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Primo passo

Ieri l’università alla quale ho mandato l’application (che in italiano si tradurrebbe come candidatura, ma di questi tempi è meglio che si traduca come supplica) ha scritto alle due persone che ho indicato come referenze, chiedendo loro appunto di parlare di me. Una delle due ha mandato una lettera di referenza che mi ha fatto vedere, di cui non posso dirmi che commosso. Quando l’ho letta mi tremavano le mani, tanto era intensa in quello che diceva. E tanto c’era scritto, tra le righe, che non vado bene per questo paese; ma non perchè non vado bene io.

E’ il primo passo per andare in una delle prime cinque università al mondo. Ne mancano ancora diversi (entrare nella short list; fare il colloquio; avere l’offerta; accettare l’offerta). Però forse mi tremavano le mani anche per questo.

E sì, più penso a come sta messa l’Italia, più mi pare assennato fare quanto sto facendo.

La rete dell’università dell’Aquila

La rete GARR collega le varie università italiane e i centri di ricerca; per molti anni è stata la rete Internet italiana, a cui si collegavano poi i provider.

Questi due grafici (1 e 2) della rete rappresentano il traffico che c’è sul nodo dell’università dell’Aquila. Dal momento del terremoto la rete è finita. C’è stata una leggera ripresa Martedì, forse qualcuno ha provato a riaccendere i sistemi. Il crollo è comunque verticale, segno che è andato giù tutto, se non proprio è finito sotto le macerie. L’unico dato che si impenna è quello sul numero di errori di trasmissione, che al momento del terremoto è esploso. Chi ha costruito la rete del GARR è un genio, punto, ma l’interpretazione di questi dati è che è stato un cataclisma, non una scossa solo un po’ forte. Non so se perchè il CED era magari ospitato nel rettorato, che è tutto crollato.

Le apparecchiature informatiche sono ospitate in grossi armadi (rack), alti anche due metri e mezzo, che solo di intelaiatura pesano 200 kg, e che quando sono pieni superano la mezza tonnellata. Un crollo così repentino si spiega anche con questi armadi che sono stati sbalzati via di mezzo metro o più, e i cavi si sono staccati.

Chiudere

Ho avuto infine (erano due settimane buone che facevo le poste) il colloquio con il mio tutor di dottorato per chiudere questa pratica che ormai è a dir poco annosa. Il punto del contendere è che, secondo lui, non è opportuno che ci sia un solo articolo a sostegno della mia tesi di dottorato (qui, in questo universo che ha regole diverse e spesso opposte da quelle anche solo dettate dal buon senso, tu prima scrivi una tesi di dottorato, poi ne estrai almeno un articolo da mandare a qualche conferenza o giornale, acciocchè la commissione di dottorato evita la fatica di leggersi la tesi e capire se il tuo lavoro è buono o meno, essendo tutto ciò fatto da chi accetta l’articolo alla conferenza/giornale).

Secondo illo, è meglio se di articoli ce ne sono due. Gli ho allora spiegato che stante le evoluzioni della mia vita lavorativa, io tempo per un secondo articolo non ce l’ho. Allora mi ha detto: è sufficiente che tu abbia sottomesso un secondo articolo ad una conferenza, anche se non lo accettano: una idea sconfortante, perchè non valuta la bontà di quello che uno fa, ma quanti articoli manda, anche se li manda a conferenze o giornali che accettano ogni immondizia. Inoltre, a dir poco, una gran perdita di tempo.

A parte questo, che alla fine è comunque una via di uscita, anche se purtroppo nasce dal fatto che il mio tutor di dottorato si sta ritirando da tutte le questioni universitarie e non ha più alcuna presa, mi ha detto – buona grazia – che la possibilità di andare a Londra non c’è più, il professore che aveva aperto quel bando a cui avevo risposto su sua sollecitazione ha cambiato università. Gentili a dirmelo, con calma e senza fretta.

Ringrazio solo me stesso, che ho sempre pensato a questa faccenda come una faccenda molto sospetta e su cui c’era poco da fidarsi, tanto che ho subito messo dei paletti sul cosa sarei potuto andare a fare. Ho comunque perso del tempo, c’è stato un periodo di stallo, ma non è stato devastante perchè mi sono premunito, sapendo che era una cosa universitaria l’ho presa per quello che era, un chiacchiericcio di gente spostata a cui dare poco credito. Ma questo mi conferma che, con questo ambiente, io devo chiudere i rapporti prima possibile.

Vamos a bailar!

L’articolo che ho sottomesso alla conferenza è stato accettato.

Quindi, il mio dottorato si avvia a conclusione, perchè con questo articolo ho la pezza d’appoggio che mi serviva (ora ci sono specialisti di questo argomento che hanno rilevato che il mio contributo è originale) quindi la prossima primavera me ne starò in terra di Spagna a prendere il primo sole (e sì ok, pure partecipare alla conferenza).

E’ interessante notare come la prima volta che un mio articolo viene accettato ad una conferenza – perdipiù piuttosto prestigiosa – non segni l’inizio della mia carriera accademica bensì la sua conclusione, visto che non penso certo di cominciare a fare ricerca a trentatre anni, anche se forse qualche articolo su questo argomento potrei svilupparlo, ma giusto per mia passione (e per essere spupazzato in giro nel mondo a spese del contribuente italiano, ovvio).

E tutta questa attività di ricerca fatta a costo zero per l’università, mi sono finanziato il mio tempo per farla, togliendolo ad altre attività invece economicamente renumerative. Per cui ho sempre dovuto trovare il modo di guadagnare di più degli altri, una quota del guadagno era destinata anche al vizio della ricerca. Rimane un po’ di rimpianto sordo a pensare che se fossi stato seguito e finanziato, magari avrei scelto questa carriera, quantomeno avrei prodotto di più.

Però sono contento delle scelte che ho fatto e della mia versatilità professionale, sempre un sassolino in più da mettere nel sacchetto delle cose che so fare e che ho fatto.

A proposito di figli

Falcon82 ha commentato nel mio breve post su Wall-E chiedendomi se non avessi un erede (chettepossimo, già detto ma utile ripetere :) ).

Ieri ho incrociato, su un sito di annunci gay, un tizio che mi pareva una faccia già vista, e vedendo anche l’età ho poi concluso che fosse un mio studente, allora gli ho mandato un messaggio e no non ci sono secondi fini. Era proprio quello studente di cui avevo parlato al tempo, chiamato alla lavagna a fare un esercizio e che sgamai subito come membro della parrocchia. Ebbene lui mi ha detto (è un ragazzo effettivamente spigliato) che non pensava che io fossi gay, sia per i miei atteggiamenti (boh, non so quali siano gli atteggiamenti di un professore gay e cosa abbiano diverso da quelli di un etero) sia perchè girava voce che, udite udite, io avessi un figlio.

Chissà come è nata questa leggenda metropolitana.

CAI chiede ulteriori 300 milioni di euro per Alitalia

Del resto, se hanno già ottenuto oltre un miliardo in più rispetto all’offerta Air France (che si sarebbe accollata i debiti di Alitalia), perchè non rilanciare e arrotondare il bottino il gruzzolo?

Dopo uno si domanda perchè studenti e ricercatori stanno in piazza. Sarà che siamo un pochino incazzati che i soldi per Alitalia vengono dai tagli alla ricerca, ovvero che per spartirsi la torta tra i soliti noti si taglino le gambe al futuro di questo Paese?

Qualcuno ha notato che Sistema 21, la holding di Benetton, ha enormi problemi a varare l’aumento di capitale che era garantito da Goldman Sachs, che ora sta come sta e non tanto bene? E tutto questo con la società Autostrade che è indietro di alcuni miliardi di euro nei lavori che, come concessionario della rete, si era impegnata a fare?

Uno su cinque ce la fa

Ieri ho avuto un forte mal di testa tutto il giorno, chiaramente tensivo. Parte della tensione era perchè non avevo ancora proferito parola con mia madre riguardo a questa assai ipotetica possibilità londinese, cosa che mi sono risoluto a fare oggi.

Le ho detto che esiste questa possibilità, che lo faccio per il mio curriculum non certo per fare soldi (duemila sterline al mese a Londra non sono questo signor stipendio, guadagno di più qui ma i prezzi di Roma non sono quelli di Londra). Prima mi ha chiesto cosa sarebbe successo alle mie attività professionali in essere, le ho spiegato che questa è una opportunità che c’è adesso e che quello che faccio qui posso continuare a farlo dopo. Quanto tempo sarei stato. Da tre mesi se mi rompo le scatole a due anni. Non ha aggiunto niente.

Per cui ho aspettato prima un’ora, poi due, poi tre, chiedendomi come mai non mi facesse domande, non avanzasse dubbi o paure, io che mi ero preparato già tutte le risposte, la mia componente razionale che costruisce il suo schermo di difesa dal mondo, e che appunto viene punita con il mal di testa. Allora, quando ormai non ce la facevo più a friggere, le ho chiesto cosa ne pensasse lei, se avesse delle domande da fare. Mi ha risposto: se è una cosa per il tuo curriculum va bene. Detto con un tono quasi allegro, un po’ vagamente beffardo, però non c’erano recriminazioni, voleva dirmi che se per me è la cosa da fare che sia.

Mi ha lasciato spiazzato, mi ha fatto molto più che piacere. Ho pensato che io non conosco molto mia madre, perchè questa sua reazione non era certo quella che mi aspettavo. Ed è possibile che sia così, visto che poi lei non conosce molto me, perchè c’è un mondo di non detto tra di noi. Anche parlarle per questa cosa mi ha richiesto un impegno, sono entrato in modalità lupa del Campidoglio (cioè vagavo senza quiete per casa) prima di parlarle.

Londra. Il mal di testa di ieri è stato causato dal fatto che mi sono sfruculiato il sito dell’università per vedere alcune cose pratiche, compreso gli alloggi. Ho capito che è meglio non assumere che mi diano un alloggio universitario, dato l’alto numero di richieste che hanno, e forse non è un male, magari è meglio vivere un po’ fuori dall’università.

Stanotte ho sognato una casa. Non era molto grande, ma era accogliente e morbida. La proprietaria non mi parlava in italiano ma in inglese.

In quella università accettano in media una domanda su cinque, quindi dovrei trovarne quattro più scemi di me per avere qualche speranza. In effetti a leggere il bando c’è di che avere timore, ci sono vari argomenti che gradirebbero uno conoscesse molto bene e saperne bene anche uno solo di questi è molto difficile, alcuni poi sono quasi puramente fantascienza (ovvero penso che siano pensati già per degli interni che hanno fatto una tesi al riguardo).

Ho cominciato un po’ a pensarmi come se fossi lì, quindi. Poi ho pensato che questa selezione non sarà un giudizio divino, non sarà che se non mi prendono è perchè sono un citrullo, così come se mi prendono non sarà perchè sono chissà chi.

E infatti continuo a prendere impegni, certo mi rasserena molto che la mia agenda lavorativa sia piena fino a metà Gennaio, oggi parlavo con qualcuno che mi ha chiesto quando ero disponibile e ho detto che prima di metà Dicembre è impossibile, per un consulente è una buona cosa.

Però so che oggi, proprio oggi che sono sulla cresta dell’onda, è il momento di fare un investimento su di me, perchè nulla è eterno e un giorno ci saranno nuove leve più sveglie, e una esperienza professionale e di vita come quella sarebbe proprio importante.

Signs

Ieri mattina mi sono svegliato con un certo scombussolamento emotivo, quello che ti capita quando ti è successo qualcosa di importante. Ho passato la mattina all’università, a fare il mio tentativo di dovere professionale. Un tentativo, visto lo stato di totale sfacelo quando si passa dalla rete che gestisco io a quella che gestiscono gli altri e con cui mi devo purtroppo interfacciare. Ho in tal senso scritto una letterina, che potrebbe essere il mio testamento morale per questa prestigiosa struttura, in cui dico loro che se non intervengono ed in fretta si espongono al disastro informatico totale.

Manco me ne importa molto se il mio contratto con loro, che scade questo mese, verrà rinnovato o meno, sento che proprio ho bisogno di non dedicarci energie o pensieri, e che come mi hanno insegnato a far del bene ai somari se ne ricevono solo calci.

Poi sono andato a fare un po’ di spesa al supermercato, dove la mia attenzione è stata catturata, nell’ordine: dalla Lonely Planet di Londra, da un paio di calzini con disegnata l’Inghilterra, da un libro di una psicanalista junghiana che parla del trauma del distacco tra genitori e figli: dove andare lì, come presentarsi lì, come separarsi da qui.

Una reazione a questa cappa universitaria italiana; come nel mio carattere e forma mentis, una reazione mediata in senso pragmatico. Quanto ci vorrà di componente pragmatica, e quanto di componente identitaria, è la cosa che devo capire nei prossimi mesi, per valutare se volerci andare o meno e sempre ammesso che mi accettino, essere la prima università europea implica che ci sia una certa quantità di pretendenti per il posto.

Però come dice Graham Greene, la vostra vita non sarà più la stessa dopo che il vostro passaporto sarà stato timbrato. Non so che passaporto ho timbrato, ma il senso di spaesamento è proprio questo.

Oggi su YouTube sono passato da un frammento di Non Ci Resta che Piangere ad Englishman in New York.

Lo skateboard

Oggi pomeriggio ero sulla metro, e vicino a me si è seduto un giovanotto sui venticinque trent’anni, che portava con sè il suo skateboard. Abbastanza carino, non era molto muscoloso ma si indovinava come le sue gambe fossero tornite, da uno che questo sport lo fa con una certa intensità.

Mi sono trovato a… invidiarlo? Comunque a pensarlo che stava per andare in qualche parco romano, dove me lo vedevo che ballava per aria, lui e il suo skateboard, liberi, sfidando anche la legge di gravità. Me lo sono immaginato, mentre si organizzava un pomeriggio feriale, sottratto al lavoro o allo studio, e si vestiva tutto concentrato per l’obiettivo. Avrei voluto un po’ essere come lui, libero di scegliermi di andare a fare salti per aria, perchè stavo invece per andare a giocare una partita difficile.

La mattina era stata piacevole, ero ad un convegno e a pranzo mi sono trovato al tavolo di un tizio che ha costruito nel corso del tempo alcune start-up e le ha vendute, credo che oggi abbia un patrimonio di diverse centinaia di milioni (di euro). Una persona simpatica, molto alla mano e molto americana (la prima domanda è stato il mio nome, la seconda quanto fosse grande la mia azienda). Peccato che non mi abbia adottato, in termini professionali, perchè io ero ben disposto.

Ma questo era l’aperitivo, l’appuntamento vero era quello del pomeriggio, quello a cui stavo andando in metropolitana. Perchè, per le solite vie universitarie, mi è stato proposto di andare dall’anno prossimo in Inghilterra, per un certo tempo e fino ad un paio d’anni.

La cosa mi ha molto agitato. Perchè la mia preoccupazione era che non sarei andato a fare il mio mestiere, ma il ricercatorino, quando io sento che la mia vera natura è quella del progettista e non del ricercatore. A me non mette paura pensare ad un sistema anche enorme, anche gigantesco, anche complicatissimo, sento anzi che tutte le mie energie si mobilitano e riesco sempre ad ottenere dei risultati notevoli, mentre quando si tratta di università e di ricerca divento quasi balbuziente, fatico moltissimo a produrre e non sono questa cima.

In questi giorni, prima che questa proposta venisse discussa dal vivo, ho pensato molto a cosa avrei dovuto dire. Ho notato la incredibile coincidenza per cui il giorno prima io comincio a parlare con mia madre della mia identità professionale che esclude l’università dal mio futuro, e il giorno dopo arriva una offerta che nasce proprio da quell’ambito.

Quasi un tentativo di trattenermi, di voler perpetuare un certo meccanismo di cooptazione a cui vorrei dire basta. Io sono bravo nel mio lavoro, vorrei lavorare perchè bravo e non perchè qualcuno ci spende una buona parola. Che i professori universitari non sanno quasi mai valutare la capacità professionale di chi hanno vicino, per cui spesso si convincono, credono e giudicano di stare ad aiutare un giovane e non retribuire un professionista che, parlando di me e dei miei casi, gli ha reso dei servizi e degli ottimi servizi.

Così, ho pensato che quello che dovevo fare anche in questo incontro in cui parlavamo di questa proposta era che intanto e per cominciare io dovessi intanto dire chi sono, e cosa voglio.

L’ho detto, con tutta la serenità che ci voleva e che sento dentro di me, con tutta la serenità che nasce dal fatto di essere più in contatto con il vero me, con ciò che sono, con quella parte più autentica e quindi più bella, che più veniva nascosta dalle nevrosi quando queste prendevano il controllo della mia vita,  facendomi frequentare persone mediocri se non pessime se non pericolose, portandomi a svalutarmi anche in ambito professionale. Oggi non riesco a controllare queste nevrosi, ma so che ci sono e spesso le percepisco in azione, sento proprio una parte di me che come in automatico ad un certo input risponde in un certo modo, lasciandomi sordo, come se non avessi parola e come se di fronte a certe cose non potessi non scegliere come rispondere.

Oggi ho trovato questa forza, di dire che la proposta era interessante, ma che la mia natura è di un certo tipo, e che se non posso seguire questa natura, allora non avrebbe avuto senso nemmeno pensarci ad andare a Londra.

Invece, invece. Mi è stato detto che no, se voglio fare quel certo tipo di attività, potrò farle, perchè serve anche una professionalità come la mia. Che comunque l’importante è “resistere” qualche mese, il tempo di aggiungere una riga pesante al curriculum. Che quel laboratorio di ricerca è una fucina di prodotti tecnologici, per cui tutto può accadere.

Non vuol dire che andrò a Londra, perchè una borsa di studio di questo tipo ha comunque un’infinità di pretendenti. E anche se io fossi il prescelto, potrei optare per qualcosa di anche migliore qui in Italia, ci sono discussioni in corso e contatti presi che potrebbero portare a qualcosa di bello.

Però, sono soddisfatto. Perchè ho potuto parlare non come il ragazzino neolaureato per cui qualcuno decide, ma come un adulto che fa delle scelte sulla sua carriera. E dire questo in una delle sedi dove si svolge la vita della Repubblica, parlando con il mio professore di dottorato, che tutto aveva già un suo piano, non è stato semplice.

Aver detto queste cose significa anche essermi messo in una posizione tranquilla, nessuno potrà dirmi che dovevo fare B e io volevo fare A. Perchè questa cosa è diventata quindi una opzione in più, un possibile percorso professionale in più, non in contrasto con il mio percorso personale che ho scelto per me.

Poi so che questa cosa mi è stata offerta perchè parte di un gioco più grande, e che quindi una certa componente manipolatoria c’è, ma la posso gestire, ed è la componente che fa parte di ogni rapporto di lavoro.

In omaggio, ora ho un grosso appoggio a finire la faccenda del dottorato, perchè l’interesse che io vada lì è immenso e quindi ma guarda un po’ quanto è bella la tesi. Manipolazioni, nemmeno penso fatte in cattiva fede, l’importante è saperlo.

Poi, ultimo, c’è il tema della psicoterapia. Qua il discorso si fa difficile, quando me lo sono fatto non ho potuto trattenere delle lacrime di paura, la paura che interrompere questo percorso potesse portarmi a far riemergere quei meccanismi nevrotici.

Una volta, un po’ per celia e un po’ sul serio, ho detto alla terapeuta se, in caso di mio trasferimento all’estero, avremmo potuto fare terapia via webcam, lei l’ha presa a ridere ma non mi ha detto di no. Un po’ ingenuamente – me ne rendo conto – ora spero che sia una cosa anche possibile. So poi che un periodo all’estero sarebbe comunque terapeutico, ma questo perchè avviene da una premessa identitaria, non da una scelta operata da altri.

Questo incontro poteva distruggere la mia auto-stima. Credo che invece l’abbia migliorata. Sono un po’ meno invidioso di quel ragazzo con il suo skateboard.

Madamina, il catalogo è questo

L’Università ha avuto la bella idea, codificata nel suo statuto, di far redigere ad ogni professore un registro delle lezioni, con lo scopo di documentare le attività svolte nell’ambito di un insegnamento.

L’intento lodevole è stato tramutato in un meccanismo kafkiano. Intanto, anche se scarichi il modulo da compilare ti mancheranno delle pagine, perchè tale modulo permette di inserire solo 30 lezioni, quando io ne ho tenute 50 (e come tutti quelli che hanno corsi da 10 crediti, ovvero: tutti). Quindi devi stampare più volte alcune pagine, cambiare la numerazione, a penna, sbarrare alcune voci e aggiungerne altre allo scopo di ottenere un foglio  usabile. In un mondo ideale, dopo ogni lezione il professore aggiornerebbe questo diario, e dovrebbe anzi fare lo stesso dopo ogni ricevimento e dopo ogni appello.

Ovviamente nessuno ha tempo da perdere in questo, per cui alla fine del corso prendi il suddetto documento, te lo risistemi per avere un numero di fogli sufficienti, e vai a riempire le dodici pagine che lo compongono. Per ogni lezione, per l’elenco analitico dei giorni di ricevimento e per quello analitico dei giorni di esame devi mettere una firma, oltrechè una firma sul totale e una in mezzo, così ho dovuto firmare 52 volte (credo, ho perso il conto).

Tutto questo malloppo, viene consegnato alla Presidenza (accompagnato da un foglio di presentazione, altra firma) che lo consegna alla Segreteria Didattica, che lo comunica al Presidente del Corso di Laurea, che comunica alla Presidenza la ricezione del documento, che comunica alla Segreteria Amministrativa il via libera al pagamento delle lezioni (è un compenso onorario) che ti chiede un’altra firma sui dati bancari.

Questa cosa serve a qualcosa? In astratto, a verificare il programma tenuto. In concreto a niente, ci sono solo una serie di scaffali che hanno tutti questi libriccini pieni di cazzatine scritte al volo. Tanto che oggi una studentessa di tre anni fa mi ha chiesto una copia del programma, perchè deve trasferirsi in un’altra università. Le ho detto che queste cose dovrebbe darle la Segreteria Didattica (lo scrivo maiuscolo perchè fa ridere di più) visto che io potrei inventarmi qualsiasi cosa e nemmeno sono un docente di ruolo. Mi ha detto che nell’altra università non si fanno problemi, e che in questa non hanno alcuna intenzione di andare a spulciare alcun libretto di alcun tipo.

Quindi, tutto tempo inutilmente perso. Sarebbe stato più utile che si fosse allegato il programma (che ogni professore ha o deve avere), con una dichiarazione per cui quello è stato il programma del corso. Ma il tipico gusto di voler indicare tutto a scopo di controllo ha prodotto il solito risultato: la quantità di informazioni che i docenti predispongono è talmente elevata che non ci sono risorse per controllare ciò che dicono, io potrei aver scritto che ho fatto lezione a Pasqua e nessuno muoverebbe una obiezione perchè non lo leggerebbe.