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La deportazione degli insegnanti

Avviso: questo post è ad alto tasso polemico. Altissimo.

Questi poveri insegnanti supplenti. Che si sono scelti il lavoro che volevano fare, hanno un orario di lavoro a dir poco comodo, mesi interi e consecutivi di ferie, nessuno che li tampina sul posto di lavoro per produrre, produrre, produrre, fatturare, produrre, clienti, clienti, non corrono rischi di essere licenziati nel corso della loro vita, alle due di pomeriggio stanno a casa, si sono potuti permettere il lusso di una laurea a scelta e non di una che fosse difficile da prendere (si sa che l’Italia ha una grande carenza di laureati in Lettere) e adesso, addirittura, sono costretti ad andare a lavorare lontano da casa.

Ohibò! E che stiamo scherzando? E’ giusto che lorsignori possano scegliersi che lavoro fare, quando farlo, con chi e sopratutto dove.

Uno, giustamente direi, vuole lavorare sotto casa, per poche ore al giorno, per un ottimo stipendio e con scarsa fatica. E’ giusto che sia così. Sono tutti gli altri, quelli scemi. Quelli che si fanno il mazzo per pagare le tasse per pagare questi qui.

Sono gli scemi che per lavorare vanno lontano da casa, spesso fuori Italia.

Sono quelli che si sono fatti un culo così all’università, mentre loro erano troppo presi a fare i parolai a Lettere.

Sono quelli che esigono che sia lo Stato a prendersi cura di loro, mentre loro non si prendono mai cura dello Stato, che ai loro occhi è una specie di mamma generosa al cui seno suggere per tutta la vita.

Gente che oggi, quando gli viene offerta la tanto agognata cattedra, parla di “deportazione”, ha organizzato “riunioni di autosostegno”, teme che il marito, a sessanta anni, non possa essere lasciato solo in casa (gentile signora, se lei non ha insegnato a suo marito, in trent’anni di matrimonio, a cucinarsi un piatto di pasta, lei è incapace ed indegna di andare ad insegnare a giovani ragazzi come si affronta la vita).

Gente che non si vergogna. Gente che è priva non dico di ambizione, ma di rispetto per sé stessa, dopo la laurea ha subito cercato di trovarsi il posticino; e che quando ha visto che il posticino veniva centellinato, che c’erano scarse garanzie di valorizzazione della risorsa umana, scarse possibilità di carriera, si è ancora più aggrappata a quel miraggio di posto ed è andata avanti per decenni così, senza mai farsi una domanda perché l’unica cosa che era importante erano i loro astratti diritti, che dovevano venire prima di tutto e di tutti.

Anche prima dei loro studenti. Perchè, a questa gente, di insegnare non frega un emerito cazzo. Ne ho conosciuti a pacchi di ragazzi così, con problemi caratteriali forti e con una scarsissima passione per l’insegnamento, ma pronti a tutto pur di avere il posticino sotto casa così a pranzo vanno a mangiare da mammà. Poi magari il pomeriggio si arrotonda con un lavoretto in nero, che noi educatori (anzi: “E D U C A T O R I”, gli piace dirlo stentoreo, siamo i primi che non ci crediamo).

Gente che, a trasferirsi da Napoli a Roma, si fa venire le paturnie, si sente maltrattata, si sente offesa, pensa che sia un’ingiustizia.

Gente che ti fa rabbrividire a pensare ai quali valori e a quali insegnamenti potrà passare ai ragazzi che avranno la sventura di finire sotto di loro.

I valori del non voler fare un cazzo, da mane a sera. I valori che è bella la laurea in Lettere, perché si sa che le discipline umanistiche sono la vera cultura mentre matematica, fisica e chimica sono cose brutte che sporcano. I valori che non bisogna avere ambizioni, non bisogna avere aspettative, ma bisogna invece accontentarsi perché tanto ci penserà qualcun altro (mammà, lo Stato) ad aiutarti. I valori che non conta insegnare per il piacere di farlo, ma solo per la comodità di farlo sotto casa.

Gente che è talmente diffusa e pervasiva in certi ambienti che persone come me, a cui insegnare piace (e che l’hanno fatto gratis, senza particolari mire se non quella di fare l’esperienza) gli viene da mettere mano al fucile quando sente parlare di andare ad insegnare a scuola, insieme a questi nullafacenti smidollati disadattati di cui si disgusterebbe a condividere la scrivania.

Altro che riforma di Renzi, io stabilirei che il docente per i primi dieci anni di vita lavorativa va in giro per l’Italia, dove serve, così magari conosce qualcosa non dico del mondo ma della Nazione in cui poi andrà ad insegnare.

Voglio fare il professore

La situazione lavorativa a Napoli (parlo ora in termini generali, per fortuna la mia è leggermente migliorata) è disastrosa, in particolare per le nuove generazioni. Che, tuttavia, ci mettono anche del loro.

Se c’è una cosa che molti, troppi, veramente troppi giovani napoletani vogliono fare per trovare lavoro è: fare il professore. Tutti i vantaggi, a loro vedere, di un posto di lavoro stabile e sicuro, in cui hanno 18 ore di lezione a settimana (poi sì, aggiungiamo una manciata di ore per attività collaterali, comunque poco impegnative) e tanti, tanti, tanti mesi di ferie in cui potersi ritemprare dalla fatica.

Non ci sarebbe niente di male se questa voglia di fare il professore nascesse dal desiderio genuino di insegnare; sarebbe ottimo se fosse uno stimolo presente in persone che fossero portate per i rapporti interpersonali. Invece no, è sempre il contrario: più il tratto caratteriale è rigido, più ci si sente in credito con il mondo che non ha ancora compreso il genio e quindi non ha offerto il posto dovuto, più ci si innervosisce alla sola idea di dover cambiare non dico nazione o regione, ma anche solo città e più lo stimolo verso la cattedra è incontenibile.

Sono diventato, in questi anni di vita napoletana, un esperto di graduatorie della scuola, tirocini formativi, scuole di specializzazione, ricorsi e controricorsi. A me non potrebbe importare di meno, ma è difficile evitare del tutto il discorso, anzi ci sono amicizie e frequentazioni nate sul tema, che evidentemente si porta tantissimo.

Il risultato di questa corsa alla cattedra è che talenti ed energie che potrebbero essere dedicati a fare e a costruire qualcosa vengono invece impiegati nella lotta contro la PA, considerata una gran troia (come dicono a Versailles) finché non riconosce al giovane genio, addirittura laureato mica pizza e fichi, il posto dovuto, sempre troppo tardi, sempre non nella scuola migliore (che è quella sotto casa), sempre non negli orari migliori (che devono consentire di risolvere le lezioni in poche ore ben concentrate).

Posto che arriverà, se tutto va bene, dopo alcuni anni, spesso lustri se non decenni, di estenuanti tira e molla, di scontri e sotterfugi e tattiche dilatorie da ambo le parti, di gente che alle cinque di mattina si alza per andare da Napoli (dove non c’è particolare necessità di cattedre) a Roma (dove c’è richiesta) in modo tale che, se vengono chiamati alle nove di mattina per una supplenza, eccoli lì, già sul Frecciarossa pronti ad arrivare.

Ora, ognuno ha il diritto di perseguire il sogno, o l’assurdità, che vuole. Non voglio manco fare osservazioni di buon senso sul fatto che, se tutti fanno i professori, diventa difficile che ci siano lavoratori nel settore privato che, con le loro tasse, potranno pagare la scuola e gli stipendi dei citati professori. Queste sono osservazioni che non devono impattare più di tanto sulla singola persona che può fare come crede.

Forse, invece, si potrebbe fare una riflessione sulla pessima educazione che i giovani napoletani ricevono a casa, visto che è così frequente il desiderio di trovarsi un lavoretto che non gli richieda più di tanta fatica, piuttosto che invece di fare lo sforzo umano e personale di costruirsi una carriera; qualcuno deve avergli insegnato ad essere rinunciatari.

Solo che mi domando, ma che razza di professori saranno mai questi? Saranno stanchi, incazzati, esausti e senza nessun particolare contributo da poter dare. Ma l’idea di scegliere chi deve diventare professore anche facendo un’indagine psicologica sul candidato, anche formandolo perché sappia gestire una classe di ragazzini, con tutti i problemi e le difficoltà che comporta, non viene proprio a nessuno? Sul serio immaginiamo che le giovani generazioni siano formate da persone senza midollo e frustrate?

Gli italiani non cambieranno mai

Popolo di servi, pronto a correre in soccorso del vincitore, pronto a ignorare la legge quando non fa comodo, bravissimo o almeno convinto di esserlo nell’eloquio quando si tratta di piegare i principi alla convenienza del momento.

La legge parla chiaro: i professori che hanno avuto un aumento in busta paga non hanno diritto ad averlo. Sarà una legge sbagliata, avrà avuto degli effetti che vanno oltre le intenzioni degli estensori, sarà modificabile anche con un decreto, ma fino ad ora rimane la legge, che non si piega a convenienze di parte e che si applica in quanto tale.

In questo quadro, arriva il vincitore, Matteo Renzi da Firenze, che dice che la restituzione di quello non dovuto è indecente, i professori che hanno avuto quanto non spettava loro non devono restituirlo. Già qui, ci sarebbe molto da dire, visto che non è compito del segretario del PD, o di qualsiasi leader politico, stabilire quali leggi applicare.

Invece e appunto Renzi ha sparato ad alzo zero, perché nella sua strategia politica ogni elemento è buono per mettere in mora il governo. E il governo che fa? Invece di fare presente che la legge, e sono costretto a ripetermi, si applica salvo una nuova legge che la modifichi, decide di ignorare bellamente la legge stessa e dice che sì, chi ha avuto ha avuto ha avuto.

Stabilendo quindi un nuovo, affascinante invero, principio: se lo Stato ti dà più di quello che ti deve dare, tu vai da Matteo Renzi, e facciamo aumma aumma. Una cosa delirante, che credo non saprei spiegare a nessuna persona di nessuna nazione civile e democratica (e anche a spiegarla ad un italiano ammetto di avere fatica, io pure lo sto scrivendo ma non ci credo).

Così, abbiamo avuto il soccorso per il vincitore, il piegamento della legge alla convenienza politica del momento, e ovviamente il pianto greco e tutte le proteste dei nostri politici che si dicono, tutti, tanto preoccupati per la scuola, tanto attenti agli stipendi degli insegnanti, tanto favorevoli al provvedimento.

Poi però, non dicono che il loro compito e il loro dovere, di fronte alla eventuale sperequazione dovuta alla restituzione degli scatti di stipendio, era quello di riunirsi e modificare la legge. No, sai che palle, meglio un bell’intervento al telegiornale, la voce tremante dall’emozione e dalla partecipazione al dramma degli insegnanti, che fa tanto fine e non impegna. Sia mai che ci riuniamo e poi magari quei soldi che mancano all’appello li venissero a chiedere a noi. No no, facciamo un bell’intervento. Poi, francamente, sarà pure scritto in Costituzione che c’è il pareggio di bilancio, sarà pure che se diamo qualcosa in più a qualcuno dobbiamo togliere da qualche altra parte, sarà pure che decidere quindi dove vanno le risorse è una cosa che viene appunto decisa dalle leggi dello Stato e non dal primo che passa, sarà pure che se il Ministro non è stato correttamente informato allora il Ministro deve provvedere a licenziare su due piedi il direttore generale del Ministero, ma francamente sai che ti dico? Chi se ne fotte. Tanto qui è tutta una delinquenza, come dice il senatore Razzi.

Anzi, viva Razzi, che è bravo e buono esattamente come tutti gli altri, non certo peggiore. Solo più folcloristico.

Stranieri nati in Italia

Oggi l’assessore alla Scuola del Comune di Roma, parlando sul tema dell’integrazione dei bambini stranieri nella scuola italiana, ha dichiarato che:

“Anche se questi bambini sono nati in Italia è sbagliato considerarli non stranieri. Non è solo un fatto anagrafico ma è una questione culturale. È bene che questi bambini possano convivere con quelli di origine italiana perché così si favorisce un sentimento di appartenenza”

Naturalmente – come ti sbagli – il PD romano non ha potuto non stigmatizzare il grave (?) comportamento, chiedendo subito le dimissioni dell’assessore, che con il suo dire rasenta ideologie razziste.

L’assessore, invece, non ha detto proprio nulla di sbagliato. Per intanto, la cittadinanza italiana non si ottiene nascendo in Italia, quindi è corretto dire che questi bambini nati in Italia da genitori non italiani non sono italiani, non stiamo in America (magari sarebbe una riforma da fare, ma questo è un altro discorso. Per esempio, vorrei capire se il PD ha le palle di proporre una cosa del genere oppure si accontenta dello strapuntino da cui dire qualche cazzata, giusto per tenersi stretto il posticino da opposizione a vita).

Poi, l’assessore ha ragione quando dice che un bambino che vive in una famiglia con genitori non italiani non è esposto nello stesso modo agli stessi stimoli culturali, a cominciare dalla lingua; c’è il rischio che i genitori parlino sempre una lingua straniera, vedano programmi in una lingua straniera, facendo così sicuramente il male del bambino, che non impara la lingua del paese dove vive.

E’ vero anche che ogni caso fa caso a sé, e che una decisione uguale per tutti non andrebbe bene per chiunque.

Il Ministero della Pubblica Istruzione ha infatti optato per considerare come italiani i bambini nati in Italia, che quindi non concorrono a formare il tetto del 30% di bambini stranieri per ogni classe (e il tetto è una cosa sensata, perché l’alternativa sono le classi ghetto, con gli italiani che mandano i loro figli alla sezione sperimentale, dove si studia una lingua straniera in più, si fa musica o chissà cosa, e gli stranieri che finiscono tutti insieme nella stessa classe, e sai quanto potranno integrarsi con gli italiani).

Il Ministero ha preso una decisione salomonica, che appunto non è migliore o peggiore dell’altra opzione possibile (considerare i figli di stranieri come stranieri ai fini della quota del 30%). Sospetto che questa decisione sia stata presa perché altrimenti ci sarebbero state, in molte realtà, delle difficoltà a formare delle classi di italiani (italiani-italiani), ma non sta qui il punto.

Il punto è che quello che ha detto l’assessore alla Scuola è, al più, una polemica interna al centro-destra (ed infatti Alemanno, tutto preoccupato di essere la nuova sponda di Berlusconi nell’ex-AN, ha subito fatto sapere che lui non la pensa così, e quella stella di Mariastella Gelmini è tanto brava e buona), non un commento razzista.

E’ grave che qualsiasi cosa venga detta sul tema dell’immigrazione, il PD replichi come un disco rotto dicendo “è razzismo”. Perché si allontana non tanto dal comune sentire (che potrebbe, di suo, essere anche sbagliato) ma dalla semplice realtà dei fatti; lasciando al PDL il compito di definire una qualsiasi politica sull’immigrazione, buona o brutta che sia, perché se l’alternativa è il commento da disco rotto, allora meglio qualcuno che pur qualcosa faccia. Peggio, che il coordinatore del PD di Roma, manco capisca quando si tratta di una polemica politica interna a quelli che, chissà come mai e perché, governano l’Italia e pare non se ne vadano via presto.

Non è intelligente, ma si applica: promuoviamolo per sentenza

Il mio professore di informatica delle scuole superiori era una persona seria. Forse troppo rigido, ma onesto nel valutare le persone che aveva di fronte, per cui alla maggior parte della classe diceva che avrebbero assai meglio fatto a trovarsi un lavoro in cui non dovevano fare gli informatici, perché erano troppo negati.

Una volta, per giustificare la sua linea di condotta, disse una cosa che mi rimane impressa ancora oggi, che sono passati venti anni: se tu sei zoppo, puoi anche sperare di correre i cento metri alle Olimpiadi, ma non puoi pretendere di vincere e che gli altri rallentino per te.

Il mio professore di informatica veniva da una scuola in cui c’erano gli ultimi scampoli di una grande idea di giustizia sociale: la severità nell’istruzione.

Una scuola severa è una scuola che mette tutti allo stesso livello, perchè il figlio del bracciante agricolo e del borghese di città, se studiano in una scuola difficile, andranno avanti solo perché bravi, e quando usciranno da quella scuola potranno trovare un buon lavoro, perché avranno un pezzo di carta che dice qualcosa su di loro.

La scuola facilona è al contrario l’idea più regressiva che esista, perchè promuovendo tutti farà sì che il figlio del borghese erediti l’attività di famiglia (tanto un titolo di studio ce l’ha) e il figlio del bracciante se ne vada per campi (perché il titolo che ha non vale niente).

Oggi, non solo la scuola non deve essere severa (poveri figli, facciamo finta di essere partecipi quando invece stiamo bloccando l’ascensore sociale) ma se un professore boccia uno studente rischia pure un ricorso al TAR.

E’ proprio il caso capitato ad un consiglio di classe che ha bocciato un ragazzo, per la sua insufficiente preparazione nelle materie letterarie: il TAR l’ha promosso per sentenza, perchè poverino il ragazzo è dislessico, quindi non è colpa sua se non riesce a leggere bene, conta l’impegno.

Ennò signori, contano i risultati. Se il ragazzo è dislessico ha il diritto di ricevere una istruzione specifica in una classe adeguata, e se dovete condannare qualcosa condannate le norme della Gelmini che hanno soppresso gli insegnanti di sostegno.

Non potete dire che va comunque promosso perchè in fondo è bravo in musica e in matematica ed è migliorato in italiano; altrimenti appunto un giorno avremo lo zoppo che esige di correre le Olimpiadi, io che voglio essere ammesso all’Accademia Nazionale del Balletto e di Danza Classica, o magari uno negato per il diritto che ci terrebbe tanto a fare il giudice presso il Tribunale Amministrativo Regionale.

Non sta a voi, signori giudici, discernere sui motivi per cui un professore boccia uno studente; e se c’è un dolo, se la bocciatura avviene per antipatia, perché non è stata pagata una mazzetta, perché c’è stata una profferta sessuale rifiutata, se ne occupi la magistratura penale, che in questo caso non è stata interessata perché siamo nel mondo della legittima valutazione di un consiglio di classe.

E’ tremendo che il TAR abbia sostenuto, anzi, che proprio il Ministero ha suggerito di trattare gli alunni dislessici con un occhio di riguardo; perché il compito del Ministero della Pubblica Istruzione è di dare a tutti, anche a chi ha un handicap intellettivo, la possibilità di studiare, non di togliere prima gli strumenti e poi di dire: massì, mandateli avanti, tanto sono handicappati e non ci può uscire niente di buono.

Il TAR può anche dire che era tenuto a considerare la circolare del Ministero; ma ancora e a più ragione, avrebbe dovuto basarsi sulla Costituzione, a cominciare dalla parte in cui si parla di libertà di insegnamento, e proseguendo con le norme che sanciscono il dovere per lo Stato di eliminare gli ostacoli per la libera affermazione della persona. Libera affermazione, non carità.

Politiche educative

“Non è il tempo di fare dei piccoli piani. E’ il tempo di onorare i nostri doveri morali. Fornendo ad ogni bambino una educazione di livello mondiale; assumendo un esercito di nuovi insegnanti, pagandoli di più e dando loro un maggior supporto, chiedendo in cambio una loro maggiore responsabilità”. (minuto 16:30)

Un po’ come in Italia, con Mariastella sempre tanto elegante, Silviuccio da Arcore e Renatino il professorino.

CAI chiede ulteriori 300 milioni di euro per Alitalia

Del resto, se hanno già ottenuto oltre un miliardo in più rispetto all’offerta Air France (che si sarebbe accollata i debiti di Alitalia), perchè non rilanciare e arrotondare il bottino il gruzzolo?

Dopo uno si domanda perchè studenti e ricercatori stanno in piazza. Sarà che siamo un pochino incazzati che i soldi per Alitalia vengono dai tagli alla ricerca, ovvero che per spartirsi la torta tra i soliti noti si taglino le gambe al futuro di questo Paese?

Qualcuno ha notato che Sistema 21, la holding di Benetton, ha enormi problemi a varare l’aumento di capitale che era garantito da Goldman Sachs, che ora sta come sta e non tanto bene? E tutto questo con la società Autostrade che è indietro di alcuni miliardi di euro nei lavori che, come concessionario della rete, si era impegnata a fare?

Bloccassero tutte le strade

Quello che i telegiornali di regime non diranno, era che oggi il raccordo era bloccato dalla quantità di pullman pieni di studenti che andavano a Roma. Ho visto una coda di dieci chilometri e non l’ho vista tutta, piena di studenti incazzati, allegri e bellissimi.

W la squola

Ho dedicato tutta la giornata a fare gli esami orali (e no, non sono stato nominato ministro).

Situazione degli studenti universitari del primo anno, usciti dal liceo e che si iscrivono ad una facoltà come Ingegneria che dovrebbe anche scoraggiare quelli che pensano sia una passeggiata di salute: dai due terzi ai tre quarti degli esaminati hanno difficoltà con la lingua italiana (si perdono i soggetti nelle frasi, inventano parole che non esistono nel vocabolario e taccio del congiuntivo, oggi non ho avuto il piacere di sentirlo mai) oppure hanno gravi carenze con la logica (domanda: “cosa è X?” risposta: “X non è Y”, definizioni che iniziano con “per esempio”, “sul libro ho letto che”). Questi sono circa un quarto degli studenti presenti in aula il primo giorno di lezione, gli altri non hanno avuto la sufficienza alla prova scritta.

Quindi, in conclusione, da tre sedicesimi ad un quarto degli studenti sono in grado di studiare un esame non particolarmente difficile, in cui le domande sono sostanzialmente annunciate a lezione (sempre en passant, io gli dico: vi invito a provare a fare questo esercizio a casa, poi l’esercizio c’è all’esame, ed è una strage, gente che scrive cose tra il surreale e il dadaista) gli altri non arrivano all’orale o quando ci arrivano non sono in grado di parlare in modo comprensibile, a meno che non abbiano studiato a memoria, nel qual caso è sufficiente una divagazione per mandarli nel pallone.

L’ottanta per cento dei ragazzi che finiscono la maturità quindi non sanno parlare in italiano o non sanno studiare, e temo che questa sia una selezione, perchè non tutti quelli che hanno fatto la maturità fanno l’università, e non tutti fanno ingegneria.

Io alla fine ho messo un 30 e due 18 come estremi (i due 18 erano agghiaccianti, li ho invitati a cambiare qualità dello studio oppure è meglio che lascino perdere), non ho bocciato nessuno ma ho espresso molte volte il mio disppunto (prendendo quindi il titolo di rompicoglioni assoluto, povere stelle che non vedono l’ora di andare a mare) mi domando se mai vorremo cominciare un dibattito sulla qualità dell’istruzione oppure ci siano delle cose più importanti, e nel caso quali.

Siate capre

Fioroni ha circa reintrodotto gli esami di riparazione. Con grandi lamentele degli studenti di scuola media superiore, che potrebbero addirittura essere costretti a studiare. Con tanto di manifestazioni di piazza, in cui si lamentano, povere stelle, che chi non ha i soldi per pagarsi il professore privato come fa? A queste anime candide non viene in mente l’idea, rivoluzionaria, di aprire il libro e leggerselo. Oppure di andare in una biblioteca pubblica e prendere qualche altro libro. Oppure di studiare insieme a qualche compagno di scuola più portato per la materia. Poveri pimpi paciocchi, c’è qualcuno che pensa anche di toglierli le ore per la tv, lo struscio, il cazzeggio, insomma tutto tranne che studiare, perchè tanto si sa che in Italia si va avanti per raccomandazioni, che è tutto un magna magna, e che mio figlio è tanto intelligente signora mia, sono i professori che ce l’hanno con lui, e poi la scuola fa schifo, e meno male che ci sono quelle dei preti dove vengono seguiti.

Poi, queste capre, arrivano all’università. E io ho a che fare con loro. Per cui vedo studenti di ingegneria non sanno fare la media di 1 e 0, cosa sia il prodotto cartesiano, non hanno il concetto di funzione, confondono tesi ed ipotesi, e così via. Nessuna sorpresa quindi se c’è chi riesce a prendere 2,18 su 30 (“lei ha fatto questo per contestare la mia didattica, vero? Mi dica che è così, non perchè non sa niente di quello di cui stiamo parlando. Preferisco la contestazione all’ignoranza.”), nè vedo perchè dovrei essere comprensivo verso persone che non dovrebbero stare dove stanno, cresciute in un mondo di bambagia dove la colpa è sempre degli altri.

Solo che questo non risolve il problema della crassa e dilagante ignoranza delle giovani generazioni, che dopo 12 anni di scuola, tra elementari e medie inferiori e superiori, non sanno nè parlare nè stare zitti quando hanno un orale, e scrivono compiti che più che in una facoltà di ingegneria vanno bene come sceneggiature dadaiste per quella di lettere.

Per motivi a me ignoti, Fioroni ha fatto la cosa giusta, volendo ripristinare gli esami di riparazione. Premesso che il provvedimento è insufficiente, e occorre invece riprendere a bocciare e senza sconti, il Senato s’è giustamente preoccupato che qualche 18enne, potesse un giorno arrivare a saperne di più di questi senatori, per cui ha approvato l’ordine del giorno del senatore Calderoli (lo stesso che vuole tagliare i fondi di ricerca all’istituto della Montalcini, l’Italia è l’unico paese al mondo in cui ci sono buffoni che vogliono negare soldi ai premi Nobel) per cui il ministro deve riferire in Parlamento.

Siate capri, giovani italiani. Perchè, come diceva Federico Zeri, se gli italiani conoscessero il prestigio della loro storia, farebbero la rivoluzione in pochi giorni. E insomma, in Senato si sta tanto bene.