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Trump, pronto alla guerra

Ho sentito il discorso inaugurale di Trump, e ne ho paura.

E’ un discorso strutturalmente autoritario, vendicativo e nazionalista. Ha detto che lui di accordi commerciali, trattati, alleanze se ne strafrega, perché Dio è con lui e lui quindi può cancellare qualsiasi altra linea di politica estera purché faccia quello che lui sa che deve essere fatto.

Lui si rivolge al popolo americano, sapendo che il resto del mondo ascolta. E può solo ammirare lo splendore dell’America, perché lui, chiaramente di buon core, non li costringe nemmeno ad adeguarsi.

E’ il discorso di chi si prepara ad una guerra.

Tutto come previsto

Da Previsione per l’anno nuovo (pubblicato il 2 Gennaio 2009):

[…]

Ma questo è un discorso più di lungo termine (a cui in genere i cosiddetti fautori del capitalismo oppongono la sciocca domanda di chiedere quale sia l’alternativa al capitalismo, come se il futuro fosse prevedibile), il discorso più a breve termine che manca in quell’articolo è semplicemente questo: Obama non avrà altra speranza, per risollevare l’economia americana, che consolidare il debito pubblico americano.

Questo vorrà dire che i titoli di stato americani in mano agli investitori esteri e alle banche saranno carta straccia, mentre quelli in mano alle famiglie americane saranno rimborsati, anche se probabilmente solo il capitale e non gli interessi. Questa manovra libererà una enorme quantità di risorse, che potranno essere utilmente impiegate nella trasformazione del sistema economico e sociale, non che Obama abbia una idea di cosa venga dopo il capitalismo, ma una redistribuzione della ricchezza è comunque necessaria.

[…]

Da Un nuovo mondo è dovuto (pubblicato il 24 Maggio 2010):

[…]

Oggi leggevo un’intervista a Nassim Taleb, di cui riporto un breve passaggio:

“Ci sarà uno choc, un Cigno Nero: una cattiva asta di titoli pubblici del Tesoro americano […] Forse ci si può rifugiare in qualche bene reale: non gli immobili, ma la terra agricola e un paniere di metalli”

[…]

Oggi che è successo? Che S&P ha detto che non è sicura che gli Stati Uniti pagheranno il loro debito (da Repubblica.it)

L’agenzia di rating Standard & Poor’s ha confermato il rating AAA sul debito degli Stati Uniti ma l’outlook è stato tagliato da “stabile” a “negativo”. Il profilo fiscale degli Stati Uniti potrebbe diventare secondo l’agenzia “significativamente più debole” rispetto alle altre grandi economie se la crescita del deficit non sarà messa sotto controllo. Invariato, invece, come detto, il rating AAA sul debito pubblico.

“Riteniamo che ci sia un rischio che i governanti Usa non trovino un accordo su come affrontare le sfide di bilancio di medio e lungo termine”, afferma Standard & Poor’s ricordando che la recente crisi è iniziata già da due anni senza che la politica Usa sia stata in grado di stabilire come contrastare le recenti difficoltà fiscali e mettere in cantiere la pressione fiscale di lungo periodo.


Ora, l’idea che gli Stati Uniti non abbiano un debito garantito al 100% è una notizia che, boh, non riesco a quantificare nella sua enormità. Ovviamente S&P si muove con molta prudenza, ma l’aria che tira è quella, come ho ampiamente scritto tempo fa. Il bello è che c’è chi se ne stupisce.

Rimane valido l’invito: se potete, fatevi un orto.

Costruiamo dei grattacieli

Uno dei tipici giri da turista a New York è quello che va dall’estremità sud di Manhattan prima alla Statua della Libertà, che sta su Liberty Island, e poi a Ellis Island, il luogo dove venivano portati quasi tutti gli immigranti che arrivavano per nave negli Stati Uniti d’America.

Quasi tutti, perchè i passeggeri di prima e di seconda classe sbrigavano le formalità sulla nave, mentre quelli di terza venivano sbarcati e arrivavano in una grande sala dove venivano chiamati uno alla volta. Ne arrivavano alcune migliaia al giorno, nel periodo che andò dalla fine dell’800 a poco dopo la Seconda Guerra Mondiale. Venivano così esaminati, sia per vedere se avessero delle malattie (in particolare le autorità sanitarie americane temevano il tracoma) sia per sincerarsi delle loro condizioni mentali e che avessero una normale intelligenza (furono sviluppati dei test adatti anche a chi non sapeva leggere o parlare inglese) e che non fossero dei sovversivi.

Il viaggio dall’Europa durava un paio di settimane se non tre, e per i passeggeri di terza classe avveniva in condizioni igieniche penose, con un sovraffolamento delle camere in cui dormivano (camere ricavate dai vecchi depositi merci delle navi) e una alimentazione appena sufficiente a rimanere in vita. Dall’Italia partivano persone che il mare non l’avevano mai visto, che avevano investito tutti i loro risparmi nel viaggio e che non sapevano spesso manco una parola di inglese, angosciate alla sola idea di venire respinte.

Così, gli americani provvidero a fornire dei traduttori (Fiorello La Guardia fece per un lungo periodo questo mestiere), crearono dei menù particolari per chi aveva dei motivi religiosi per non poter mangiare tutto (in particolare gli ebrei osservanti che  volevano del cibo kosher spesso arrivavano a Ellis Island quasi moribondi dopo settimane d’inedia); c’era anche l’uomo del latte che il pomeriggio andava a dare una tazza di latte ai bambini.

In genere, tuttavia, le formalità di ingresso negli Stati Uniti duravano solo poche ore, poi c’era qualcuno per cui occorrevano alcuni giorni, e casi più rari di qualcuno che si fermò per settimane o mesi ad Ellis Island, come fu il caso di una ragazza proveniente dal Nord Italia e che si esprimeva in un dialetto che nessuno conosceva.

Il museo di Ellis Island è un museo apologetico, perchè anche se racconta degli sforzi enormi che il governo americano sostenne per accettare questa massa di profughi, non racconta poi degli episodi di razzismo che c’erano: il caso di Sacco e Vanzetti non viene mai citato.

Ma gli americani accettarono il novantotto per cento di coloro che arrivarono lì per cercar fortuna. A prescindere dalla lingua, dalle condizioni economiche, dal titolo di studio. E così facendo fecero grande la loro nazione, portando i più volenterosi a costruirsi un futuro migliore. I loro discendenti, insieme ai discendenti di quei Padri Pellegrini che arrivarono secoli prima nel Nuovo Mondo per sfuggire alle persecuzioni, e che passarono il primo inverno a spaccare il ghiaccio con i piedi, erano accomunati solo dalla volontà di sfuggire alla povertà, e per fare questo misero la libertà al centro del loro agire.

Certo, gli Stati Uniti sono divenuti ricchi anche grazie alla loro straordinaria ricchezza del proprio suolo e del sottosuolo, così come al fatto che firmarono centinaia di trattati di pace con i pellerossa che ignorarono sempre. Ma a New York non puoi non pensare che questa nazione di reietti ha costruito dei templi alla libertà e li ha chiamati grattacieli per celebrare il trionfo della libertà, e che proprio questi grattacieli siano stati il simbolo dell’attacco dell’Undici Settembre.

Ieri – parlando di questo nostro povero paese – tre barconi di immigranti provenienti dal Nord Africa sono stati riportati indietro, in Libia. Lì sono stati consegnati al governo libico, al cui capo giova ricordarlo siede un dittatore sanguinario che ammazza la gente come più gli aggrada.

La Convenzione di Ginevra, le leggi internazionali, il senso umano di pietà avrebbero richiesto che questi immigranti venissero esaminati uno per uno, perchè alcuni di essi sfuggivano alla guerra, alla povertà, alle persecuzioni su base religiosa, etnica o politica. Certo, si erano imbarcati in modo clandestino pagando degli sporchi trafficanti, ma quando la tua casa viene rasa al suolo dalla guerra è più possibile che pensi a scappare, piuttosto che a seguire le procedure per l’ingresso regolare in Italia, che tra l’altro prevedono che tu abbia già un lavoro quando arrivi.

Gli stessi militari che hanno dovuto far questo si sono sentiti in difficoltà, a prendere delle donne incinte e a reimbarcarle. E’ sufficiente che una donna dia alla luce un figlio in territorio americano, anche appena passata la frontiera, anche da un minuto, perchè quel bambino abbia la cittadinanza americana. In Italia non basta nascerci per essere italiano, e comunque per non sbagliare evitiamo anche che questo accada. Morisse per mare, quella puttana, con lo sporco figlio che si porta in grembo.

Di fronte a questo scempio, il ministro dell’Interno non ha rassegnato le dimissioni, firmandole con le mani macchiate del sangue di questi innocenti rispediti indietro, ma anzi si è detto orgoglioso di quanto fatto, come fa ogni bravo macellaio quando affetta un pezzo di carne.

Berlusconi, Maroni, Brunetta. Questo è un governo di nani. Poi ci sono i grattacieli americani. Quando capiterà di parlare della povertà di questo nostro paese, magari sarà utile ricordare cosa ha reso grande gli Stati Uniti, e chi, miserabile per il suo agire, ci ha reso miserabili a sua volta per non sentirsi da solo.

Obama vs. McCain

Il tour di Obama è stata una mossa straordinaria, ha dissolto i dubbi sulla sua capacità di guidare gli Stati Uniti, perchè è apparso come il Presidente degli Stati Uniti. La campagna di McCain deve inventarsi subito qualcosa per recuperare sul terreno dell’immagine.

E’ interessante vedere come si siano distribuite le ricerche su Google negli ultimi 12 mesi tra i due, Obama sopravanza McCain di quasi quattro volte nell’ultimo anno, e di quasi tre volte nell’ultimo mese. E’ vero che gli utenti di Internet in USA non sono neutrali rispetto alla distribuzione per età, reddito, area geografica, ma non pensavo che ci fosse un così forte squilibrio.

Welcome, Mr. President

La festante folla per Barack Obama, in Oregon (galleria completa su Repubblica.it). A breve annuncerà che ha vinto le primarie, invitando il partito democratico ad unirsi per riconquistare la Casa Bianca.

La manina birichina del senatore

Il senatore degli USA Larry Craig, strenuo difensore dei valori della famiglia e contrario al matrimonio tra gay, è stato pizzicato mentre nei bagni dell’aeroporto invitava un agente in borghese a fare sesso con lui (NY Times). Pare che il poliziotto fosse un bel tocco di maschio di colore. Dopo essere stato arrestato, ha provato ad usare la sua autorità di membro del Congresso per insabbiare la faccenda.

L’ennesima conferma di come i personaggi pubblici più fortemente omofobi siano non solo gay, ma vivano questa loro condizione nel modo più brutale e diretto possibile, e che quindi non riescano nemmeno a concepire la sola idea di una relazione tra gay.