare qualcosa che renda più difficile a Berlusconi sostenerla, perché dopo Berlusconi passerebbe a riscuotere, mentre il piano suo e di Salvini è di buttarlo fuori dal tavolo.

Cosa c’è di meglio che proporre una strada per Giorgio Almirante? Gli ebrei di Roma si sono incazzati come bisce (e vorrei ben vedere) e ora per Berlusconi diventa più difficile dare un appoggio e una indicazione di voto disgiunto alla Meloni: un elemento molto forte della legittimazione che Berlusconi ha avuto viene proprio dagli ebrei italiani che hanno un po’ garantito per lui quando nel 1994 vinse le elezioni.

Così facendo, inoltre, se proprio arrivassero dei voti in più, la Meloni potrebbe sempre dire di averli tolti a Storace, suo acerrimo nemico personale e, come dice Marchini, fascista a tutto tondo.

Insomma, questa è la campagna elettorale a Roma. Povera città.

Arfio, t’a posso dì ‘na cosa?

Ieri sera ad Otto e Mezzo c’era Alfio Marchini, candidato sindaco a Roma per la sua lista e, sopratutto, per Forza Italia e quella parte della destra romana che non sopporta, per motivi personali direi più che politici, Giorgia Meloni.

A tutte le domande di Lilli Gruber, Marchini ha risposto con una tattica di sostanziale “ma anche” di veltroniana memoria.

Quindi: lei che è un uomo ricco (nel senso di patrimonio personale di centinaia di milioni di euro) perché ha detto che venderà la Ferrari e andrà ai comizi con una utilitaria? Perchè rappresento tutti, quindi non voglio creare delle distanze. E qui, già si sente un atteggiamento di pietosa comprensione verso questi poveri che, ahiloro, non possono comprarsi una Ferrari, magari rosicano pure perché Marchini ce l’ha, ma in fondo lui li capisce e un po’ gli sta vicino. Quel po’ che basta per averne i voti, sia chiaro.

Poi: ma a lei che effetto fa avere in lista uno come Storace, che lei ha amabilmente definito “fascista de core”, manco fosse un complimento? E lui: ma mio nonno mi portò a vedere “Il Delitto Matteotti”, e che volete che quel film non faccia parte di me? Beh, meno male che fa parte di te, perché se lo avevi ripudiato che facevi, coprivi il Colosseo con l’aquila littoria?

Ed inoltre: ma lei prima ha dichiarato che ognuno deve essere libero di amare chi vuole, poi ha detto che lei come sindaco non celebrerà unioni civili tra persone dello stesso sesso, come spiega la contraddizione? E qui, devo dire che ormai ero abbastanza nervoso e questo non mi ha aiutato a capire la risposta fumosa (e sì, sono uno che nel politichese ci si trova sempre a suo agio) che ha mischiato Sant’Agostino e il fatto che lui è contro l’omofobia, però le unioni civili no ma forse i matrimoni sì ma le adozioni no.

C’è stato anche un passaggio sul fatto che farsi le canne ti comporta che, se finisci in coma, poi non ti riprendi più, però su questo lo lasciamo libero di pensare quello che crede e di non valutarlo in dettaglio, visto che il sindaco di Roma può credere a quello che vuole in ambito medico, basta che non lo imponga agli altri.

Invece, quello che il sindaco di Roma non può fare è quello di mescolare i diritti altrui con le sue idee e scegliere, di volta in volta, chi vuole far vincere. Non sta a lui decidere se la legge sulle unioni civili è da applicare o meno, ma sta a lui dire che in un Paese che è rimasto l’ultimo in Europa, di fronte ad una minoranza ignorata, vilipesa e a volte anche picchiata, nel silenzio colpevole di tanti conviventi che “se lo sono cercato, certe cose si fanno a casa”, il sindaco è il primo ufficiale di una città e il primo che garantisce dei diritti.

Non si può accettare un candidato sindaco che, se diventasse sindaco, darebbe ai diritti una dimensione elastica, secondo la convenienza del momento. Signor candidato sindaco, se lei domani dovesse decidere sul diritto dei bambini ad andare a scuola, lei come tutelerebbe questo diritto? Se fosse il diritto ad andare in gita? Se il diritto riguardasse il figlio di una coppia gay? Gli garantirebbe il diritto di andare in gita, anche se questo causasse il turbamento della scolaresca? O di fare la festa di compleanno a scuola, invitando i suoi due papà o due mamme?

Oppure, signor candidato sindaco, lei starebbe a fare il conto con il bilancino, per vedere se queste sortite le portano voti? Perchè é evidente che questa uscita sulle unioni civili serviva solo a prendere un po’ di voti per cercare di arrivare al ballottaggio, ma di tutto questo ne abbiamo le scatole piene.

Siamo stufi di candidati sindaco che non parlano, innanzitutto, di diritti. Di diritto al lavoro, alla sicurezza, all’istruzione, alla sanità, alla mobilità! che a Roma è una tragedia perenne.

E siamo preoccupati di candidati sindaco il cui messaggio politico si riassume in “siccome voi non capite un cazzo, però mi serve il vostro voto, per quanto mi fate schifo ve lo chiedo, tiè guardate mi vendo pure il macchinone, però sia chiaro che cosa fare e cosa decidere lo valuterò giorno per giorno non rispetto alle mie idee, ma rispetto alla mia convenienza”.

E coprite questo disprezzo verso i romani con il sorrisone, con i modi apparentemente affabili, con l’eloquio pieno di inflessioni dialettali, perché a voi ricchi deve essere perdonato tutto, in fondo siete così buoni.

Ecco Alfio, dopo averti sentito discettare di Sant’Agostino, fascisti de core, Ferrari, unioni civili, Matteotti e tutto in mezz’ora, senza che nessuno ti dicesse niente, sento di doverti io dire qualcosa, da romano de roma:

mavattelaapijanderculo!

E’ tornato Baffo di Ferro

Il via allo scontro della vecchia guardia del PD contro Renzi è iniziato a Napoli, dove Bassolino non ha tollerato, né poteva tollerare, una violazione così smaccatamente palese della regolarità del voto. Certo, da questo a dire che le violazioni le hanno commesse solo i sostenitori della Valente ce ne corre – chiunque che sia  un po’ pratico di cose napoletane non ha difficoltà ad immaginarsi certe possibili dinamiche – ma era difficile credere che una persona con la storia di Bassolino potesse accettare di farsi da parte a suon di pernacchie pagate un euro l’una, il costo del voto alle primarie, che è stato generosamente pagato ad ignari passanti dai sostenitori dell’avversaria.

Il modo in cui Bassolino sta affrontando la questione, anzi il modo in cui si posiziona, è indice però di una strategia più generale della vecchia guardia del PD, che ieri ha avuto la prima uscita, dopo anni, del suo peso Massimo, D’Alema.

Il quale, non senza qualche ragione, ha sparato ad alzo zero su tutta la strategia di Renzi in politica estera ed in politica interna. D’Alema, che preferisce sicuramente tramare nell’ombra, interviene adesso perché c’è una opportunità che può diventare poi un risultato.

L’opportunità è quella delle amministrative di Maggio e va colta almeno facendo perdere Renzi a Napoli e a Roma, meglio ancora se poi si riesce a far vincere qualche candidato della parte più a sinistra del PD. L’obiettivo invece è il referendum sulle riforme costituzionali d’Ottobre, da far bocciare per portare Renzi alle dimissioni, come lo stesso ha sempre anticipato.

E’ un piano, va detto, disperato, non tanto per le forze su cui può contare Renzi (che in questo momento è in grande affanno) ma sull’idea alternativa di politica e di società che questi vecchi arnesi si portano appresso.

Se Bassolino è una candidatura rispettabile, ma non entusiasmante, a Napoli, Bray a Roma è la candidatura di una persona che come Ministro della Cultura è stato insignificante; si tratta di un uomo che vive di relazioni di potere e che fa contenta e tranquilla la parte radical-chic della borghesia romana, ma che certo non può né mobilitare le folle né vincere contro una corazzata come quella dei Cinque Stelle.

Parlando poi di D’Alema, va detto che molte delle cose che lui contesta a Renzi le ha fatte, o volute fare, lui per primo: il patto del Nazareno? D’Alema con Berlusconi fece la Bicamerale per le Riforme. La riforma del mercato del lavoro? I contratti a progetto e le collaborazioni le inventa Treu nel governo Prodi, sostenuto da D’Alema e lo stesso D’Alema, nel 1997, dice che il contratto collettivo nazionale di lavoro va abolito. Renzi fa il governo con Alfano e Verdini? D’Alema va a Palazzo Chigi con i voti di Buttiglione.

Ovviamente adesso le forze ostili a Renzi cominceranno una operazione di lucidatura di D’Alema, che sarà raccontato come un leader progressista, socialista e democratico, si darà insomma vita ad una mozione degli affetti: tutto va bene per attaccare Renzi e questo fa parte del gioco.

Però, il mondo che D’Alema propone è un mondo vecchio, stantio, per tanti aspetti pericoloso: poco conta che nella sua testa ci sia già il successore di Renzi a Palazzo Chigi (Del Rio, che dovrebbe fare un governo istituzionale per riformare l’Italicum: Renzi pensa di portarsi dalla sua i piccoli partiti con questa promessa), per l’Italia sarebbe una catastrofe avere una crisi di governo mentre la guerra infuria in Libia.

Ed, inoltre, sarebbe un grosso passo in avanti per tutti se di una legge e ancora di più di una riforma costituzionale, si discutesse nel merito e non con personalismi inutili.

Picchiare quando serve

Tutte le società cercano di incanalare ed indirizzare gli istinti peggiori dei propri membri verso il bene comune. E’ il motivo per cui molti che sarebbero diventati dei sadici si sono invece trasformati in ottimi chirurghi (se avete presente il chirurgo tipo, vi verrà in mente uno che sembra un macellaro di San Giovanni). La stessa cosa si fa con i violenti e, in questo caso, la proposta è quella di indossare un’uniforme e picchiare per lo Stato facendo il poliziotto.

Attenzione, non tutti i poliziotti sono violenti, tanti lo fanno perché hanno una idea di ordine, di disciplina, di servizio, perché gli piace fare le indagini, ma insomma ci siamo capiti: c’è una quota di poliziotti violenti che è utile allo scopo dell’istituzione e della società.

Quello che non mi spiego è perché questi poliziotti siano sempre in sovrannumero quando si tratta di arrestare il Cucchi di turno (e troppi ce ne sono stati di casi come quello di Stefano Cucchi) ed invece improvvisamente spariscano quando ci sono gruppi violenti ed organizzati, come i cosiddetti tifosi di questa misconosciuta squadra olandese che hanno devastato ieri ed oggi Roma.

Queste merde, sono arrivate qui convinte che potevano fare quello che volevano. Si sono ubriacati come gli animali che sono e hanno cominciato a colpire tutto quello che non capiscono e, quindi segnatamente, il bello che c’è a Roma. Tra l’altro, hanno ridotto la fontana di Piazza di Spagna, la Barcaccia del Bernini, appena restaurata, ad un cumulo di rifiuti, spaccandone anche un pezzo. Il restauro c’è costato un milione e mezzo di euro.

Quindi ed in sintesi: ma i poliziotti violenti dove erano? A pestare cinque contro uno un altro Stefano Cucchi? Perché non sono stati lasciati, giustamente, a briglie sciolte con l’invito a spaccare un po’ di ossa? Sarebbe stata una musica bellissima da ascoltare e avrebbe spiegato un po’ a tutta l’Europa che l’Italia non è quella discarica dove si viene, nell’ordine, a bere, pisciare e fottere. Guardate che, negli altri paesi europei, la polizia mena. E pure tanto. Chiunque ha visto all’opera i poliziotti olandesi, tanto per dire, non può che avere una certa forma di dovuto timore verso quella falange macedone che se deve colpire colpisce come un sol uomo, nel pieno silenzio e rimettendo tutti subito in riga.

Sì, qualcuno è stato arrestato, hanno prese multe di decine di migliaia di euro, ma dubito che le pagheranno mai. Se le pagassero, forse potrei capire, anche se il rumore di denti spezzati sarebbe comunque stato dovuto.

La mafia di Roma

L’avevo scritto giusto venti giorni fa, con Marino per sempre e anzi aggiungevo in commento a quest’articolo di Anelli di Fumo: “Capitale marcia, nazione infetta”.

Perché il livello di fogna in cui era arrivata Roma era una cosa che tutti i romani che non volevano far finta di non sapere e di non vedere, vedevano e sapevano benissimo. Che ci  fosse una cupola fascio-mafiosa a gestire la torta, che si comprava non solo gli appalti ma direttamente i rappresentanti politici, che occupava tutte le posizioni di vertice delle municipalizzate romane, che prosperava all’interno di quell’indecenza che è l’Ente EUR (praticamente, una SPA che è proprietaria del quartiere dell’EUR).

Ora, cosa faranno i romani? Già stupisce che da ieri non stiano occupando la piazza del Campidoglio, invocando benedizioni a Marino e proteggendolo anche fisicamente, anche da spezzoni della sua stessa maggioranza.

Con tutti i limiti della sua azione, il sindaco chirurgo è stato l’unico ad opporsi a questa spartizione mafiosa della città, con tutti gli errori perché anche alcuni esponenti della sua maggioranza sono coinvolti, rimane l’unico presidio di civiltà, ed infatti hanno provato in tutti i modi a fargliela pagare.

Chissà quali vibranti denuncie a favore della legalità farà oggi il camerata Augello, ieri tanto preso a chiedere le dimissioni del sindaco per quella storiaccia artefatta di multe stradali: oggi chiederà la pena di morte per Alemanno, immagino, altrimenti dovremmo pensare che non sia un uomo tutto d’un pezzo.

E’ purtroppo vero, come scrisse Barbara Palombelli in un mirabile articolo sul Foglio che non riesco a trovare, che a Roma l’espressione più comune è “c’ho un amico”: c’ho un amico per quella pratica, per quella autorizzazione, in Questura, all’INPS, al giornale, fa il primario. E’ tutto un essere amici di tutti, fottendosene del funzionamento del sistema.

Tanto, se il sistema va a puttane e si sfascia, se Roma si trova con dodici miliardi di debito, questo debito lo pagherà qualcun altro, lo Stato italiano in particolare. E se il sindaco Marino chiede, come primo atto della sua giunta, una ricognizione su questo debito, se la relazione denuncia le gravi inefficienze della macchina amministrativa e se gli ispettori del MEF dichiarano che Roma non ha iniziato alcun processo di risanamento perché si sa che tanto pagherà Pantalone, Repubblica non trova di meglio che di fare due pagine nell’edizione nazionale per raccontare questo rapporto, scordandosi però (guarda i casi) di dire che l’indagine era stata sollecitata dallo stesso Marino (vedi qui)

A Roma si sta combattendo una battaglia di legalità, che deve decidere se a Roma governa la mafia oppure no. Non so quanto i romani sapranno essere consapevoli della battaglia e pronti a sostenere un rinnovamento della politica che non è di là da venira, è già qui nelle fattezze di una amministrazione comunale in carica.

Circondata, comunque, da nemici anche dentro il PD. Guardate e leggete questo articolo qui, con la foto dell’attuale ministro del Lavoro, Poletti, mentre cena con un pregiudicato del clan dei Casamonica, un clan mafioso che spadroneggia a Roma Sud (e fatevi raccontare quanta gente è stata picchiata dagli scagnozzi dei Casamonica, già che ci siete).

Questa battaglia va ben oltre quello che scrivono su RomaFaSchifo. E’ la battaglia delle battaglie contro la mafia a Roma. Non so quanto i romani l’abbiano capito e quanto siano disposti a combatterla, malgrado gli amici che c’hanno.

Vedi pure:

 

Con Marino, per sempre

Perchè, con tutte le sue ingenuità e tutti i suoi errori, rimane il miglior sindaco di Roma da tanto, tantissimo tempo.

Su Alfano, ora tocca a Renzi

Avevo scritto qualche giorno fa che Alfano è innanzitutto inadeguato a fare il ministro dell’Interno, perché sul tema delle trascrizioni dei matrimoni contratti all’estero non aveva ben capito il ruolo dell’anagrafe comunale, facendo incazzare i Comuni d’Italia.

La situazione, per Alfano, è anche peggiore. Nei giorni passati il prefetto di Roma ha incontrato il Procuratore Capo della stessa città, per chiedere che fosse la Procura a muoversi per cancellare queste trascrizioni. Perché, qui sta il bello, il Prefetto non può chiedere alla Procura di muoversi (non esiste alcuna legge che lo preveda), la Procura può invece muoversi di sua iniziativa, ma la Procura di Roma non ha alcuna intenzione di seguire sua eccellenza il Prefetto in questa scemenza.

Ovviamente, il Prefetto potrebbe sempre disporre l’annullamento d’ufficio delle trascrizioni, in quanto massima autorità del Governo sul territorio, ma in questo caso sarebbe esposto ad un ricorso al TAR che, poco ma sicuro, non negherebbe una sospensiva, sputtanando il Prefetto ed aprendo una frattura che il Prefetto, persona certamente capace e prudente, non vuole correre il rischio che si attui.

Così, il Prefetto deve trovare il modo di uscire da questo cul de sac in cui l’ha cacciato l’incompetenza del suo Ministro.

Se uno considera che il Ministero dell’Interno è una struttura molto verticistica, che il Ministro non può governare una struttura del genere se non ha l’appoggio della potentissima burocrazia ministeriale, che questa burocrazia è già stufa di un ministro debole, insicuro e capace solo di scaricare su di essa le colpe e le responsabilità (prima di tutte, la vicenda kazaka), la domanda da fare a questo non al Ministro, ma al Presidente del Consiglio è: quando pensi di intervenire? Oppure credi che il Ministero dell’Interno si governi da sè?

Presi!!!

Qualche anno fa ci fu un’aggressione a Roma ai danni di un ragazzo gay, che in uscita dal Coming Out venne rapinato e picchiato. Gli amici lo portarono in una gelateria di Via Cavour per i primi soccorsi, e i commessi si rifiutarono persino di dargli un fazzoletto per fermare il sangue. Il ragazzo rischiava di perdere l’occhio.

Ci fu una manifestazione di protesta (qui il resoconto, utile per ricordare anche che tipo sia Fabrizio Marrazzo).

La notizia buona è invece un’altra: dopo tutti questi anni, gli aggressori sono stati identificati, e verranno processati a metà Maggio. Me l’ha riferito uno dei presenti quella sera.

Chiunque può, riporti questa notizia, perché è intanto una bella notizia e perché se creassimo la dovuta pressione mediatica potremmo contare in una condanna esemplare.